Avviso di chiamata | Delia Ephron

«Da quando hai l’avviso di chiamata?».
«Da mesi».
«Mesi?».
«Ce l’hanno tutti. Non ti sei accorta che quando chiami
qualcuno non trovi mai occupato?
Il segnale di occupato è praticamente obsoleto.
Dio mio, Eve, ma su quale pianeta vivi?».

 

Per quanto mi riguarda il telefono è uno strumento di cui farei volentieri a meno, detesto sentirlo squillare e non mi piace per niente ricevere o fare telefonate. Faccio un’eccezione per i messaggi, che vedo come una forma di comunicazione più rilassata e meno urgente. Immaginate dunque che prova di coraggio sia stato per me leggere un romanzo quasi completamente basato su gente che si telefona di continuo e che, anzi, usa l’avviso di chiamata per interrompere le telefonate altrui. Sì, perché in Avviso di chiamata, il nuovo libro di Delia Ephron che esce oggi per Fazi, la protagonista Eve Mozell passa moltissimo tempo al telefono coi suoi familiari. Lei ha quarantaquattro anni, vive a Los Angeles e si occupa di organizzare eventi; è sposata, ha un figlio adolescente che le dà qualche preoccupazione (ha anche fatto un piccolo incidente) e un padre ricoverato al reparto di psichiatria geriatrica. Lou è ormai anziano, ma quando era giovane era uno sceneggiatore famoso; la testa non gli ha mai funzionato troppo bene, in più beveva, aveva episodi depressivi o voleva sposare ogni donna che gli si avvicinava. Anche per questo la moglie un giorno se n’è andata, lasciando ad occuparsi di lui Eve e le sue sorelle: Georgia, la maggiore, direttrice di una rivista di moda, e Maddy, la più piccola, che è un’attrice ma viene licenziata dalla soap a cui lavora perché è rimasta incinta.

In questa famiglia fuori dagli schemi, Eve trova spesso – ma non sempre – conforto nelle telefonate con le sue sorelle, con cui si sfoga per i problemi che ha a casa, per quelli che le dà il padre (sembra essere lei ad occuparsene sempre, mentre Georgia e Maddy sono più distanti) e anche per il lavoro. In più c’è anche suo padre che quando gli gira alza la cornetta e la chiama, anche più volte di seguito per dirle sempre la stessa cosa.

Dal film “Avviso di chiamata” (Hanging up), Diane Keaton, Meg Ryan e Lisa Kudrow

La materia per questo romanzo Delia Ephron la trova nella sua famiglia: entrambi i suoi genitori erano sceneggiatori e alcolisti (la madre è morta proprio di cirrosi), ha avuto tre sorelle di cui una più brillante di tutte, con cui la competizione è stata forte. Si tratta proprio di Nora Ephron, famosa sceneggiatrice e regista scomparsa nel 2012, con la quale, tra l’altro, ha lavorato a un adattamento cinematografico di questo romanzo (2000), con Diane Keaton, Meg Ryan, Lisa Kudrow e Walter Matthau. Come accade a Delia nella realtà, anche per Eve (e Maddy) è difficile conciliare l’affetto che prova per Georgia come sorella con quel sentimento di rivalità che in gran parte le trasmette il padre, il quale non fa altro che sottolineare quanto la maggiore delle sue figlie sia in gamba, quanto sia all’apice della carriera, quanto sia una donna di successo. Ma l’autrice racconta quello che potrebbe essere spinoso con grande ironia, rendendo il romanzo anche molto divertente.

Tra un flashback e l’altro, in cui conosciamo eventi passati della famiglia Mozell, per capire anche quelli presenti, il ritmo è spesso scandito dall’arrivo di queste telefonate che interrompono la narrazione oppure la accelerano all’improvviso.
Avviso di chiamata è il racconto di relazioni familiari per nulla semplici, ma spesso problematiche: ognuno sembra completamente assorbito dalla sua vita, ma in fin dei conti riesce sempre ad esserci per gli altri. Fra loro c’è sempre il telefono, strumento allo stesso tempo disturbante e confortante: se la maggior parte delle volte rappresenta una sorta di collante fra persone che vivono anche distanti l’una dall’altra, è anche vero che queste telefonate continue fanno spesso perdere il filo dei ragionamenti o dei dialoghi ai personaggi stessi; anzi, è anche il mezzo attraverso cui entrano nella vita di Eve due personaggi, il dottor Kunundar (l’uomo con cui suo figlio ha fatto un incidente) e sua madre, che avranno una funzione importante nella vicenda.

Buona lettura!

Titolo: Avviso di chiamata
Autore: Delia Ephron
Traduttore: Enrica Budetta
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 20 giugno 2019
Pagine: 334
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


Delia Ephron – Romanziera, sceneggiatrice, drammaturga e giornalista americana, è nata a New York nel 1944. È la sorella della più nota Nora Ephron, con la quale ha collaborato a diversi progetti, fra cui il film C’è posta per te. Fazi Editore ha pubblicato Siracusa nel 2018.

