Sin rumbo | Eugenio Cambaceres

La nera spirale di fumo, portata dal vento,
si stendeva nel cielo come un immenso velo di crespo da lutto.

 

Ho letto praticamente subito uno dei libri che ho acquistato a Una marina di libri un paio di settimane fa, ovvero Sin rumbo, un romanzo che l’argentino Eugenio Cambaceres ha scritto nel 1885 e che Arkadia editore ha proposto al pubblico italiano lo scorso maggio con una traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfè. Se solitamente le letterature dei paesi del centro e del sud America non mi esaltano, questo libro invece mi è piaciuto molto perché non ci sono quelle atmosfere sognanti e fiabesche che vi si trovano il più delle volte ma, anzi, considerando il periodo in cui è stato scritto, è da inserire nella corrente letteraria del realismo, con elementi di naturalismo. Ne viene fuori la storia reale e concreta di Andrés, un giovane uomo benestante, proprietario di una hacienda agricola e di varie mandrie di animali da allevamento; non gli manca niente, e passa la vita tra un divertimento e l’altro, viaggi e donne. Intreccia una relazione con Donata, la figlia di un suo fidato dipendente, ma la ragazza a un certo punto rimane incinta e lui invece di assumersi le sue responsabilità va a Buenos Aires a fare la bella vita: gioco d’azzardo, donne (anche sposate, da cui derivano scandali) e teatri. Ma è consapevole del fatto che non è questa la vita che ha sempre sognato, e che si sta solo trascinando da un’emozione passeggera all’altra, così, anche a causa dei vari debiti che nel frattempo ha accumulato, decide di tornare a casa e dare un senso alla sua esistenza.

Era forse nello spreco di forze vitali della sua natura, nel suo passato, in quel passato vergognoso di dissolutezza e dissipazione, che basava la sua sciocca presunzione?
Che mete aveva inseguito, che tracce aveva lasciato, che cosa aveva fatto, in tutta la sua vita, di buono, degno, nobile, utile, o quantomeno sensato?

Però per Andrés le cose non sembrano facili, è come se il destino ce l’avesse con lui e non gli perdonasse i suoi errori e il suo errare. Mi ha fatto pensare un po’ ai Malavoglia di Verga e a quella visione pessimistica che permeava il romanzo intero: anche qui, quando il protagonista decide di cambiar vita, di migliorarsi, se in un primo momento qualcosa funziona, poi viene perseguitato dalle disgrazie e gli piomba addosso un senso di ineluttabilità. Per questo è un uomo senza rotta (come recita il titolo nella sua traduzione), è un uomo che odia la vita e a cui non viene perdonato di averla amata per un momento, di aver avuto delle aspirazioni che sono state completamente schiacciate dalla cruda realtà.

Anche il linguaggio e lo stile del romanzo sono figli del loro tempo. C’è una grande ricerca di particolari, un soffermarsi sui dettagli che indica che l’autore dà loro parecchia importanza (nell’enumerazione di animali e piante, soprattutto). Ogni personaggio, poi, si esprime in un registro linguistico differente a seconda della sua estrazione sociale e del luogo in cui vive: se, per esempio, la levatrice che ha fatto partorire Donata parla una lingua umile, rozza e concettualmente piena di pregiudizi e diffidenza nei confronti di chi è più in alto (i medici), nella grande Buenos Aires, che a quel tempo era in piena espansione, si parla di teatri, si canta l’opera, ci si esprime in modo quasi poetico e si fanno discorsi infiorettati. E appunto il teatro – come riconosce Marfè nella postfazione – è metafora della città intera: una farsa, una recita. E nel naturalismo di Zola si indagava, tra le altre cose, proprio su come un determinato contesto sociale potesse influenzare le parole e le azioni dei personaggi.

Nel romanzo di Cambaceres c’è molto di autobiografico, lo spleen (la noia di vivere) di Andrés è la stessa di Eugenio. Anche l’autore viaggiò molto ed ebbe una relazione scandalosa con una donna sposata (fu anche sfidato a un duello che però non fu mai combattuto). La storia di Sin rumbo, che è il suo terzo romanzo, servì a Cambaceres a confrontarsi con la cultura e la letteratura europea, nello specifico quella francese, e a uscire dai confini dell’Argentina, cosa che fecero anche altri autori, riunibili tutti nella generación del ochenta.

Sin rumbo è stato per me una bella scoperta, non conoscevo questa parte della letteratura argentina così vicina a quella europea e a quelle tendenze stilistiche che, lo confesso, amo in particolare. Non è una lettura particolarmente allegra e forse per questo mi è piaciuta, ma non è solo questo il motivo per cui ve ne consiglio la lettura, com’è ovvio che sia. Spero di avervi dato parecchi motivi per leggere questo romanzo.

