Meglio l’assenza | Edurne Portela

Ci sono famiglie in cui crescere è difficile, soprattutto se vivi tra gli anni ’80 e ’90 nei Pesi Baschi, dove la guerriglia è all’ordine del giorno e la violenza, l’eroina, la disoccupazione e i gas lacrimogeni sono cose normali. Amaia Gorostiaga nel 1979 ha cinque anni, ed è da lì che inizia a raccontare la sua storia nel romanzo di Edurne Portela, Meglio l’assenza, pubblicato da Lindau lo scorso 28 marzo nella traduzione di Thais Siciliano. La piccola Amaia cresce in una famiglia agiata, ma da sempre disgregata: il suo aita (papà) Amadeo è un avvocato – almeno è quello che sa lei – e non fa mancare nulla ad ama (mamma) Elvira, a lei e ai suoi tre fratelli Aníbal, Aitor e Kepa. Però aita non c’è mai, o meglio, è sempre via e torna di rado. Quelle poche volte che è a casa la mamma passa il suo tempo a dormire tra il letto e il divano ubriaca e piena di lividi, e i suoi fratelli non rimangono mai nei paraggi.

Dal 1979 al 1992 Amayita ci dà ogni anno un punto di vista diverso sulla sua situazione e su tutto ciò che la circonda, cresce e capisce sempre di più quello che succede. Aita che torna sempre meno a casa e ama che riceve comunque dei soldi da parte sua, che nonostante i maltrattamenti rimane legata a lui; il fratello maggiore Aníbal che entra nel mondo dell’eroina e ne viene fagocitato fino a morirne; Aitor che decide di concentrarsi solo sullo studio e va a studiare filosofia a Madrid e prende le distanze da tutto e tutti; Kepa che è sempre stato un ragazzo poco riflessivo e molto avventato e si unisce alla lotta armata; lei, affidata alla nonna o a casa di qualche amichetta, col suo vecchio coniglietto Buni, con l’imbottitura che viene fuori da tutte le parti.
Amaia, che nell’adolescenza ha sperimentato qualche droga, l’alcool, e che ha avuto le prime esperienze sessuali, a un certo punto non resiste più e va via di casa; è così che si apre uno squarcio nella storia della protagonista e voce narrante, squarcio che viene chiuso con l’inizio della seconda parte del romanzo, in cui si racconta il suo ritorno a casa nel 2009, diciassette anni dopo.

Come fare i conti con ciò che ci si era lasciato alle spalle? Come comportarsi con una famiglia da cui ti eri dovuto staccare per forza per evitare di soccombere? Come convincersi a perdonare un padre che era meglio se non c’era?

Meglio l’assenza di questo padre, forse, che una presenza scomoda e violenta nelle vite della famiglia Gorostiaga. Qualsiasi cosa lui andasse a fare lontano, ovunque andasse. Lui non c’era quando sul muro del loro palazzo spuntavano scritte e insulti contro un padre che faceva la spia per gli spagnoli o un fratello che faceva lo spacciatore. Cose che Amaia non ha capito fin da subito perché la nonna, la donna che aiutava in casa e persino i fratelli le addolcivano la pillola, almeno fino a quando era piccola ed era più semplice mentirle e inventare qualche storiella.
E nonostante l’assenza sono quei pochi momenti in cui Amadeo è presente nella vita della figlia – forse quando lei stessa prova a dargli la possibilità di rimediare ai suoi errori – che lasciano alla ragazza le ferite più profonde, quelle che non riusciranno mai a rimarginarsi, neanche quando ormai adulta diventerà scrittrice e cercherà di mettere nero su bianco la sua storia.

Edurne Portela riesce a scavare nella mente e nell’animo della sua protagonista trasmettendo con esattezza al lettore la confusione, l’incredulità e la paura di una bambina che poi diventeranno la rabbia e la consapevolezza di una donna. L’evoluzione dei pensieri e del punto di vista di Amaia sono rappresentate perfettamente man mano che si va avanti con i capitoli, dedicati ciascuno a ogni anno che passa. Ma soprattutto l’autrice, anche se ci dice fin dalla prima pagina come finirà questa storia, è abile a chiudere il cerchio dopo il crescendo di sensazioni che ha provocato nel lettore e che rendono questo romanzo così incisivo.

Buona lettura!

