Storia della nostra scomparsa | Jing-Jing Lee

Fu allora che imparai che è possibile sparire anche senza andarsene,
e anche più di quanto aveva fatto lui.

Diventare più vuoti del vuoto.
Più neri del nero.

 

Nel contesto della seconda guerra mondiale nella Malesia britannica si svolse la campagna di Malesia, un conflitto tra le truppe britanniche e quelle dell’impero giapponese che durò dall’8 dicembre 1941 al 31 gennaio 1942. Le operazioni legate all’occupazione della Thailandia da parte del Giappone continuarono con quella della Malesia, che durò fino alla fine della seconda guerra mondiale, e aprì la strada alla conquista di Singapore. L’invasione, vicina di poche ore all’attacco di Pearl Harbor, fece sì il Giappone combattesse gli USA nella guerra del Pacifico e che quello diventasse il teatro orientale del conflitto mondiale.
È all’interno di questo scenario – più precisamente quello dell’invasione giapponese di Singapore – che è ambientato il romanzo che da oggi Fazi porta in libreria: Storia della nostra scomparsa di Jing-Jing Lee, autrice singaporiana al suo esordio narrativo.

Nella storia seguiamo due linee temporali diverse e due personaggi principali. Wang Di nel ’42 ha circa diciassette anni e vive con la sua famiglia in un piccolo villaggio di Singapore. Quando arrivano i giapponesi, gli unici modi per proteggere le ragazze sono farle sposare o farle travestire da maschi. Per questo motivo si aggira tra la gente una mezzana, la zia Tin, che raccoglie fotografie per cercare marito alle giovani donne che vogliono sottrarsi a un destino che sembra già scritto. Wang Di, però, non fa in tempo a sistemarsi, perché arrivano dei soldati a prenderla con la forza davanti agli occhi dei suoi familiari; la portano in un luogo, una comfort house, dove rimarrà ben tre anni come comfort woman, donna di conforto, cioè una schiava sessuale per i soldati giapponesi. Le viene detto che sta aiutando la sua famiglia, perché è come se stesse lavorando e guadagnando dei soldi che vengono dati ai suoi. Le viene anche dato un altro nome più giapponese, Fujiko, in cui lei sprofonderà del tutto, lasciando scomparire Wang Di. Quando qualche anno dopo tornerà a casa, ovviamente non sarà più lei, e tra la vergogna e la quasi totale mancanza di identità, sarà difficile reinserirsi nel contesto da cui è stata strappata via.

Nel 2000, invece, seguiamo una Wang Di ormai anziana – scopriamo che poi si è sposata con un brav’uomo più grande di lei, che nella guerra aveva perso moglie e figlio, ma che ora è vedova – e Kevin, un ragazzino di tredici anni a cui la nonna, in punto di morte, rivela un segreto. Kevin farà delle ricerche e scoprirà qualcosa di incredibile che era stato taciuto troppo a lungo, la verità sulla famiglia e su quella di Wang Di.

Donne di conforto dell’esercito giapponese [Fonte: Abbatto i muri]

Sembra che Jing-Jing Lee abbia attinto alla storia vera della sua famiglia per narrare una delle tante sfaccettature della seconda guerra mondiale. Quando si pensa al conflitto normalmente la mente va dritta ai combattimenti, alle deportazioni (in Occidente), alle grandi personalità che nel bene e nel male hanno cambiato la storia del mondo, ma non è detto che tutti conoscano certi fatti, ciò che succedeva in modo più nascosto, all’ombra di avvenimenti più eclatanti. Ed è stato proprio questo a far nascere il mio interesse nei confronti di Storia della nostra scomparsa, la voglia di scoprire cosa accadde a queste donne, strappate alle loro famiglie e dalle proprie case, portate chissà dove – loro non sapevano dove fossero – e costrette a far “rilassare” vari uomini in una sola giornata, uno diverso ogni mezz’ora nel caso della protagonista di questo libro. Molte, come Wang Di, erano ancora delle ragazzine che non avevano avuto alcuna esperienza sessuale; per loro quella fu la perdita terribile e improvvisa dell’innocenza, furono violate senza troppi scrupoli e preamboli e, anzi, forse rappresentavano per questo qualcosa di raro e di più prezioso per quei militari.