Buona lettura!

Titolo: Sin rumbo
Autore: Eugenio Cambaceres
Traduttore: Marino Magliani e Luigi Marfè
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: maggio 2018
Pagine: 157
Prezzo: 14,50 €
Editore: Arkadia


Eugenio Cambaceres – Figlio di un chimico francese stabilitosi in Argentina nel 1833 e di una argentina di origini inglesi, Eugenio Cambaceres studiò al Colegio Nacional Central e diventò avvocato, scegliendo presto la politica. Nel 1870 fu eletto deputato e venne nominato segretario del Club del Progreso, di cui più tardi fu anche vicepresidente. Nel 1876 una relazione con una soprano di Buenos Aires, Emma Wizjiak, sfociò in uno scandalo: il marito di lei lo sfidò a duello, ma poi per paura fuggì in Europa prima dello scontro. Negli anni seguenti Cambaceres si allontanò dalla vita  politica, dedicandosi interamente alla letteratura. Viaggiò a lungo in Francia e si legò a un’altra artista, l’italiana Luisa Bacichi, che sposò nel 1887 e dalla quale ebbe una figlia. Cambaceres fu tra gli scrittori della Generación del ochenta, che introdusse in Argentina il naturalismo di Émile Zola. Il suo romanzo più importante, Sin rumbo (1885), non era ancora stato pubblicato in Italia. Tra le altre opere si ricordano Potpourri, silbidos de un vago (1882), Musica sentimental (1884) e En la sangre (1887). Morì di tisi nel 1888 a Buenos Aires, al ritorno da un viaggio in Europa.

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La vita sessuale delle sirene | Andrea Malabaila

Finita Una marina di libri riesco finalmente a riprendere in tranquillità le mie letture e a rimettere mano a questo blog che da un paio di settimane ho trascurato per impegni di vario tipo. Vi state preparando per le vacanze? Che letture pensate di portare con voi? Io me ne sono portate tantissime, molte delle quali prese proprio in occasione della fiera del libro palermitana di cui – contateci – vi parlerò molto presto. Ad ogni modo, oggi vi parlo di un romanzo che ho letto con molto piacere negli ultimi giorni, leggero ma non banale, adatto alle ferie in pieno relax. Si tratta de La vita sessuale delle sirene di Andrea Malabaila, edito da Clown Bianco Edizioni, una piccola realtà editoriale di Ravenna che sto conoscendo proprio in quest’occasione.

Leo e Ilaria sono due torinesi sulla trentina che dopo essere stati insieme circa cinque anni si sono sposati. Lui lavora nella pubblicità, lei si è laureata in psicologia ma essendo una ragazza bellissima ha tante potenzialità in altri campi. Leo è felice, non gli manca niente, sembra che i suoi sogni si stiano realizzando tutti, ma durante i festeggiamenti del matrimonio trova Ilaria nuda in piscina con suo fratello Max. A quel punto tutto sembra andare in fumo, taglia i ponti con la ragazza – con cui però non annullerà mai il matrimonio – e con il fratello, e da lì inizierà una nuova vita. Innanzitutto parte da solo per quel viaggio di nozze in America che doveva fare insieme a Ilaria, si lancia in una serie di avventure che nessuno avrebbe mai immaginato pensando a lui, e anche il suo carattere cambia: piano piano viene fuori la sua parte più tosta, più sicura di sé, se ne va dallo studio per cui lavora e crea una squadra (fortissima) insieme a Ugo, un altro asso del settore pubblicitario, e poi comincia a frequentare i vertici della società torinese. Se per lui tutto sembra andare per il meglio, Ilaria invece perde tutto: Leo, Max, la sua migliore e unica amica, la famiglia, e deve cercarsi un lavoro con cui sopravvivere; finisce a fare la spogliarellista ma un giorno qualcuno la nota e le permette di riemergere.

Leo e Ilaria al loro primo appuntamento si erano detti che sarebbero rimasti insieme per sempre, e in un certo senso è vero che hanno bisogno l’uno dell’altra. Però nei rapporti è sempre difficile capire se si è beccato il momento giusto, se ci si è compresi e lasciati andare fino in fondo. A volte si crede di avere tutto e non ci si rende conto che ancora bisogna crescere per raggiungere determinati traguardi. Forse è così anche per Ilaria e Leonardo, che quando si sposano sono ancora troppo piccoli e hanno bisogno di conoscersi ancora e meglio, ma soprattutto di capire se stessi e di capirsi a vicenda.