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Il romanzo dell’anno | Giorgio Biferali

E io?
Ma io che ne so io com’è che si vive
in un mondo dove tu non ci sei.

 

È vero che al giorno d’oggi di lettere se ne scrivono poche, men che mai lettere d’amore. Giorgio Biferali, nel suo ultimo romanzo uscito il 23 maggio per La nave di Teseo, Il romanzo dell’anno, ne scrive una lunghissima per raccontarci la storia di due ragazzi innamorati che la vita, con violenza, ha separato ma non del tutto. Nella notte di capodanno fra il 2015 e il 2016, infatti, Niccolò e Livia litigano, lei decide di andarsene via sul suo motorino ma scivola sui sampietrini di Roma e finisce in coma. A giugno lui decide di prendere il computer di Livia e di scriverle tutto quello che pensa, prova e vive mentre lei non c’è, nella speranza che poi lei possa svegliarsi e sapere da questo “romanzo” che cosa è successo quell’anno (da qui il titolo).

Lo sai come si fa a elaborare il lutto secondo quelli che s’imbucano per fare pubblicità ai privati? Bisogna esprimere tutte le emozioni possibili, bisogna come cercare dentro di sé per ritrovarle tutte, le emozioni possibili, una per una, poi bisogna andare al cimitero, per prendere contatto con la realtà delle cose, ringraziare chi non c’è più per tutto quello che ci ha dato quando era in vita e, indovina, cose da pazzi, bisognerebbe scrivergli una lettera.

Niccolò in teoria fa un lavoro allegro, è responsabile del palinsesto per un’emittente televisiva che trasmette sit-com; ha perso entrambi i genitori da diversi anni e vive col fratello più piccolo Tommaso in un appartamento attiguo a quello dei nonni. Di Livia si è innamorato fin dal primo momento in cui l’ha vista, al primo appuntamento, sembra non poter vivere senza di lei e quindi decide di continuare a parlarle anche quando lei non può sentirlo, attraverso una testimonianza scritta degli accadimenti del 2016 e delle sue giornate, nello specifico nei mesi di giugno, luglio, settembre e dicembre. Le racconta così dei giorni in cui Tommaso sparisce, della vittoria di Trump, dell’omicidio di Giulio Regeni, dell’incidente a Tarragona dove sono morte tante ragazze italiane che erano lì in Erasmus, della Brexit, dell terremoto di Amatrice, della vacanza improvvisata che fa coi suoi amici, di quell’amico che si fidanza con una conosciuta su Tinder e tanto altro. Non dimentica niente, men che mai di ricordarle continuamente quanto la ama e quanto gli manchi.

Stare con te è come stare con me stesso quando sono di buon umore.

L’idea per questo libro viene a Biferali forse leggendo Il romanzo di Talbott di Palahniuk o guardando The Big Sick, un film dove lei finisce in coma e lui non si ricorda più come essere felice, ma è quando compra dei taccuini e inizia a segnarsi giorno per giorno gli eventi del 2016 che la storia prende forma e, anzi, è quasi come se si fosse scritta da sola. Ma ne Il romanzo dell’anno c’è tanto altro, c’è tutto quello che all’autore (giovanissimo, classe ’88) è venuto in mente e che ha voluto far dire al suo personaggio. È una lunga lettera molto dolce a tratti ma mai melensa dietro cui si cela una riflessione sul tempo, su come lo passiamo, su quante cose riusciamo a concentrare in quello che abbiamo a disposizione e su quanto in realtà manca nelle nostre giornate. Per Niccolò quello che manca è Livia, tutto il resto passa in secondo piano, tutto il resto lei se lo sta perdendo e chissà se lo scoprirà mai.

Da quando ti ho conosciuto, non mi è mai passata la voglia di raccontarti le cose. Anzi, a volte ho pensato che le cose esistessero proprio per questo, perché io potessi raccontarle a te. E adesso? Come faccio? Nel mondo, per me, ci sei sempre stata tu da una parte, le cose che vedo senza di te e mi viene subito l’istinto di chiamarti o di scriverti per chiederti Amore, posso chiamarti? E poi ci sono tutti gli altri, che mi chiedono come va e come non va, e adesso che è più come non va non me lo chiedono quasi più, gli altri cui rispondo sempre un po’ così, tanto a loro sta bene, li fa sentire tranquilli, gli dico Tutto bene, poi ti racconto. Poi ti racconto, sì, anche se poi non lo faccio mai.

Con una scrittura sicura e semplice, che molto spesso ricorda il parlato come se stessimo assistendo a una conversazione, Biferali ci racconta una storia amara ma da cui traspare molta speranza per il futuro. Gli spunti di riflessione sono tantissimi e li troviamo anche nelle tante domande che Niccolò si appunta per Livia: potresti innamorarti di una persona che non hai mai visto? se sparisse, sapresti ritrovare una persona che ami? l’amore è più forte della paura di morire? è vero che nulla succede per caso?
Ma la parte più sorprendente è sicuramente l’epilogo, di cui per ovvi motivi non vi posso svelare nulla.
Buona lettura!