L’autrice racconta con grande sensibilità, ma senza risparmiarsi sulle atrocità, la difficoltà di essere una donna durante la guerra. Wang Di ha già un nome che toglie importanza a chi lo porta: significa “in attesa di un fratello”, perché una femmina in certi contesti non poteva lavorare come un maschio e quindi dare un aiuto concreto alla famiglia. Quando viene portata via, le viene tolta anche la dignità: lei, come tante altre, scompare non solo fisicamente (dalla sua casa, dal suo villaggio, dalla sua vita), ma anche come persona. Perché perda ancor di più la propria dignità le viene dato un altro nome, Fujiko, dal suono più giapponese, meno nemico per chi andrà a trovarla nella sua camera-cella. Lì la narrazione della Lee diventa sempre più claustrofobica, come se dalla comfort house, “la casa bianca e nera”, non si dovesse più uscire, anche se la protagonista coltiva sempre la speranza in un ritorno a casa. L’unico modo per sopravvivere, mentre non si sa più neanche che giorno sia nel mondo di fuori, sembra essere il legame con un paio di altre ragazze nella stessa situazione, o il pensiero che quello che le sta accadendo sia il pegno da pagare per far arrivare qualche soldo a casa.

Jing-Jing Lee cambia spesso prospettiva, seguendo Wang Di o Kevin, per darci di volta in volta indizi nuovi, piccoli pezzetti di un puzzle che il lettore poi va a ricostruire solo alla fine, quando ha tutti gli elementi necessari.
In generale è un bel romanzo, un viaggio interessante a Singapore – complici tanti riferimenti a pietanze e usi e costumi tipici – che si lega a un punto di vista diverso sui fatti della seconda guerra mondiale.

Buona lettura!

Titolo: Storia della nostra scomparsa
Autore: Jing-Jing Lee
Traduttore: Stefano Tummolini
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 16 gennaio 2020
Pagine: 399
Prezzo: 17 €
Editore: Fazi


Jing- Jing Lee – È nata e cresciuta a Singapore. Nel 2011 ha conseguito il master in Scrittura creativa a Oxford. Alcuni suoi racconti e poesie sono apparsi in diversi giornali e antologie. Nel 2013 è stato pubblicato il suo racconto lungo If I Could Tell You (Marshall Cavendish) e nel 2015 è stata pubblicata la sua prima raccolta di poesie intitolata And Other Rivers (Math Paper Press). Attualmente vive ad Amsterdam. Storia della nostra scomparsa è il suo primo romanzo.

Doppio vetro | Halldóra Thoroddsen

Nessuno si aspetta mai che costruiamo un nido sull’orlo della fossa.
Essere innamorati alla sua età è un penoso canto del cigno.
Fingere che la vita sia in piena fioritura,
che ci troviamo nel mezzo del cammino.

 

Prima di entrare nel merito della questione libri, voglio dirvi che questo è l’ultimo di cui parliamo in questo 2019 che si appresta a finire e quindi, a chi non arrivasse in fondo al post ma anche a tutti gli altri, voglio fare tantissimi auguri di un felice anno nuovo, che sia latore di belle novità ma soprattutto di serenità, ché quella non guasta mai. Se vi va fatemi sapere anche se avete ricevuto qualche libro per Natale e quale, sono sempre contenta.

Adesso andiamo avanti. Qualche giorno fa ho pensato che era un po’ che non leggevo gli Iperborea e ne ho preso uno dai tanti libri che ho lì nella pila “in attesa”. Ho pescato Doppio vetro dell’autrice islandese Halldóra Thoroddsen, un libriccino che ho divorato in un pomeriggio e che avevo comprato lo scorso giugno a Una Marina di libri (era uscito da poco). La storia è quella di una donna ormai avanti negli anni e vedova che guarda dal doppio vetro della sua finestra la vita che scorre normalmente per tutti. Sembra rassegnata alla vecchiaia, come se avesse già vissuto quel che doveva e ora non le spetti più altro; addirittura a un certo punto mentre cammina per strada un tipo l’aggredisce e lei pensa che voglia stuprarla, ma quello le dà uno schiaffo e scappa. Alla donna viene in mente – terribile pensiero – che sia così malmessa e inutile, per la sua età, da essere rifiutata anche da un delinquente.

Una cosa positiva della vecchiaia, però, è che adesso riesce a vedere tutto in modo diverso e nuovo, come se avesse nuovi occhiali che le permettano di interpretare la realtà come non aveva mai fatto. È per questo che quando incontra Sverrir, un ex chirurgo separato e in pensione che forse moltissimi anni prima aveva già incontrato, non sa bene come comportarsi. L’uomo ha 77 anni, uno meno di lei, la corteggia, si dichiara, i due si innamorano e decidono perfino di andare a vivere insieme. Chissà quanto durerà.

L’amore tra persone anziane non è un amore coniugale sano, che ambisce a riempire la terra. La gente non lo associa mentalmente nemmeno a un’estetica, o alla celebrazione del piacere fisico, al contrario, lo respinge perché coinvolge la decadente vecchiaia. L’immaginazione stessa rifugge dall’idea di due vecchi rugosi e rinsecchiti che se la spassano con l’aiuto di lubrificanti. Il sesso è la sola cosa che viene in mente a tutti, tanto siamo posseduti da quest’unico concetto riguardo ai rapporti tra le persone.

