In breve: “M*A*S*H” di Richard Hooker

In questi giorni ho finalmente messo mano a un libro che volevo leggere da un po’, sponsorizzatissimo sia da parecchi lettori che dall’editore stesso, M*A*S*H di Richard Hooker, pubblicato quest’anno da SUR (però scritto nel 1968). Ho scoperto un libro divertentissimo e molto ironico che narra le vicende di alcuni chirurghi militari in un ospedale da campo in Corea, il 4077° MASH (Mobile Army Surgical Hospital), appunto. Protagonisti assoluti sono innanzitutto Occhio di Falco Pierce, il Duca Forrest e Trappolone John, due simpaticoni che nel loro campo sono medici eccellenti, ma che in quanto a disciplina avrebbero qualcosa da imparare da gente più tranquilla. I capitoli non sono altro che episodi della loro vita nel MASH negli otto mesi di permanenza lì, mesi in cui ne combinano di tutti i colori facendosi, però, tanti amici e divertendosi un mondo tra un’operazione d’urgenza e l’altra. Riescono a rimettere al proprio posto colleghi presuntuosi che vogliono comandare, a far credere a un collega che vuole suicidarsi di essere morto e risorto, e a organizzare una partita di football americano contro un altro MASH.

Insieme a loro ci sono molti altri personaggi molto simpatici che fanno fare tante risate al lettore e ognuno di questi è indicato con un soprannome altrettanto ironico, perché in fondo Hooker (pseudonimo di H. Richard Hornberger) vuole raccontare in maniera esilarante qualcosa che ha conosciuto di persona: l’autore stesso è stato un chirurgo americano che ha prestato servizio come ufficiale medico nella guerra di Corea.
M*A*S*H ha avuto così tanto successo che ne hanno tratto sia un film (di Robert Altman) che una serie tv tra quelle di maggior successo negli Stati Uniti e nel mondo. Ecco, magari recuperare tutte le puntate della serie potrebbe essere scomodo, dato che è vecchiotta e sono sempre 250 episodi, però il film lo voglio vedere.

Se state cercando qualcosa di divertente con cui passare qualche oretta credo proprio che questo sia il libro che fa per voi!
Buona lettura.

Titolo: MAS*H
Autore: Richard Hooker
Traduttore: Marco Rossari
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1968 (2017 questa edizione)
Pagine: 251
Prezzo: 16,50 €
Editore: SUR

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena

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“Suicide Tuesday” di Francesco Leto

È martedì.
E come te mi sento un po’ morire,
ma ci sveglieremo lo stesso domani
con una parola in più da sputare appena svegli.

 

Quest’estate ho un po’ latitato, diciamo che mi sono presa un periodo di vacanza anch’io col blog. Ho letto molto meno e sono stata bloccata per parecchio tempo con Moby Dick che non mi ha esaltato e per cui spesso non trovavo il tempo; ho avuto molti impegni e mi sono anche divertita molto, però, quindi poco male. Adesso mi sto un po’ riprendendo e sto ricominciando a leggere come vorrei, quindi vi parlo un po’ dell’ultimo libro che ho avuto tra le mani in questi giorni. Si tratta di una sorta di romanzo corale scritto da Francesco Leto e pubblicato da Giulio Perrone editore, intitolato Suicide Tuesday. Il titolo è un’espressione inglese che indica lo stato in cui ci si ritrova dopo un weekend movimentato, quando ci si è divertiti il sabato, riposati la domenica, un po’ crollati il lunedì e poi il martedì si è così depressi che ci si lascerebbe morire.