Andrea Malabaila racconta una storia di quelle che potrebbero accadere a chiunque e che proprio per questo coinvolge, perché non è astratta e campata in aria. Viene spontaneo al lettore – almeno, a me è successo – chiedersi che cosa avrebbe fatto al posto dei due. E sembra che l’autore sia d’accordo con quella sorta di pregiudizio per cui dopo una rottura la donna prima crolla e poi si rialza, mentre l’uomo inizialmente si mostra forte e poi torna sui suoi passi e si rende conto che anche lui è stato spezzato e ferito nel profondo. È proprio quello che accade a Leo e Ilaria, che acquistano consapevolezza di sé e del mondo che li circonda man mano che vanno avanti (lo definiamo un romanzo di formazione?); si rendono conto che amarsi è difficile, che non tutto è semplice come appare e che la vita non consiste nel raggiungere delle tappe (studiare, lavorare, sposarsi, fare figli…). Spesso si arriva a un punto in cui la nostra esistenza viene stravolta e dobbiamo fare un grande esame di coscienza per capire da dove ripartire, scoprire da che parte trovare la forza necessaria per passare da zero a uno.

Da zero a uno cambia tutto, da uno a due o a cento o a mille cambia molto meno. È così per tutte le esperienze della vita: la prima volta lascia il segno e ti cambia lo status, quelle successive, in confronto, contano poco o nulla. Spesso passare da zero a uno è lungo e complicato, ma una volta che ci riesci è come se venisse aperta una breccia, da cui non si può più tornare indietro e da cui si può ripassare in maniera sempre più semplice, ma allo stesso tempo meno appagante.

Se vi state chiedendo come si riproducono le sirene, Ugo, il collega di Leo ha ben tre teorie, ma dovete leggere il libro per scoprirle.
Buona lettura!

Titolo: La vita sessuale delle sirene
Autore: Andrea Malabaila
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 maggio 2018
Pagine: 258
Prezzo:  17 €
Editore: Clown Bianco Edizioni

In breve | Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini | Olivier Bleys

Ogni volta che si festeggiava una nascita,
un nuovo ributto spuntava dal tronco,
mentre quando moriva un membro della famiglia,
un ramo seccava e cadeva.
Fu soprattutto questo a spingerlo a salvare l’albero.

 

Per mancanza di tempo (sarò  molto impegnata nei prossimi giorni e la settimana prossima ci sarà Una Marina di libri) non riesco a scrivere un post esteso come faccio di solito, ma voglio parlarvi brevemente adesso di questo libro perché probabilmente quando avrò il tempo per farlo sarò già passata avanti e me ne sarò in parte dimenticata. Si tratta di un libro che non mi ha suscitato particolari emozioni, ma è giusto dedicargli due parole, perché non passi totalmente inosservato. Parliamo di Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini di Olivier Bleys.
Siamo nella periferia di Shenyang, in Cina, un posto ormai pieno di ruderi e catapecchie. Lì abita la famiglia Zhang: Wei, il capofamiglia, con la moglie Yun, la figlia adolescente e i suoceri. Oltre ai genitori di lui, ormai morti ma sepolti sotto il sommacco nel loro giardino. La loro casa, malridotta, è di proprietà dell’avaro signor Fen e Wei passa l’intera vita a raccogliere i soldi per poterla finalmente acquistare. Nel frattempo iniziano ad apparire in città manifesti in cui si annuncia un rinnovamento della città, a partire da alcuni scavi che verranno fatti proprio dove abitano Wei e i suoi, per estrarre il terbio, un raro minerale. La famiglia Zhang cercherà di resistere in tutti i modi a questa ondata di modernità, difendendo soprattutto quell’albero così caro a Wei. 

Devo confessare che questa storia non mi ha colpito troppo, l’ho letta velocemente ma senza particolare trasporto. Lo stile dell’autore francese richiama quello orientale dell’ambientazione, una certa spiritualità – legata all’albero – di fondo conferisce al racconto una sorta di atmosfera fiabesca (gente che muore centenaria e millenaria, l’albero che sembra festeggiare le nascite o esaudire i desideri di Wei) che purtroppo non mi ha conquistato. Eppure ero partita con le migliori intenzioni, forse affascinata da una copertina così bella e da un titolo così suggestivo. Probabilmente si tratta anche in questo caso di sensibilità diversa di noi lettori nei confronti di stili e tematiche affrontate dagli autori.

Buona lettura e a presto!

Titolo: Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini
Autore: Olivier Bleys
Traduttore: Tania Spagnoli
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 268
Prezzo: 17 €
Editore: Clichy

La caduta delle consonanti intervocaliche | Cristovão Tezza | #BlogNotesMaggio

Le sottili stratificazioni della realtà che,
come delicate lastre di ghiaccio finissimo, celluloide striata,
riposano sotto l’apparenza sporca e trascurata delle cose
in attesa di un’intelligenza che le interpreti.