La riflessione della protagonista – e naturalmente dell’autrice – è tutta incentrata sul tempo e sul modo che abbiamo di viverlo e sfruttarlo, che è uno dei temi che interessano tantissimo anche me. Nello specifico qui ci si chiede se dopo una certa età si smetta di vivere davvero anche se il nostro corpo è ormai troppo vecchio. Ci si può ancora innamorare anche se ci resta poco tempo? E com’è innamorarsi da vecchi? Com’è la vita quando tutto ciò che hai sempre avuto si va sgretolando davanti ai tuoi occhi, quando i tuoi amici e coetanei iniziano a morire uno dopo l’altro e il tuo mondo perde pezzi? Il tempo non lo possiamo fermare, ma possiamo riempirlo delle cose che più ci fanno star bene, possiamo scandirlo – come la protagonista del libro – appuntando su un’agenda le cose più belle che ci accadono e gli eventi più importanti a cui assistiamo.

E breve è anche il tempo che ci mettiamo a leggere la storia della Thoroddsen, raccontata con grande sensibilità ma anche con uno sguardo lucido e disincantato sui temi trattati. In un primo momento ci si potrebbe chiedere se sia così breve perché la si narra troppo velocemente, in maniera frettolosa. In realtà, mi viene da pensare che questo libro lo si legga in un soffio perché rappresenta alla perfezione ciò di cui tratta: il tempo che ci rimane “alla fine” di una vita, che può essere poco, quando pensiamo di avere qualcosa tra le mani ma dobbiamo sapere che già il giorno dopo potrebbe non esserci più. Un voler godere della propria esistenza anche quando la società ti fa pensare di essere troppo vecchio e di doverti, quindi, fare da parte (magari dietro un doppio vetro). Sicuramente è un’inno alla vita, ai sentimenti e alle emozioni che non sfioriscono insieme al corpo, ma anzi vanno coltivate sempre e comunque.

Buona lettura e ancora tanti auguri!

Titolo: Doppio vetro
Autore: Halldóra Thoroddsen
Traduttore: Silvia Cosimini
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 24 aprile 2019
Pagine: 106
Prezzo: 15 €
Editore: Iperborea


Halldóra Thoroddsen – è nata nel 1950 e vive a Reykjavík. Scrittrice e poetessa, ha lavorato come insegnante, grafica e direttore dei programmi della radio islandese. Scrive poesie, racconti, sceneggiature e romanzi. In corso di pubblicazione in dieci paesi europei, Doppio vetro è il suo primo romanzo a essere tradotto in Italia e ha ricevuto il Premio della Letteratura Europea e il Premio della letteratura femminile islandese.

Mattanza | Giuse Alemanno

Nessun essere umano sa resistere
alle sollecitazioni dell’odio.

 

Ad ottobre del 2018 avevamo letto Come belve feroci, un romanzo fortissimo di Giuse Alemanno pubblicato da Las Vegas edizioni. Era stato scritto da più parti che il manoscritto presentato era abbastanza lungo e che quindi era stato diviso in due parti, la prima delle quali era quella uscita in quel periodo. Ora, dopo poco più di un anno troviamo in libreria Mattanza, il seguito di quella storia sanguinosa che tanto ci aveva appassionato. Per rinfrescarci la memoria facciamo un po’ il punto della situazione: a Oppido Messapico, in provincia di Taranto, Paolo Sarmenta e la moglie vengono uccisi davanti agli occhi di Massimo, il figlio, che però è chiuso in una gabbia. Quando arriva, il fratello di Paolo, Vittorio, libera Massimo e cerca di colpire gli assassini, spara e ne atterra due, ma Costantino Ròchira riesce a fuggire. Così Vittorio fugge con la moglie, il figlio Santo e Massimo in un paesino in Val Camonica per nascondersi e capire da dove ripartire, ma anche lì ci sono nemici e le cose andranno in maniera disastrosa. Santo, il più dotato dei cugini Sarmenta, studia per diventare medico e nel frattempo con Massimo scopre la verità sulla sua famiglia.

A quanto pare i loro genitori avevano fornito del calcestruzzo scadente per la costruzione di una clinica in Calabria, un affare in cui c’è di mezzo la ‘ndrangheta che poi s’era voluta vendicare dell’affronto, mandando quel Costantino Ròchira a punire i Sarmenta senior. Ora, i due giovani cugini Santo e Massimo dopo essersi lasciati dietro una scia di morti anche in Val Camonica andranno a Milano, ma Massimo, detto Mattanza per la violenza di cui può essere capace, si organizza per tornare a Oppido Messapico per concludere il loro piano di vendetta. Si accorgeranno però che la ‘ndrangheta arriva ovunque e che in questi affari è coinvolto anche il professor Ciro Barrese, il mentore di Santo, quello per cui il ragazzo lavora in una grande clinica privata milanese.