Come ho già detto, è un romanzo a più voci, più precisamente tre, quelle di Sergio, Matteo e Giulia, che vengono seguiti dal sabato al martedì. Sergio è un architetto quarantunenne, sposato, con una bambina bellissima, che ha appena scoperto di avere un cancro allo stomaco per cui sceglierà di non operarsi perché è troppo tardi; sa che dovrà lasciare la sua piccola Camilla e sua moglie Beatrice, ma non lo ha ancora detto a casa. Giulia invece è una ragazza che si è appena laureata in filosofia e vorrebbe iniziare un dottorato, quindi si barcamena tra libri, pensieri e ricevimenti del professore; ma è anche un’amante della poesia, e nel suo passato ci sono momenti bui che hanno ripercussioni sul presente. Matteo è un giovane fotografo che sta portando avanti il progetto di raccogliere ritratti di sconosciuti, tra cui ci saranno anche Sergio e Giulia, i quali si ritroveranno a raccontare a lui le proprie storie.

Avevo comprato Suicide Tuesday a giugno a Una Marina di libri e sono riuscita a leggerlo soltanto ora (ne ho ancora diversi da affrontare, ma piano piano…) e forse è stato il momento giusto. Come si capirà dal titolo, non si tratta di un libro allegro, magari non conviene sceglierlo quando siamo già tristi per altri motivi, ecco. Però chi mi conosce probabilmente sa che io le letture drammatiche le amo in particolar modo, che sono queste a lasciarmi davvero un segno.
La mia impressione è che Francesco Leto riesca molto bene a trasmetterci ciò che i suoi personaggi provano e di come anche il loro umore vada cambiando dal sabato fino al martedì. Quella che mi ha colpito di più, o comunque a cui mi sono sentita più vicina, è la storia di Giulia, la più sognatrice dei tre, innamorata della poesia, con una macchia nera sul cuore che non riesce ad andar via. Nelle parti in cui parla Sergio, invece, è molto facile lasciarsi trasportare dal suo dolore al pensiero di dover lasciare nello specifico la sua bambina, per la quale, com’è giusto che sia, prova un amore immenso.
La scansione dei giorni, nel romanzo, sta a rappresentare il tempo che passa e contro cui non ci si può opporre, che scorre dolorosamente quando si vive un periodo drammatico della propria vita. Dall’altra parte, però, c’è Lara, la macchina fotografica di Matteo, che immortala gli istanti e in un certo senso è capace di fermare il tempo, catturarlo in un’immagine, quell’immagine che resterà a Camilla quando Sergio non ci sarà più.

Buona lettura!

Titolo: Suicide Tuesday
Autore: Francesco Leto
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2013
Pagine: 205
Prezzo: 13 €
Editore: Giulio Perrone editore

Giudizio personale: spienaspiena

Da “Moby Dick” di Herman Melville

Immagine tratta dal film “Heart of the sea – Le origini di Moby Dick” (Ron Howard, 2015)

Oh, uomo! Ammira e prendi a tuo modello la balena! Tu pure resta caldo in mezzo al ghiaccio. Tu pure vivi in questo mondo senza appartenergli. Sii freddo all’equatore; mantieni il sangue fluido al polo. Come la grande cupola di San Pietro e come la grande balena, conserva, oh uomo!, in tutte le stagioni la tua propria temperatura.

[Herman Melville, Moby Dick, 1851,
trad. Alessandro Ceni, Feltrinelli 2007,
689 pp., 12 €]

“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo,
il Sumeru.
Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari.
Questo è il mondo per noi.

 

Quest’anno, a differenza delle altre volte, mi era venuta l’idea di leggere i candidati allo Strega, qualcuno se non fossi riuscita a recuperarli tutti. Nei fatti non ci sono riuscita, ma almeno sono arrivata a due: la Ciabatti e Cognetti, ma non perché fossero i favoriti, bensì perché forse erano quelli che mi incuriosivano di più (anche se ne ho da parte qualcun altro ancora da sfogliare). Ed è finita che Cognetti l’ho letto proprio mentre veniva proclamato vincitore.