Titolo: Meglio l’assenza
Autore: Edurne Portela
Traduttore: Thais Siciliano
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 marzo 2019
Pagine: 286
Prezzo: 19 €
Editore: Lindau


Edurne Portela – ha vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove ha conseguito un dottorato in Letterature ispaniche presso la University of North Carolina. Ha insegnato Letteratura latinoamericana e spagnola presso la Lehigh University (Pennsylvania). Il suo lavoro di ricerca si è incentrato sullo studio della violenza e le sue rappresentazioni nella cultura contemporanea. Ha pubblicato il libro Displaced Memories: the Poetics of Trauma in Argentine Women’s Writings (2009) e vari articoli accademici in cui esamina la relazione tra memoria, testimonianza e produzione letteraria nelle autrici argentine e spagnole che hanno raccontato esperienze di carcere, tortura ed esilio. Negli ultimi anni ha scritto sul conflitto basco in numerosi articoli e in un libro (El eco del los disparos). Dal 2016 risiede a Madrid, dove si dedica completamente alla scrittura, collaborando con quotidiani e periodici.
Il suo libro Meglio l’assenza è stato premiato come migliore opera di narrativa del 2018 dal Gremio de librerías de Madrid.

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Maternità | Sheila Heti

Io ero vecchia, le navi erano già salpate,
avevano preso il largo,
mentre io dovevo ancora arrivare alla spiaggia.
La mia nave non l’avevo neanche trovata.

 

Quando sei piccola e dici che un giorno non vorrai avere figli o che non ti piacciono i bambini sono tutti lì a dirti che un giorno cambierai idea, che nascerà in te l’istinto materno, che a un certa età è normale non sentirlo ma che poi diventerai adulta e donna e inevitabilmente sentirai il desiderio di generare una vita. I più romantici ti dicono che proprio quel desiderio sarà il coronamento del sogno d’amore con tuo marito. E se questo desiderio, una volta che sei cresciuta non lo senti? E se invece non fosse per forza frutto dell’amore per il tuo compagno ma un dovere sociale, quello di sposarsi e procreare? Questi sono pensieri che non abbiamo tutte, ma una buona parte di noi donne ci è arrivata almeno una volta nella vita, e di questi tempi forse ci vergogniamo di meno a parlarne. Non siamo più – anche se in tante resistono – nell’epoca in cui siccome sei donna sei costretta a far figli perché il tuo apparato riproduttivo serve a quello e deve essere usato. E anche per questo in letteratura cominciano a sorgere determinati problemi.

Sheila Heti lo scorso anno ha scritto Motherhood, un libro che è stato pubblicato nel 2019 da Sellerio col titolo Maternità, nella traduzione dell’ottima Martina Testa. È un romanzo che affronta il tema dell’essere madre, ma non – in maniera banale – mettendo al centro della storia una donna che vuole andare contro le regole tacitamente imposte dal genere umano e non figliare, bensì rendendoci partecipi delle riflessioni di una donna che a trentasette anni non riesce a capire, non solo se non vuole un figlio, ma neanche perché si pone questo problema, se, cioè, siano certe sovrastrutture a farla dubitare dei suoi desideri. La protagonista si fa tantissime domande, alcune le affida perfino al giochino dell’I Ching, lancia dadi, verrà fuori un sì o un no.

Miles ha detto che la decisione spetta a me: lui non vuole figli a parte quella che ha già avuto, abbastanza casualmente, quando era giovane, che vive con la madre in un altro paese e passa da noi le feste e metà dell’estate.
Se proprio voglio un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura.

Lei è una donna libera, una scrittrice che ha pubblicato sei libri quando sua cugina ha messo al mondo sei figli, ha un compagno, Miles, che non la spinge verso nessuna decisione anche perché lui una figlia ce l’ha già da una precedente relazione. Ha trentasette anni, appunto, e l’orologio biologico ticchetta, lei continua a rimuginarci e nel frattempo il tempo potrebbe scadere, chi lo sa? Poi potrebbe essere troppo tardi. E se invece – si chiede – questo continuo riflettere fosse un modo per temporeggiare, per far sì che il tempo scada e quindi la decisione, in un certo senso, si prendesse da sola?
Le sue elucubrazioni non sono una strada che ci porta ad abbracciare la tesi della donna libera che può anche non sottostare a leggi non scritte e non regalare al mondo un pargolo. Lei stessa non sa cosa vuole, non vuole dimostrare niente, solo giungere a una soluzione. L’unico modo per riuscirci è guardarsi dentro, scavare dentro di sé, con un supporto o da sola, e rendersi conto di cosa ha dentro.
Alla fine giungerà per forza a una decisione, ma la parte più importante del libro non è quella, non ci sono misteri da svelare. Quello che conquista, che fa innamorare delle parole della Heti, è il modo in cui analizza ogni cosa, in cui dal continuo confronto con gli altri (persone con figli, senza, o che hanno trovato altre strade) riesca a vedere meglio se stessa.

