“Giulia Tofana. Gli amori, i veleni” di Adriana Assini

Che c’è di male nel fare il bene?
Io sono la speranza di tante sventurate
che nessun giudice difende,
che nessun santo protegge.

 

Giulia Tofana è un personaggio storico realmente esistito. Era una meretrice palermitana che ha scoperto la formula di un veleno molto potente a base di arsenico e antimonio che, somministrato a piccole dosi regolari, uccideva senza lasciare traccia. Il malcapitato che lo ingeriva, infatti, non mostrava segni di avvelenamento ma una volta morto, anzi, aveva un colorito roseo. La creatrice di quella che veniva definita acqua tofana, vendeva questo intruglio insapore e inodore alle donne che volevano sbarazzarsi dei mariti, alcune perché venivano maltrattate, altre perché costrette ad un matrimonio forzato. E per tanti altri motivi che possiamo immaginare. Le notizie biografiche su questa donna sono pochissime, ma si pensa che sua madre avesse avvelenato il marito e ciò potrebbe spiegare l’abilità di Giulia che nel 1659 venne giustiziata a Campo de’ Fiori insieme alla figlia e a diversi apprendisti.

Da questa figura prende spunto Adriana Assini nel suo romanzo Giulia Tofana. Gli amori, i veleni edito il mese scorso da Scrittura & Scritture. L’autrice ci racconta una Giulia diversa da quella che ci si potrebbe aspettare: non una killer sui generis, non, cioè, una donna che vendeva veleni e che quindi non era direttamente responsabile degli omicidi che poi altre commettevano, ma una ragazza senza mezzi di sostentamento, che per vivere deve prostituirsi, che è innamorata di un uomo che mai potrà sposarla e deve inventarsi qualcosa per tirare avanti. E sulla storia dei veleni, lei è convinta solo di aiutare le donne a liberarsi da situazioni incresciose, quindi ciò che fa non è poi così sbagliato. Dubbia morale, ma niente sensi di colpa. Si racconta, infatti, che tra il 1633  il 1651 siano morti circa seicento uomini grazie all’acqua tofana.
Giulia ha una tresca con un barone, Manfredi Ballo, che mai potrebbe amarla alla luce del sole, e per varie ragioni a un certo punto decide di trasferirsi a Roma insieme a frate Nicodemo (innamorato a sua volta di lei) e alla sua amica Girolama. Sperando di lasciarsi alle spalle le sue antiche pratiche e di cominciare una nuova vita nell’Urbe, la ragazza ci mette poco a rifare i vecchi errori e a cacciarsi nei guai, senza mai dimenticare Manfredi.

Ci sono tanti elementi in questo libro che ne fanno un romanzo storico godibile. Innanzitutto, il fatto che la Assini cerchi di approfondire l’interiorità di un personaggio storico estremamente negativo (e come potrebbe non esserlo una che vendeva veleni per uccidere la gente?) per mostrarne l’animo schietto e farne una paladina di giustizia tutta al femminile. L’amore, quello impossibile col bel Manfredi che deve difendere l’onore del suo casato e del suo rango, ma anche quello di Nicodemo nei confronti della ragazza, un amore che lei non riesce a ricambiare.
Infine un contesto storico ben delineato e di cui io stessa ho scoperto tante cose che non sapevo, come ad esempio il fatto che Santa Rosalia sia la patrona di Palermo (lo so, è la mia città e avrei dovuto saperlo) dal 27 luglio 1624, e che prima della santuzza a proteggere la popolazione ci fossero Agata, Ninfa, Oliva e Cristina. Un’altra cosa molto interessante che ho scoperto leggendo questo romanzo è quella sulla corsa delle bagasce, che il viceré di Sicilia Marcantonio Colonna organizzava lungo il Cassaro (all’epoca la strada più elegante di Palermo). E a cui, nel romanzo, Giulia Tofana partecipava.