Titolo: Il romanzo dell’anno
Autore: Giorgio Biferali
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 23 maggio 2019
Pagine: 217
Prezzo: 17 €
Editore: La nave di Teseo


Giorgio Biferali è nato a Roma nel 1988. Ha pubblicato A Roma con Nanni Moretti (2016), una sorta di diario di viaggio scritto insieme a Paolo Di Paolo e tradotto in Francia; il racconto illustrato Italo Calvino. Lo scoiattolo della penna (2017); il suo romanzo d’esordio, L’amore a vent’anni (2018), presentato al Premio Strega. Collabora con quotidiani e riviste culturali, dove si occupa principalmente di cultura pop. Insegna Italiano e Storia in un liceo.

La straniera | Claudia Durastanti

La straniera è un romanzo di Claudia Durastanti pubblicato lo scorso febbraio da La nave di Teseo. Quella che l’autrice racconta è la sua storia familiare, che parte da quando i suoi genitori s’incontrano: la madre dice di aver salvato il padre, e il padre dice di essere stato lui a salvare lei. Sono entrambi non udenti e probabilmente è questa la cosa più importante che li unisce, dato che dopo diversi anni si separano e Claudia e il fratello si trovano in mezzo, a provare a farli andare d’accordo. La narratrice-protagonista è una straniera perché vive viaggiando avanti e indietro dall’America alla Basilicata o con dei soggiorni all’estero, ma è straniera anche la madre con la sua disabilità, anche se prova in tutti i modi a far finta che non ci sia, sono stranieri pure tutti gli altri membri della famiglia. Quella della Durastanti è una storia che si svolge col susseguirsi delle generazioni, e quello che colpisce di più non è tanto la trama quanto lo stile dell’autrice, così ricercato e allo stesso tempo semplice e sicuro di sé, disinvolto – questo è il suo punto forte, a mio parere.
Ve ne ho parlato brevemente perché questa volta ho preferito lasciarvi uno stralcio, in modo che possiate essere voi poi a scoprire la bellezza del romanzo che vi sto consigliando oggi.

Buona lettura!

Viviamo circondati da narrative di salvezza, sia quando siamo molto felici, sia quando non lo siamo. I terapeuti, gli amici, i familiari, chiunque abbiamo incontrato in questi anni ci ha ribadito a lungo cosa era sano e cosa no. Suggestionati, abbiamo cercato sul vocabolario cos’è la co-dipendenza, cos’è la simbiosi, come si affronta la necessaria ricerca dell’autonomia, abbiamo studiato tutta la tassonomia dell’amore secondo il DSM, e la conclusione che ne abbiamo tratto dal DSM è che nessuno dovrebbe mai amarsi, perché non c’è un modo di farlo bene.
È come i licheni che vengono confusi con un organismo solo, ma in realtà sono due: un’alga e un fungo. La simbiosi vegetale viene accolta come un miracolo della natura, quella tra esseri umani come una colpa, o qualcosa di cui vergognarsi, che denuncia uno stato arretrato dell’essere. Abbiamo provato a separarci e contempliamo sempre la fine, lo facciamo dal primo giorno. Da sempre, l’idea della fine aiuta a tenerci insieme, le dedichiamo conversazioni appassionate e di fantascienza, in cui immaginiamo la vita dell’uno senza l’altro.

Titolo: La straniera
Autore: Claudia Durastanti
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: febbraio 2019
Pagine: 285
Prezzo: 18 €
Editore: La nave di Teseo

La misura imperfetta del tempo | Monica Coppola

Quel giorno aveva capito che ci sono cose
che non puoi cambiare, anche se ci provi.
E l’unico modo che hai per sopravvivere
è provare a far finta che non esistano più.

 

La misura imperfetta del tempo è un romanzo di Monica Coppola uscito il 16 maggio, una delle ultime novità della casa editrice torinese Las Vegas edizioni. Le protagoniste sono tre donne di tre generazioni diverse: Mia ha ventidue anni, è cresciuta nella periferia torinese coi nonni materni e lavora in un ipermercato, è una ragazza insicura che sente su di sé la responsabilità del mondo e soprattutto quella di prendersi cura di Zita, la nonna, che invece è una donna vivace, allegra, che a volte si sente un po’ soffocata dalle attenzioni della nipote. Poi c’è Lara, la madre di Mia, che da tanti anni ormai vive a Milano, dove dirige un famoso negozio di intimo e in famiglia si fa sentire o vedere di rado; dopo essersi bruciata con un amore passato, ha deciso di non aprire più il suo cuore a nessuno e passa il suo tempo con uomini conosciuti su app d’incontri, relazioni usa e getta per niente impegnative. Da circa sei mesi però è venuto a mancare Tore, il nonno, padre di Lara, e Mia ha organizzato per Zita, ormai vedova, una gitarella ad Abano, un viaggetto organizzato per coccolarsi un po’. La nonna da quel viaggio torna cambiata, più allegra e svampita, più sicura di sé, ma soprattutto, dopo qualche comportamento strano, rivela di essersi innamorata e di stare con un uomo conosciuto durante la gita. Mia è allarmata, la angustia il pensiero che la nonna stia sostituendo Tore, si preoccupa che ci sia dell’altro sotto e avvisa Lara, che in un primo momento fa spallucce, ma poi sente rinascere il legame familiare e parte per Torino.

