La bambina di un milione di anni | Lorenzo Vargas

La vita può combattere unita
solo contro il proprio opposto.

 

La bambina di un milione di anni è un romanzo di Lorenzo Vargas uscito per Las Vegas edizioni il 12 marzo. Ve ne parlo adesso perché, come sta succedendo a tantissimi, per ora sto avendo qualche difficoltà nella lettura, mancanza di concentrazione più che altro. Il libro, comunque, anche se molte librerie sono chiuse per ovvi motivi è acquistabile in digitale su tutti gli store online o in cartaceo da chi può ancora fare le spedizioni o le consegne a domicilio (informatevi e vedrete che qualcosa si trova). Sosteniamo dunque la letteratura, gli editori e i librai che nonostante tutto provano ad assicurarci questo servizio seguendo le norme di sicurezza.

Ci troviamo a Montebasso, un tranquillo paesino di circa tremila abitanti, uno di quei classici posti in cui pensi che non potrebbe mai accadere nulla. Ma è proprio lì che vivono sotto mentite spoglie l’Eroe e il Necromante, due entità che incarnano l’Ordine e la Distruzione. Il primo vive nel corpo di Gabriela, una bambina di otto anni; l’altro ha l’aspetto di Neri, l’uomo lungo, il vecchio e cupo guardiano di un cimitero. Certo, per tutti gli abitanti del paese è molto strano vedere una bambina così piccola che passa molto tempo con il custode del cimitero, ma alla fine sembrano non badarci molto; i due sembrano molto amici, trascorrono parte delle giornate a ricordare i tempi passati. Ma i nodi vengono sempre al pettine, prima o poi, e il conflitto fra i migranti rifugiatisi nel centro storico e gli abitanti di Montebasso che vogliono riprendersi il territorio rischia di degenerare in qualcosa che scombussolerà tutto il paese. L’Ordine e la Distruzione, ancora una volta.

Con uno stile ironico e un linguaggio spesso antiquato (adattissimo a descrivere le vicende di personaggi di migliaia di anni, comunque) Vargas ci fa notare quanto possano essere piccole le preoccupazioni di tutti i giorni di fronte a cose più grandi di noi come l’Ordine e la Distruzione, il Bene e il Male che si fronteggiano da migliaia di anni. Da sempre. Gabriela e Neri, tra una chiacchiera e l’altra, a volte insieme all’anima di qualche donna morta da tempo che sa preparare i biscotti, assistono all’eterno ripetersi degli stessi conflitti, al continuo ripresentarsi degli stessi problemi, ben sapendo come si evolveranno e dove andranno a parare. L’essere umano ha un limite? Non impara dai propri errori? Non riesce a superarli e andare oltre? Questa potrebbe essere una delle tante chiavi di lettura rintracciabili nel testo. Io credo ce ne siano altre, ma sta al lettore trovarle, ognuno con la propria sensibilità e intuizione.

La bambina di un milione di anni è una storia interessante e intelligente camuffata da vicenda ironica e paradossale, bisogna scavare sotto i battibecchi fra Daria e Claudio (i genitori di Gabriela) e le angherie di Dante per carpirne l’essenza. E forse Marcello, il fratello della ragazzina, non è troppo lontano dal vero quando sospetta che lei sia una rettiliana: di sicuro qualcosa di strano c’è.

Buona lettura!

[Vi ricordo che in questi giorni Las Vegas edizioni sta mettendo a disposizione gratuitamente ogni giorno un ebook dal proprio catalogo. Ci sono tante, tante cose interessanti. Seguiteli su Facebook o su Instagram, ve li racconteranno anche.]

Titolo: La bambina di un milione di anni
Autore: Lorenzo Vargas
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 12 marzo 2020
Pagine: 156
Prezzo: 14 €
Editore: Las Vegas edizioni


Lorenzo Vargas – è nato a Roma nel 1991 e vive a Macerata. Dopo essere stato finalista al talent di Rai3 “Masterpiece”, ha esordito con “Pierre non esiste” (Bompiani, 2015). Per Las Vegas ha pubblicato anche il romanzo “Una più del Diavolo” (2017).