Non ho le competenze di tipo storico per dire se la ricostruzione dell’epoca sia accurata, ma mi sono documentata man mano che andavo avanti col romanzo e, come ho già detto, ho scoperto tante cose. Naturalmente, la vita della protagonista nella realtà deve essere stata parecchio più dura di quella narrata dalla Assini che, mettendo da parte qualche punto in cui la narrazione rallenta, ha cucito addosso a questa donnaccia un libro interessante che credo sia più adatto a un pubblico femminile.
Giulia è una donna ignorante, non sa leggere né scrivere, ma fa sua quella saggezza popolare e quel desiderio di riscatto delle donne che la porteranno a voler difendere il gentil sesso dal predominio maschile che, col passare degli anni, non è diminuito poi troppo. Con uno stile fresco e molto scorrevole, Adriana Assini, dà voce (e la fa anche scoprire a chi non la conosce ancora) a una Giulia Tofana che, secondo lei, non era solo una fattucchiera, ma una donna prima di tutto.

Buona lettura!

Titolo: Giulia Tofana. Gli amori, i veleni
Autore: Adriana Assini
Genere:
 Romanzo storico
Anno di pubblicazione:
 marzo 2017
Pagine: 235
Prezzo: 14 €
Editore: Scrittura & Scritture

Giudizio personale: spienaspienaspiena


Adriana Assini vive e lavora a Roma. Sulla scia di passioni perdute, gesta dimenticate, vite fuori dal comune, guarda al passato per capire meglio il presente e con quel che vede ci costruisce un romanzo, una piccola finestra aperta sul mondo di ieri. Dipinge. Soltanto acquarelli. E anche quando scrive si ha l’impressione che dalla sua penna, oltre alle parole, escano le ocre rosse, gli azzurri oltremare, i luccicanti vermigli in cui intinge i suoi pennelli. Ha pubblicato diversi libri, tutti a sfondo storico, tra cui i romanzi Giulia Tofana. Gli amori, i veleni (2017), Un caffè con Robespierre (2016) La Riva Verde (2014) e Le rose di Cordova che dalla sua prima edizione del 2007 ha visto la fortuna di due edizioni successive e tre ristampe.

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“La scomparsa di Patò” di Andrea Camilleri

Murì Patò o s’ammucciò?
(Patò è morto o si è nascosto?)

 

12901354_10208070717997142_1601274786948890758_oAndrea Camilleri è un autore che mi piace molto, ma non tanto per i suoi romanzi con protagonista Montalbano, romanzi, probabilmente, per cui è più famoso in tutto il mondo. Anni fa non riuscivo proprio a leggerlo perché queste incursioni di termini siciliani mi infastidivano un po’, ma si sa, col tempo si cambia, e adesso mi diverto un sacco a scoprire i suoi romanzi “storici”. Oggi vi parlo in breve de La scomparsa di Patò, un libro uscito nel 2000 per Mondadori.

Come al solito, siamo a Vigàta, nell’anno 1890: dopo la messa in scena del Mortorio il ragionier Patò, che faceva la parte di Giuda, si è calato nella botola e non è più ricomparso. I primi ad accorgersene sono stati alcuni attori, i quali hanno notato che non è uscito a ricevere gli applausi alla fine della rappresentazione. La moglie non lo ha visto tornare a casa e non è nemmeno andato a lavorare in banca. Che fine ha fatto? È morto? Si è nascosto? C’è chi dice che cadendo abbia battuto la testa, abbia perso la memoria e si sia messo a girovagare per le campagne. La teoria più bislacca è quella di un inglese che dice che può essere stato inghiottito da una frattura nel continuum spaziotemporale ed essere stato catapultato in un’altra epoca (come Antoine Pateau e Anthony Patow, strani personaggi che appaiono e scompaiono in diverse parti del mondo e casualmente hanno nomi e cognomi simili). La Pubblica Sicurezza e i Reali Carabinieri di Vigàta indagano prima separatamente e poi mandando due rappresentanti a collaborare, due persone che combineranno un pasticcio dietro l’altro e inventeranno strane teorie di corna. Il problema è riuscire a far luce su questo mistero prima che la voce si diffonda per tutto il Regno.