Nella loro famiglia ci sono alcuni punti oscuri, verità che non solo il lettore ignora, ma che a quanto pare conosce solo Lara: perché è voluta scappare via da Torino? Chi è il padre di Mia? Tutti le hanno sempre dato della poco di buono, per molti era quella facile, quella che ci stava e che a vent’anni è rimasta incinta di chissà chi e che non aveva nemmeno un istinto materno tale da prendersi cura della bambina che poi è nata. Mia ha sentito molto la mancanza di un padre e della madre, coccolata dai nonni da piccola è poi cresciuta e ha preso coscienza della sua vita; i riccioli che aveva da bambina li ha costretti e fatti avvizzire nei dreads, vive in un appartamento minuscolo in un quartiere orrendo, si accontenta di un lavoro che non le dà niente, vuole avere il controllo su Zita e, come le fa notare il suo migliore amico Andrea, sembra non avere una vita al di fuori di tutto ciò.
Ma, com’è scritto sulla copertina del romanzo, tutto invecchia, tranne la verità, e questa verità verrà finalmente a galla poco prima delle nozze di Zita e Santo.

Adesso hai tutte le pagine della tua storia. Decidi tu come andare avanti.

Mia, Lara e Zita, sono tre figure di donne molto diverse ma dai caratteri ben delineati. Forse Lara è quella che sembra avere più ombre, anche se da qualche flashback si capisce che nel suo passato c’è più di un trauma. Noi non sappiamo fin dall’inizio cosa ha dovuto passare, ma man mano che Monica Coppola procede con la narrazione troviamo vari pezzetti di un puzzle che insieme ai suoi personaggi dobbiamo ricostruire. Lara apparentemente è fredda, interessata solo al suo lavoro, alla sua linea e al suo aspetto, che deve essere sempre impeccabile. Ma perché è diventata così? Che significa quel prurito al collo che la angustia in determinate situazioni? Assomiglia molto al “codice morso” di Mia, quel crampo allo stomaco che sente la ragazza quando avverte di essere in difficoltà. L’autrice è molto brava, anche quando non entra troppo a fondo nella mente delle tre donne, a farci comprendere cosa provano, le descrive nei loro piccoli comportamenti, quasi dei tic, che le caratterizzano e che sono indizi di sentimenti, stati d’animo.

La vita continua, Mia. Anche quando non ne hai voglia. Se resti immobile ti passa sopra, ti schiaccia. Devi andare avanti.

La misura imperfetta del tempo è un romanzo familiare non scontato né banale che procede piano piano, si entra nella storia lentamente e ogni elemento viene introdotto al momento giusto. È anche un’interessante riflessione sul tempo, su come i segreti non finiscano mai in un buco nero ma, anzi, non vengano dimenticati e col passare degli anni possano essere svelati; le verità più a lungo vengono taciute e più diventano pesanti, pesanti al punto tale che sembra che l’universo intero collabori per ritrovare la leggerezza e poter chiudere capitoli aperti da troppi anni. Ma non ci sono solo drammi, la Coppola spesso alleggerisce la storia con grande ironia.
Buona lettura!

Titolo: La misura imperfetta del tempo
Autore: Monica Coppola
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 16 maggio 2019
Pagine: 221
Prezzo: 14 €
Editore: Las Vegas


Monica Coppola è nata nel 1974 a Torino. Ha pubblicato i romanzi Viola, vertigini e vaniglia (BookSalad, 2015) e La misura imperfetta del tempo (Las Vegas edizioni, 2019).
Ha curato l’antologia “Dai un morso a chi vuoi tu” (BookSalad, 2016). Ha scritto racconti per “La Repubblica – L’Espresso” e “Carie”, e collaborato con il blog di “Vanity Fair”. Si occupa di marketing e formazione.

Parole nella polvere | Máirtín Ó Cadhain

Chissà com’è stato il mio funerale.
Non lo saprò finché non arriva il prossimo morto che conosco.
È anche ora che arrivi qualcun altro.