Sommersione | Sandro Frizziero

Fai fatica a immaginare il mondo senza di te,
quando non ci sarai più;
così pensi di poter sopravvivere, di sopravvivere a ogni cosa,
perché sei impastato con l’odio, e l’odio rende immortali,
secondo la logica dell’inculare o dell’essere inculati,
l’unica che conosci.
Sopravvivrai per scontare il senso di colpa che ogni giorno ti logora.
Per scontare tutta la tua pena.

 

Un paio di giorni fa è uscito Sommersione, il nuovo romanzo di Sandro Frizziero pubblicato da Fazi. Purtroppo ci troviamo in un periodo un po’ difficile in cui, oltre a tutti i disagi del caso, anche le librerie sono chiuse ed è giusto dedicare un pensiero a tutti gli autori che sono usciti coi loro libri questa settimana, com’era previsto, e non sono riusciti a posticipare nulla. Come saprete, molti altri hanno avuto il tempo di far slittare le pubblicazioni sperando in tempi migliori in cui poter fare presentazioni e tutto quanto. Per cui – come consigliava anche Michele Vaccari – parliamone, parliamone più che possiamo e acquistiamoli, in digitale per chi legge gli ebook o sulle piattaforme che consentono la consegna a domicilio, oppure, ancora meglio, segniamoci i titoli e andiamoli a comprare quando la nostra libreria di fiducia finalmente riaprirà.
Fatta questa premessa (ho anche altre novità di cui parlarvi, uscite in questo periodo sfortunato) vi racconto un po’ di questo libro di cui per diversi motivi – l’ansia del momento, una traduzione che mi è stata affidata la settimana scorsa, varie ed eventuali – non sono riuscita a parlare il giorno dell’uscita.

Ci troviamo in un’isola lagunare, l’Isola (una Venezia sotto mentite spoglie), un luogo che sembra quasi fuori dal tempo perché tutti i giovani sono andati altrove, a cercare maggiori opportunità in centri più grandi, e per le strade si incontrano sempre le stesse facce, ormai anziane. Uno di questi è il protagonista, un pescatore non più in attività, un ottantenne che tutti detestano e che è praticamente rimasto solo. Le sue giornate sono scandite dai ricordi, quelli belli di quando solcava il mare a faceva ciò che più amava fare, e quelli brutti, molti di più, legati a tutto ciò che nella vita gli è mancato o che lui stesso ha rovinato. Lui è un uomo che non ha mai detto una parola gentile alla moglie Cinzia, la considerava una sguattera, la picchiava, e lei stava zitta e nascondeva i lividi; ora che non c’è più forse gli manca. Disprezza persino la figlia, il parroco che dall’altro della sua morale cristiana giudica tutto, la vicina di casa con quella cagnetta che non fa altro che abbaiare e che lui non riesce più a sopportare. È un uomo che tanti anni prima, quando gli piaceva la Marina, per comportarsi da uomo, per farle sentire com’è un vero uomo che si prende la donna che vuole, se l’è presa con la forza e nemmeno se ne è reso conto, perché quella per lui era la normalità.

Tu non puoi lasciare l’Isola, lo sai bene. È il prezzo da pagare per il male che hai fatto. Questa sottile striscia di terra che emerge a malapena dalle acque per te è un penitenziario, un carcere di massima sicurezza.

Ora che è solo, vecchio e in un posto così piccolo e chiuso al resto del mondo, la punizione per questa vita così orribile sono proprio quei ricordi che gli corrodono le viscere. La solitudine, l’odio da parte degli altri fanno sì che il pescatore si identifichi esattamente con l’isola in cui vive: lui stesso è un’isola, lui stesso è chiuso, non riesce ad avere rapporti con nessuno. Non è una vita la sua, è come se fosse sepolto vivo, bloccato nell’inferno che si è creato da solo.
Frizziero tutto questo lo narra utilizzando la seconda persona singolare. Se da un lato sembra che il protagonista stia parlando con se stesso, dall’altro viene in mente che ci sia qualcun altro che gli rinfacci tutto quello che di terribile ha commesso nella vita. Ed è un racconto doloroso, crudo e sincero, che penetra nel cuore del lettore e che a un certo punto suscita anche compassione. Quelli che ci ripugnano sono i suoi istinti primitivi, la repulsione che ha nei confronti di tutti e che tutti gli ricambiano, la cattiveria, la sua miseria. Ma ecco che l’autore, tra tutti questi ricordi e rimproveri, ci narra quella che Tiziano Scarpa definisce la sua giornata definitiva, quella in cui prenderà una decisione che sorprenderà tutti, anche noi.