La scomparsa di Patò prende spunto da un brano di A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia, come Camilleri specifica all’inizio:

Cinquant’anni prima, durante le recite del “Mortorio”, cioè della Passione di Cristo secondo il cavalier D’Orioles, Antonio Patò, che faceva Giuda, era scomparso, per come la parte voleva, nella botola che puntualmente, come già un centinaio di volte tra prove e rappresentazioni, si aprì: solo che (e questo non era nella parte) da quel momento nessuno ne aveva saputo più niente; e il fatto era passato in proverbio, a indicare misteriose scomparizioni di persone o di oggetti.

Il romanzo è strutturato come una sorta di dossier, una raccolta di lettere, dispacci, disposizioni, articoli di giornale, pizzini e proclami relativi al caso della scomparsa di Antonio Patò ma non solo. Questa forma di scrittura Camilleri l’aveva già sperimentata nel 1998 ne La concessione del telefono, che probabilmente è il libro che più mi ha divertito di questo autore. L’argomento aveva colpito Camilleri già qualche anno prima, infatti aveva già pubblicato un racconto sull’Almanacco dell’Altana 2000 e sul quotidiano La stampa, ma poi ha deciso di svilupparlo meglio e di scriverne un romanzo, inventando di sana pianta tutti questi documenti e queste testimonianze fittizie che nel libro appaiono anche caratterizzati da caratteri tipografici diversi: alcuni sembrano scritti a mano, altri dattilografati, ecc.. Addirittura sono presenti delle figure che rappresentano le scritte sui muri.

È superfluo ribadire quanto io mi diverta con questi romanzi di Camilleri. L’autore presenta una cornice storica reale e poi vi inserisce una storia inventata ma verosimile arricchita da qualche personaggio strambo e da rappresentanti delle forse dell’ordine che durante le indagini ne combinano sempre di tutti i colori. Qualcuno, ogni tanto, mi dice che ha difficoltà a leggere questo autore perché fa fatica a capire quei termini siciliani disseminati qua e là; io, essendo siciliana, trovo la lettura molto semplice, quindi non saprei dire se questo sia più complicato degli altri. In ogni caso, Camilleri non utilizza un dialetto stretto e fitto, perché sa benissimo, essendo un grande autore e un uomo molto intelligente, che altrimenti non uscirebbe mai dalla Sicilia; usa, quindi, una lingua facilmente comprensibile e, se decide di lanciare lì un termine dialettale, si assicura che il resto della frase e il contesto rendano agevole al lettore la comprensione di quella parola. Non abbiate paura, quindi!

Buona lettura!

Titolo: La scomparsa di Patò
Autore: 
Andrea Camilleri
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2000
Pagine: 250
Prezzo: 5 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“I tre moschettieri” di Alexandre Dumas

«E ora, signori (…), tutti per uno e uno per tutti:
è questo il nostro motto, non è vero?»

 

12486043_10207370025720273_6372050001928090270_oQuesta volta ho avuto la meravigliosa idea di iniziare il nuovo anno col botto scegliendo una lettura tosta, quindi ho preso I tre moschettieri, che ho avuto tramite uno scambio e che aspettava messo da parte da almeno un annetto. Non potevo fare di meglio, probabilmente, perché, nonostante alcuni giorni abbia dovuto saltare il mio appuntamento col libro per vari motivi, mi sono trovata a leggere un libro meraviglioso, ricco di colpi di scena e scritto in uno stile che ormai non esiste più. Non ve ne ho parlato subito perché ho avuto tante, tante cose da fare e il tempo scarseggiava.