Alemanno racconta la storia dei Sarmenta e della loro vendetta con quello stile incisivo e forte che avevamo già conosciuto nel volume precedente, e ci regala brevi momenti di ironia per allentare la tensione. Uno dei loro obiettivi è quello di stare sempre almeno dieci passi avanti rispetto al nemico, di essere più furbi per poter mettere a punto il loro piano senza che nessuno se ne accorga, anche se a volte dare nell’occhio è inevitabile. Massimo però qui appare meno sanguinario che in Come belve feroci, probabilmente perché viene portato alla riflessione da suo cugino e non ha la possibilità di compiere gesti troppo impulsivi.
Anche qui troviamo scene di violenza raccontate con un linguaggio crudo, senza mezzi termini, e stupisce il fatto che il lettore sia portato a legittimare il progetto di Massimo e Santo anche se i loro sono atti criminali.

Se la “puntata” precedente era ambientata in paesini del sud Italia e della Val Camonica, qui ci troviamo nella grande Milano, col traffico, i ristoranti, le feste e l’alta società dietro i cui soldi spesso si celano loschi affari e nessuno scrupolo. È così che professori e medici di un certo livello nascondono un traffico illecito di protesi mediche in  combutta con la ‘ndrangheta, che per uno scambio di favori si possa uccidere qualcuno senza battere ciglio, che sia così semplice rimuovere un “ostacolo” o un “problema” dal proprio cammino con la moralità che va a farsi benedire.
Senza dubbio Mattanza è un seguito che non delude le aspettative, ma lo si può leggere anche senza conoscere la parte precedente (tutto risulta comunque comprensibile). Ma è davvero il capitolo conclusivo del piano di vendetta dei cugini Sarmenta? Io credo e spero di no.

Buona lettura!

Titolo: Mattanza
Autore: Giuse Alemanno
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 14 novembre 2019
Pagine: 299
Prezzo: 16 €
Editore: Las Vegas


Giuse Alemanno è nato nel 1962 a Copertino (LE) e vive tra Taranto e Manduria. Ha pubblicato diversi libri, tra cui il romanzo “Terra Nera” (Stampa Alternativa, 2005), i due romanzi su Don Fefé e Ciccillo e due testi sull’Ilva di Taranto.
Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Come belve feroci” e il seguito “Mattanza”.

La superba gioventù | Pablo Simonetti

Ognuno ha un suo rapporto particolare con l’età.
Io mi sentii vecchio per la prima volta a cinquantadue anni.
E non a causa dei piccoli fastidi ai polmoni
o alla pelle di cui talvolta soffrivo,
ma in seguito al mio incontro con Felipe Selden,
quella sera d’inizio novembre 2008, in una galleria d’arte.

 

Un anno fa ho conosciuto Pablo Simonetti perché in tanti mi avevano consigliato di leggere Vite vulnerabili, una raccolta di racconti, suo esordio letterario, che mi era piaciuta moltissimo. Di recente, a fine novembre, è uscito, sempre per Lindau, il suo nuovo romanzo, La superba gioventù, che ho voluto fortemente leggere perché credo che questo autore meriti davvero tanta attenzione. Ritroviamo qui alcuni dei temi presenti anche nel libro precedente, l’omosessualità (ma Simonetti, oltre che in ambito culturale, è impegnato come attivista per i diritti degli omosessuali), la famiglia e la difficoltà di portare avanti determinati rapporti e l’ipocrisia di un certo tipo di società tutta fatta di apparenze, e li ritroviamo tutti in un’unica storia profonda e coinvolgente.

Voce narrante del romanzo è lo scrittore Tomás Vergara, un uomo sulla cinquantina, che ci narra le vicissitudini di Felipe Selden, un ragazzo che proviene da una famiglia benestante e cattolica da cui, però, è costretto a prendere un po’ le distanze per via della sua omosessualità che non viene accettata, soprattutto dalla madre Tana. Felipe, oltre ad essere un giovane brillante, ha quel fascino che non lascia scampo a nessuno, nemmeno allo scrittore, che diventa suo grande amico e, in qualche modo, anche una guida nella vita, una persona con più esperienza data dagli anni che lo consiglia e che gli offre un confronto maturo. A un certo punto Alicia, una zia molto ricca del giovane, muore e si scopre che nel testamento ha lasciato tutto a lui. Felipe si ritrova così in mano una grande fortuna e il rischio è che qualcuno possa manovrarlo per entrare in possesso di tutti quei soldi e beni materiali (Alicia aveva anche una collezione di quadri e oggetti d’arte). Ma nella vita del giovane ci saranno moltissimi cambiamenti che lo porteranno a crescere e maturare: da ragazzo che non sa che strada prendere nella vita diventerà un uomo che sa prendersi responsabilità – spesso non sue – e che riesce a mettere davanti a tutti la sua realizzazione personale.