Dopo una vita al mare, al mare devi tornare.

Come può un uomo che ha sempre vissuto a contatto col mare vivere lontano da quel mare? È ciò che ci chiediamo leggendo questo romanzo così intenso e forte. Ma forse questo mare lo ha già inghiottito da tantissimo tempo facendolo affogare nel suo stesso male di vivere.
Buona lettura!

Titolo: Sommersione
Autore: Sandro Frizziero
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 12 marzo 2020
Pagine: 189
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Sandro Frizziero – È nato a Chioggia nel 1987 e insegna Lettere negli istituti superiori della sua città. Per Fazi Editore, nel 2018, ha pubblicato Confessioni di un NEET, finalista al Premio John Fante 2019.

La grande stagione | Paolo Ruggiero

Mentre quelli della mia età escono lentamente di scena,
chi se la gode ora,
chi addenta la grande stagione?

 

Livio è un ragazzo friulano di circa trent’anni che ha studiato e si è laureato a Bologna. Arriva per lui il momento di cercare lavoro e oltre che nella città d’adozione prova a dare un’occhiata a Milano, la metropoli dove si concentrano le speranze di molti giovani nella sua situazione. Qualcosa però non lo convince, è troppo caotica, sente di non volerci stare. Fortunatamente è proprio a Bologna che gli viene offerto un contratto di sei mesi in un’agenzia pubblicitaria che si occupa di depliant turistici. Quella di Bologna è la succursale italiana di un’agenzia francese, che ha sede a Parigi, ed è proprio nella capitale francese che Livio verrà trasferito per un altro periodo di sei mesi. Lì la vita sarà diversa, le ragazze sono apparentemente più fredde e altezzose, le giornate scorrono secondo un altro orologio. E soprattutto lì è da solo, non ci sono i suoi amici che ha lasciato in Italia e coi quali ha scambi anche molto lunghi di email. Ma il contratto non gli verrà rinnovato e dovrà tornare indietro. Per poi fare un viaggio a K, una piccolissima isola nell’Egeo dove si sentirà finalmente pervaso da tante nuove consapevolezze.

Questa in soldoni è la storia che racconta Paolo Ruggiero ne La grande stagione, un romanzo uscito il 16 gennaio per Castelvecchi. Il protagonista è un ragazzo dei nostri tempi, uno che di certezze ne ha poche in qualsiasi campo e cerca di afferrare ciò che gli capita a tiro. Si trascina da un rapporto occasionale all’altro per soddisfare dei bisogni, ma sembra tutto così precario che nemmeno gli interessa costruire qualcosa con nessuna delle ragazze che incontra. Non sta mai troppo fermo nello stesso posto, è sempre in viaggio: il Friuli, Bologna, Parigi, Barcellona, Milano, l’isoletta di K (di cui non ci dice mai il nome completo). E tutti questi luoghi sono descritti molto dettagliatamente, sembra quasi di trovarsi nella moderna Parigi o nella festosa Barcellona con i drink sulla spiaggia, o ancora nell’isoletta greca dove Livio veste di lino. Quella stessa isola dov’era stato nel suo viaggio della maturità.

Ma il nodo più importante del romanzo, quello che Livio deve sciogliere, è la morte del padre, avvenuta circa vent’anni prima. L’uomo era un pilota professionista, uno di quelli che si lanciano in acrobazie coi velivoli. Non si è mai capito cosa sia successo quel giorno, se un guasto improvviso a quel Pitts che già di per sé non era un biplano troppo affidabile, una disattenzione del pilota oppure qualcosa fuori posto. Come quel rullino che gli consegna una donna che ha risposto al suo annuncio per una richiesta d’aiuto da parte di chi avesse in qualche modo assistito all’incidente o ne sapesse qualcosa. Un rullino che potrebbe contenere qualcosa di interessante al suo interno, delle fotografie scattate da quel padre che evidentemente gli ha trasmesso la passione.

Da lettrice ho avvertito un senso di spaesamento seguendo il vagabondare di Livio da un posto all’altro e da una donna all’altra, questo non fermarsi mai e non volere o non riuscire a mettere radici mi hanno un po’ mandata in confusione.
Ma qual è la grande stagione? Quella universitaria da lui il protagonista è uscito? Quella tra Bologna e Parigi coi primi incarichi di lavoro? O ancora quella che verrà dopo e che porterà più certezze? Questa è la domanda principale che sorge dopo la lettura, una domanda a cui dobbiamo essere noi lettori a trovare una risposta.