I tre moschettieri, di Alexandre Dumas (padre) con la collaborazione di Auguste Maquet, è un romanzo d’appendice (significa che uscì a puntate, nello specifico sul giornale Le Siècle) del 1844. Anche se, grazie alle varie trasposizioni sul grande e piccolo schermo, la storia la conosciamo tutti, facciamo un breve riassunto, brevissimo perché la vicenda è molto lunga e gli avvenimenti sono così tanti che non basterebbe un solo post se volessimo essere troppo precisi. Siamo in Francia, nell’anno 1625: il giovane D’Artagnan parte dalla Guascogna e si dirige a Parigi con un cavallo, pochi spiccioli e una lettera di raccomandazioni del padre (che però gli viene rubata) da far vedere al signor de Tréville, capo dei moschettieri. Il ragazzo, infatti, ha lo scopo di entrare nel corpo di guardia speciale del re Luigi XIII, ma, nonostante il capo dei moschettieri lo accolga anche senza la lettera, inizialmente non viene preso. Allora se ne va un po’ in giro e incontra casualmente Athos, Porthos e Aramis, i moschettieri più famosi del re che, sentendosi provocati, lo sfidano a duello. D’Artagnan, dovendo sostenere tre combattimenti, si ritrova invece a stringere amicizia con i tre ex-nemici, tanto che alla fine arrivano a combattere insieme contro le guardie del cardinale Richelieu e vengono lodati da Tréville.
Ma in questo romanzo succede di tutto: la regina Anna d’Austria ha un amante inglese, il duca di Buckingham, e il cardinale Richelieu, che vuole conquistare il trono di Francia, fa di tutto per mettere da parte Luigi XIII e incastrare sua moglie servendosi di una diabolica complice, Milady, una donna dalle varie identità che sembra essere un vero e proprio demonio in un corpo di fanciulla. D’Artagnan, che più avanti riuscirà a diventare moschettiere, con i suoi amici Athos, Porthos e Aramis (e i loro coraggiosi e fedeli domestici), per tutto il romanzo cercherà di compromettere le missioni di Milady (di cui anche Richelieu poi ha paura, capendo che è una mina vagante) e di punirla per tutte le cose orribili che ha fatto. Moriranno molte persone, si darà il via ad una guerra, ma si scopriranno anche tanti segreti: chi è Milady? qual è il passato di Athos? chi è l’amante di Aramis? chi è il famoso uomo con la cicatrice che ha rubato la lettera a D’Artagnan e continua ad apparire nei luoghi più impensati?

Alexandre Dumas padre (Villers-Cotterêts, 24 luglio 1802 – Puys, località di Dieppe, 5 dicembre 1870) Fonte: Wikipedia

Di Alexandre Dumas avevo già letto altro e considero Il conte di Montecristo non solo il mio romanzo preferito, ma anche uno dei più belli, complessi e geniali che siano mai stati scritti. Confesso anche che sono un’amante della letteratura francese dell’Ottocento, quindi quando ho cominciato questo libro sapevo già di andare sul sicuro. A parte la grande abilità nel caratterizzare i personaggi, va riconosciuta la maestria dell’autore nel creare una fitta rete di eventi in cui nulla viene lasciato al caso e, anzi, tutto viene approfondito: ogni cerchio che viene aperto poi si chiude, ogni storia viene portata a termine, ogni personaggio che fa il suo ingresso nella vicenda viene accompagnato alla fine in modo tale che sappiamo dov’è finito e cosa gli è successo. Ma soprattutto, ogni nodo viene sciolto. E questo è un bene per me che non amo i finali aperti. Voglio sapere tutto, non mi piace dovermi trovare ad immaginare come finirà il libro perché non amo il dubbio, voglio certezze, voglio che sia tu, autore, a dirmi che succede ai tuoi personaggi. E questo Dumas lo fa egregiamente.

La descrizioni dei luoghi in cui D’Artagnan, i suoi amici e i suoi nemici si muovono sono così particolareggiate da far sentire il lettore parte della vicenda. Alexandre Dumas ci racconta la sua storia alternando momenti di serietà a momenti di ironica leggerezza, strappandoci qualche sorriso.
Per quanto riguarda i personaggi, quelli che mi sono piaciuti di più sono Athos e Milady, protagonisti di una delle tante “storie celate” (leggendo capirete perché): lui così misterioso, affascinante, leale, tutto d’un pezzo, lei così perfettamente malvagia, calcolatrice e infida. Sono personaggi perfetti e diametralmente opposti: uno positivo, l’altra negativa.
Per quanto riguarda l’edizione Salani devo dire che mi è piaciuto molto il formato in copertina rigida e che ho trovato la traduzione molto precisa. Ovviamente non ho letto l’originale francese ma, essendo pignola, sono stata molto attenta e non c’è nulla che stoni.