In questo periodo i romanzi ambientati in montagna si stanno facendo spazio nel mondo letterario e devo dire che la cosa non mi dispiace affatto, forse perché io, nata e cresciuta al mare (ma anche – diciamolo – nel mare), mi sento molto lontana ma allo stesso tempo attratta da certe ambientazioni; mi viene voglia di scoprirle e conoscerle meglio, insomma. È successo coi libri di Morandini ed è stato così anche con Paolo  Cognetti. La montagna è un luogo duro, aspro, freddo, ma che non per forza deve essere visto come nemico. Ne Le otto montagne, infatti, si parla soprattutto di legami, di calore che fa da contrappeso alla neve e all’inverno rigido di quei luoghi del Nord Italia in cui è ambientata la storia di Pietro e Bruno. Il primo è un ragazzino – poi uomo – di città, che ha studiato e ha uno strano rapporto coi genitori, specialmente col padre; l’altro è nato e vissuto sempre in montagna, alleva animali, fa il formaggio e poi diventerà muratore. Molto diversi nella sostanza, i due, nella vita, diventeranno quasi due fratelli, anche perché mentre Pietro è in giro per il mondo a studiare o a lavorare, suo padre tratta Bruno quasi come fosse un figlio.

Ma la montagna non è solo uno sfondo, bensì l’elemento primario da cui è composta l’anima di tutti i personaggi. I genitori di Pietro si sono innamorati e sposati in montagna, passano tutte le estati con il figlio in un paesino ai piedi del Monte Rosa, Grana; la montagna è ciò che Pietro impara dal padre più di tante altre cose, è una cosa da cui si allontanerà tutta la vita, per poi tornarci come se fosse una calamita, un vortice che lo risucchia indietro, in qualsiasi parte del mondo lui si trovi.  Hanno tutti un legame intimo con quei luoghi. Ma ecco, questa intimità io non l’ho percepita appieno, almeno, l’ho intravista solo in superficie.

Io speravo che niente sarebbe mai cambiato, lassù, nemmeno i ruderi bruciati o i mucchi di letame lungo la strada. Che lui e i ruderi e il letame restassero sempre uguali, fermi nel tempo ad aspettare me.

Non ricordo dove ho letto che Le otto montagne è un libro potentissimo, una frase che mi ha fatto iniziare la lettura con aspettative altissime. Alla fine mi sono trovata ad aver letto un romanzo carino, scritto molto bene perché non ci piove, Cognetti sa scrivere, però dobbiamo sempre partire dal presupposto che siamo dotati tutti di una sensibilità diversa e per emozionare me ci vuole qualcosa che colpisca fino in fondo. Con questo romanzo, appunto, non è accaduto e non è affatto perché sono siciliana e quindi non avvezza alla vita di montagna. Sono contenta che l’autore si sia portato a casa sia lo Strega che lo Strega Giovani, ha un bel modo di narrare, di caratterizzare i personaggi e da quello che vedo ha raggiunto altissimi livello di gradimento fra il pubblico (ho tantissimi amici che lo hanno adorato, a differenza di me). Però, confesso, mi sono interrogata sulle dinamiche dell’assegnazione di questo premio, su cosa si basi, e non in relazione a Cognetti, proprio in generale. Ma non apriamo questa parentesi, altrimenti non ne usciamo più.

Buona lettura a chi di voi lo affronterà!

Titolo: Le otto montagne
Autore: Paolo Cognetti
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 208
Prezzo: 18,50 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspiena

“La tua presenza è come una città” di Ruska Jorjoliani

Avendo terminato la lettura dei Cazalet, facile facile, non ero mentalmente preparata a qualcosa di più tosto e che ha bisogno di più attenzione. Sto parlando di un libro che ho comprato a Una marina di libri lo scorso giugno e che, però, non è proprio un’ultima uscita, perché è stato pubblicato alla fine del 2015: La tua presenza è come una città di Ruska Jorjoliani, una giovane autrice georgiana al suo esordio che vive a Palermo. Devo dire la verità, avevo già sentito parlare tanto di questo libro, mi ricordo che erano state fatte varie presentazioni a cui purtroppo non avevo potuto partecipare, ma se ne era detto un gran bene e la curiosità mi era rimasta. Poi ci sono arrivata per vie traverse due anni dopo e me lo sono letto per bene.