Titolo: La grande stagione
Autore: Paolo Ruggiero
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 16 gennaio 2020
Pagine: 313
Prezzo: 19,50 €
Editore: Castelvecchi

Aria di novità (Figlie di una nuova era vol. 3) | Carmen Korn

La vita procede per vie contorte e vicoli ciechi,
e spesso i tesori più preziosi
li troviamo lungo una strada diversa
da quella che avevamo deciso di imboccare.

 

Esce ufficialmente oggi Aria di novità, il terzo e ultimo volume della saga di Carmen Korn iniziata con Figlie di una nuova era (il secondo volume è stato È tempo di ricominciare). Ho amato moltissimo la trilogia tedesca pubblicata da Fazi nella traduzione di Manuela Francescon, l’ho trovata davvero appassionante e sono sicura che i suoi personaggi mi mancheranno. Avevamo conosciuto le quattro protagoniste, Henny, Käthe, Ida e Lina, alla fine della Prima Guerra mondiale, quando erano impegnate a ricostruire la loro Amburgo cercando di tornare alla normalità; le abbiamo viste affrontare anche il secondo grande conflitto, i campi di concentramento, la perdita dei propri cari, i bombardamenti; le abbiamo seguite nel tempo delle innovazioni, quando è arrivata la TV, quando l’uomo è sbarcato sulla Luna o è stata inventata la pillola anticoncezionale. Abbiamo visto queste quattro ragazze nate intorno al 1900 (anno più, anno meno) perdersi, ritrovarsi, ricostruire la vita dalle macerie, ma quello che è rimasto sempre saldo è stato il forte legame che c’era fra loro.

La famiglia è la cosa migliore che possa capitarti nella vita.

Non solo loro, però, ma anche tra le loro famiglie. Perché in Aria di novità la storia inizia nel 1970 per concludersi nella notte di Capodanno che porta tutti nel 2000. Hanno ormai una settantina d’anni, si apprestano a invecchiare immerse nel calore che danno loro i propri cari. C’è chi ha figli e nipoti o addirittura bisnipoti, chi è sempre in viaggio per lavoro e s’innamora di un attore “bloccato” in una Berlino ancora divisa che vedrà la libertà solo nell’89, chi non si arrende al tempo che passa e purtroppo soccombe, e chi addirittura si fa arrestare per aver creduto nei propri ideali. Se Henny, Käthe, Ida e Lina sono ormai anziane, il loro vecchio legame sembra ricrearsi tra Florentine (la figlia di Ida), Katja (figlia di Marike e nipote di Henny) e Ruth (la figlia adottiva di Käthe). Sono le ragazze delle nuove generazioni, ma c’è qualcosa di invisibile e impalpabile che le avvolge, il legame delle loro nonne e madri che dura nel tempo.

«Restiamo sempre unite, qualunque cosa succeda», dissero in coro Florentine e Katja. La loro amicizia viveva.

Da sfondo alle loro vicende fanno i grandi eventi degli ultimi trent’anni del Novecento: la Guerra del Vietnam, la Germania divisa, il terrorismo di estrema sinistra, la scoperta dell’Aids, il crollo del muro di Berlino e tanto altro. Arriva il telefono senza fili, diventa possibile analizzare il DNA (Florentine non sapeva se il figlio fosse di Alex o Robert), ci sono sviluppi in campo tecnologico anche nella medicina e nelle radio, e nuovi generi musicali sostituiscono i vecchi: se Else, la madre di Henny, ascoltava le vecchie canzoncine tedesche, adesso le ragazzine si chiudono in cameretta con i Backstreet Boys ad alto volume.
Moltissime cose cambieranno e molte saranno le perdite per i nostri personaggi. Sono quasi tutti ormai anziani e il tempo non è mai clemente. Viene da pensare, però, che tutti loro lasceranno qualcosa nelle generazioni successive, un sentimento che non andrà perso mai, ognuno di loro rivive in diversi modi in chi verrà dopo: Konstantin che decide di diventare medico come sua madre Marike e come il nonno Theo, Florentine che, chiusa la carriera di modella, apre una pensioncina per artisti come tantissimi anni prima aveva fatto la vecchia Guste.