Attraverso le parole del narratore Tomás – così bravo a dipingere il ritratto di un’altra persona forse per la sua sensibilità di scrittore – è inevitabile mettersi nei panni di Felipe e comprendere appieno ciò che lo turba. Se quando entra in scena è ancora un ragazzo che pensa di dover provare tante cose diverse per capire che scelta fare, col tempo acquisisce consapevolezza, commette errori (sbaglia nel non seguire i consigli che gli vengono dati) e si ritrova immerso nelle macchinazioni altrui, cose che contribuiscono a formarlo come individuo. Potremmo dire che anche quella di Felipe Selden è una vita vulnerabile, come siamo vulnerabili tutti noi quando i nostri desideri e le nostre aspirazioni cozzano con quelli che il mondo esterno indirettamente ci impone di seguire e fare nostri, quasi fosse una recita in cui ognuno deve fare la sua parte.

Ma è anche un romanzo sull’amore e su tutte le sfumature di questo sentimento che confliggono tra loro. L’amore per la propria famiglia, quello per la persona del cuore, quello per chi poi diventa la tua famiglia, quello per gli amici che ti sono sempre stati vicini. Felipe deve fare i conti con ognuno di questi e la difficoltà sta nel capire a quale dare la precedenza, nel decidere quale porre in cima alla sue priorità: un ragazzo che strada preferisce seguire? E un uomo, poi, con più esperienza, può decidere di mettere da parte le proprie aspirazioni per una responsabilità più grande? Questo è il grande cruccio di uno come Felipe Selden che, però, potrebbe essere uno qualunque di noi in un momento difficile della propria vita.

Buona lettura!

Titolo: La superba gioventù
Autore: Pablo Simonetti
Traduttore: Francesco Verde, Davide Platzer Ferrero e Marta Signorile
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 novembre 2019
Pagine: 376
Prezzo: 24 €
Editore: Lindau


Pablo Simonetti – è nato a Santiago del Cile nel 1961. Si è laureato in Ingegneria Civile presso l’Universidad Católica della capitale cilena e poi ha conseguito un Master in Ingegneria Economica presso la Stanford University in California.
Dal 1996 ha deciso di dedicarsi completamente alla letteratura e nel 1999 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti Vite vulnerabili, che ha ottenuto la Mención Especial al Premio Municipal de Literatura di Santiago. Nel 2004 è la volta del primo romanzo, Madre que estás en los cielos, cui seguiranno La razón de los amantes (La ragione degli amanti, Corbaccio 2009), La barrera del pudor, La soberbia juventudJardín e Desastres naturales. Oltre alla scrittura e ad altre attività culturali, Simonetti è impegnato anche come attivista per i diritti degli omosessuali.

Cuorebomba | Dario Levantino

Un cuorebomba è un debole gentile,
è un fragile forte,
è uno che al posto del cuore c’ha una bomba.

 

Da oggi potete trovare in libreria Cuorebomba, il nuovo romanzo di Dario Levantino che dopo Di niente e di nessuno ci riporta a Palermo, nel quartiere Brancaccio. Rosario ha ormai sedici anni ed è per lui che il padre, che spacciava doping, è stato arrestato; ora vive da solo con la madre che non sembra nemmeno lottare contro l’anoressia. Si è ammalata per il dispiacere di aver scoperto che il marito aveva un’altra famiglia con un’altra donna e che aveva anche un figlio, Jonathan. Rosario cerca di farla mangiare, di badare a lei, di far sì che la casa abbia un aspetto dignitoso, e nel frattempo va a scuola, in un liceo classico in una zona buona di Palermo, dove però si assenta molto spesso perché cerca di racimolare qualche soldo in un supermercato aiutando le persone a portar via la spesa. Ma non è un problema per nessuno, lì, perché lui è il ragazzo di Brancaccio, è partito già svantaggiato in classe. Quando, però, si trova a scrivere un tema, la sua situazione familiare salta all’occhio di una professoressa che gli fa arrivare a casa servizi sociali e forze dell’ordine. Rosario viene così separato dalla madre Maria: lei viene mandata in una clinica per disturbi alimentari, lui in una casa famiglia. Da qui inizia la lotta del ragazzo per ritrovare sua madre e per avere una vita più normale.

Sembra che il protagonista abbia chiaro fin dall’inizio che l’elemento di salvezza nella sua vita può essere solo la famiglia e  si impegna con tutte le forze per cercare di salvaguardarla. Non solo cerca di recuperare la madre, che la famiglia affidataria non vuole fargli sentire né vedere, ma prova anche a mettersi in contatto col fratellastro che, nei fatti, è un estraneo per lui, lo ha visto forse una volta, ma col quale condivide lo stesso padre. Ma non solo. Rosario scopre che anche l’amore può dare una forma diversa alla propria vita, che può costituire un’oasi di pace e una fonte di speranza. Anna, la ragazza di cui è innamorato, è una luce in quell’esistenza piena di disgrazie e problemi.