Adesso guarderò il film del 1973, perché quello del 2011 l’ho visto e non mi piace particolarmente. Successivamente mi dedicherò alla ricerca di Vent’anni dopo (1845) e Il visconte di Bragelonne (1850), romanzi storici che completano la trilogia del ciclo dei moschettieri. E sono sicura che anche lì avrò delle bellissime sorprese.

Voi avete letto I tre moschettieri? Se non lo avete ancora fatto, prendetelo!
Buona lettura!

Titolo: I tre moschettieri
Autore: Alexandre Dumas
Traduzione:
 Giuseppe Belli Martino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1844
Pagine: 767
Prezzo: 13,90 €
Editore: Salani

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Terre selvagge” di Sebastiano Vassalli

IMG_20151030_104907Prima di iniziare a parlare di questo libro devo premettere che l’ho terminato diversi giorni fa, ma non ho potuto scriverne subito perché nel frattempo sono partita. Nel mio viaggio sono successe così tante cose che i miei ricordi, prima così chiari, si sono un po’ annebbiati e quindi purtroppo non riuscirò a raccontarvi questo romanzo come avrei voluto. Spero, comunque, di trasmettervi una buona parte delle emozioni che ho provato io nel leggerlo.

Terre Selvagge è un romanzo del 2014 di Sebastiano Vassalli, grandissimo autore italiano che ci ha lasciato lo scorso luglio. Mi ero già innamorata di questo autore leggendo La chimera, e il libro di cui vi parlo oggi non fa altro che confermare la sua bravura. Siamo nel 101 a.C., a seicentocinquantadue anni dalla fondazione di Roma, e vediamo fronteggiarsi i due eserciti più potenti dell’epoca: i Romani e i Cimbri, un popolo di “diavoli” che proviene dal nord Europa (precisamente dall’attuale Danimarca) e che da vent’anni nessuno riesce a sconfiggere, a differenza di quello che era accaduto ai Teutoni e agli Ambroni. La battaglia ha luogo nei Campi Raudii, in Piemonte. I Cimbri, biondissimi con gli occhi chiari si scontrarono con con l’esercito capeggiato dal console Gaio Mario vicino all’odierna Vercelli, nel territorio che una volta faceva parte della Gallia Cisalpina.
In questa cornice storica si vanno incrociando le storie di alcuni personaggi di fantasia e non: conosceremo il fabbro Tasgezio e sua madre Lunilla, che si rifiutano di lasciare il villaggio di Proh (ai piedi del monte Ros che col tempo è diventato Rosa) come hanno fatto tutti per non essere coinvolti nello scontro che sta per avere luogo; il vecchio capo dei Cimbri Agilo “l’Orso” con le sue figlie, la bella e strana Sigrun e Rhamis, compagna del forte guerriero Boiorige; gli amici Valerio e Stazio; approfondiremo la rivalità tra Mario e Silla; cercheremo di dare un senso alla presenza di un bellissimo cavallino bianco.

Vassalli racconta in maniera magistrale questo evento che cambiò la storia: l’arco che celebra la vittoria di Mario non esiste più, la zona è stata bonificata e a parte qualche elemento come il vecchio cartello che ricorda il villaggio di Proh, niente sembra ricordare più quella battaglia. Invece ricordare è importante perché, come dice Sebastiano Vassalli, quei fatti lontani hanno ancora molto da insegnarci. Tutto il nostro passato, in realtà, andrebbe ricordato, perché in teoria (e purtroppo solo in teoria) dovrebbe servire a non commettere più certi errori.
Io con la storia ho un rapporto di amore e odio: amo apprendere ma a scuola non andavo molto bene in questa materia, il fatto di doverla imparare per affrontare una verifica me la faceva odiare. Però mi piace molto leggere romanzi storici e per questo motivo ho letto Terre selvagge piano piano, dato che in alcuni punti mi è risultato un po’ ostico. Ma ne è valsa la pena, perché è un romanzo bellissimo.