Amburgo

Anche in questo ultimo volume della saga della Korn assistiamo alle vicende dei personaggi di volta in volta da un punto di vista diverso, e questo ci dà l’idea di seguirli tutti contemporaneamente. Adesso, di certo, mancheranno molto a tutti i lettori. Questa saga, che ci ha raccontato non solo la storia di quattro famiglie ma anche quella della Germania lungo tutto il Novecento, è stata davvero coinvolgente e ve la consiglio molto se cercate qualcosa che vi tenga incollati alle pagine e vi faccia dimenticare del tempo che passa.

Buona lettura!

Titolo: Aria di novità
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon
Genere: Romanzo
Data di pubblicazione: 2 marzo 2020
Pagine: 528
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Senza | Massimo Cracco

I pezzi deboli sprofondano nelle loro nature,
quelli forti galleggiano inalandole;
la battaglia quotidiana è fatta di fiutate reciproche,
l’alfiere mangia la pedina solo se le annusa addosso la paura.

 

Chloe Jennings-White

Esiste un disturbo psichico chiamato BIID (Body Integrity Identity Disorder) che ricorda lontanamente la disforia di genere, ma che non ha nulla a che vedere con i caratteri sessuali dell’individuo. Le due condizioni psicologiche hanno in comune il fatto che la persona non si riconosce nel corpo in cui vive, si sente in trappola in un corpo che non sente e non vede come suo. Nel BIID il disagio è legato all’integrità fisica e al fatto che l’individuo invece sente che il corpo che desidera è amputato, menomato, quindi moltissime delle persone che ne soffrono si provocano incidenti per farsi male e tagliar via quelle parti che non vogliono. Più o meno celebre è il caso di Chloe Jennings-White, una ricercatrice dell’università di Cambridge che vorrebbe vivere la vita in carrozzina e dichiara che questo desiderio le è nato quando aveva quattro anni e ha visto la zia che usava le stampelle. Ha cercato ripetutamente di farsi male per provocarsi l’handicap ma non ci è riuscita; nel 2010 si è messa in contatto con un medico che avrebbe potuto provocarle la rescissione dei nervi sciatico e femorale, ma non ha potuto effettuare l’operazione perché troppo costosa. L’unica cosa che ha potuto fare è continuare a vivere la sua vita sulla sedia a rotelle anche se non ne ha bisogno.

Da queste premesse parte Senza, il romanzo di Massimo Cracco uscito il 6 febbraio per Autori Riuniti. Il protagonista, Paolo, viene a sapere da piccolo della storia di Chloe Jennings e decide che anche lui vuole vivere senza le gambe. Cerca di farsi male, finisce anche in ospedale, ma le gambe continuano a funzionargli, quindi molto spesso le lega con delle fasce e si sposta sulla sedia a rotelle non usandole. Non ha altri interessi nella vita, la madre muore, il fratello rincorre una normale carriera e il padre a un certo punto si stanca di mantenerlo, quindi prima lo spinge a cercarsi un lavoro, poi lo lascia a vivere da solo e alla fine vende anche la casa. Paolo è attratto dall’handicap, è il sogno della sua vita, quando si intrattiene con Cristina lega le gambe anche a lei, ma purtroppo la donna ha un carattere molto debole e pensa che lui lo faccia perché i suoi arti inferiori sono brutti, così dopo una liposuzione andata male si suicida. Ovviamente le indagini si concentrano, fra gli altri, su Paolo che potrebbe averla spinta al tragico atto. Ma il protagonista si trova sommerso da altre magagne, perché finisce in mezzo alle indagini per un rogo in una discoteca da parte di un’organizzazione neonazista in cui sono coinvolti il fratello e il compagno della sua ex fidanzata e vicina di casa, Francesca: nella sua cantina hanno trovato un plico in cui si progettava un’aggressione a un prete.

Vorrei starmene per i fatti miei, bruciare la tv, sono una membrana trasparente incapace di accettare il male che mi passa come un batterio, non ho anticorpi, ogni giorno la televisione racconta che qualcuno si è trasformato in un perdente, i miei compagni di scuola si allenano a vincere, io non voglio entrare in nessun gioco regolato da sconfitte e da vittorie, non sono adatto, la mia ripugnanza per le forme di agonismo mi esclude.