 

Arriviamo all’ultima settimana di questo #maggiodeilibri, il cui tema stavolta è “Lingua e identità”. Devo dire che nel mio percorso di studi mi sono dedicata molto alla lingua e al linguaggio, e mi sono appassionata a diverse discipline. A parte le lingue straniere ho studiato materie come linguistica e filologia, materie che non mi hanno solo permesso di sapere molte più cose sui linguaggi, ma che mi hanno proprio cambiato il modo di vedere le parole, gli enunciati e il nostro modo di esprimerci in generale. È come se di punto in bianco vi dessero degli occhiali speciali che vi facciano vedere la realtà con uno zoom molto più potente.
Il libro che ho pensato di leggere e di raccontarvi in questa settimana a qualcosa a che vedere proprio con la filologia, a partire dal titolo, che rappresenta un fenomeno linguistico importante, per arrivare al protagonista, che è un famoso filologo. Parliamo de La caduta delle consonanti intervocaliche (O professor, titolo originale) di Cristovão Tezza, pubblicato da Fazi nel 2016.

Tutto è cominciato quando il “dolor” ha preso a trasformarsi subdolamente in “door” e infine in “dor”: ecco fatto! Un’altra lingua.

La caduta delle consonanti intervocaliche è un fenomeno che accadde tra il X e l’X nel territorio dove sarebbe poi nato il Portogallo e rappresenta il punto in cui la lingua spagnola e quella portoghese si separano definitivamente. È una cosa che interessa moltissimo a Heliseu da Motta e Silva, grande professore di filologia brasiliano, che proprio da lì ha cominciato il suo lavoro. Casualmente è anche il motivo per cui ha conosciuto sua moglie.
La vicenda parte da quando, ormai, in pensione, Heliseu si appresta a ricevere un omaggio dall’Università e a preparare un discorso di ringraziamento, così inizia a fare un percorso a ritroso nella sua mente e a ripercorrere tutta la sua vita: gli anni Sessanta, l’incontro e il matrimonio con Mônica, il figlio Eduardo, un buon lavoro, un ottimo stipendio, la casa, la relazione con la dottoranda francese Therèse, le pubblicazioni, il ritiro a una vita più tranquilla. Sembra che abbia avuto tutto, una vita a cui non è mancato nulla.

Però tra un ricordo e l’altro si fanno strada dubbi, incertezze, piccoli dettagli che fanno capire a Heliseu e a noi che leggiamo i suoi pensieri che forse non è andato tutto liscio come l’olio. Il rapporto con i colleghi non è stato dei migliori, si accorge di aver spesso sentito su di sé il disprezzo, le dicerie sulla sua relazione con la dottoranda; la moglie è sempre stata distante, forse perché anche lui lo era nei suoi confronti, e poi è morta in modo tragico; il figlio se n’è andato lontano, negli Stati Uniti, si è sposato con Andrew e ha adottato una bambina afroamericana. L’unica figura che sembra essergli rimasta vicina è dona Diva, la donna che sbriga le faccende domestiche in casa sua.

Heliseu racconta la propria storia con battute ironiche e sorrisi, con un linguaggio apparentemente allegro e divertente, ma dietro cui si cela un’amarezza profonda, una specie di delusione per tutto ciò che ha e non ha avuto. La vita non consiste nel raggiungere traguardi (avere un lavoro, sposarsi, avere figli, riconoscimenti), bensì nel passare nel miglior modo possibile il tempo che abbiamo a disposizione, e il protagonista si accorge man mano che va avanti col suo racconto che molto gli è mancato e gli manca ancora, alla fine del suo percorso.
Quella di Heliseu da Motta e Silva diventa, quindi, una sorta di confessione, un modo di riconoscere i propri errori, di volersi quasi redimere – a un certo punto pensa di trasferirsi in California e avvicinarsi a quel figlio che ormai gli è estraneo e ha una sua vita. Ma se è vero che è una confessione, la sua vanità è troppo grande, quindi i suoi sbagli li giustifica, tenta sempre di fornire motivazioni valide per ciò che ha fatto. Si accorge di essere rimasto solo, è abbastanza intelligente da capirlo, ma la sua autostima e il suo amor proprio sono così forti da farlo apparire spocchioso e non fargli realizzare che in fondo la sua vita è tutta una sconfitta. «Sto bene», si fa forza alla fine.