 

Ci troviamo in un cimitero del Connemara, una zona aspra e selvaggia dell’Irlanda dell’ovest, orientativamente a cavallo degli anni Quaranta. In questi luoghi di norma regna il silenzio, o almeno è ciò che chiunque si aspetterebbe. Invece lì c’è un borbottio continuo, un insieme di voci che si accavallano, l’una vuole sovrastare l’altra, ma i vivi non possono sentirle. Sono le voci dei defunti, che si ritrovano tutti insieme sottoterra una volta finita la loro vita sulla Terra. Il problema è che, se da vivi molti non si potevano soffrire l’uno con l’altro, lì sotto è pure peggio, perché sono stati sepolti vicini. Protagonista indiscussa di battibecchi, pettegolezzi e baruffe è Caitríona Pháidín, una donna cocciuta e presuntuosa che sembra essere in lotta col mondo intero: è arrabbiata col prete, con la sorella Nell, con la nuora, con la suocera e chi più ne ha più ne metta. Il suo problema principale è sapere se, dopo averla sepolta, suo figlio Pádraig e gli altri si siano occupati di farle costruire una bella croce in pietra dell’isola da mettere sulla tomba. Perché lei non può saperlo, come nessuno lì sotto può sapere nulla. L’unico modo per venire a conoscenza di ciò che è successo su da quando hanno smesso di vivere è che arrivi un nuovo defunto a portare notizie più fresche, così il loro svago principale diventa contare i giorni ai loro amici e parenti ancora vivi: quella stava già male, chissà quanto le rimane; quell’altro aveva avuto un incidente, magari arriverà presto; quella lì al prossimo parto ci resterà secca.

Questa è la storia che Máirtín Ó Cadhain (che si pronuncia all’incirca Martin O’Cain) ci racconta in Parole nella polvere, un romanzo pubblicato da Lindau nel 2017 che ho comprato lo scorso anno a Una Marina di libri su consiglio dei ragazzi allo stand dell’editore. Qualcuno lo ha definito una sorta di Spoon River irlandese con toni più ironici, ma credo sia più che altro per l’ambientazione e il contesto. Quello che mi affascinava di più, ad essere onesta, è il lavoro che ho scoperto dietro questo libro. Si legge sulla copertina che è il più grande romanzo mai scritto in gaelico, ed è proprio questo il problema principale per cui è stato così difficile che arrivasse al resto del mondo che non conosce il gaelico. In un post sul blog di Lindau, ma anche nell’introduzione e nella nota sulla traduzione alla fine del romanzo, viene spiegato che la traduzione italiana è mediata da tre versioni in inglese – una delle quali realizzata in un PhD in America, a Berkeley; ci hanno lavorato ben quattro persone, ciascuna delle quali ha tradotto la sua parte (ma poteva anche concentrarsi sulle battute di alcuni personaggi in particolare) per poi fare delle revisioni incrociate. Alla fine di questo processo comunque l’opera è passata al vaglio di un ultimo revisore.

Connemara [Fonte: wanderlust.co.uk]

Lo scoglio principale – sia per la traduzione che per la lettura – di questo romanzo è che i dialoghi sono confusi, non si capisce mai chi stia parlando perché non è mai specificato. Questo contribuisce a creare quell’atmosfera di confusione in cui Ó Cadhain vuole immergere i suoi personaggi, ma anche noi lettori. All’inizio non ci viene presentato nessuno dei personaggi, a parte un piccolo elenco all’inizio; dobbiamo considerare ogni battuta come un piccolo pezzetto di un puzzle da ricostruire. Capiremo così perché Caitríona è arrabbiata con tutti, quali sono le questioni di soldi ed eredità su cui tutti litigano, cosa sia successo tra la moglie del maestro e il postino dopo che il maestro è morto, e tante altre cose. È una storia, insomma, che si va componendo man mano che continuiamo la lettura. I dialoghi si trasformano inevitabilmente in litigi, nessuno vuole farsi mettere i piedi in testa, soprattutto Caitríona, tutti vogliono sapere in quale lotto sono stati sepolti, perché ogni lotto ha un prezzo diverso e i soldi spesi da chi li ha sepolti sono un’indicazione di quanto i parenti tenessero a loro.

L’autore, quando qualcuno speculò sulla somiglianza con Spoon River e con un racconto di Dostoevskij, dichiarò di aver assistito di persona a un fatto accaduto realmente nella sua zona qualche anno prima. A quanto sembra, in un cimitero del Connemara, dovevano seppellire una donna, ma i becchini aprirono la fossa sbagliata. Dato che la giornata non era delle migliori, non potevano scavarne un’altra, quindi decisero di mettere comunque lì la donna, ma qualcuno disse che l’avevano posta sopra un’altra donna che in vita era stata una sua nemica. Così, quando qualcuno disse «Santa pace, chissà che cagnara faranno!» nella mente Ó Cadhain s’è accesa la lampadina che lo ha portato a immaginare le baruffe di Caitríona, Nora, Muraed e tutti gli altri, i cui nomi non sono stati tradotti, ma sono stati lasciati nella loro forma originale (anche se immaginiamo che Caitríona sarebbe stata Katherine, Pádraig Patrick, e così via).