A noi che non soffriamo di questa condizione psicologica così particolare tutta questa storia risulta per forza disturbante; la vicenda di un uomo che rifiuta una parte del suo corpo al punto da volersela fare amputare appare inaccettabile a noi come alla maggior parte dei personaggi del libro. I genitori di Paolo, quando è piccolo, pensano di farlo vedere da uno psicologo, ma rinunciano quando capiscono che dovrebbe andarci tutta la famiglia, credono all’improvviso che non sia il caso. La famiglia lo allontana, amici non ne ha mai avuti troppi, i colleghi – quando svolge qualche lavoro – lo tengono a distanza e il mondo circostante lo tratta come un matto. Gli unici che lo comprendono sono Alberto, un anestesista che però lavora solo in circostanze misteriose e affari loschi, e che spaccia anche, e un gruppo di persone affette da BIID a cui si unisce per andare a un incontro con Chloe Jennings (che, nel romanzo però, a differenza che nella realtà, è riuscita a farsi lesionare i nervi per perdere l’uso delle gambe). Ed è proprio a quell’incontro che la vita di Paolo cambia radicalmente.

Nonostante tutto ciò possa sembra al di fuori di ogni logica – a meno che ovviamente non la si guardi da un punto di vista clinico – Paolo racconta la sua storia in maniera lucida e noi che leggiamo arriviamo anche a comprendere i suoi desideri e patimenti. È l’esempio perfetto di individuo strano che viene rifiutato, allontanato, trasformato in reietto dalla società e poi convertito addirittura in capro espiatorio di tutti i mali del mondo. È il debole che viene ingannato e poi messo alla gogna. Tutto il romanzo è un crescendo di stati d’ansia per capire se alla fine il protagonista riuscirà ad esaudire il suo desiderio e a farsi amputare quelle gambe che fin da piccolo ha odiato, diventa una vera e propria discesa agli inferi, dato che da persona comune, come tante altre, Paolo finisce nel marciume, insieme ad altri reietti che vivono nell’ombra ma anche in quel marcio che si manifesta alla luce del sole. Sembra una vera e propria caduta, ma il sospetto che in realtà sia una liberazione da una società ipocrita e fasulla (in questo caso quella di qualche decennio fa) ci accompagna per tutta la lettura.

Senza è la storia di un uomo votato al nulla, che vuole solamente rimanere seduto sulla carrozzina a guardare il mondo dalla finestra e approfondire la conoscenza del nazismo (perché prova sdegno, dice lui) e delle amputazioni chirurgiche. Non vuole partecipare alla lotta quotidiana della vita, è come se l’avere le gambe lo costringesse in qualche modo a esserci, l’unico modo per restare in disparte è liberarsene, al contrario di ogni altro essere umano invece di evolvere involve. Ma cosa si può diventare andando sempre più indietro?

Questo è un romanzo notevole, non perdetevelo.
Buona lettura!

Titolo: Senza
Autore: Massimo Cracco
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 6 febbraio 2020
Pagine: 228
Prezzo: 15 €
Editore: Autori Riuniti

I fiori del deserto | Riccardo Villanti

Lo scorso 20 dicembre è uscito per la casa editrice Scatole Parlanti I fiori del deserto, l’esordio narrativo di Riccardo Villanti, architetto palermitano classe ’88. L’influenza che la sua professione, che è anche e soprattutto una passione, emerge chiaramente nell’ambientazione del romanzo, una villa che non è solo il luogo in cui si svolge gran parte della vicenda, ma essa stessa protagonista principale della storia. Questa enorme residenza nobiliare – di cui molte sono le descrizioni dettagliate tra le pagine – apparteneva a delle persone di alto rango i cui discendenti hanno sperperato tutto il patrimonio; dopo essere finita a un’asta giudiziaria, viene acquistata dal dottor Grant che con la moglie decide di creare lì un centro di recupero e di aiuto psichiatrico per persone che sono arrivate a toccare il fondo nella loro vita, specialmente la loro figlia Lucy, una ragazzina che a un certo punto della sua infanzia precipita nel buco nero della sua mente. E tutto sotto la direzione della dottoressa Moran, una giovane e brillante psicanalista che con i suoi metodi più gentili e innovativi conquista da subito i Grant.