Lo stile è particolare, in questo romanzo, considerando che il protagonista è un professore di filologia e studioso di letteratura. La narrazione è spesso inframmezzata da riflessioni linguistiche e citazioni letterarie inserite al punto giusto, e tutto questo, sommato all’intelligenza, alla cultura, all’arguzia e anche al narcisismo della voce narrante, fa sì che ne venga fuori un romanzo colto e ben fatto. Purtroppo devo dire che non mi ha conquistato, nel senso che non me ne sono innamorata, ma è un libro che sono contenta di aver letto e che ho comunque apprezzato.

La caduta delle consonanti intervocaliche è la storia di un uomo che racconta la propria vita illudendosi di aver avuto tutto, ma che sa che così non è. È un romanzo che forse in qualche punto può apparire ostico nella lettura, specialmente per chi non è un appassionato di certe discipline legate allo studio della lingua, ma è comunque godibile.
Buona lettura!

Titolo: La caduta delle consonanti intervocaliche
Autore: Cristovão Tezza
Traduttore: D. Petruccioli
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 237
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


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Un uomo solo | Christopher Isherwood | #BlogNotesMaggio

Sa di me? si domanda George; qualcuno di loro lo sa?
Probabile. Non gli interessa. Non vogliono sapere niente
dei miei sentimenti, o delle mie ghiandole,
o di qualunque altra cosa al di sotto del collo.
Fosse per loro potrei tranquillamente essere una testa recisa,
portata in aula a fargli lezione su un piatto.

 

Continuiamo questo #maggiodeilibri in collaborazione con #BlogNotesMaggio e passiamo alla quinta settimana, il cui tema è “Vogliamo leggere“, un tema su cui possiamo essere un po’ più liberi. Io ho scelto di parlarvi di un libro che volevo leggere da tanto tempo e che sono finalmente riuscita a prendere in mano qualche giorno fa. Nonostante fosse un libro breve ci ho messo diversi giorni a leggerlo, perché è così intenso e così denso che non sono riuscita a fare altrimenti, l’ho assaporato pagina per pagina, quasi parola per parola. E l’ho amato follemente, come amo tutti quei libri che trasudano malinconia, ma forse questo di più.
Anni fa mi era capitato di vedere il film A single man, più per Colin Firth, attore che ammiro tantissimo, che per la storia in sé, che non conoscevo; comunque mi piacque molto. Siccome sono spesso distratta, ho visto dopo un po’ di tempo nel catalogo Adelphi questo libro dalla copertina di un bel blu elegante e ho voluto comprarlo. Non sapendo assolutamente che fossero collegati – anche se leggendolo ho scoperto che il film ha dei dettagli diversi rispetto al romanzo. Me lo sono letto e quindi oggi ve ne parlo.

Un uomo solo è un romanzo di Christopher Isherwood del 1964, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2009, con una traduzione di Dario Villa. Quella raccontata è una giornata qualsiasi di George, un professore inglese che insegna in un college americano. George ha perso in un incidente il suo compagno, il suo grande amore Jim, con cui se ne sono andate via tutte le emozioni del protagonista. Ormai solo in una casa che era troppo piccola per due ma non riesce ad essere grande per un uno solo, George adempie ai suoi doveri, va a fare lezione, in palestra, a fare una visita in ospedale, a cena da un’amica che sente di dover vedere anche se non ne ha molta voglia. Ma c’è una sorta di apatia di fondo, è come se il professore fosse un guscio vuoto a cui è rimasta solo una patina di razionalità, che se ne va in giro da un posto all’altro.

Per cosa vive ormai George? Cos’è che gli dà gioia? Niente, sembra. Forse solo l’ora di lezione agli studenti gli dà l’impressione di essere ancora vivo, quella specie di timore reverenziale che i ragazzi provano nei suoi confronti, non tanto per l’ammirazione che possono avere per lui quanto per il rispetto della sua autorità. Ma quando il tempo è scaduto e la campanella suona l’incanto svanisce, torna a sentirsi un uomo solo in mezzo a gente che non lo capisce, che non sa che cosa lui abbia dentro.

«Vedi, Kenny, ci sono cose che non sai di sapere, finché qualcuno non te le chiede. (…) Qualcuno che ti faccia una domanda ci vuole,» continua George, intenzionalmente «prima che tu possa rispondergli. Ma è raro trovare qualcuno che faccia la domanda giusta. Sono tutti così poco attenti. (…) Essere abbottonato non è una scelta» dice tenendo gli occhi a terra e nel modo più neutro possibile. «Sai, Kenny, mi capita spesso di voler dire, o discutere qualcosa con assoluta franchezza. Non in classe, naturalmente, non funzionerebbe. C’è sempre qualcuno pronto a fraintendere».