La cosa più particolare di questo libro è che Sebastiano Vassalli non ci trascina indietro nel tempo, ci fa capire ad ogni passo che lui è un uomo del presente e da una prospettiva attuale ci sta raccontando una storia passata. L’effetto principale di questo espediente da lui adottato è la grande quantità di confronti tra passato e presente (su luoghi, nomi di cose, toponimi, ecc.), la consapevolezza che può avere della propria storia una persona che ha studiato bene i fatti. L’autore, in questo modo, rende più interessante ed accessibile una vicenda che ormai sembra così lontana da noi ma che, invece, non lo è poi così tanto.
Consiglio a tutti voi di leggerlo, anche se con calma, perché Vassalli è stato un grande autore italiano e accantonarlo sarebbe davvero un grave errore.

Titolo: Terre selvagge
Autore: Sebastiano Vassalli
Genere:
 Romanzo storico
Anno di pubblicazione:
 aprile 2014
Pagine: 297
Prezzo: 18 €
Editore: Rizzoli

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza

“Il birraio di Preston” di Andrea Camilleri

997-3Andrea Camilleri non è solo Montalbano, e ce lo dimostrano tantissimi romanzi come quello che da pochissimo ho finito di leggere, Il birraio di Preston. Il libro è a carattere storico, e l’ispirazione per raccontare questa storia arriva all’autore grazie alla lettura dell’Inchiesta sulle condizioni della Sicilia (1875-1876) pubblicata nel 1969. Nello specifico, l’autore di Porto Empedocle legge di uno strano fatto accaduto a Caltanissetta, dove era stato mandato un prefetto fiorentino, tale Fortuzzi. La mentalità di un fiorentino non era, come ancora oggi non è, la stessa di un siciliano e il malcontento iniziale generato dalla sua presenza fu accresciuto enormemente dal fatto che questi volle fare rappresentare a tutti i costi, per l’inaugurazione del nuovo teatro, l’opera di Luigi Ricci, Il birraio di Preston.

Da questa premessa, Camilleri s’inventa tutta una storia divertentissima e dolceamara. Tutto inizia quando in “una notte buia e tempestosa” il piccolo Gerd Hoffer si alza dal letto per non bagnarlo di pipì, come gli capitava spesso, e sveglia il padre, l’ingegnere Fridolin Hoffer, perché fuori sta succedendo qualcosa di strano. In effetti sta andando a fuoco il teatro di Vigàta, ma Fridolin grazie alla macchina a vapore ha inventato uno strumento fantastico e innovativo per spegnere gli incendi. A quel punto ci si interroga su come questo incendio sia nato e qualcuno dice che “a un certo punto la soprano stonò”. Ma che significa? La spiegazione arriva grazie ad una serie di flashback che ci fanno tornare indietro al momento in cui il prefetto Bortuzzi s’intestardisce per far rappresentare Il birraio di Preston e il paese gli rema contro. Quasi nessuno ci capisce niente, di musica, ma quei pochi che se ne intendono ammettono che è un’opera scadente. Il prete addirittura invita i fedeli a non recarsi a teatro perché è la casa del diavolo e solo le fiamme possono liberare la popolazione da quella tragedia. Manco a dirlo, qualcuno appicca il fuoco. In maniera strana, però, non come farebbe un vigatese. E guarda un po’, c’è un certo romano mazziniano che, si dice, si è rifugiato da quelle parti.

Però alla fine ci esce più di un morto, la questione s’impasticcia più del normale e si perde quasi il controllo della situazione. Camilleri racconta una serie di avvenimenti che più rocamboleschi di così non si può. Al solito, ci sono personaggi che rimangono invischiati in faccende in cui non c’entrano niente solo perché si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato, come Concetta, vedova da anni, che si decide dopo tanto tempo a sollazzarsi con un bel giovanotto e rimane soffocata dal fumo tossico.
La cosa più carina, comunque, è alla fine, quando si scopre il vero motivo per cui Bortuzzi vuole così tanto che Il birraio di Preston venga rappresentato a Vigàta. Io non ve lo dico, lo scoprirete leggendo questo romanzo del 1995 che non è lunghissimo ma vi farà sbellicare dalle risate e vi terrà compagnia per un po’.