All’interno di questa villa i personaggi che s’incontrano sono tanti e tutti con un passato difficile da cui staccarsi per andare avanti. Quello che spicca fra tutti, e che dovrebbe essere il protagonista, è Jeff Carter, uno scrittore che ancora credere di vedere un certo Weimar, un uomo che sembra essere la causa principale del suo malessere o che almeno è coinvolto nella sua rovina psicologica, una visione che dovrà imparare ad abbandonare. Con lui l’infermiera Anne, salvata dalla stessa Moran dalla miseria tempo prima; Cougan, che guarisce la mente con la sua arte in cucina; Antoine, inserviente che nel tempo libero fa lo spacciatore; ma anche Lucy Grant, con i suoi spettacoli teatrali e le tante attività di gruppo del centro.

Pensò dopo tanto tempo al deserto e al fatto che la vita è tanto potente che può attecchire ovunque, è un seme che si anima quando è il momento giusto, quando trova terreno fertile intorno a sé, anche quando sembra inadatto. 
Attecchisce con forza, radicandosi dove sembrerebbe non esserci la possibilità, anche quando tutto sembrerebbe urlare il contrario.
Come accade per quei particolari fiori che sopravvivono nel deserto.

Ogni capitolo affronta la storia di uno dei personaggi, quindi c’è un continuo cambio di prospettiva che ci dà l’idea che stiamo andando alla ricerca di elementi per ricostruire il passato di Jeff Carter, mentre gli stacchi fra le vicende di queste persone ci lasciano intendere i nessi che a una prima occhiata potrebbero sfuggire. Sono tutti collegati, non solo fra loro ma anche alla villa in cui si trovano, un luogo che – con le sue vetrate, i suoi giardini, la sua architettura imponente e armoniosa – è isolato nel tempo e nello spazio (non sono ben precisate le coordinate spazio-temporali della storia) e rappresenta per tutti un’oasi di pace nel deserto in cui può spesso trasformarsi l’esistenza umana. Quel deserto in cui, però, a volte sboccia un fiore, a voler simboleggiare che la vita (o meglio, la voglia di vivere) è più forte di qualsiasi altra cosa e vuole rinascere anche in condizioni che non lo permettono.

Si avverte fra le righe la forza d’attrazione della grande villa nei confronti di tutte queste persone che in un modo o nell’altro arrivano lì e si rendono conto che è un luogo di purificazione e di guarigione, un posto giusto e felice. Ma la rinascita è possibile quando si è caduti troppo in basso o a volte è solo un’illusione?

Buona lettura!

Titolo: I fiori del deserto
Autore: Riccardo Villanti
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 20 dicembre 2019
Pagine: 100
Prezzo: 13 €
Editore: Scatole Parlanti

Ai sopravvissuti spareremo ancora | Claudio Lagomarsini

Forse la morte serve a farci capire anche questo:
che degli altri,
quando siamo finalmente costretti a pensarci,
non sappiamo proprio niente.

 

Un uomo torna dal Brasile nel suo paese d’origine, nella Lunigiana, perché la vecchia casa di famiglia, ormai disabitata, è stata messa in vendita e tocca a lui indicare quali scatoloni bisogna dar via e quali tenere. La madre non vuole avere niente a che fare con questa roba, si è trasferita altrove dopo che il marito è stato male, e poi si capisce fin dall’inizio che in quel luogo ci sono tanti ricordi forse dolorosi. Ad ogni modo, rovistando fra vecchi oggetti l’uomo trova dei quaderni e inizia a leggerli. Sono quei quaderni in cui nell’estate del 2002 suo fratello Marcello, all’epoca diciottenne, stava scrivendo un romanzo ispirato alla loro vita; aveva solo cambiato alcuni nomi sostituendoli con dei soprannomi: il narratore era “il Salice”, il marito della madre Wayne, il vecchio vicino di casa e amante della nonna “il Tordo”. Leggendo quelle pagine l’uomo torna indietro di diversi anni e ha modo di rivivere eventi drammatici della propria famiglia da una prospettiva diversa, che non è la sua ma quella di Marcello, un ragazzo riservato e dolce che si arrabbiava per le ingiustizie e non riusciva ad accettare il brutto dell’esistenza.