Con uno stile elegante e raffinato, Isherwood lascia che Jim e il pensiero della morte siano presenti in ogni riga di ogni pagina, anche quando non vengono esplicitamente menzionati. Questo poi viene reso nel film – che dovrò rivedere – con l’inserimento nella trama di un elemento importante come la pistola. George, rimasto solo, considerato da tutti solo per la sua testa senza che a nessuno interessi ciò che avviene al di sotto di essa, sembra costantemente sul baratro, non ha un vero interesse per nulla, una ragione di vita. L’unica cosa che gli ricorda per un attimo di non essere già morto è una piccola luce rappresentata dall’incontro con un suo studente che si avvicina a lui. Poi il buio.

Terminata la lettura – a proposito: splendida e magistrale la narrazione quasi di tipo scientifico delle ultime due pagine – sembra che ci manchi qualcosa, ma ci restano tutti gli spunti di riflessione che Isherwood dissemina qua e là fra le pagine. Sono le riflessioni di George, ma in fondo sono quelle di ogni essere umano che per un motivo o per un altro abbia gli strumenti per scavare sotto la superficie e inevitabilmente si sente solo in un mondo che non s’impegna a capire chi lui sia.

Dal film “A single man”, 2009, regia di Tom Ford

Posso classificare Un uomo solo come uno dei libri più belli che abbia mai letto, e posso dire tranquillamente che secondo me è un libro perfetto, a cui, cioè, non manca nulla per essere meglio di com’è. Per questo motivo ne consiglio la lettura a tutti coloro che cercano un romanzo intenso e che lasci qualcosa dentro; poco indicato per chi, invece, cerca in un libro uno svago, una distrazione o qualcosa di allegro (qui ce n’è ben poco!).

Buona lettura!

Titolo: Un uomo solo
Autore: Christopher Isherwood
Traduttore: Dario Villa
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1964 (2009 questa edizione)
Pagine: 148
Prezzo: 16 €
Editore: Adelphi


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Carne mia | Roberto Alajmo | #BlogNotesMaggio

– Il problema è che è tuo fratello. Sangue tuo. Carne tua.
– Carne mia un cazzo, con rispetto parlando.

 

Sempre nell’ambito del #maggiodeilibri si sta per concludere la quarta settimana, quella dedicata a questo 2018, anno del patrimonio culturale europeo. Il caso vuole che sempre quest’anno la mia città, Palermo, sia capitale della cultura italiana, per cui l’idea era quella di parlare di un autore palermitano o di un libro ambientato qui (poi spesso le due cose coincidono, perché uno scrittore tante volte sceglie come luogo delle proprie storie quello che conosce meglio, in cui è nato). La mia scelta, quindi, è caduta su Roberto Alajmo, un autore che tutti lodano ma a cui non mi ero mai dedicata; questo era il momento perfetto. Non ho scelto la sua ultima pubblicazione, bensì una del 2016, una storia che si svolge per metà a Palermo e per metà a Murcia, in Spagna. Parliamo di Carne mia, edito da Sellerio.

Siamo negli anni Novanta, Calogero Montana ha una bancarella di frutta e verdura a Borgo Vecchio, un quartiere di Palermo molto particolare, perché pur essendo quasi incastonato nel centro della città, vicino alle vie dove trovi Gucci, Prada, e una borsa ti può costare anche seimila euro, è pieno di problemi e grosse difficoltà. Un giorno però Calogero sparisce all’improvviso, nessuno sa che fine abbia fatto, la moglie Mela e i figli Enzo (un grande piccolo) e Franco (il piccolo grande) non hanno nemmeno una tomba su andare a piangerlo. È una cosa che in questi luoghi accade spesso, quindi nessuno se ne stupisce, nonostante Montana non sembrava fosse coinvolto in chissà quali giri. Mela e Franco portano avanti l’attività, mentre Enzo è un perdigiorno, non si occupa di nulla e, anzi, un giorno si porta a casa Ivana, che presenta come la sua ragazza. Ivana dorme lì il primo giorno, il secondo, il terzo e dopo un mese è ancora là. Nascono malumori in famiglia, allora Enzo sbotta e comunica che lei è incinta e devono andare a vivere altrove, pretende soldi, alcuni li ruba alla madre insieme alla ragazza, e se ne vanno. Fanno un pesante uso di droghe, diventano maneschi e nel frattempo nasce il bambino, chiamato Calò in onore del nonno, ma non è facile farlo vivere in un tale clima.