Si dice spesso che avere o meno dei figli è la decisione più grande che uno possa prendere. Sarà anche vero, ma al tempo stesso non significa nulla. Le decisioni avvengono nell’intimo della mente. Non sono azioni. Perché in una vita succedano delle cose, bisogna che partecipino altre persone. Bisogna volerlo. Tutta una serie di cose devono funzionare insieme. La vita stessa deve volerlo. Una decisione mentale è ben poca cosa. Non basta a far nascere i bambini. Se non è una decisione mentale a far nascere i bambini, perché passo così tanto tempo a pensarci?

Ho voluto fortemente leggere Maternità perché ne ho sentito parlare molto e il tema mi ha sempre incuriosito, essendo io una persona che sente molto le “costrizioni invisibili” e le aspettative sociali, e che ne soffre. Questo libro porta a riflettere non solo sulla scelta di voler avere figli o meno, ma in generale sull’essere donna e su tutto ciò che ne deriva, cosa che lo rende interessante e importante non solo per il genere femminile, ma anche per un pubblico maschile. Ogni pagina è fonte di ispirazione e il rischio è quello – e infatti mi è capitato – di sottolineare tutto il libro e spargere appunti qua e là.
Sellerio qui ci ha davvero consegnato una chicca.

Buona lettura!

Titolo: Maternità
Autore: Sheila Heti
Traduttore: Martina Testa
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 21 marzo 2019
Pagine: 290
Prezzo: 16 €
Editore: Sellerio


Sheila Heti – nata a Toronto nel 1976, è autrice di una raccolta di racconti e del romanzo Ticknor, tradotto in diversi paesi. È editor presso la rivista di letteratura The Believer, alla quale contribuisce con interviste ad artisti e scrittori, e scrive sul New York TimesThe London Review of Books e altre testate. Ha collaborato con le artiste Leanne Shapton e Margaux Williamson, con quest’ultima segue The Production Front, un progetto di collaborazione e produzione artistica. Con Sellerio ha pubblicato La presona ideale, come dovrebbe essere? (2013), tra i migliori libri del 2012 per il New Yorker, e Maternità (2019), incluso tra le maggiori opere  dell’anno da testate quali il Times Literary Supplement e il New York Times.

L’ultimo rais di Favignana. Aiace alla spiaggia | Massimiliano Scudeletti

Dopo le polemiche sulla chiusura della storica tonnara di Favignana, a causa della scarsità di pescato (sole 14 tonnellate di tonni, con una richiesta di 100), il 5 luglio è uscito in libreria un volume che vede come protagonista una delle figure più importanti di Favignana stessa, ma di tutta la Sicilia e sì, anche dell’Italia: Gioacchino Cataldo. L’editore Bonfirraro ha pubblicato L’ultimo rais di Favignana. Aiace alla spiaggia di Massimiliano Scudeletti quasi come a voler glorificare una personalità che ha dato così tanto alla sua isola che è quasi diventato una figura mitica. Gioacchino Cataldo è scomparso il 21 luglio del 2018, quando qualche tempo prima era addirittura stato inserito nel Registro Eredità Immateriali (Intangible Cultural Heritage secondo il protocollo Unesco) come “Tesoro umano vivente” per la sua conoscenza della tonnara. Nel romanzo è presente anche un mémoir del giornalista Carlo Ottaviani che sul lavoro di Scudeletti dice: «Queste pagine sono sì un romanzo della vita di un uomo non comune, ma anche la storia di una intera comunità nell’evolversi di più stagioni. Irripetibili e quindi prezioso documento».

Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando iniziamo col dire che rais in arabo e turco significa “capo” e, mentre in epoca ottomana stava ad indicare il capitano di bastimento, nelle tonnare siciliane definisce chi dirige l’organizzazione tecnica e comanda gli uomini addetti alle operazioni di pesca. Normalmente quest’ultimo è un incarico che si è trasmesso di padre in figlio, ma non è sempre stato così. Il rais – Gioacchino Cataldo ne è stato l’ultimo esempio – è una persona che deve essere dotata di grande personalità e autorità, di sensibilità alle condizioni del mare e intraprendenza; è una persona che deve sapere quando è il momento di agire e deve capire rapidamente come farlo. Il raissato è mito, dice qualcuno, e sembra essere proprio così, dato che, senza andare troppo indietro, Cataldo era una persona ammirata da tutti, di grande impatto.