La storia comincia quando, nel secolo scorso, due ragazzini della cittadina di Miroslav, Viktor e Dimitri, diventano grandi amici. Una volta cresciuti Viktor diventa ingegnere e Dimitri insegnante di letteratura russa. Un giorno, quest’ultimo, mentre sta facendo lezione in aula si ferma a guardare il ritratto di Lenin, lo stacca dal muro e lo lancia dalla finestra. Questo viene considerato un atto di grande tradimento dal partito e lui viene spedito ai lavori forzati in Siberia.

Afferrò allora la sedia più vicina, la trascinò e l’addossò alla parete; vi salì e sganciò il ritratto dal chiodo. Scese, andò alla finestra e l’aprì. I ragazzi seguivano attenti ogni sua mossa… con una spinta maldestra fece volare l’immagine di Lenin. Poi richiuse la finestra. Non ho mai capito cosa ci facesse in mezzo ai grandi scrittori, disse, voltandosi ai ragazzi che lo fissavano stupiti.

Il suo amico Viktor poi deciderà di portarsi a casa la moglie e il figlio di Dimitri, per aiutarli, in virtù del forte legame di amicizia che ha sempre avuto con lo sfortunato insegnante.
Viktor ha un figlio, Saša, che sarà bibliotecario e voce narrante del libro, e grande amico del figlio di Dimitri, Kirill, anche lui come il padre mandato in Siberia.

Saša, col suo stile ordinato e spesso schematico, ci racconta una storia che si dipana lungo tre generazioni in Russia, dall’inizio della rivoluzione sovietica in poi. Il racconto non si svolge in maniera lineare, il narratore ci fornisce documenti, ricordi, stralci di memorie passate (tutti uniti in un calderone di generi letterari diversi e qui sperimentati) che sono come pezzi di un puzzle da ricostruire per intero, compito che spetta a noi lettori. Questo è uno dei motivi per cui all’inizio ho detto che è un libro che necessita di attenzione e non uno di quelli da leggere presi dalle varie distrazioni. Almeno, per me è stato così, tanto che ci ho messo un po’ prima di decidermi a parlarne.
Lo sfondo è quello di una Russia oppressa dal socialismo, in cui gli individui sono tutti e nessuno contemporaneamente, una sensazione che provoca lo scatto di ribellione di Dimitri ma che Vitkor riesce a sopportare maggiormente (deve farlo, anche per il benessere della sua famiglia e di quella dell’amico).

Ruska Jorjoliani ha scritto in italiano un romanzo che sarebbe potuto benissimo essere russo, perché pieno di quelle atmosfere e, credo, degli strascichi lasciati dalla rivoluzione dell’inizio del secolo scorso. E lo ha fatto in italiano perché è la lingua della sua seconda patria, la Sicilia, che l’ha accolta quando aveva sette anni grazie ad un progetto organizzato dal comune di Palermo per ospitare i bambini che fuggivano dalla Georgia nel periodo della pulizia etnica, nei primi anni Novanta. Questo per tre mesi, perché poi è tornata in Georgia, ma da quel momento ha vissuto tra l’Italia e il suo paese (vi segnalo questo articolo per una piccola biografia dell’autrice).
In questo libro, per essere al suo esordio, Ruska Jorjoliani secondo me fa proprio il botto perché sembra che abbia già una grande maturità letteraria, oltre a una grande conoscenza – è chiarissimo leggendola – della letteratura in generale. Proprio perché, come ho sempre sostenuto, quando una persona scrive ma prima ha letto tanto si vede. Quindi ve lo consiglio, a patto che prestiate molta attenzione a quello che leggete.