Enzo e Ivana non si occupano del piccolo, lui arriva a far male a Mela. Franco scopre sulle braccia di Calò dei lividi e non è una cosa che riesce più a tollerare, così, su consiglio del signor Pino, che ha una macelleria nel quartiere (ma è il piccolo boss della zona), “rompe le corna” al fratello e alla cognata. A quel punto bisogna fare qualcosa, e decide di partire con Mela per la Spagna, dove c’è un conoscente che tanti anni prima ha trovato fortuna e adesso ha un’attività di frutta e verdura ben avviata. Lì inizieranno una nuova vita, ma lo spettro del passato è sempre in agguato.

Devo dire che Alajmo, che non conoscevo, mi ha colpito positivamente. La storia risulta immediatamente molto molto forte. Si parla di una famiglia che viene spezzata praticamente subito e nella quale continua a crescere per anni qualcosa di negativo. È una vicenda tipicamente del Sud, come meridionali nessuno dei personaggi si stupisce alla scomparsa di Calogero, tutti sanno che cosa è successo, tutti sanno sempre tutto. I Montana sembrano brave persone, gente semplice che vive con poco inserita in un contesto di regole fatte da altri, in cui un macellaio si mette fuori dalla sua attività a “dare consigli” a chi va a chiedergli o gli sottopone i suoi “problemi”. Franco, soprattutto, è un bravo ragazzo che a un certo punto si rende conto che bisogna estirpare l’erba cattiva perché il resto cresca sano, e compie un gesto ingiustificabile ma lucido secondo una certa mentalità. La molla scatta quando viene fatto del male al bambino, perché non ha alcuna colpa e i bambini non si toccano.

Anni Novanta, Sicilia, Palermo, Borgo Vecchio. Una enclave all’interno della zona più prestigiosa della città. Duecento metri separano Napoleon, negozio di scarpe extralusso, da una sacca di sottosviluppo che si muove su ritmi e regole diversi, tutti propri. Un paesello ritagliato in pieno centro urbano, che resiste alle infiltrazioni della modernità, rinunciando ai benefici dell’integrazione in cambio dell’indipendenza morale e amministrativa.

Da quello che ho letto in giro, Alajmo si è ispirato a un fatto di cronaca letto sul giornale qualche tempo prima. Racconta le vicende di Franco, Enzo, Mela e gli altri in maniera molto semplice, senza perdere mai il filo, senza infarcirla di digressioni, ma restando sempre concentrato sui personaggi e seguendoli di continuo. Il ritmo della narrazione, infatti, è molto rapido, si resta incollati al libro e lo si legge in pochissimo tempo.
Quella che l’autore tratteggia nella prima parte è una parte della città che sembra essere rimasta indietro rispetto al resto. Siamo negli anni Novanta ma è quasi come se il tempo si fosse fermato molto prima in questo quartiere, e la stessa cosa accade quando i personaggi si trasferiscono a Murcia: non trovano la grande Spagna caotica, frenetica, rumorosa, ma sembra quasi che vadano a finire in un paesino tranquillo dove i loro luoghi di riferimento sono il bar vicino casa o la parruccheria dietro l’angolo. Però è un posto normale, Franco ha un lavoro stabile, incontra una brava ragazza, Calò cresce senza conoscere la delinquenza, Mela ritrova la serenità. Anche se portano sempre nel cuore la loro identità.

Certi clienti acquisiti più di recente nemmeno saprebbero delle sue origini, se non ci fosse un leggero accento straniero e quel soprannome che gli hanno appioppato, di cui farebbe volentieri a meno: Sicilia. Nemmeno Siciliano: Sicilia. Non quindi l’abitante di un’isola, ma l’isola stessa, nella sua interezza. Lui è la terra da cui proviene, e deve rassegnarsi perché i soprannomi sono come la carta moschicida: più cerchi di staccarteli di dosso, più ti restano appiccicati.

Lo stile che usa Alajmo è molto particolare e risulta gradevole. Innanzitutto la storia comincia dalla fine, quando Calò ormai quindicenne cammina per una strada di campagna con un ragazzino più piccolo, Kevin, che è il figlio di Franco e della moglie Helena, ungherese. E poi mi è piaciuto molto l’inserimento di alcuni brevissimi capitoli che ricordano le scene veloci di un film, costituiti da brevi frasi i cui soggetti sono i nostri personaggi e che sono dei chiari sunti veloci di quello che succede negli anni e su cui l’autore non vuole soffermarsi più di tanto: Calò che impara a gattonare. Franco che s’iscrive a un corso serale di spagnolo. Mela che si rifiuta di iscriversi al corso serale di spagnolo.

Insomma, io ve lo consiglio. Buona lettura!