Confesso che mi sono divertita molto a leggere Parole nella polvere, nonostante la difficoltà palese di capire ogni volta quale personaggio stia parlando. Man mano che si va avanti nella lettura, però, la personalità di ognuno di loro viene fuori e ci si abitua a distinguere una voce dall’altra.
Buona lettura!

Titolo: Parole nella polvere
Autore: Máirtín Ó Cadhain
Traduttore: Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 383
Prezzo: 26 €
Editore: Lindau


Máirtín Ó Cadhain (1906-1970) è stato uno dei più importanti autori in lingua irlandese del XX secolo. Molto impegnato sul fronte politico, nell’ambito del nazionalismo irlandese e come socialista, promuovendo l’Athghabháil na HÉireann (la riconquista dell’Irlanda) attraverso la cultura gaelica, fece parte dell’Irish Republican Army con Brendan Behan durante la seconda guerra mondiale. Oltre a giocare un ruolo chiave nel rinnovamento della letteratura irlandese contemporanea, scrisse racconti, romanzi e pamphlet di argomento politico o linguistico-politico. Nel corso della sua vita è stato anche giornalista e insegnante di irlandese.
Cré na CilleParole nella polvere, è unanimemente considerato il suo capolavoro.

Il guardiano della collina dei ciliegi | Franco Faggiani

Solo chi chiude tutti i conti con il passato
può riuscire a guardare oltre l’orizzonte
e a perdonare se stesso.

 

Shizo Kanakuri era un ragazzo giapponese nato a Tamana nel 1891. Aveva solo 21 anni quando nel 1912 venne convocato dal suo Paese per partecipare alle olimpiadi di Stoccolma. Era la prima volta che il Giappone portava qualche atleta, e infatti ne portava solo due. Shizo avrebbe partecipato alla maratona, che si sarebbe tenuta il 14 luglio. All’epoca i collegamenti non erano semplici come oggi: Kanakuri partì il 16 maggio in treno da Shinbashi per Tsuruga; da qui si imbarcò per Vladivostok, dove prese la Transiberiana per Mosca; dopo 18 giorni di viaggio, il 2 giugno, arrivò a Stoccolma. Il giorno della gara, il 14 luglio, la temperatura era così alta (circa 32 gradi) che un concorrente perse addirittura la vita, dato che a causa del regolamento non si poteva nemmeno fermare per un ristoro. Shizo non era abituato a tutto quel caldo, e a circa 30 km di percorso (dei 40,2 totali), spossato, vide da lontano una persona in un giardino che gli faceva cenno di avvicinarsi; pensò che, essendo buona la sua posizione, non avrebbe perso molto tempo se fosse andato a bere un po’ d’acqua. Quello spettatore gli offrì un po’ di succo di lampone – secondo altre fonti era succo d’arancia, ma non è importante – lui si sedette un attimo e da quel momento non si seppe più dove fosse finito il maratoneta giapponese. La polizia lo cercò per molto tempo, addirittura in Svezia fu dato per disperso.

Nella realtà Shizo Kanakuri si addormentò sulla poltrona nel giardino dell’uomo che gli aveva offerto ristoro, sparì dalla circolazione per un po’, di sicuro per il disonore (perfino l’imperatore aveva puntato tanto su di lui per dar lustro al Paese), e riapparve qualche anno dopo, quando gareggiò alle olimpiadi del ’20 e del ’24, dove, rispettivamente, arrivò sedicesimo e non classificato (per ritiro). Molti anni dopo un giornalista s’interessò alla storia del maratoneta scomparso, che però era ricomparso, e, dopo essersi fatto raccontare cosa accadde quel 14 luglio, decise, in occasione dei cinquant’anni dei giochi olimpici (quindi nel 1967) di invitarlo a Stoccolma in modo da fargli completare la gara del 1912, riprendendo da dove si era fermato: Kanakuri registrò così il tempo assurdo e incredibile di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi. Nonostante ciò, è considerato il padre della maratona giapponese.

Se questa è la storia reale, Franco Faggiani, nel suo nuovo romanzo che esce proprio oggi per Fazi, Il guardiano della collina dei ciliegi, vola con la fantasia e immagina che la vita di Shizo Kanakuri sia stata diversa e, per certi versi, più interessante e allo stesso tempo riservata. Faggiani ci racconta che il ragazzo, inizialmente confuso anche lui su cosa gli fosse accaduto dopo essersi dissetato, si vergognò così tanto per la delusione data al padre, all’imperatore e a tutto il Giappone, che intraprese un percorso di espiazione prima entrando nella Legione Straniera, dove cambia nome, e poi finendo di nuovo nel suo Paese, ma in un posto dimenticato da tutti. Arriva così in un paesino, dove conosce delle persone che si affezionano a lui e lo assumono come guardiano della collina dei ciliegi, praticamente un bosco di meravigliosi yamazakura, dei quali lui si dovrà prendere cura. Sarà lì che trascorrerà un’enorme parte della sua vita, nascosto e lontano da tutto e da tutti.
La natura offrirà a Shizo moltissimi insegnamenti e soprattutto gli darà moltissimo tempo per riflettere, ma la sua esistenza non sarà fatta solo di serenità, dimenticanza e gioie.