Nelle sue giornate a far compagnia a Rosario ci sono i libri, uno fra tutti Oliver Twist, con un protagonista che assomiglia a lui, senza famiglia e senza una casa che possa chiamare sua. Grazie alla lettura e alla sua passione per l’epica – da cui vengono fuori riflessioni e parallelismi interessanti, soprattutto per un ragazzo che appare più maturo della sua età – Rosario si sente meno solo in questa vita difficile. Cerca di non arrendersi a un destino che sembra già scritto, quello di un ragazzo nato e cresciuto in un quartiere malfamato che deve necessariamente prendere la strada della delinquenza. Così legge, passa del tempo con Anna nel loro posto segreto (una barca rovesciata sulla spiaggia) o col suo cane Jonathan, a scuola prova a elaborare concetti più profondi che, però, vengono sempre respinti dagli insegnanti che vogliono che ripeta solo quello che hanno spiegato loro.
E le parti relative alla scuola sono quelle più dolorose, perché sembra che proprio lì Rosario cerchi di venir fuori quando invece sono tutti impegnati a tarpargli le ali: un’insegnante di lettere che lo tratta da inferiore perché è “quello di Brancaccio” e da questo non si può sfuggire, il professore di educazione fisica che inizialmente non lo considera per la squadra di calcio della scuola perché non ha pagato un assurdo “contributo volontario” che per una scuola pubblica è un controsenso, o un’altra professoressa che viene scelta come pseudopsicologa a cui interessa solo che lui confermi le diagnosi che lei ha già fatto.

Ma qualcosa ogni tanto gira per il verso giusto. Quando la situazione diventa quasi claustrofobica – la sofferenza di un ragazzino che si sente in trappola, sorvegliato, manipolato e ricattato da chi dovrebbe solo prendersene cura la sentiamo anche noi che leggiamo – due figure importanti lasciano intendere che in fondo una speranza possa esserci per tutti: Battaglia, il precario di filosofia che confessa che da ragazzo è stato come lui, e padre Giovanni, un sacerdote che comprende la situazione di Rosario e senza troppe cerimonie lo supporta e lo aiuta quando è in difficoltà. Padre Giovanni soprattutto gli mette la pulce nell’orecchio:

Ha ragionato sul concetto di “disobbedienza”, una parola che può trarre in inganno perché generalmente è associata ai criminali. Ma come bisognava comportarsi – tuonava padre Giovanni – di fronte a una legge iniqua: obbedire a essa disobbedendo a Dio, o disobbedire a essa obbedendo a Dio? Giuseppe il falegname, sposo di Maria e padre di Gesù, per esempio, aveva disobbedito alle leggi di Erode, che aveva ordinato un massacro di bambini, scappando in Egitto per salvare Gesù; allo stesso modo anche durante la seconda guerra mondiale, cristiani meno famosi di Giuseppe avevano disobbedito alla legge nascondendo ebrei innocenti.
Quello che voleva dire padre Giovanni era un concetto semplice: nel nome dell’amore si deve disobbedire.
Capii improvvisamente che cos’ero.
Ero un disobbediente.

Cuorebomba è una storia di riscatto, di ricerca della salvezza in un mondo che ti vuole abbattere. Con diversi intermezzi di dialetto siciliano, Rosario dimostra che non per forza il luogo in cui sei nato è una condanna e soprattutto che bisogna riuscire a togliersi di dosso le etichette che gli altri ti cuciono addosso.

Buona lettura!

Titolo: Cuorebomba
Autore: Dario Levantino
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 7 novembre 2019
Pagine: 265
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Dario Levantino è nato a Palermo nel 1986. Laureato in Lettere e filosofia nella sua città, oggi è un insegnante di italiano. Cuorebomba è il suo secondo romanzo. La sua opera d’esordio, Di niente e di nessuno (Fazi, 2018), ha vinto il Premio Biblioteche di Roma, il Premio Subiaco Città del Libro e il Premio Leggo Quindi Sono.

Tutto questo tempo | Nicola Ravera Rafele

La verità è una bugia che non è ancora stata scoperta.

 

Tutto questo tempo è l’ultimo romanzo di Nicola Ravera Rafele, una delle uscite più recenti di Fandango (è in libreria dal 17 ottobre). Conosco l’editore in maniera diretta da poco, questo è il secondo libro pubblicato da loro che affronto, e anche in questo caso si tratta di un’ottima lettura. Come il titolo lascia intuire, più che i personaggi, il vero protagonista di questa storia è il tempo che stravolge le vite ma che, quasi come in uno scherzo, si riavvolge dando vita a cicli simili e apparenti ritorni.