Titolo: Carne mia
Autore: Roberto Alajmo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 296
Prezzo:  16 €
Editore: Sellerio


Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, dal 2013 dirige il Teatro Biondo di Palermo. Tra i suoi libri: Notizia del disastro (2001), Cuore di madre (2003), Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo (2004), È stato il figlio (2005), da cui è stato tratto nel 2012 l’omonimo film diretto da Daniele Ciprì, Palermo è una cipolla (2005), L’arte di annacarsi (2010), Carne mia (2016), L’estate del ’78 (2018).


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Un’altra occupazione | Joshua Cohen

A quanto pare aveva fatto un errore di calcolo a pensare
che lasciando Israele avrebbe potuto evitare Israele.

 

Tra una lettura e l’altra (veramente tante in questo periodo) sono riuscita a inserire un libro che mi aveva molto incuriosito quando ho ricevuto la newsletter di Codice. Si tratta di Un’altra occupazione di Joshua Cohen, uscito a fine aprile con una traduzione di Claudia Durastanti. La storia è quella di due ragazzi ebrei che hanno terminato i tre anni del servizio militare obbligatorio in Israele e, come fanno in tanti, hanno pensato di prendersi un anno sabbatico per cambiare aria, esplorare un po’ il mondo e disintossicarsi da un clima di disciplina ferrea. Uno dei due, Yoav, ha un parente della madre che vive a New York, David King, titolare di un’impresa di traslochi, e col suo amico Uri va in America a dare una mano allo zio che comunque è sempre in cerca di ragazzi che non abbiano grandi pretese in quanto a paga.

Il lavoro non era così diverso.
Si trattava sempre di entrare in una casa e perlustrare le stanze piano per piano. Alla ricerca di persone, di beni personali. Far evacuare le persone prima di eliminarne i beni personali.

Yoav e Uri sono convinti che lì sarà diverso, ma si renderanno conto che in fondo non è cambiato molto dalla loro esperienza nell’esercito: buttare giù porte, rubare oggetti, rompere mobili, sfrattare le persone. Qui Cohen inserisce, tra le righe, una riflessione sulla militarizzazione degli sfratti nell’America della crisi economica, ma rende la questione ancora più complicata aggiungendovi il problema dell’essere ebrei negli Stati Uniti, altra cosa per niente facile. Per loro, come per David King, le loro origini rappresentano quasi una sfida per quanto riguarda la vita in America, non riescono mai a sentirsi completamente integrati col resto della popolazione.

In Un’altra occupazione, l’autore però non racconta solo di Yoav, Uri e David King, ma approfondisce le storie di tanti altri personaggi che in un modo o nell’altro gravitano attorno a loro, inserendo anche moltissimi flashback che aiutano, pezzo per pezzo, a ricostruire una sorta di puzzle che alla fine ci porta alla domanda: quello del traslocatore è davvero un’altra occupazione rispetto a quello che abbiamo vissuto nell’esercito in Israele? Ma lo spunto di riflessione non è solo questo, bensì siamo portati a chiederci come, più in generale, chi è abituato a servire l’esercito, a sottostare a ordini e comandi, quasi, direi, a non avere una propria volontà, riesca a sperimentare la libertà. Come si reagisce? Come si fa a capire cosa si può fare e cosa no, soprattutto in un paese totalmente diverso dal tuo?

Alcuni ragazzi ci andavano giù pesante, irrompevano nelle case degli sconosciuti, smantellavano i mobili, portavano via i mobili, rompevano oggetti a caso per sbaglio, e anche non per sbaglio, facevano dei furtarelli insignificanti per caso, e anche non per caso, o sempre in maniera superficiale, scorticando i linoleum, lasciando tutto vuoto, lasciando tutto un casino: chi avrebbe detto che la vita sotto l’esercito lo avrebbe preparato per fare traslochi?
Il che significava che fare traslochi era… cosa? Un dovere? Una vocazione superiore? Un lavoro? Un’altra occupazione?

Cohen ha uno stile giovane, fresco e scorrevole, ma devo confessarvi che – per quanto giudichi positivamente il libro – non sono riuscita ad appassionarmi troppo alla lettura. Probabilmente è a causa dei tanti approfondimenti sui personaggi o per i flashback sparsi qua e là che, nei fatti, mi hanno un po’ fatto confondere e a volte fatto perdere il filo del discorso. Detto questo, è un libro che non può essere letto se non con molta attenzione, perché si rischia di non cogliere i collegamenti o, ad esempio, le similitudini tra le esperienze dei due ragazzi come soldati e traslocatori.

Buona lettura!

Titolo: Un’altra occupazione
Autore: Joshua Cohen
Traduttore: Claudia Durastanti
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 256
Prezzo: 18 €
Editore: Codice