Faggiani, che non conoscevo perché non ho letto La manutenzione dei sensi uscito l’anno scorso sempre per Fazi, è molto abile nella descrizione dei luoghi e allo stesso tempo di fondere atmosfere fisiche e stati d’animo dei personaggi, specialmente del protagonista. Per gran parte della narrazione sembra quasi di trovarsi sulla collina, nella sua piccola dimora o tra quei ciliegi così speciali che sembrano diventare dei giganti buoni, delle divinità da venerare con costanza.

È un ciliegio selvatico delle montagne. Il più resistente al freddo e alla siccità. E anche il più longevo. Il suo tronco può diventare maestoso e salire nel cielo fino a trenta metri; anche lassù in primavera sbocciano i suoi fiori bianchi dai petali di neve. Lo yamazakura, signore, è il gran sacerdote degli alberi.

È tra questi alberi che avviene la vera crescita di Shizo Kanakuri, la sua maturazione spirituale che gli permette di ritrovare se stesso e andare oltre ciò che considera il suo peccato più grande, quello per cui è convinto di dover essere punito. Ma l’isolamento – anche se finalizzato a una redenzione – può diventare una prigione? Può trasformarsi in una punizione? È anche questa la riflessione che il lettore fa, ancor prima che arrivi a farla il protagonista, e che può trasformare nella nostra mente quel luogo di pace in qualcosa da cui bisogna in qualche modo prendere le distanze. In fondo, il cambiamento è alla base della vita di ogni essere umano, ciò che non cambia mai può diventare una condanna all’immobilità.

Fioritura dei ciliegi in Giappone (Fonte: siviaggia.it)

In questo romanzo Faggiani, per l’ambientazione e i personaggi, si avvicina molto a quello stile narrativo giapponese, molto delicato, che fa sembrare sempre tutto leggero, come se la vicenda fosse ambientata in un sogno, che non ha, insomma, quell’esigenza più occidentale di addentrarsi nel pantano dei sentimenti forti e sguazzarci dentro. Ovviamente non del tutto, perché l’autore non fa parte della tradizione letteraria orientale, ma il tentativo è forte e risulta credibile.
Sempre per quanto riguarda l’ambientazione, Faggiani afferma non solo di aver studiato luoghi, abitudini, persone e tradizioni del Giappone e della Svezia, ma di essere stato anche fisicamente a Stoccolma e aver avuto la possibilità di visitare lo stadio olimpico, che oggi è molto simile a com’era nel 1912 – fu inaugurato un mese prima dell’inizio dei Giochi. Sono certa che respirare quell’atmosfera sia stato importante per immedesimarsi in Kanakuri.
Infine, uno spazio importante viene dato alla corsa e al suo significato secondo i giapponesi. Non va considerata solo come una pratica sportiva o un’abitudine salutare, ma in Giappone sembra sia una vera e propria filosofia di vita, qualcosa che permette di rivelare l’essenza dell’essere umano. Di questo ci si accorge soprattutto leggendo la prima parte del romanzo, quella in cui si raccontano i duri allenamenti di Shizo anche (ma non solo) in vista della partecipazione alle olimpiadi: si ha quasi l’impressione che non siano volti a temprare il corpo del ragazzo, ma la sua mente.

Buona lettura!

Titolo: Il guardiano della collina dei ciliegi
Autore: Franco Faggiani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2 maggio 2019
Pagine: 232
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Franco Faggiani vive a Milano e fa il giornalista. Ha lavorato come reporter nelle aree più calde del mondo. Ha scritto manuali sportivi, guide, biografie, ma da sempre alterna alla scrittura lunghe e solitarie esplorazioni in montagna. Con il romanzo La manutenzione dei sensi (Fazi 2018), già tradotto in Olanda, vincitore del Premio Parco Majella, del Premio letterario Città delle Fiaccole e finalista al Premio Cortina 2018 e al premio Wondy 2019, ha ottenuto un grande successo di critica e di pubblico.

Meglio sole che nuvole | Jane Alison

J è una donna ormai matura, con un matrimonio fallito e una sfilza di relazioni andate male alle spalle, che decide di tornare a casa a Miami insieme al suo gatto Buster. Nel residence vicino al mare dove si trasferisce, un posto molto particolare e allo stesso tempo fatiscente (qualcuno manomette di continuo la spa degli uomini, ci sono strani allagamenti in più punti), si porta dietro tutti i suoi pensieri e Ovidio, che la tiene così impegnata nel suo lavoro di traduttrice dal latino tra un bagno nella piscina a clessidra, il pensiero alla madre anziana e una camminata veloce. J è sola, non nel vero senso della parola perché stringe amicizia con alcuni condomini, ha qualche amica che vede o sente ogni tanto e poi si prende cura del suo gatto, così vecchio che ormai deve portare un pannolino; è sola in quanto non accompagnata da un uomo. A lei sembra pesare molto, così dopo la separazione dal marito rifà una rapida carrellata delle sue relazioni passate, ma si rende conto che qualcosa non funziona. È lei che si è chiusa all’amore o sono gli uomini che ha frequentato a non essere abbastanza, ad essere deludenti e a non valerne la pena? Posto che la colpa non sta mai da una parte sola, quando non puoi cambiare lo stato delle cose puoi almeno cambiare il tuo atteggiamento nei confronti del problema.

Ma dare un taglio a cosa di preciso? Questo devo chiedermi.
Non sono stati forse decenni di comico disastro?
Dovrebbe essere una buona cosa dare un taglio a un disastro?

J, che come quasi tutti gli altri personaggi del libro (a parte Buster e Virgil) viene nominata solo con l’iniziale del suo nome, è la protagonista di Meglio sole che nuvole, un romanzo di Jane Alison pubblicato da NN editore nel 2018 con una traduzione di Laura Noulian. Non so se la definizione di “romanzo” sia la più azzeccata, dato che più che altro è una raccolta di pensieri e frammenti di vita della narratrice, pezzetti della sua storia personale che s’incastrano con il lavoro di traduzione di Ovidio, una miscela di riflessioni che prendono spunto dalle storie e dagli stralci del poeta romano – alcuni palesi, altri più nascosti che dobbiamo scovare noi se ne abbiamo gli strumenti. Forse perché J esca dal suo impasse sono necessari la saggezza di Ovidio, i suoi insegnamenti. Forse deve imparare a guardare meglio ciò che ha e a concentrarsi meno su ciò che le manca, ammesso che le manchi davvero.

Miami (Fonte: EF Italia)

Il concetto più importante di questo libro, infatti, sembra essere quello che ci viene in mente lette le prime tre parole del titolo: meglio sole che… male accompagnate (e il titolo non ha nulla a che vedere con l’originale che è Nine Island). J capisce che l’amore che aveva dentro, quello di cui era capace, forse lo ha già dato quasi tutto, che quello che resta può decidere benissimo per conto suo a chi rivolgerlo: al suo gatto, a sua madre, ai pochi amici, a un’anatra che sembra ferita o a ciò che preferisce. Nonostante ci sia sempre qualcuno pronto a dirle (e a dirci – a chi non capita di continuo?) che deve trovarsi un uomo, che la condizione ottimale della vita sia dividerla con qualcuno coinvolto con lei in una relazione intima, s’interroga sul concetto di amore e si rende conto che non c’è bisogno di sentirsi costretti a raggiungere traguardi che secondo gli altri sono naturali. Il traguardo più importante è stare bene con se stessi, raggiungere il proprio equilibrio, meglio soli che mal accompagnati, dunque, e meglio sole che nuvole, così da avere un cielo sereno. E non è affatto una sconfitta, anzi forse è perfino un segno di forza.

Ti amerò per sempre, qualsiasi cosa accada”, mi ha sussurrato mio marito una delle ultime notti insieme, prima che finalmente ci arrendessimo.

E forse questo è sufficiente. È sufficiente avere ricevuto un po’ d’amore, un tempo. Anche se non ha funzionato a lungo. Forse è sufficiente averne ricevuto in passato, e adesso vivere solo con i suoi frammenti, e non c’è proprio niente di male se dedichi l’amore che ancora ti resta a un vecchio gatto o a un’anatra, ai pochi cari amici, a tua madre. Sull’arca non tutti sono in coppia.

Tra capitoli più lunghi e pagine con pensieri e commenti veloci anche di pochissime righe, ho trovato questo libro molto interessante e pieno di spunti di riflessione. Sono quegli stessi pensieri che prima o poi è capitato a molti di fare nella vita, magari in quei momenti di stasi tra le nostre vicende sentimentali. Sembrano quasi degli appunti, quelli di J, che poi magari è Jane, confrontando la sua storia con la bio dell’autrice. Appunti sviluppati piano piano fino a trasformarsi nelle fondamenta di una vita futura. Chi può dirlo?

Buona lettura!

Titolo: Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami
Autore: Jane Alison
Traduttore: Laura Noulian
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 269
Prezzo: 18 €
Editore: NN editore


Jane Alison è nata a Canberra, ma è cresciuta negli Stati Uniti, dove ha studiato Lettere classiche e Scrittura creativa. Ha esordito nel 2001 con il romanzo The Love-Artist, incentrato sulla figura di Ovidio, ed è autrice di romanzi, racconti e saggi apparsi su New York Times, Washington Post, Boston Globe. Dopo aver vissuto in Germania e a Miami, si è trasferita a Charlottesville e insegna Scrittura creativa all’università della Virginia.