[Fonte: SicilyMag]

Scudeletti però indietro ci va e ci racconta anche chi sono stati gli altri rais fin dal 1941, facendoci vedere anche come, insieme a loro, è cambiata e si è evoluta la storia di un popolo intero per cui la mattanza era fonte di guadagno e che anzi considerava questa pratica un vero e proprio rito. Sono cambiate tante cose negli anni, alla fine sono perfino arrivati i giapponesi a prendersi questi tonni con l’incalzare della moda del sushi e delle nuove tendenze. Ma quella di cui parliamo non è una biografia, Scudeletti fa parlare lo stesso Cataldo e permette a noi lettori di entrare nella sua anima, di vedere cosa deve aver provato vedendo la modernità che travolge il sogno e la tradizione, cosa deve aver significato per una persona come lui essere l’ultimo – senza speranza alcuna che poi un altro gli succedesse – detentore di una saggezza legata al mare. Quando è scomparso la sua Favignana lo ha pianto a lungo, e non solo lei.

Apprezzo moltissimo il lavoro che con questo libro Bonfirraro ha fatto soprattutto per mantenere vivo il legame con la sua terra, la Sicilia, e anzi cercare di portar fuori dai nostri confini d’isola una cultura e una tradizione che forse in altri luoghi sono sconosciute. Confesso che anch’io – anche se non ne ero completamente all’oscuro – non sapevo troppo del raissato, della mattanza o delle cialome, ma mi è servito tanto e credo servirà a molti altri affinché queste leggende, queste figure quasi mitologiche rimangano nella memoria di tutti.

Titolo: L’ultimo rais di Favignana. Aiace alla spiaggia
Autore: Massimiliano Scudeletti
Genere: Romanzo/Biografia
Anno di pubblicazione: 5 luglio 2019
Pagine: 176
Prezzo: 16,90 €
Editore: Bonfirraro


Massimiliano Scudeletti – Dopo gli studi si dedica alla realizzazione di documentari e spot televisivi prima come sceneggiatore, poi come regista. Nel passaggio tra analogico e digitale abbandona l’attività e si ritira a gestire un’agenzia assicurativa che opera prevalentemente nella comunità cinese. Continua a viaggiare nel Sud-Est asiatico. Compiuti i cinquant’anni, decide di lasciare il mondo assicurativo per dedicarsi completamente alla cultura tradizionale cinese e alla scolarizzazione di adulti immigrati. A febbraio 2018 pubblica il suo primo romanzo Little China Girl con protagonista Alessandro Onofri. Little China Girl ha vinto il premio Emotion al Premio letterario città di Cattolica 2019. È stato finalista al premio Tramate con noi di Rai Radio1. Nel giugno 2019 è uscito Dove erano le isole in collaborazione con Paolo Ciampi e Arnaldo Melloni. L’ultimo rais di Favignana, Aiace alla spiaggia è il suo ultimo romanzo.

Di terra, di mare, di cielo | Barbara Cobianchi

Qualche tempo fa tra le proposte di lettura ne ho ricevuta una molto particolare che era il primo romanzo di una casa editrice nata da poco, Biplane Edizioni. Patrizia, Clara e Lara hanno cominciato la loro avventura con Di terra, di mare, di cielo di Barbara Cobianchi, di cui parleremo fra poco, e pubblicheranno scrittori emergenti/esordienti italiani, solo uno straniero (già conosciuto in Italia) nel 2019. Il nome della loro casa editrice, che ricorda il biplano, sta ad indicare che loro la letteratura la intendono come un volo. Ci tengono a sottolineare che non si tratta assolutamente di una EAP e che le loro storie sono “impastate di vita”, sono cibo per la mente,  vogliono far riflettere su argomenti che toccano tutti noi ma senza pesantezza, in modo leggero e godibile.