Elisa è una traduttrice poco più che trentenne, ha sposato Giovanni, molto più grande di lei, che ha scritto diversi anni prima un libro che avuto molto successo. Il loro è un amore fortissimo, folle, che sembra renderli molto felici. Nel 1986 nasce la loro prima figlia, Clara. Un anno dopo, si sta organizzando la festa per il primo compleanno della bambina, Giovanni è fuori per lavoro e deve rientrare, ma non rientra: non prende l’aereo, qualcosa lo blocca, come se volesse smettere di far parte di quella famiglia, quindi rimane fuori, scrive e tradisce Elisa. Ma è solo questione di tempo, perché dopo cinque giorni torna a casa a sorpresa, in maniera quasi teatrale, mentre ci sono ospiti a casa, ma non può essere tutto come prima. Infatti qualcosa comincia a cambiare, si aprono crepe tra i due che, alla fine si allontanano. In questo susseguirsi di bugie e tradimenti, hanno anche avuto un secondo figlio, Dario – che sarà voce narrante nella terza parte – e ruoteranno intorno a loro le vite di tanti altri personaggi in una cornice storica rappresentata dal passaggio dalla Prima alla Terza Repubblica.

Gli innamorati dicono: ho sprecato la mia vita fino a quando ti ho incontrata. Ma  sprecare la vita è una tale forma di incanto, chi vorrebbe smettere?

Quello che sembra restare saldo, anche se non coltivato in maniera convenzionale, è il legame tra Elisa e Giovanni, è qualcosa che c’è e non si può distruggere anche quando lei avrà un nuovo compagno o lui andrà ad autoesiliarsi in un casolare nelle campagne del centro Italia. Ma la bugia sembra un virus che non risparmia nessuno: i loro amici, i loro figli (dunque la generazione successiva, quasi fosse genetico), i loro conoscenti. Anche il matrimonio di Paolo e Valeria (i loro amici) sarà infelice, come quello di Clara o quello di Sergio Maria e Ludovica. Sembra quasi che l’infelicità sia contagiosa o che addirittura sia inevitabile, che il tempo abbia dei disegni ben precisi a cui non ci si può sottrarre. Il tempo, che si riavvolge nei flashback o che alla fine, nel 2019, Dario riassume parlando dei diari di Giovanni Luna, scrittore che negli anni è rimasto celebre e viene ancora elogiato.

Tutto questo tempo è una storia sui legami in generale, non solo quelli familiari, sugli affetti che a volte si distruggono e altre volte, invece, rimangono saldamente nascosti nonostante si prendano strade diverse. Il romanzo è diviso in tre parti: una che va dal 1986 al 1996, quando i bambini sono ancora piccoli e la storia è incentrata più sui genitori; una ambientata nel 2006, quando Clara è ormai grande, cosciente e capace di capire che cosa sia successo e cosa stia succedendo (sembra che questo racconto sia dedicato a lei); la terza il cui protagonista indiscusso è Dario, che nel 2019 è ormai adulto anche lui, si fa strada nel mondo ma restando sempre imbrigliato nelle logiche familiari di chi lo ha messo al mondo e di chi ha gravitato intorno ai suoi cari.

È un racconto intenso, quello di Nicola Ravera Rafele, che non può non appassionare; assistiamo a un crescendo di emozioni che travolgono anche noi che leggiamo e ci fanno andare avanti nella lettura con la speranza che il tempo, che tutto muove, sia clemente. Un romanzo davvero molto bello!

Titolo: Tutto questo tempo
Autore: Nicola Ravera Rafele
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 17 ottobre 2019
Pagine: 298
Prezzo: 18 €
Editore: Fandango


Nicola Ravera Rafele – ha esordito a solo quindici anni con Infatti purtroppo. Diario di un quindicenne perplesso. Nel 2014, insieme a Mimmo Rafele, ha presentato Ultimo requiem. La sua seconda opera ripercorre le vicende italiane a partire dalla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nel 2017 per Fandango Libri è uscito Il senso della lotta, selezionato nella dodicina del Premio Strega 2017.

L’anno in cui imparai a leggere | Marco Marsullo

Noi adulti non ci domandiamo la normalità
e non ci sorprendiamo per la banalità.
Ma al mondo, di banale, non c’è proprio niente.
Solo che questo, prima di incontrare Lorenzo, io non lo sapevo.

 

Marco Marsullo è un autore che non avevo mai letto fino a quando Francesca Ottobre de Gli Amabili Libri non ha messo su una squadra di blogger in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo, L’anno in cui imparai a leggere. Vi devo confessare che è stato una rivelazione e che per questo motivo recupererò di sicuro i precedenti e starò più attenta ai suoi prossimi lavori. La storia, pubblicata da Einaudi, si fa leggere velocemente e se per gran parte del libro ci si trova a sorridere, si trovano anche tantissimi spunti di riflessione sulle famiglie allargate e sulla genitorialità non necessariamente di sangue.