Ai sopravvissuti spareremo ancora è il romanzo d’esordio di Claudio Lagomarsini, uscito per Fazi il 23 gennaio e il titolo si riferisce a una targa che – lo si scopre solo alla fine – amici americani hanno regalato al Tordo. Il Tordo che è solo una piccola parte della grande famiglia allargata in cui si trova Marcello dopo che la madre e il padre si sono separati diversi anni prima. Il padre è andato a fare l’agronomo in Brasile, la madre ha intrecciato una relazione con Wayne, un uomo pratico e rozzo che vive a suo agio nell’ignoranza. La nonna (madre della madre) è ormai vedova ma ha una tresca col Tordo, che è sposato e vive con la moglie paralitica. Il Salice invece non c’è mai, è quasi sempre da qualche parte con gli amici, com’è giusto che sia alla sua età. In questo bailamme, Marcello è spesso in casa a fare le versioni di latino e greco, a leggere o a sognare col suo animo raffinato di poter avere, un giorno, qualcosa di diverso.

Finora non avevo ascoltato il più importante dei testimoni. Finora posso dire che non sapevo quasi niente di lui.

Dai quaderni viene fuori un fratello che il narratore forse non aveva mai sospettato, un ragazzino assetato di vita, pieno di interessi che confliggevano con la famiglia e l’ambiente domestico che gli erano capitati. Mentre rileggeva i russi, nell’orto fuori Wayne litigava col Tordo per un serbatoio dell’acqua per irrigare; mentre faceva le versioni per le vacanze, la nonna e il Tordo si scambiavano battutacce a sfondo sessuale; mentre mandava delle rose a Sara, la ragazza di cui era innamorato, questa gli telefonava solo perché non aveva voglia di fare i compiti da sé e voleva copiarli da lui. Ma la voce narrante, oltre al fratello, scopre anche se stesso, si scopre per come Marcello lo vedeva, in un certo senso simile a lui, con lo stesso disagio per una situazione che non gli appartiene ma dalla quale non può venir fuori.

Ma a Marcello vorrei dire: è la provincia, bellezza. Scegliere un’altra strada, qui, significava condannarsi a un’esistenza infelice, essere maltrattato da una stronzetta di nome Sara e passare le estati in camera a tradurre dal greco e rileggere i russi. Ne valeva la pena? A un certo punto del tragitto, Marcello dev’essersi reso conto anche di questo: nei libri e nei film da cui sperava di ricavare risposte trovava solo ulteriore turbamento. Noi – gli altri – leggevamo poco e male, guardavamo schifezze, eppure (o proprio per questo) ci andava tutto bene, perché non ci rendevamo conto. Alessandro, come me, era una persona vacua e felice.

È impossibile non mettersi nei panni del protagonista e non sentire sulla propria pelle la solitudine di questo personaggio che non riesce a farsi comprendere da chi ha intorno; forse ogni tanto è proprio il Salice che lanciandogli un’occhiata eloquente lo fa sentire meno sperduto. Ma in Ai sopravvissuti spareremo ancora Lagomarsini per far percepire maggiormente gli stati d’animo di Marcello ci racconta anche le storie di tutti gli altri personaggi, che si intrecciano fra loro in modo quasi pericoloso accrescendo il caos che per il ragazzo diventa sempre più insopportabile. Viene da pensare a un fiore sferzato dal vento di tempesta che non riesce a contrastare. Lui che è fatto di un’altra pasta rispetto a tutti gli altri li guarda “da lontano” e quasi non capisce perché si affannino tanto nelle loro battaglie inutili, perché sprechino così tanto tempo e tanta energia sul nulla. Ed è proprio questo per questo che Marcello inevitabilmente resta nel cuore del lettore: vogliamo tutti stare dalla sua parte, anche quando è troppo tardi.

[Fino al 29 febbraio 2020 trovate questo libro al prezzo promozionale di 10 €]

Titolo: Ai sopravvissuti spareremo ancora
Autore: Claudio Lagomarsini
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 23 gennaio 2020
Pagine: 206
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Claudio Lagomarsini – È ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Oltre a diverse pubblicazioni accademiche, suoi articoli di approfondimento sono usciti per «Il Post», «minima&moralia», «Le parole e le cose». Come narratore, ha pubblicato diversi racconti per «Nuovi Argomenti», «Colla» e «retabloid», vincendo un contest organizzato dal Premio Calvino nel 2019. Questo è il suo primo romanzo.