Ecco che, allora, il 29 aprile è uscito Di terra, di mare, di cielo nella collana Voli a planare. Protagonisti della storia sono innanzitutto Leo e Bart, una coppia omosessuale che ha sempre vissuto e vive a Torino, in un bilocale, da quando Sarg, la loro figlia ormai grande, ha deciso di trasferirsi a Venezia. In una domenica di primavera piomba a casa loro, appeso a un lenzuolo, Saro, a cui offrono ristoro. Nel frattempo arriva a casa anche Sarg e Saro racconta a tutti la propria storia, parla dell’isoletta nel Mediterraneo da cui proviene. Quando Sarg porta il ragazzo in giro per la città Leo e Bart si concedono una cena al ristorante gestito dal libanese Moah, ma ci sarà un imprevisto: Gian, una persona con molti più problemi di quanti lui stesso creda, irrompe nelle loro vite e porta tutti, anche se inconsapevolmente, a fare i conti con se stessi.

Quella di Barbara Cobianchi è una storia in cui in ognuno dei personaggi ci sono sentimenti contrastanti, come l’amore e la paura, che alla fine generano sempre coraggio: quello di Sarg che decide di allontanarsi dalla sua vita di sempre, ma anche di ritornarci; quello di Leo e Bart che si sono innamorati in tempi in cui una coppia omosessuale non era accettata come oggi; quello di Moah che lascia il Libano e intraprende la sua attività a Torino, con le sue spezie e i profumi che gli ricordano casa; quello di Saro che lascia la sua isola, che dai suoi racconti sembra ferma nel tempo, per andare a Torino. E la penna dell’autrice racconta tutto questo con grande leggerezza, a tratti forse un po’ troppa, almeno per chi come me ha una sensibilità più rude (se me la lasciate passare). Comunque, il suo messaggio è chiaro: andare oltre le etichette, liberarsi dagli stereotipi e ampliare i propri orizzonti, cercare la propria dimensione anche quando il resto del mondo sembra remarti contro.

Faccio tantissimi auguri a Biplane per le prossime pubblicazioni e a voi buona lettura!

Titolo: Di terra, di mare, di cielo
Autore: Barbara Cobianchi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 29 aprile 2019
Pagine: 157
Prezzo: 14 €
Editore: Biplane Edizioni


Barbara Cobianchi – Insegnante di liceo e mamma, vive e lavora a Verona dove è nata nel 1977. Dopo la laurea in lettere classiche, ha frequentato la Scuola Holden. Ha mosso i primi passi con la pubblicazione di alcuni racconti nel 2007 nell’antologia Via Stella 42 (Bonaccorso editore), nel 2011 ha pubblicato il romanzo Il Codice Rolloni (L’Autore Libri Firenze) e, negli anni successivi, ha dato il suo contribuito alle antologie “100 storie per quando è troppo tardi” e “100 storie per quando è davvero troppo tardi” (Feltrinelli) e “Piccola antologia di figuracce in 100 parole” (Giulio Perrone Editore).

Jalna | Mazo de la Roche

Il 4 luglio Fazi ha pubblicato il primo volume di una saga canadese che tra gli anni Venti e Cinquanta ebbe un enorme successo: Jalna di Mazo de la Roche, un’autrice che nonostante la sua fama la portasse oltre il confini nazionali, visse sempre molto appartata diventando una figura misteriosa e controversa. I volumi di questa saga dovrebbero essere sedici (l’autrice li scrisse tra il 1927 e il 1958), quindi prepariamoci a questa storia che ci terrà incollati alle pagine per un bel po’ di tempo. Io nel frattempo ho letto il primo – in anteprima, ma purtroppo non sono riuscita a parlane nel giorno dell’uscita – e ve lo voglio raccontare a grandi linee, perché con le saghe è sempre un po’ difficile trattenersi e riuscire a non disseminare spoiler qua e là. Ci sono tantissimi personaggi, ma per fortuna all’inizio troviamo un albero genealogico che ci aiuta a tenere le fila del discorso.

Siamo negli anni Venti, la famiglia Whiteoak ha origini inglesi trapiantata in Canada verso la fine dell’Ottocento ed è proprietaria di una tenuta che è stata chiamata Jalna, in onore della città indiana dove il capitano Philip Whiteoak diversi anni prima ha conosciuto la sua Adeline Court. Oggi Adeline è alla soglia del suo centesimo compleanno e insieme a figli e nipoti non vede l’ora di festeggiarlo, ma la quiete della famiglia viene quasi sconvolta principalmente dai matrimoni di due dei suoi nipoti: quello di Piers con Pheasant (figlia illegittima di Maurice, vicino di casa che una volta era fidanzato con Meg Whiteoak e che l’ha tradita), e quello di Eden con Alayne, una dolce e indipendente americana che lavora nella casa editrice per cui il ragazzo ha pubblicato le sue poesie. Le due nuore sono molto diverse, ma provocheranno dei turbamenti in tutti i membri della famiglia, anche nel più piccolo, Wakefield, che ha una decina d’anni e ama essere viziato.