Buona lettura!

Titolo: La tua presenza è come una città
Autore: Ruska Jorjoliani
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 169
Prezzo: 14 €
Editore: Corrimano

Giudizio personale: spienaspienaspiena


Ruska Jorjoliani è nata a Mestia (Georgia), nelle montagne del Caucaso, nel 1985, quando sul mappamondo esisteva ancora un enorme paese chiamato Unione sovietica. Nel 2007 si è trasferita a Palermo, dove due anni dopo ha vinto il suo primo premio letterario: “Mondello giovani Sms-poesia” (per i versi dedicati a Dino Campana), dove si è laureata in filosofia, e dove vive e studia tuttora.

In breve: “Allontanarsi” (La saga dei Cazalet vol. 4) di Elizabeth Jane Howard

1497533588404879800727Finalmente sono riuscita a dedicarmi a un libro che aspettavo da tanto tempo, il quarto volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, e come c’era da aspettarsi l’ho divorato. Questa volta ho deciso di parlarne in breve perché si tratta comunque di una saga, non posso ripetere continuamente ciò che vale per tutti i volumi e non posso nemmeno dare dettagli sulla trama perché rischio di fare dei bruttissimi spoiler (la storia va sempre avanti e con essa i personaggi). Comunque, per chi volesse rinfrescarsi la memoria, qui ci sono la PRIMA, la SECONDA e la TERZA parte della storia. Adesso vi parlo un po’ della quarta.

Avevamo lasciato i nostri Cazalet a guerra ormai finita – siamo nel 1945 e c’è stato da poco lo sbarco in Normandia. Adesso li ritroviamo intenti a riorganizzarsi, a riprendere la vita normale che non conducevano da tanto tempo: ci sono, ancora per poco, i razionamenti di cibo, le tessere per il vestiario, e nessuno ha grandissime possibilità economiche. Gli adulti sono invecchiati, i bambini sono diventati ragazzi, le ragazze ormai giovani donne, qualcuno è tornato, qualcun altro non c’è più e la vita continua per tutti. È così che, come dice il titolo, ci si allontana, specialmente i più giovani prendono la loro strada, come Polly che ormai lavora come arredatrice, Clary che sta scrivendo un romanzo o Teddy a cui è stato affidato un impiego all’interno dell’azienda di legnami di famiglia. C’è qualche grande sconvolgimento, ma rientra tutto nell’ordine naturale delle cose: amori che finiscono e amori che nascono, vite che finiscono e vite che nascono.

Quello che però stupisce in questo quarto episodio della saga è il personaggio di Archie Lestrange che è entrato in sordina quasi all’inizio della storia come un vecchio amico di Rupert e adesso è diventato a buon diritto uno dei protagonisti principali, tanto che ci sono interi capitoli dedicati a lui e non appare solo in quelli relativi agli altri. È la spalla su cui piangere di tutta la famiglia Cazalet, un punto fermo, quello che, come figura, si è evoluto di meno nel corso della vicenda perché già all’inizio era quello saggio, intelligente e riflessivo della combriccola. Tutti, grandi e piccoli, si confidano con lui (perfino la Duchessa), gli raccontano i propri segreti coscienti del fatto che è come una botte di ferro. La differenza con le prime tre parti della storia, però, sta nel fatto che adesso Archie non è più una comparsa nelle storie altrui, ma ha preoccupazioni, desideri e sogni tutti suoi che verranno a galla piano piano, con la pacatezza che contraddistingue il suo carattere.

Mi sembra superfluo ribadire che il linguaggio della Howard è delicato, con una chiara impronta femminile e attento ai più piccoli dettagli. Allontanarsi – come il resto della saga di cui fa parte – è un libro facile, scorrevole, ma non per questo banale, anche se sembra che ogni libro sia più bello del precedente, come a creare un crescendo di emozioni che culminerà con l’ultima parte. Sono dell’idea che sia davvero semplice appassionarsi ai Cazalet e a una storia così tipicamente inglese (se vi piace quel genere). Adesso non vedo l’ora che esca il prossimo, ma ci sarà qualche mese da aspettare, mi dicono.
Nel frattempo buona lettura!