Protagonista è, infatti, Niccolò, un ragazzo napoletano di venticinque anni che ha pubblicato un libro di successo e ora sta cercando, senza grandi risultati, di scrivere il secondo. Da un po’ di tempo ha conosciuto Simona, una ragazza della sua stessa età di cui si è subito innamorato; lei ha un bambino di quattro anni, Lorenzo, nato da una relazione avuta con un argentino conosciuto in Erasmus. Al bambino è sempre stato detto che il papà, che non ha conosciuto, è andato a lavorare lontano, in Giappone. Simona per Lorenzo ha sacrificato tutto, soprattutto la sua passione più grande, la recitazione, così Niccolò la esorta a riprendere in mano la sua vita e lei si lancia a capofitto in delle rappresentazioni teatrali per le quali, però, dovrà star via un mesetto. A chi chiede di badare al bambino? A Niccolò, ovviamente, che non ha un rapporto molto stretto con lui, anzi. Ma iniziano a lavorarci.
Badare a un bambino di quattro anni, quando tu ne hai solo venticinque e non hai alcuna esperienza in proposito, è molto difficile. Mettici anche che dopo che la madre è partita da pochissimi giorni si presenta in casa un argentino coi capelli ricci e svariati tatuaggi che dice di essere Andrés, il padre del pargolo, che non ha dove alloggiare né i soldi per pagarsi una stanza, e deve rimanere lì con te fino a quando non torna la madre.
I tre vivranno insieme per quasi un anno e loro vite cambieranno per sempre.

Perché i figli non sono solo di chi ci mischia dentro il corredo genetico. I figli sono di chi se ne prende cura, di chi scova un ultimo granello di energia per loro, la sera, dopo una giornata infernale. I figli sono di chi, senza pensarci troppo su e senza una garanzia, si innamora di loro, anche se hanno gli zigomi di un’altra persona.

Entrare nel cuore di un bambino, farsi riconoscere come parte della famiglia deve essere senza dubbio complicato, e Niccolò queste difficoltà le sperimenta tutte: per mostrare la propria autorità basta alzare la voce? cosa bisogna fare per mandarlo a dormire? come si dimostra alla maestra dell’asilo che sei quello a cui la madre lo ha affidato? Questo fino a quando, in un momento di confusione, qualcuno non gli suggerisce che l’unico modo per avvicinarsi a Lorenzo è imparare a parlare la sua lingua. E Niccolò è costretto a imparare un linguaggio fatto di chiarezza, di sincerità, di limpidezza senza illusioni, facendo anche tanti errori. Ma lo farà anche Andrés, tanto che si ritroveranno ad essere tre bambini (due cresciuti e uno non ancora) in un gioco quotidiano. Ma giocando inevitabilmente si cresce perché molto spesso capita che si impari molto più di quanto si creda.

Marco Marsullo racconta la storia di questi tre ragazzi diversissimi fra loro con uno stile fresco, allegro e con una grande tenerezza che emerge da ogni pagina, e lo fa attraverso la voce narrante di Niccolò che scandisce il ritmo con l’alternarsi delle quattro stagioni. Le situazioni in cui si trovano i personaggi sono davvero divertentissime, dal pranzo di Natale (divertentissima la vicina di casa un po’ fuori di testa, Agata, che cerca di brindare con Mengacci attraverso la TV) al tentativo di convincere Lorenzo a tifare Milan o Boca Juniors, dalla prima neve che vedono tutti insieme alla preparazione della recita scolastica. Ci sono due ragazzi che in maniera diversa – uno responsabile e ordinato, l’altro spensierato, disorganizzato ma con un grande cuore – imparano a fare il padre e fanno squadra con un bambino piccolo che, dal canto suo, imparerà ad amarli entrambi. E tutto questo per arrivare a un finale bellissimo di cui ovviamente non dico nulla, ma che mi ha fatta arriva all’ultima pagina coi lucciconi.

Buona lettura!

Titolo: L’anno in cui imparai a leggere
Autore: Marco Marsullo
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 22 ottobre 2019
Pagine: 288
Prezzo: 18 €
Editore: Einaudi


Marco Marsullo è nato a Napoli nel 1985. Ha esordito per Einaudi Stile Libero nel 2013 con Atletico Minaccia Football Club. Nel 2014, sempre per Einaudi Stile Libero, è uscito L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache, nel 2015, I miei genitori non hanno figli, nel 2018, Due come loro e, nel 2019, L’anno in cui imparai a leggere. Insegna scrittura creativa in una scuola elementare della sua città. Il suo sito è www.marcomarsullo.com