Anche in questa, come in altre saghe che ci ha proposto Fazi, la storia gira intorno a una grande casa, un luogo che funge da collante per una famiglia che forse, al suo interno, ha tante crepe. La tenuta si identifica nella famiglia che la abita e, viceversa, la famiglia che la abita si identifica nella tenuta: l’una non potrebbe esistere senza l’altra, i Whiteoak sono l’essenza della propria dimora, un luogo chiuso che difficilmente lascia entrare l’estraneo. In questo caso Pheasant e Alayne vengono accolte, ma non con gioia, la prima presentata a matrimonio già avvenuto, l’altra inizialmente con la convinzione che sia ricca e possa portare qualcosa di buono, poi con sospetto. Ma molto tempo prima la stessa cosa era avvenuta con il secondo matrimonio di Philip Whiteoak (non il capostipite, ma il figlio omonimo) con la governante Mary, madre di quattro dei suoi sei figli.
La grande casa è descritta nel dettaglio soprattutto all’arrivo di Alayne, che la vede «come un frutto maturo nella luce dorata, avvolta in un rosso manto di vite vergine, circondata da prati appena rasati». Nella descrizione di quando Philip e Adelina la fecero costruire sembra di trovarsi in un sogno, con quei muri di mattoni rossi, il grande portico di pietra, i camini che sbuffano verso il cielo. E raramente la narrazione si allontana da Jalna, quando succede si ritorna subito “a casa”.

Non mi piacciono i paragoni, quindi non dirò se questa saga abbia dei punti in comune coi più  famosi Cazalet, anche perché, onestamente, non credo che ce ne siano. I personaggi sono diversissimi fra loro, ognuno con un carattere ben definito e anche forte, sono pratici e poco raffinati, e la dimostrazione di ciò è che Eden, con la sua poesia, e Finch, con la sua passione per la musica, vengono considerati dei fannulloni a differenza degli altri che pensano alla terra, alla gestione della tenuta. Spicca fra tutti Renny, il primo nipote di Adeline, che dovrebbe avere circa trentotto anni ed è stato tacitamente proclamato da tutti capofamiglia perché si occupa di mandare avanti la baracca, di dirimere questioni e placare litigi, e di mettere una buona parola per tutti. È proprio Renny, a mio parere, il personaggio più bello e quello che, almeno in questo primo volume di una storia che dovrebbe raccontarci cento anni della famiglia Whiteoak, scopre più cose su se stesso.
Mazo de la Roche alterna momenti di serietà a una grande ironia, lo stile è fluido, i dialoghi si susseguono velocemente, anche se all’inizio forse si parte in maniera un po’ lenta con le avventure e le monellerie di un piccolo Wakefield alle prese con la sua giornata fatta di compiti, bibite e merende. Ma ci si mette poco a entrare nel vivo della storia. Se questa è solo la premessa, l’introduzione, aspettiamo con ansia il prossimo volume delle vicende dei Whiteoak.

Buona lettura!

Titolo: Jalna
Autore: Mazo de la Roche
Traduttore: Sabina terziani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 4 luglio 2019
Pagine: 382
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi


Mazo de la Roche – È stata una delle più importanti e prolifiche scrittrici del ventesimo secolo, un’icona della letteratura canadese. Cresciuta leggendo Lewis Carroll, che ha plasmato la sua immaginazione, divenne famosa a livello internazionale grazie alla pubblicazione di Jalna nel 1927 e fu la prima donna a vincere il prestigioso Atlantic Monthly Prize, che al tempo ammontava a 10.000 dollari. Ma mentre quasi tutti conoscevano i suoi libri, nessuno sapeva nulla della sua vita privata, che rimase sempre avvolta in un fitto mistero. Con l’aumentare della sua popolarità, aumentava anche il suo desiderio di riservatezza, tanto da farle costruire una figura pubblica fittizia. Visse quasi tutta la vita insieme a Caroline Clement, che ufficialmente aveva adottato come sorella, convivenza che allora era chiamata “Boston marriage”. Insieme adottarono due bambini. Una figura tanto misteriosa e controversa da ispirare un film sulla sua vita, The Mystery of Mazo de la Roche.