I capitoli sono tutti intitolati con delle semicitazioni da romanzi famosi, ma non solo. Ad esempio il primo (come ho indicato più su, con le virgolette) si chiama “Era una notte che faceva spavento” e ricorda Snoopy, “Era una notte buia e tempestosa“. L’ultimo capitolo invece si chiama, stranamente, “Capitolo primo”; leggendo si capisce che è la prima parte di un romanzo che sta scrivendo indovinate chi? Il piccolo Gerd Hoffer che è cresciuto e quarant’anni dopo l’incendio del teatro decide di raccontare la storia facendo fare a noi lettori grasse risate perché stravolge completamente i fatti facendo passare per giusti coloro che non lo sono stati e per malfattori quelli che in realtà erano gli onesti. Attuale, vero? In fondo non cambiamo mai troppo, neanche il tempo ci può.

Onestamente non so come ho fatto, in tutti questi anni, a non appassionarmi a Camilleri. Credo che la colpa potrebbe essere dell’imposizione delle letture a scuola: anni fa mi diedero un suo romanzo da leggere obbligatoriamente, e non riuscii a farmelo piacere. Io amo la lettura, si sa, ma come in molte altre cose, se mi s’impone di fare qualcosa, automaticamente mi parte il rifiuto. Per questo motivo torno “indietro” a recuperare molti libri e autori che forse ho giudicato male. Uno è Tolstoj (lo so, shame on me!), ma intanto Camilleri lo abbiamo salvato, e questo è l’importante.

Buona lettura!

Titolo: Il birraio di Preston
Autore: 
Andrea Camilleri
Genere: 
Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1995
Pagine: 236
Prezzo: 10 €
Editore: Sellerio –  Collana “La memoria”

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“La chimera” di Sebastiano Vassalli

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Il libro di cui voglio parlare oggi è La chimera, di Sebastiano Vassalli, un libro che comprai per caso diversi anni fa, quando la Einaudi fece una promozione che se compravi 3 libri ti davano la borsa per il computer con tante altre tasche, bellissima. Non sapevo che libri prendere perchè all’epoca andavo in seconda media, penso, e non avevo la consapevolezza che avrei potuto avere oggi. Questo libro provai ben due volte a leggerlo, ma senza mai riuscirci. Poi finalmente mi sono messa d’impegno e ho detto “bon, stavolta devo farcela”, e ce l’ho fatta, senza neanche troppo sforzo. È vero che certi libri bisogna leggerli nel momento giusto, nella vita. Oppure è anche vero che rileggendoli in momenti diversi ci cogli sempre qualcosa di diverso.

Ma comunque… Innanzitutto diciamo che il titolo, La Chimera, si riferisce al Monte Rosa, così come viene visto dalla pianura novarese, ovvero dalle zone in cui si svolge la storia.
Romanzo storico (e già è difficile che io legga un romanzo storico, a parte quelli di Manfredi che sono tutti, o quasi, relativi all’epoca di Roma antica o della Grecia classica… non sono particolarmente amante della storia, io) scritto nel 1990, vincitore del premio Strega sempre nel ’90 e finalista del premio Campiello, questo libro racconta la vita di Antonia, un’orfanella allevata come esposta dalle suore della casa di carità di San Michele a Novara, e poi diventata agli occhi del mondo “la strega di Zardino”. Zardino è un paesino nelle vicinanze di Novara, in cui Antonia arriva perchè viene adottata (anzi, acquistata) da una coppia di contadini che ne fanno la loro figlia.

Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1590, giorno di sant’Antonio abate, mani ignote deposero sul torno cioè sulla grande ruota in legno che si trovava all’ingresso della Casa di Carità di San Michele fuori le mura, a Novara, un neonato di sesso femminile, scuro d’occhi, di pelle e di capelli: per i gusti dell’epoca, quasi un mostro.