Titolo: Allontanarsi
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1996 (2017 questa edizione)
Pagine: 670
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Mia figlia, don Chisciotte” di Alessandro Garigliano e due chiacchiere con l’autore

Come molti di voi sapranno, ho alle spalle tanti anni di studio della letteratura da cui deriva un grande amore per il Don Chisciotte (letto sia in lingua originale che in italiano, e ne prevedo una rilettura a breve), che considero il romanzo per eccellenza, il libro più geniale che sia mai stato scritto. Evidentemente deve pensarla così anche Alessandro Garigliano, che da pochissimo ha pubblicato con NN editore Mia figlia, don Chisciotte, un libro che, come c’era da aspettarsi, mi ha conquistato e che sono contenta di aver letto per diversi motivi.
La storia è quella di un padre quarantenne che non ha il coraggio di dire alla propria bambina di tre anni di essere disoccupato e che quindi ogni mattina indossa il vestito elegante, quello del matrimonio, e finge di uscire per svolgere il lavoro di professore universitario. Ha una grande passione per Cervantes e finisce per interpretare la sua vita alla luce del Don Chisciotte: la figlia è una sorta di Alonso Quijano in miniatura e lui un povero Sancho Panza che la accompagna nelle sue strampalate avventure quotidiane (di cui si racconta nei vari capitoli). È uno strano Sancho il protagonista, però: spesso è combattuto, non sa se assecondare la fantasia della bimba o se riportarla coi piedi per terra, ricordarle i suoi obblighi e farle accettare la razionalità del presente. E vorrebbe proteggerla sempre, magari creando un bunkerino in cui possa non correre rischi.
Ma Mia figlia, don Chisciotte non è solo una raccolta di episodi familiari da cui emerge la tenerezza di un padre (e di una madre, personaggio secondario che poi, in realtà, tanto secondario non è) nei confronti della figlia; è anche un libro pieno di interessanti riflessioni letterarie su Cervantes e non solo, che sono davvero piacevoli da leggere perché la passione con cui Garigliano le ha scritte si percepisce in ogni pagina.

Dopo la lettura ho pensato di porre qualche domanda all’autore, siciliano come me (ma di Misterbianco, dalla parte opposta), che avevo già incontrato durante la presentazione del libro fatta qui a Palermo a fine aprile. Garigliano collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana e il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino. Ecco qui di seguito una breve intervista.

Da cosa (e quando) nasce la tua passione per il Don Chisciotte?
Da sempre, devo dire. Fino a una certa età ho vissuto con il mito del donchisciottismo, poi, non essendomi mai occupato di altro che di libri, il “Don Chisciotte” di Cervantes è subito diventato un testo totemico: l’origine del romanzo moderno. Paradossalmente ne ho rimandato per anni la lettura, quasi in soggezione, per potermelo godere al meglio accumulando quanta più esperienza possibile, sia letteraria che di vita. Ma non appena è arrivato il momento, non ho più smesso di leggerlo: mia moglie era incinta!

La gestazione di Mia figlia, don Chisciotte è stata lunga e travagliata?
Ho lavorato molto sul testo. Sono una personalità ossessiva, quindi cerco di curare ogni dettaglio. In questo libro, non avendo nessun punto di riferimento per quanto riguarda il genere, ho impiegato parecchio tempo per dare forma alla struttura e per rendere fluido il passaggio tra la parte saggistica e quella narrativa.

Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro?
Niente e tutto, direi. Se l’autobiografia è il genere più falso che esista, allora ho scritto un testo autobiografico.