Così allegre senza nessun motivo | Rossana Campo

Ma a me piace che siete così, un po’ pazze, molto passionali.
Siete allegre, in fondo.

Ah, grazie, dico.
Sì, noi siamo sempre molto allegre, dice Yumiko.
Anche senza nessun motivo, aggiunge Sandra.

 

Patti, Manu, Lily, Alice, Sandra e Yumiko sono sei donne di origini italiane (chi in parte, chi del tutto) che per vari motivi sono finite a vivere a Parigi, una città bellissima che le ha accolte e ha dato loro la possibilità di ricominciare con una nuova esistenza, diversa da quella precedente. In comune hanno il fatto di aver superato i cinquanta e l’amore per la letteratura (e la lettura), motivo – quest’ultimo – per cui periodicamente si riuniscono a casa di Sandra per parlare di un libro letto insieme o presentare alle altre qualche chicca letteraria o qualche roba interessante che abbia sempre, però, a che fare con il mondo femminile e femminista. Non ci sono regole particolari nel loro gruppo letterario, Les Chiennes Savantes (come il romanzo di Virginie Despentes), ma l’assunto di base è che gli argomenti scelti debbano avere qualcosa a che vedere con le storie, le vite e perfino i turbamenti delle sei donne. Donne che sono molto diverse tra loro e che si ritrovano a raccontarsi tra un calice di vino pregiato e un formaggio francese. Perché sì, quando mettono da parte lavoro, mariti, relazioni e patimenti di vario genere decidono di godersela.

Nell’ultimo romanzo di Rossana Campo, Così allegre senza nessun motivo, uscito il 5 giugno per Bompiani, la voce narrante è Patti, che ci racconta le sue amiche e la sua vita, tra i lavori come barista, come aiutante nell’erboristeria di Manu, e relazioni mordi e fuggi con altre donne. Ci presenta Amanda, che verrà invitata a far parte del gruppo di lettura, Lady Sadness, una ragazza che sta sempre seduta al bar da sola a leggere con un’aria un po’ triste, e Linda, che ora si fa chiamare Lola De Angelis, sua grande amica in quella che sembra ormai un’altra vita e che ora ricompare come la famosa scultrice che realizza calchi femminili.

I dialoghi sono fluidi, rapidi, resi in maniera naturalissima senza il ricorso a virgolette o segni d’interpunzione che li introducano o li chiudano, perché la Campo vuole ricreare proprio quell’atmosfera non sempre rilassata ma almeno spensierata di un gruppo di amiche che si conoscono da tempo, si sentono a proprio agio e sono così in confidenza da confrontarsi e tirar fuori la propria interiorità. Risate, ricordi dolorosi di abbandono o di amori finiti, battute, progetti sono al centro di una storia di donne che superati i cinquanta non smettono di sentirsi giovani ma, come accade nell’ordine naturale delle cose, guardano la vita da una prospettiva diversa e danno un significato diverso alle cose. Le relazioni non sono un punto di arrivo, ma qualcosa che arricchisce la vita, l’amore non è quello che fa soffrire ma che deve anzi far stare meglio e far crescere, la sessualità va affrontata in maniera più consapevole e matura.

Alle chiacchiere di Patti e le sue amiche fa da sfondo una città come Parigi, di cui sovente ripercorriamo le strade insieme alla narratrice, scopriamo angoli di paradiso e luoghi anche molto noti. La capitale francese è la città dell’amore? Non lo so, ma a questo gruppo di donne Così allegre senza nessun motivo di certo regala molto calore anche quando c’è la neve.
Vi va di fare quattro chiacchiere fra donne? Ecco il romanzo perfetto.

Buona lettura!

Titolo: Così allegre senza nessun motivo
Autore: Rossana Campo
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 5 giugno 2019
Pagine: 192
Prezzo: 17 €
Editore: Bompiani


Rossana Campo è nata a Genova e vive tra Roma e Parigi. Ha esordito nel 1992 con un romanzo fortunatissimo, In principio erano le mutande, presto di nuovo in libreria per Bompiani (con cui ha pubblicato anche il romanzo per adolescenti Cati). Con Dove troverete un altro padre come il mio ha vinto il Premio Strega Giovani e il Premio Elsa Morante.

Talib, o la curiosità | Bruno Tosatti

«E tu perché hai comprato un elefante denutrito?»
«Perché devo portare una nuvola al drago della palude,
così poi posso sposare la principessa di Babilonia».
«Ed è bella, questa principessa?»
«Bellissima».

 

Talib, o la curiosità è il romanzo d’esordio di Bruno Tosatti (Roma, classe ’87) uscito per Tunué il 6 giugno. Si tratta di una storia particolarissima che vede come protagonista Talib, un lucidatore di pomelli alla corte di Babilonia che si è innamorato della principessa, la figlia del re, il quale però ha detto che la darà in sposa a colui che riuscirà a regalarle un diamante grande come la testa di un toro. Il ragazzo, quindi, parte alla ricerca di questa enorme pietra, ma dato che – come qualcuno gli fa notare – forse è più curioso che innamorato, viene sempre distratto da altri personaggi impegnati anch’essi nella loro ricerca personale di qualcosa: Azad, il meccanico, che cerca il suo golem, l’uomo di ferro; Miralem, un burocrate che cerca i Peruani per far pagare loro le tasse; mercanti sulle nuvole; un saltimbanco che segue un enorme lombrico nella speranza di raggiungere l’Eldorado; degli esploratori a caccia di una salamandra gigante; o ancora un drago. E ognuno di essi ha una propria storia che s’intreccia a quella di Talib, spesso senza concludersi (o meglio, senza concludersi qui).

Sembra che l’atmosfera sia quella tipica delle fiabe, ma sono tanti i generi che Tosatti mescola insieme, uno fra tutti quello scientifico: immagina un mondo costituito da quattro sfere concentriche con caratteristiche diverse (densità, forze di gravità), di cui spiega accuratamente il significato non solo nella nota finale ma anche nelle tantissime note a piè di pagina presenti all’interno del testo. In queste ultime, oltre ai tantissimi chiarimenti sulla struttura delle nuvole, delle sfere o su come i personaggi riescano a dissetarsi bevendo delle piccole meduse espulse da meduse giganti, vengono fornite al lettore spiegazioni su ciò che nella storia di Talib manca. Questa che leggiamo, infatti, ci dice il narratore/Tosatti, è solo la quarta di sette storie che fanno parte di un ciclo – Le sette sere di Babilonia – che un certo Autore ha raccontato nelle sette sere che precedevano il matrimonio della principessa di Babilonia (e che in un certo senso ricorda molto Le mille e una notte). Capita spesso che un personaggio appaia in più sere, motivo per cui spesso alcuni intrecci non vengono sviluppati perché la storia di uno viene approfondita forse in altre sere. Ma in fin dei conti non è questo che importa al lettore, quanto il modo in cui Talib riesca a muoversi in questo mondo sulle nuvole o in cui riesca anche a crescere attraverso la ricerca del diamante.

«Ti avevo detto “stai attento, perché i draghi sono creature ambigue e fanno richieste bizzarre”. E ora guardati: dovevi portare un diamante al re di Babilonia e invece stai andando tra le stelle».
«Può darsi» dice Talib «però –».
«A meno che» prosegue Gaspard «il tuo viaggio non sia guidato dalla curiosità, anziché dal sentimento».
«Ma no» fa Talib un pochino risentito «che dici? Io sono innamorato della principessa sul serio».
«Non ci sarebbe nulla di male» spiega allora Gaspard «la curiosità è l’inclinazione più nobile che l’uomo possegga. Ben più della capacità di amare».

Credo che sia facile perdersi un po’ fra tutte le note (anche se vi si trovano tantissime informazioni interessanti che arricchiscono la storia), si rischia di interrompere la lettura, ma un lettore attento saprà sicuramente destreggiarvisi. Mi sembra una prova narrativa molto interessante, soprattutto per essere un esordio, e colpisce il suo tono semiserio, l’ironia e il divertimento che si celano spesso dietro strutture rigide e spiegazioni pseudoscientifiche.
Talib, o la curiosità, finalista al Premio Calvino, ve lo consiglio se siete amanti del genere fantastico o, almeno, di quelle storie in cui fantastico e reale iniziano a confondersi fino a fondersi del tutto trasportando i lettori in un mondo di fiaba in cui ci si può aspettare di tutto. In questo senso devo confessarvi che fin dall’inizio mi ha ricordato un po’ la letteratura sudamericana. Comunque, oltre a storie fuori dagli schemi, in questo libro ci trovate tanto: citazioni e influenze nascoste, filosofia, mitologia e molto altro. Sta a voi fare attenzione.

Buona lettura!

Titolo: Talib, o la curiosità
Autore: Bruno Tosatti
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 6 giugno 2019
Pagine: 211
Prezzo: 17 €
Editore: Tunué