[Incipit]

Antonia nasce nel 1590 e muore nel 1610, arsa sul rogo con le accuse di eresia, apostasia e stregoneria. Sappiamo bene come funzionavano le cose a quell’epoca, tutta la questione dell’Inquisizione e della condanna al minimo sospetto, e quindi non ci torniamo. Ma qui c’è di più. C’è la condanna a morte di una ragazza innocente causata quasi totalmente dall’invidia di un paese; invidia per la bellezza di questa giovane donna, considerata sposa del diavolo anche per via di un neo sul labbro superiore, invidia e rabbia dei paesani per i vari rifiuti nei confronti di giovanotti che volevano sposarla, invidia e conti in sospeso coi genitori adottivi. Insomma, tutto questo viene raccontato insieme a ciò che succedeva alle donne accusate di stregoneria, le torture, le confessioni forzate e i comportamenti di queste quando ormai, ridotte allo stremo delle forze e al minimo della speranza, iniziavano ad urlare, contorcersi e quasi bestemmiare, segno inequivocabile di vicinanza al diavolo.
La vicenda si conclude con il rogo della ragazza e la festa del paese che si è liberato della strega. E non vi sto svelando il finale, perchè lo si dice fin dall’inizio, e anche se così non fosse, si capirebbe come va a finire.

Anche se la critica alla Chiesa diventa in molti punti abbastanza pesante, bisogna riconoscere che i fatti narrati non sono inventati, sono cose che a quell’epoca accadevano veramente. La storia di Antonia è una storia come tante altre, storie di ragazze che per un motivo o per un altro venivano condannate a tutto questo senza che potessero ribellarsi. Vassalli descrive al meglio il bigottismo degli anni tra il ‘500 e il ‘600 e la fiducia del popolo ne confronti di un’istituzione che non si curava esattamente del bene dei fedeli. Nella lettura di questo libro, ovviamente, ci si mette dalla parte della protagonista e si soffre insieme a lei. Ci si sente quasi in trappola per non poter evitare le torture, per non potersi ribellare. Ci si sente incatenati, ecco. E a mio parere se un autore ti fa sentire così, quell’opera è sicuramente riuscita.

Consigliatissimo, quindi. A chi ama il genere ma anche a chi non lo ama.

Titolo: La chimera
Autore:
Sebastiano Vassalli
Genere:
Romanzo storico
Anno di pubblicazione:
 1990
Pagine: 308
Prezzo: 11 €
Editore: Einaudi (Collana Einaudi tascabili. Gli scrittori)

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“Il mio nome è Nessuno – Il ritorno” di Valerio Massimo Manfredi

Come avevo accennato un paio di giorni fa, ho letto anche la seconda parte di Il mio nome è Nessuno di Manfredi e l’ho apprezzata tantissimo. È un po’ diversa dalla prima perchè il carattere di Ulisse cambia un po’, ma alla fine è ovvio perchè in un libro è ancora un giovane che parte per la guerra e combatte, e nel secondo impara tante cose dalle sue avventure e diventa più maturo. Il primo forse mi è piaciuto un pelino di più, forse perchè conoscevo quella parte della storia un po’ meno del nòstos, ma se amate la storia e soprattutto amate Manfredi è una lettura che va fatta.

Eccovi il mio articolo:

Il mio nome è nessuno – Il ritorno: l’Odissea raccontata da Manfredi, Odysseo torna in patria dopo mille peripezie.

Il mio nome è nessuno – Il ritorno è la seconda parte del racconto della vita di Ulisse, magistralmente raccontata da Valerio Massimo Manfredi. Il primo volume, Il mio nome è nessuno – Il giuramento, è stato pubblicato nel 2012 e la storia si fermava allo stratagemma del cavallo di legno introdotto dentro le mura di Troia per conquistare la città. Dopo un anno Manfredi ci accompagna alla scoperta di ciò che accadde dopo la guerra, quindi nel vagabondaggio di Odysseo fino al suo ritorno a casa e ad una nuova …

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Avete mai letto Manfredi? Vi piace?