Ah, Sancio, vorrei gridare, per quali ragioni ricerchi cause, indizi, motivi? Dobbiamo ravvederci, osare, annichilire la ragione inalberando anche noi tracotanza! Subito però mi sento di nuovo braccato dalla prudenza, dando ancora ragione a Sancio. Credo sia giusto accettare il presente per non covare un futuro di frustrazioni a mia figlia. È sempre meglio reprimere la parte utopica, nonostante continui malgrado tutto ad affiorare.

Gran parte dei genitori cerca di limitare la fantasia dei figli per tenerli legati alla realtà e farli restare coi piedi per terra. Il tuo protagonista/narratore, invece, spesso fa proprio il contrario: alimenta e incoraggia l’immaginazione della sua bambina. Quale credi che sia l’atteggiamento più corretto e perché?
Non so quale sia l’atteggiamento più corretto. Credo non esistano confini rigidi tra fantasia e realtà. Bruno Bettelheim diceva che le fiabe sono scritte in quel modo – con cattivi e buoni, tinte fosche, violenza e immaginazione – perché il mondo interiore dei bimbi è esattamente fatto in quel modo. E la stessa cosa possiamo dire dei miti: non sono che proiezioni di mondi interiori appartenenti da sempre all’essere umano. E ancora: quando di notte rielaboriamo ciò che abbiamo vissuto di giorno, con una grammatica totalmente diversa, non stiamo “fantasticando”, stiamo semplicemente continuando a interpretare la realtà.

La moglie del protagonista è una figura che parte un po’ in sordina ma acquista sempre più rilievo. Credi che anche lei possa corrispondere a qualche personaggio del capolavoro di Cervantes?
Per me la moglie è un personaggio centrale perché incarna sia don Chisciotte che Sancio Panza.

Mia figlia, don Chisciotte, oltre ai racconti familiari di unapadre, una madre e una figlia, raccoglie tante interessanti pagine di critica letteraria, non solo su Cervantes. Pensi che questo possa stimolare ulteriormente chi ti legge alla critica e che possa far scoprire Don Chisciotte a chi ancora non lo ha affrontato?
Ho iniziato a scrivere il mio testo perché esasperato da chi crede sia importante solo cosa c’è scritto in un libro, il contenuto della storia, senza porre la dovuta attenzione a come il libro è scritto. Per me, invece, non si dovrebbe trascurare niente: il contenuto, certo, ma anche la lingua, le coordinate temporali e spaziali, la trama (che non deve limitarsi a riprodurre lo svolgersi di percorsi di genere triti e ritriti, ma reinventarsi incessantemente), il montaggio eccetera. E allora, nel mio “Don Chisciotte”, ho provato a raccontare anche come è stato scritto il capolavoro di Cervantes: con quali intuizioni, improvvisazioni e rigore; e anche il modo in cui dialoga con i testi del passato e con quelli del futuro. Approfittando soprattutto del fatto che il “Don Chisciotte” di Cervantes è considerato da molti l’origine del romanzo moderno.

Leggendo il tuo romanzo viene da pensare che molte volte la vita e la letteratura si fondano fin quasi a coincidere. Sei d’accordo con chi dice, in fin dei conti, letteratura e vita sono un po’ la stessa cosa?
Su Letteratura e vita, in Mia figlia, don Chisciotte, ho scritto un intero capitolo (il quinto, intitolato: “Che tratta di mia figlia, Proust e Cervantes”). Non ho molto da aggiungere. Credo che dipenda da cosa si intenda per vita e cosa per Letteratura. Esistono libri mediocri, che somigliano alla più sconfortante quotidianità e vite talmente scontate da poterci scrivere romanzi di genere.

Grazie mille ad Alessandro Garigliano per la disponibilità e la gentilezza.
Buona lettura!

Titolo: Mia figlia, don Chisciotte
Autore: Alessandro Garigliano
Genere:
 Romanzo 
Anno di pubblicazione:
 2017
Pagine: 234
Prezzo: 16 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspiena