Fiori senza destino | Francesca Maccani

Perché qui siamo tutti come tanti fiori
che spuntano in mezzo al cemento,

veniamo su nella polvere e solo così sappiamo vivere.
Se ci strappano via, le radici restano piantate qui
e noi finisce che secchiamo tutti quanti
come le rose nei vasi senza acqua.

 

Lo scorso 21 marzo è uscito per SEM Fiori senza destino di Francesca Maccani. Io l’ho letto una decina di giorni fa e vi confesso che ci ho messo un bel po’ a capire come parlarvene, non solo per il libro in sé ma anche perché conosco l’autrice, è una mia amica, e volevo evitare collegamenti troppo ovvi (quasi stucchevoli e banali) tra il mio parere sul romanzo e il fatto che conosco Francesca. Dopo averci rimuginato tanto, mi sono resa conto che non corro questo rischio perché il libro parla da sé e adesso vi spiego perché.

Francesca è un’insegnante, trentina di origini e trapiantata a Palermo dopo aver sposato un palermitano (è qui, infatti, che ci siamo conosciute grazie alla libreria che frequentiamo, insieme a tante altre persone: un luogo di incontro e condivisione preziosissimo). Quando si è trasferita in Sicilia non è stata mandata a lavorare in una delle belle scuole del centro, piene di gente perbene e che ha i mezzi per assicurarsi una buona istruzione e non solo; no, l’hanno spedita al CEP, un quartiere di periferia nella zona nord-ovest della città, acronimo di Centro Edilizia Popolare, nato negli anni Settanta. Francesca, nel suo romanzo, si chiama Sara, e ci racconta le storie di alcuni degli alunni che hanno segnato la sua vita in quel periodo così forte del suo inizio palermitano. Sono storie vere accadute a persone vere a cui lei ha cambiato nome e spesso anche sesso nella finzione; sono storie con cui non necessariamente tutti entriamo in contatto durante la nostra esistenza, soprattutto se non abbiamo niente a che fare con l’insegnamento o con assistenti sociali et similia. Però esistono e Fiori senza destino aiuta a prenderne coscienza.

Questa terra non è fatta per narici delicate, profumi, sapori, colori e rumori ti precipitano addosso senza mai chiedere il permesso.

C’è chi, come Rosy, ha un ritardo cognitivo – la chiamano la picciridduna, la bambinona – ed è così ingenua da farsi mettere le mani addosso da Tanino, il maniaco del quartiere, che è l’unico a dirle quanto sia bella e le dà pure cinque euro. C’è Giada, che ha altre tre sorelle, figlie della stessa madre, ma tutte con un padre diverso, e ognuna di loro viene tolta alla mamma che non se può occupare. C’è Marcello, che viene affidato a nuovi genitori ma evidentemente il dolore che ha provato nella vita non è ancora abbastanza e la sua madre adottiva, a cui nel frattempo si è affezionato, muore per un incidente. C’è Cettina, che vive con la madre, una donna che si prostituisce in casa, lasciando la figlia a occuparsi di tutto: deve pulire, cucinare, ogni volta che deve andare in bagno è costretta a pulir tutto perché è l’unico servizio igienico e lo usano anche i clienti. O ancora Sciàron – così, perché il padre all’anagrafe non sapeva come si scrivesse Sharon e ha detto all’impiegato di scriverlo come si pronuncia – Rosalia, Milo, Luigi… Molti non hanno neanche mai visto il centro, non sono mai usciti dal CEP.
Ognuno di loro racconta se stesso con la propria voce, in capitoli che sono intervallati da spezzoni della vita di Sara alle prese con le sue incombenze quotidiane e allo stesso tempo così provata da ciò che le trasmettono quei ragazzi: spesso si tratta di un senso di inutilità e frustrazione, il fallimento di un sistema scolastico che non riesce a salvare tutti.

Perché la scuola e la famiglia dovrebbero essere per i ragazzi ciò che li forma e li aiuta a crescere, ma i protagonisti di Fiori senza destino non sempre ce la fanno. Per loro molte volte la casa non è un posto sicuro, ma un luogo da cui vogliono fuggire: i maschi rifugiandosi nella criminalità, le femmine facendo la fuitina, facendosi mettere incinte e finendo ad abitare in casa dei suoceri. La cosa più importante per tutti loro è stringere i denti – spesso digrignarli – e farsi rispettare da tutti, far capire chi comanda a tutti gli altri ragazzini attraverso l’aggressività. Non dimostrano i dodici, tredici anni che hanno in realtà, hanno dovuto imparare a crescere molto più in fretta e sanno come va la vita in certi posti, tra quei palazzoni dove regna il degrado. E anche se è normale rassegnarsi e pensare che sei nato lì, non puoi farci niente e allora devi rimboccarti le maniche e resistere meglio che puoi, qualcuno ogni tanto sfugge alla maledizione, si appassiona allo studio, capisce che è una cosa che può salvarlo e torna a casa praticamente solo per dormire.

Quando è sobrio mio padre mi dice sempre che sono il suo orgoglio e che devo impegnarmi e studiare per avere una vita migliore. «Dio ti ha donato una bella testa, figlio mio, usala per bene, porta piccioli a casa, mai legnate».

Francesca Maccani ha messo nero su bianco ciò che ha vissuto circa nove anni fa, quasi come a volerlo tirar fuori per liberarsi di un tale macigno. E lo ha fatto calandosi nei panni di ognuno di questi ragazzi che ha conosciuto così bene, usando il loro linguaggio: lei, trentina, ci restituisce quel dialetto palermitano di periferia in maniera limpida e verosimile. Ma anche se sono i personaggi a parlare, è normale che diano voce all’esperienza che l’autrice ha avuto con loro, tutto è visto dalla sua prospettiva, in base a ciò che sa; ed è facile immaginare che quella narrata sia solo una piccola parte della realtà fatta di difficoltà, problemi, degrado e anche abusi spesso taciuti.
Ho trovato questo libro molto forte e interessante e sono convinta che questo racconto crudo (Francesca non ci addolcisce per niente la pillola) di vite così diverse dalle nostre possa essere importante per renderci conto di quello che spesso non vediamo – perché è lontano da noi – ma esiste.

Buona lettura!

Titolo: Fiori senza destino
Autore: Francesca Maccani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 21 marzo 2019
Pagine: 138
Prezzo: 15 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Francesca Maccani, insegnante, vive a Palermo. Ha pubblicato il saggio La cattiva scuola con Stefania Auci (Tlon, 2017, premio Donna del Mediterraneo). Sul blog “Giudittalegge” si occupa di recensioni online.

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Benevolenza cosmica | Fabio Bacà

Bob, non credo che tu abbia capito di cosa sto parlando.
Io sono vittima di una pazzesca congiura interplanetaria
per eliminare ogni seccatura dalla mia vita
e sostituirla con favoritismi spudorati.

 

Ho sempre considerato Adelphi una casa editrice molto selettiva, attenta ai dettagli e con un catalogo di grande pregio (ed eleganza, sì), per cui quando ho saputo che avrebbero pubblicato un esordiente mi sono detta che sarebbe stato qualcosa da tenere d’occhio. Mi sono fiondata, quindi, subito a leggere Benevolenza cosmica, di Fabio Bacà, con la sua copertina giallissima, che purtroppo dal mio Kindle appare grigia, ma noi lettori digitali siamo abituati a questi inconvenienti. L’autore ci racconta la storia di Kurt O’Reilly (Kurt come omaggio a Vonnegut), un dirigente all’istituto britannico di statistica che si accorge che da circa tre mesi tutto sembra andare troppo per il verso giusto. Niente di strano, una botta di fortuna, potremmo pensare, e invece no: anche quando sembra che qualcosa di brutto stia per succedere, all’improvviso la fortuna arriva a soccorrerlo, come quando viene ferito lievemente e per questo il governo lo risarcisce con una vagonata di soldi, giusto per l’incomodo. E proprio in quest’ultima occasione fa un tentativo di rifiutarla, quella fortuna eccessiva, per liberarsene, e non ci riesce. Insomma, è perseguitato dalla buona sorte.
Kurt, che per lavoro si occupa di statistica, capisce che tutto questo è “statisticamente impossibile”, quindi, mentre è vittima della sua stessa paranoia, si rivolge a psicoterapeuti e mistici per capire che cosa gli stia succedendo, e da questi incontri gli interrogativi nascono numerosi: tutta questa fortuna potrebbe finire e tramutarsi in qualcosa di disastroso per compensazione? Se io sono così fortunato, deve esserci qualcuno intorno a me che si sta prendendo tutta la sfiga che non arriva a me?

«E perché diavolo mi sarebbe accaduta una cosa del genere? Io non credo nel karma o in altre fesserie simili».
«Be’, evidentemente queste fesserie credono in lei».

Ci ritroviamo così a vivere insieme al protagonista trentasei ore di ricerca spasmodica di un senso a tutto ciò che ha vissuto e sta vivendo, chiedendoci dove andrà a parare e soprattutto cosa gli capiterà di così disastroso, perché siamo sicuri che accadrà. A un certo punto, confesso che a me è successo, viene in mente perfino che in realtà Kurt possa essere morto in una sventura passata e vivere tutto questo da fantasma o in un’altra dimensione, un po’ come una delle teorie di Lost. Fra tanti spunti di riflessione offerti dai pensieri del protagonista (come la gestione dei rapporti umani o del tempo che abbiamo a disposizione, o ancora il senso del destino), al centro del romanzo troviamo il concetto di karma e le sue implicazioni, una sorta di principio di compensazione cosmica per cui tutto deve essere, prima o poi riequilibrato. E di questo equilibrio Kurt si rende conto grazie a uno degli incontri che avrà nella storia, l’ultimo, il più importante: quello grazie al quale tutto ciò che di grottesco, assurdo, paradossale e, più in generale, strano gli è accaduto riuscirà ad acquisire un senso.

Particolarmente brillante mi è sembrato lo stile di Bacà, col suo linguaggio ricercato, quasi all’eccesso, che all’inizio ci fa correre il rischio di rallentare molto la lettura. Bisogna, in effetti, prendersi un po’ di tempo per abituarcisi e anche per assaporare quella scrittura a cui non sempre il lettore è abituato. Una lentezza simile l’ho trovata anche nella narrazione delle “avventure” di Kurt, che a un certo punto potrebbero sembrare troppe, nel modo in cui vengono snocciolate una dietro l’altra; anche se – diciamolo – la sensazione di paranoia e incertezza che si insinua nella mente di chi legge sta proprio nel fatto che i suoi colpi di fortuna siano così tanti. Il flusso degli eventi, poi, inizia a generare una confusione tale, nei pensieri di Kurt e anche nei nostri, che assistiamo a un’accelerata finale che culmina nello scioglimento del dubbio: che cosa mi è successo? Perché?

Volete scoprirlo anche voi? Leggete questo gioiellino!

Titolo: Benevolenza cosmica
Autore: Fabio Bacà
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 7 marzo 2019
Pagine: 225
Prezzo: 18 €
Editore: Adelphi

È tempo di ricominciare (Figlie di una nuova era vol. 2) | Carmen Korn

Rudi aveva trascritto su un foglio
una poesia di Mascha Kaléko per Ruth (…)

La notte
Che genera la paura
Contiene anche
Le stelle
E la
Luna.

Se vi ricordate, qualche mese fa vi avevo parlato di una saga tedesca che mi aveva letteralmente fatta innamorare, iniziata con Figlie di una nuova era, un romanzo ambientato ad Amburgo tra gli anni successivi alla prima guerra mondiale e la fine della seconda. Le quattro protagoniste, Henny, Käthe, Ida e Lina, così diverse tra loro, si trovano tutte a vivere un periodo storico particolarmente difficile che va dalla ripresa dopo il primo conflitto mondiale fino al crollo di quella tranquillità temporaneamente recuperata che sfocia nello scoppio della seconda guerra. Il primo volume si concludeva proprio nel dicembre del 1948, in una Amburgo devastata in cui i nostri protagonisti stavano metaforicamente rovistando tra le macerie per recuperare ciò che la guerra aveva tolto loro. Qualcuno, come Käthe e sua madre Anna, era stato deportato, qualcun altro si trova lontano in Russia, altri cercano di dar vita a nuove attività per risollevare le proprie sorti e quelle del Paese. Ma il colpo di scena più grande era stato proprio quando Henny ha visto Käthe di sfuggita sul tram e ha capito che forse era riuscita a tornare a casa.

E in effetti, in È tempo di ricominciare, secondo volume della trilogia di Carmen Korn che trovate in libreria da oggi, Henny passerà molto tempo a cercare la sua amica che, però, è sicura che a denunciare lei e sua madre alla Gestapo per aver ospitato in casa un fuggiasco sia stato Ernst Lühr, il secondo marito di Henny, con cui crede che lei sia ancora sposata. Henny in realtà lo ha lasciato ed è finalmente riuscita ad avvicinarsi all’uomo di cui è stata innamorata fin dall’inizio, il dottor Theo Unger. Lina e Louise sono impegnate con la libreria Landmann (chiamata così in onore di Kurt, il loro amico tanto amato da tutti) che sembra andare molto bene perché in un momento di rinascita la gente è propensa a comprare libri e a rifugiarsi nel mondo della cultura; su questa libreria investono tanto, perché rappresenta un simbolo materiale di rinascita. Ida aveva avuto una figlia con il cinese Tian, l’uomo che amava e per cui aveva lasciato suo marito, ma forse il loro amore si nutriva della disperazione e delle avversità, o forse le mancano gli agi a cui Campmann (che nel frattempo si compiace di essere caduto in piedi) l’aveva abituata; si annoia in questa nuova dimensione coniugale, ma vede crescere Florentine, che diventa una bellissima ragazza dai tratti esotici.

Quanto sarebbero piaciute a Kurt Landmann tutte quelle novità.

In questo romanzo, sorprendente continuazione del primo della saga, la Korn ci racconta la vita dei suoi personaggi dal marzo del 1949 al novembre del ’69 (all’inizio, per fortuna, c’è una sorta di riassunto delle vicende di ogni personaggio, per rinfrescarci la memoria). Vent’anni, dunque, in cui accade di tutto, vent’anni di eventi storici e cambiamenti importanti a cui tutti devono abituarsi: i progressi tecnologici, come l’arrivo della televisione nelle case di tante persone, o l’uso dei frigoriferi; i miglioramenti in campo medico, come la diffusione della pillola anticoncezionale o diversi tipi di interventi (tra i protagonisti ci sono ostetriche e ginecologi); l’uomo che sbarca sulla Luna e l’evento trasmesso in TV; l’omosessualità che è un reato ma diventa qualcosa a tutti si abituano sempre di più; ci sono perfino i Beatles alle prime armi che fanno concerti nei piccoli locali, o il Festival di Sanremo. Insomma, i tempi cambiano e con essi cambiano anche le persone.
Le protagoniste, che erano figlie e madri, le ritroviamo madri e perfino nonne. Assistiamo dunque a un cambio generazionale che porta con sé tante novità e un nuovo modo di condurre le proprie vite.

L’autrice tocca vari argomenti anche importanti, e come aveva fatto anche in precedenza, continua a raccontarci un’unica storia cambiando sempre il punto di vista, facendocela vedere attraverso gli occhi di un personaggio di volta in volta diverso. Ognuno di questi cerca in qualche modo di tornare alla vita, ma non per tutti il percorso è lo stesso. Per qualcuno è più semplice, anche grazie agli affetti di cui si circonda; per qualcun altro ci vuole più tempo, dati i traumi troppo grandi; per altri, invece, non sembra esserci redenzione, via d’uscita, come Ernst Lühr, che non smetterà mai di abbracciare gli ideali nazisti e rimarrà solo, abbandonato da tutti, perfino dal figlio Klaus che ha praticamente ripudiato a causa della sua omosessualità (a riprova del fatto che si raccoglie ciò che si è seminato). Il desiderio di tutti è quello di ritrovare la serenità che da lungo tempo manca, però, purtroppo, nessuno di loro si sentirà mai al sicuro: anche quando le cose sembrano andare per il verso giusto si avverte comunque quella preoccupazione, quel timore che la prossima sciagura sia dietro l’angolo. E storicamente, lo sappiamo, ci saranno ancora diversi problemi, ma la Korn ci racconterà nel prossimo volume di questa bellissima saga come Henny, Käthe, Ida, Lina e tutti gli altri affronteranno ciò che li aspetta.

Ma certo che era felice, lo era ogni volta che faceva un bilancio della sua vita. Forse aveva solo paura che tutto questo le venisse strappato di nuovo.

Buona lettura!

Titolo: È tempo di ricominciare
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 8 aprile 2019
Pagine: 564
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

I provinciali | Jonathan Dee

Erano tutti ancora vivi.
Erano ancora le stesse, brutte persone che erano sempre state.
Avrebbero dimenticato quei momenti,
perché la gente fa così, dimentica quello che prova.
Tutti ridiventano animali.
Tutti ridiventano selvaggi.

 

Mark Firth si trova a New York perché ha affidato i suoi soldi a un truffatore ed è stato contattato da un avvocato che ha promesso di farglieli riavere, se non tutti almeno in parte. L’avvocato però non c’è, perché poche ore prima si sono verificati gli attacchi terroristici dell’11 settembre ed è rimasto, spaventato, con la famiglia. Dopo una strana notte in compagnia di un altro che come lui ha visto sparire tutti i suoi soldi, Mark decide di tornare a casa, nella cittadina di Howland, dove tra l’altro hanno anche organizzato una veglia per lui, a causa della preoccupazione per quel concittadino che si trovava per caso vicino al luogo del disastro. A casa lo attendono la figlia Haley e la moglie Karen che, dopo che il marito ha perso tutti quei soldi, si mette a lavorare per aumentare le entrate.
Howland è una piccola comunità dove tutti si conoscono fra loro. Gran parte dell’economia gira intorno ai miliardari che vengono da fuori e che si sono comprati – o fatti costruire là – la casa estiva dove passare qualche weekend o tutta la stagione calda. Ricconi che pur essendo un’enorme fonte di reddito per tutti, sono detestati dalla popolazione di questo paese così piccolo che addirittura non c’è nemmeno una stazione di polizia, ma solo un agente, Constable, che deve pensare a tutto.
Un giorno però arriva Philip Hadi, un ex gestore di hedge fund, magnate di Wall Street, che lì si era fatto costruire una casa (enorme, ma sobria, non eccessiva) per le vacanze qualche anno prima. Il fatto è che adesso ci è venuto a vivere in pianta stabile perché – qualcuno ha riferito a qualcun altro che qualcuno gli ha detto che – ha saputo da fonti attendibili che ci saranno altri attacchi a New York e lui se n’è andato per mettersi al sicuro. Così decide di far installare ulteriori impianti  di sicurezza da Mark, che si occupa di costruzioni e lavori di questo genere.
La vita scorre tranquilla, l’amministrazione di Howland è disastrosa come sempre, ma un giorno Hadi decide di fare il grande passo e candidarsi come primo consigliere (il sindaco). Rinuncia allo stipendio, finanzia attività sull’orlo del fallimento, aiuta economicamente altri che non ce la fanno, si occupa della sicurezza della cittadina sempre a sue spese e molte cose sembrano andare meglio.

Fino a quando non entrano in gioco i sospetti. Il fratello di Mark, Gerry, gestisce un blog in cui si lamenta – sotto pseudonimo – della politica del suo paesino, e gli viene mente che sì, molte questioni di soldi sono state risolte, ma non sarà mica che Hadi si sta comprando la fedeltà dei cittadini? Per Mark è fuori discussione, ha sempre visto Hadi come un esempio da seguire, un uomo saggio, sobrio, un leader che tra l’altro lo ha anche ispirato a lasciar perdere tutte le sue piccole attività e a ingrandirsi. Il malcontento si estende a macchia d’olio e bisognerà risolvere anche questa situazione.

E c’era qualcos’altro, in Hadi, una noncuranza, un anticarisma, che paradossalmente lo attraeva. Questi erano gli uomini che controllavano il mondo. Non gliene fregava niente di quello che la gente pensava di loro. Forse era proprio questo, almeno in parte, a distinguere Mark da uomini come Hadi: sapeva di non possedere la loro spietatezza, ma forse la risposta era ancora più semplice, forse dava troppa importanza all’idea di dover piacere a tutti.

I provinciali è un romanzo di Jonathan Dee pubblicato da Fazi che trovate da oggi nelle librerie. I provinciali sono i personaggi di questa storia, abituati alla monotonia della loro piccola comunità, che vanno in tilt appena l’elemento di novità, Hadi, irrompe nella loro quotidianità. È davvero una via d’uscita dai loro problemi o rappresenta un rischio, un pericolo? Ognuno di loro reagisce in maniera diversa a questa situazione, sono tutti insoddisfatti e arrabbiati ma in modi diversi e per motivi diversi. In un gioco di cambi repentini di punti di vista, Dee salta da un personaggio all’altro come se ci fosse un riflettore che di volta in volta illuminasse ogni singolo “provinciale”. Barrett è arrabbiato perché trova solo piccoli ingaggi e deve richiedere di continuo il sussidio di disoccupazione, Gerry perché per lui tutto va malissimo, Candace (altra sorella dei Firth) perché è stata declassata da vicepreside a insegnante di scienze (poi Hadi la fa assumere come bibliotecaria), il padre dei Firth perché sua moglie ha la demenza senile e lo sta facendo impazzire, Karen perché suo marito è irresponsabile e credulone e vede tutto nero. Howland sembra dunque essere una metafora dell’America tutta, dove arriva un uomo ricchissimo che dice di avere la soluzione a tutto, che non ha bisogno di rubare soldi a nessuno perché ne ha già tanti di suo, che sembra andare avanti con il consenso di tutti. Vi fa pensare a qualcosa?

Questo di Dee è un romanzo che mi è sembrato molto intelligente tra le altre cose, come ho già detto, proprio per il fatto di zoomare di volta in volta su una questione (o su un tipo umano) diversa, ma confesso che in partenza ho avuto l’impressione che fosse un po’ lento. C’è un capitolo 0, prima che inizi la storia di cui vi ho parlato su, narrato in prima persona da quel personaggio che, essendo stato truffato come Mark, si ritrova con lui nello studio legale per incontrare gli avvocati che promettono di fargli riavere i soldi che ha perso. Narrazione diversa, stile diverso, più tagliente, più “cattivo”, oserei dire. In un primo momento, finito il capitolo zero, ti chiedi perché sia stato inserito, a parte il motivo ovvio, e cioè che spiega perché Mark sia a New York e in quale momento storico. Io l’ho visto anche come l’introduzione del personaggio di Mark, un giovane americano belloccio, in forma, di una piccola cittadina, uomo retto e perbene (a tratti mi ha ricordato lo Svedese di Roth, se me la lasciate passare) ma soprattutto credulone e fiducioso, per niente sospettoso e che non si rende neanche conto che nella sua stessa famiglia ci sono grossi contrasti e piccole ribellioni (anche la figlia Haley inizia a diventare battagliera).

Jonathan Dee, che è stato finalista al premio Pulitzer nel 2011, alterna toni seri ad altri più ironici che servono a smorzare la tensione. La vicenda è fittizia ma fa riflettere parecchio su come in fondo giri tutto intorno al denaro, anche nei piccoli centri (che in realtà rappresentano tutti i luoghi e nessun luogo).

Buona lettura!

Titolo: I provinciali
Autore: Jonathan Dee
Traduttore: Stefano Bortolussi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: (2017) 4 aprile 2019
Pagine: 440
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi


Jonathan Dee – Insegna scrittura alla Columbia University e alla New School, collabora con il «New York Times Magazine» e «Harper’s» ed è stato editor della «Paris Review». Ha scritto sette romanzi fra cui I privilegiati, finalista al Pulitzer 2011. I provinciali è il suo ultimo libro.

Il piano inclinato | Matteo di Pascale

E c’era infine quel ragazzo italiano che si era perso,
era venuto in Olanda con chissà quale preziosa missione
e invece se ne era completamente dimenticato.

 

Francesco è un ragazzo milanese che ormai da quasi sei anni vive ad Amsterdam. Ha lasciato la sua città, la sua famiglia, il lavoro e il suo grande amore, Renata, per andare in Olanda, dove ormai guadagna bene come copywriter. Se la ricorda ancora nitidamente, Renata, col suo viso triste mentre lo saluta alla partenza, sapendo che forse non lo rivedrà più; un amore buttato via per cosa? Ambizione? Noia? Bisogno di qualcosa di più? Al suo ex capo Francesco aveva detto che aveva sempre avuto il sogno di andare all’estero, per quello si licenziava. Ma ora, tornando indietro con i pensieri, non si ricorda più perché è andato via da Milano e da tutto ciò che aveva, e in più inizia a stargli stretta la sua nuova vita. È bravo nel suo lavoro, così bravo che Joost, il suo superiore, vuole offrirgli un contratto a tempo indeterminato, ma c’è qualcosa che non funziona.
Ha sempre visto Amsterdam come un luogo dove tutto è leggero, le relazioni, i legami, le situazioni, dove niente sembra essere definitivo. È quasi un luogo di passaggio, dove nessuno degli altri expat – il suo migliore amico greco Christos, l’americana Julia, il suo amico di sempre Giorgio, o la spagnola Nina – immagina di stabilirsi definitivamente. A questo Francesco non aveva mai pensato, mentre passava le sue serate tra donne facilissime da avere, alcool, droghe e festini. Frequenta nello stesso tempo Julia e Nicky, ed entrambe hanno altre relazioni, s’innamora di Nina, che sta insieme a Christos, ma al greco non sembra importare troppo questa condivisione della stessa ragazza. Sembra tutto così fumoso, senza contorni chiari.

Quando gli chiedono come mai abbia deciso di andare in Olanda Francesco non se lo ricorda più, non trova una risposta plausibile, capisce di essersi perso. Una cosa la ricorda bene, però: quando era ancora a Milano aveva scritto un racconto e sognava di passare la vita seduto a qualche tavolo a inventare storie, mettere nero su bianco ciò che la sua mente creava. È possibile, dopo tanto tempo, recuperare un sogno e ricominciare a viverlo? Ed è possibile tenerselo stretto, quel sogno?

Nightlife in Amsterdam

Quella di Francesco è la storia che ci racconta Matteo di Pascale nel romanzo Il piano inclinato, edito da Las Vegas edizioni, in uscita proprio oggi. È la storia di Francesco, dicevo, ma può essere benissimo quella di tanti ragazzi che decidono di lasciare tutto per cercare qualcosa di meglio in un’altra parte del mondo e che, però, non riescono mai a sentirsi a casa, non riescono a instaurare legami o mettere radici perché non percependo quel luogo come “casa”, forse, lo vedono solo come un momento di passaggio. Il protagonista ogni tanto passa delle serate con altri expat italiani, Giorgio, Claudio, Rossella, e assiste di continuo ai soliti discorsi su quanto chi è rimasto in Italia si lamenti di non trovare lavoro, di non concludere mai nulla, e “Ma perché non vanno via se in Italia ci stanno così male?”. Allo stesso modo, la vicenda è ambientata ad Amsterdam, ma potrebbe esserlo ovunque, anche se le atmosfere della capitale olandese, con la balaustra sul fiume, i coffee shop, le strade piene di giovani che entrano ed escono dai locali, giocano un ruolo importante all’interno del libro. È come se Francesco fosse costantemente immerso nella nebbia di quei locali notturni, con musica altissima, dove la gente beve e si droga fino al mattino e fino a stare male.
Ed è proprio questo malessere che il titolo ricorda, il ragazzo si sente come la pallina che scivola su un piano inclinato sempre più velocemente, perché sente che tutto intorno a lui sta crollando e non capisce quale decisione prendere perché questo non accada.

Ma Il piano inclinato, a mio avviso, o meglio, per come l’ho visto io, è anche una riflessione sulle relazioni al giorno d’oggi. Francesco si sente molto solo ed è proprio per questo che si rifugia in una serie di rapporti mordi e fuggi in cui il sesso lo aiuta a colmare dei vuoti ma allo stesso tempo non fa che spalancare ancor di più la voragine dentro di lui. Ho letto qualche tempo fa in giro un articolo in cui si diceva proprio questo, cioè che spesso per non sentirci soli prendiamo le persone come tappabuchi, ci servono solo a soddisfare un bisogno, colmare un vuoto, appunto, e non diamo loro troppa importanza a lungo termine. Le accogliamo solo in maniera temporanea, finché non arriva la data di scadenza che, però, vediamo fin dall’inizio. Per questo Francesco non si scompone quando Julia lo saluta e non si farà sentire più, quando Nicky sparisce delusa dalla sua vita, o quando Nina, nonostante palesemente provi qualcosa per lui rimane sempre come un cagnolino fedele accanto a Christos. Non si scompone e non combatte, perché non vuole davvero quello che ha o che gli capita. E non è nemmeno una questione di insicurezza, ma forse siamo figli del nostro tempo e quello che ci manca sono le prospettive, nel lavoro come negli altri ambiti della vita.
Io, che mi lascio coinvolgere sempre moltissimo dagli stati d’animo dei personaggi dei libri – soprattutto quando sono raccontati così bene – confesso di aver passato tanto tempo a riflettere su queste cose e di essermi un po’ lasciata andare a questa malinconia di fondo che si avverte tra le righe.

Il malessere di Francesco è la dimostrazione che cambiare vita, avere il coraggio di mollare tutto per avere qualcosa di più stabile, non è così semplice come sembra. Per iniziare un nuovo cammino se ne deve necessariamente abbandonare un altro e le rinunce si fanno sentire, pesano e spesso si accumulano e fanno sì che quella biglia d’acciaio sul piano inclinato acceleri sempre di più.

Buona lettura!

Titolo: Il piano inclinato
Autore: Matteo di Pascale
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 21 marzo 2019
Pagine: 260
Prezzo: 15 €
Editore: Las Vegas edizioni


Matteo di Pascale è nato nel 1987 ad Alessandria e vive a Torino. È un creativo multidisciplinare: ha lavorato come copywriter e designer in agenzie di pubblicità. Ha pubblicato La storia dell’ultimo arlecchino (OTMA) e La lezione di Milano (Blonk Edizioni). È autore di Intùiti, Fabula e Cicero, tre strumenti per la creatività e la scrittura applicata. Per Las Vegas edizioni ha pubblicato Il piano inclinato.

Intervista ad Adriana Assini, autrice de “La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli”

Il mese scorso è uscito per la casa editrice napoletana Scrittura & Scritture La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli, il nuovo libro di Adriana Assini, autrice che da queste parti avevamo già conosciuto con il romanzo Giulia Tofana. Gli amori, i veleni.

Anche questa volta si tratta di un romanzo storico e la vicenda si svolge in una Palermo del 1516 governata dagli spagnoli, nello specifico dal viceré Hugo de Moncada. Nonostante le vessazioni di chi amministra la città (prima lo spagnolo, costretto a fuggire, poi Ettore Pignatelli), sembra che in città regni la calma; ma è solo apparenza, perché infatti un gruppo di commercianti oppressi dalle tasse, pieni di debiti e sull’orlo della bancarotta, trama insieme ad alcuni membri della nobiltà per organizzare una rivolta e far sì che a governare Palermo ci sia qualcuno che ami di più la città e che possa rendere la situazione migliore per tutti. A capo di questa sollevazione c’è Gian Luca Squarcialupo, un commerciante di zucchero coraggioso, attraente ma pieno di contraddizioni. Sposa una donna per convenienza, ma è da sempre innamorato di Francesca, sposata anche lei con un altro. Sembra avere tutto sotto controllo, crede di conoscere ogni suo singolo avversario, ma non si accorge di chi fa il doppio gioco e di chi in realtà non gli è amico. Per non parlare del ruolo che nella vicenda giocano i Beati Paoli, setta di giustizieri e vendicatori nata in Sicilia nel XII secolo della cui esistenza, però, non si hanno notizie certe.
Riuscirà Squarcialupo nel suo proposito di salvare la città e la sua economia? Lo scoprirete leggendo questo bel romanzo ambientato nella mia città, ricco di colpi di scena, in cui le atmosfere palermitane risultano vivide grazie alle descrizioni di usi e costumi, di cibi e di luoghi che inserisce l’autrice.

Ma questa volta, più che parlavi in maniera dettagliata di un libro che ho trovato davvero interessante, ho pensato di farvi conoscere meglio Adriana Assini, che lo ha scritto, un’autrice che se siete amanti del genere storico (e non solo) dovete tenere d’occhio.
Ringrazio moltissimo la Assini, che mi ha dedicato il suo tempo rispondendo alle domande che ho voluto porle per questa intervista e vi auguro buona lettura.

Chi è Adriana Assini nella vita di tutti i giorni e come autrice?

Sono una scrittrice e una pittrice dal lunedì alla domenica, immersa in scartoffie, documenti, libri, colori e pennelli, senza però sottrarmi alle incombenze quotidiane, né rinunciare al mondo degli affetti e dei piccoli piaceri.

Ha sempre voluto fare la scrittrice? Come lo è diventata?

Frequentavo la prima media quando mi cimentai con il romanzo per la prima volta: il risultato fu un autentico polpettone, ma all’epoca non ne ero consapevole. Da allora non ho più smesso di scrivere, ma per molto tempo non ho avvertito né l’esigenza né l’ambizione di pubblicare. Quando, in seguito, è maturata la voglia di veder trasformato in un libro tutte quelle pagine scritte a mano, il desiderio si è esaudito presto grazie al fortunato incontro con una casa editrice interessata al mio genere letterario.

Come si è appassionata così tanto alla storia da volersi dedicare al romanzo storico?

Per secoli la Storia è stata scritta dai vincitori: molto di quanto abbiamo imparato a scuola è vero solo in parte; moltissimo non ci è mai stato raccontato. Studi, ricerche, approfondimenti sul nostro passato portano spesso a scoperte interessanti, fanno insorgere legittimi dubbi su taluni accadimenti del passato, fino a incrinarne, a volte, la narrazione ufficiale. Attraverso il romanzo storico, mi ripropongo di aggiungere alla sua “naturale” funzione, ovvero affabulare istruendo, la possibilità di offrire una diversa versione dei fatti, cercando di rimetterne insieme i pezzi mancanti, come tante tessere di un mosaico, nel tentativo – se non di riscrivere alcune delle pagine più controverse della Storia – di offrire almeno un differente punto di vista. Un mio obiettivo più specifico e mirato è quello di ridare voce ad alcuni personaggi – soprattutto donne – che, per convenienza o per ignoranza, sono stati messi a tacere sotto un cumulo di menzogne, approssimazioni, omissioni e leggende nere.

Da cosa è nato il suo ultimo libro, La spada e il rosario? Quanto ha dovuto documentarsi su questa vicenda?

Il mestiere di chi scrive narrativa storica porta inevitabilmente a consultare una buona mole di documentazione, testi vecchi e nuovi, lettere, saggi, eccetera. È per tali vie che spesso incontro le protagoniste e i protagonisti dei miei romanzi, come è accaduto con Gian Luca Squarcialupo, le cui vicissitudini meritano, a mio avviso, di essere sottratte all’oblio nel quale sono state ingiustamente seppellite per secoli. Trattandosi di un personaggio minore, sapientemente occultato da chi aveva interesse a farne sparire dalla faccia della terra persino la memoria, la ricerca è stata lunga e paziente, dovendo assemblare ogni dettaglio che, seppure minuto, si è rivelato prezioso per ricostruirne quanto più possibile fedelmente la personalità e le fasi della sua breve e tragica vita.

Per i meno ferrati in materia, cosa fa parte della cornice storica reale e cosa è nato dalla sua fantasia?

La mia fantasia si è limitata perlopiù a dare un nome e una personalità alla donna illecitamente amata dallo Squarcialupo, partendo comunque da alcuni dati di fatto che ne rendessero plausibile l’esistenza.

Palermo è un’ambientazione che ritroviamo in più romanzi della sua produzione e, da palermitana, apprezzo molto la sua conoscenza dei luoghi e anche delle tradizioni. Come mai questa predilezione per il capoluogo siciliano?

L’altro mio romanzo parzialmente ambientato a Palermo è Giulia Tofana. Gli amori, i veleni (Scrittura&Scritture, 2017). La storia della Tofana, che si svolge nella prima metà del Seicento, e quella cinquecentesca dello Squarcialupo, mi hanno entrambe colpita per i temi scottanti che accompagnano le loro esistenze e che caratterizzano le epoche in cui vissero. Succedevano già allora fatti straordinari nella bella e torbida Palermo!
L’ambientazione degli altri miei romanzi, i più recenti, spazia dalle Fiandre alla Castiglia, da Parigi a Mantova e a Milano…

C’è qualche elemento ricorrente che contraddistingue le sue storie? Qualcosa che si possa considerare caratteristico della sua scrittura?

Scrivo spesso di donne, più o meno note, per rendere loro un po’ della dignità che le fu negata durante la loro vita, e che non le venne mai restituita, neppure da morte. Ne  Le rose di Cordova narro le vicissitudini di Juana I di Castiglia, troppo frettolosamente passata alla Storia come la Pazza, lei che ebbe il torto di non piegarsi alle volontà degli uomini della sua famiglia e che si macchiò dell’intollerabile colpa di difendere fino allo stremo la corona legittimamente ereditata da sua madre, Isabella la Cattolica. In Giulia Tofana. Gli amori, i veleni sottraggo all’oblio una donna decisamente sui generis: meretrice palermitana bella, povera e sfrontata, Giulia tenta di scampare a un destino infame arricchendosi con lo smercio di un veleno perfetto messo a punto da lei stessa nel retrobottega di una spezieria. in seguito, approdata nella Roma papale, prenderà coscienza dell’ingrata condizione in cui sono costrette a vivere le donne e venderà soltanto a loro la sua micidiale mistura, ovvero a quelle disgraziate che desideravano liberarsi di un consorte odioso e manesco, che non avevano scelto e che non amavano. In Agnese, una Visconti ripropongo la storia di una giovane aristocratica di fine Trecento che avrebbe meritato migliore sorte in vita e un maggiore interesse in seguito, considerando il coraggio e la determinazione di cui diede prova nel difendere la sua famiglia d’origine e il suo personale decoro nel corso dell’infausto matrimonio con Francesco Gonzaga, IV Capitano del popolo di Mantova. Una vicenda tragica ma decisamente istruttiva sulla condizione femminile e sulle tante contraddizioni al suo interno, poiché – a dispetto dell’opinione ancora corrente – non tutte le donne se ne stavano zitte e a testa bassa, neanche in epoca medievale. In Un caffè con Robespierre, la protagonista, Manon, abbraccia con entusiasmo le innovazioni di cui la Rivoluzione francese è paladina, ma questo non le impedisce di interrogarsi con spirito critico e puntare il dito contro il divario tra le promesse e i fatti della politica, soprattutto nei confronti delle donne.

Quali sono le letture a cui si dedica normalmente? 

Leggo molta saggistica: soprattutto arte, critica letteraria e storia. Per il Medioevo, che si tratti di cattedrali gotiche o delle gesta di Riccardo Cuor di Leone, ho un vero e proprio debole.

Quando scrive una storia ha in mente un lettore ideale, qualcuno a cui si rivolge in particolar modo?

No, nessun lettore ideale. Pubblicato il romanzo, spero sempre che arrivi a quelle lettrici e ai lettori che, uniti dalle mie stesse passioni, si possano calare in pieno nella sua trama e addentrarsi agevolmente nella personalità dei protagonisti, lasciandosi coinvolgere dalle loro emozioni, dubbi, ideali, interrogativi. E mi piace pensare poi che queste lettrici e lettori, giunti all’ultimo rigo del romanzo, se ne separino con qualche rimpianto, e che qualcosa di quanto letto e “vissuto” possa rimanere dentro di loro a lungo.

Un buon motivo, secondo lei, per leggere La spada e il rosario?

Mi auguro che, pagina dopo pagina, il lettore veda aprirsi sotto i suoi occhi, una dopo l’altra, tante piccole finestre su un mondo ricco di sorprese, anche amare, e d’interessanti spunti di riflessione. I sentimenti, le aspirazioni, i tradimenti, la corruzione e le delusioni che attraversano l’animo e la storia di Gian Luca Squarcialupo sono esattamente quelli che proviamo noi, a distanza di secoli, e che, nel bene e nel male, animano tuttora la nostra società. Perché il passato non passa, ci vive accanto, fa parte di noi. Basta saperlo riconoscere.

Grazie!


Titolo: La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli
Autore: Adriana Assini
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 14 febbraio 2019
Pagine: 211
Prezzo: 14 €
Editore: Scrittura & Scritture


Adriana Assini vive e lavora a Roma. Sulla scia di passioni perdute, gesta dimenticate, vite fuori dal comune, guarda al passato per capire meglio il presente e con quel che vede ci costruisce un romanzo, una piccola finestra aperta sul mondo di ieri. Dipinge. Soltanto acquarelli. E anche quando scrive si ha l’impressione che dalla sua penna, oltre alle parole, escano le ocre rosse, gli azzurri oltremare, i luccicanti vermigli in cui intinge i suoi pennelli. Ha pubblicato diversi libri, tutti a sfondo storico, tra cui, nel catalogo di Scrittura & Scritture, i romanzi La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli (2019), Agnese, una Visconti,  Giulia Tofana. Gli amori, i veleni (2017), Un caffè con Robespierre (2016) La Riva Verde (2014) e Le rose di Cordova che dalla sua prima edizione del 2007 ha visto la fortuna di due edizioni successive e tre ristampe.
www.adrianaassini.it

Briciole | La stranezza che ho nella testa / Zero K / Gatti molto speciali / Fedeltà

Torno a lasciarvi qualche altra briciola, qualche spunto letterario su libri che per motivi diversi mi è stato impossibile recensire meglio. Ma vi spiegherò meglio caso per caso.

La stranezza che ho nella testa è un libro dell’autore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura 2006. È stato scelto qualche tempo fa come lettura all’interno del gruppo Facebook LeggoNobel, creato e gestito da Elena Tamborrino e da me, con lo scopo di recuperare insieme gli scrittori insigniti del Nobel e le loro opere. Non avendo mai letto niente di questo autore, non so dirvi se si sia trattato di una scelta infelice o se sia proprio Pamuk a non essere nelle mie corde, fatto sta che questo romanzo del 2014, pubblicato in Italia da Einaudi l’anno successivo, mi è risultato prolisso e noioso in diversi punti. Il protagonista è il giovane Mevlut che al matrimonio di suo cugino vede una ragazza bellissima, che scopre essere una delle sorelle della sposa, e s’innamora così tanto che chiede al fratello dello sposo il suo nome e si fa aiutare a mandarle lettere d’amore mentre è lontano a svolgere il servizio militare. Una volta tornato decide di rapire la ragazza e portarla con sé per sposarla, ma una volta con lei si accorge che i suoi occhi non sono quelli di cui si era innamorato. In lei comunque troverà un’ottima moglie e una splendida madre per le figlie. Chi lo ha ingannato molti anni prima? Perché? Si è trattato realmente di un inganno o un errore casuale? È quello che Pamuk ci racconta in un numero di pagine – a mio parere – eccessivamente superiore al dovuto. In molti passi è difficile addirittura rimanere concentrati perché si rischia di perdere il filo della storia. Nota molto positiva è il fatto che la narrazione è affidata a più voci, ognuna delle quali racconta le vicende (insieme a pensieri, preoccupazioni, paure) dal proprio punto di vista. Per il resto, nonostante la scoperta di tradizioni e usi della Turchia, purtroppo non sono riuscita ad amare questo Nobel.
DETTAGLI: La stranezza che ho nella testa, Orhan Pamuk, trad. Barbara La Rosa Salim, Romanzo, Letteratura turca, 608 pp., Einaudi, 2015, 15 € (in versione Super ET)


Zero K di Don Delillo l’ho ricevuto partecipando a un’iniziativa natalizia della libreria che frequento in cui bisognava acquistare un libro, incartarlo con carta anonima, scriverci una dedica sopra e aspettare un sorteggio che avrebbe accoppiato mittenti e destinatari. Questo è quello che è toccato a me, ed è stato un bene perché da tempo volevo leggere Delillo, autore di cui vedo sempre tessere le lodi ma che purtroppo non conoscevo ancora. Confesso che è stato un romanzo difficile perché, nonostante lo stile non sia per niente complicato, si avverte una profondità e una pesantezza (non in senso negativo) che portano spesso a pensare che qualcosa nel sottotesto ci stia sfuggendo. E a me sicuramente qualcosa è sfuggito, anche perché mi son messa a leggerlo in un periodo movimentato e coi muratori che lavoravano nel palazzo accanto regalandomi mal di testa continui e scarsa concentrazione. Detto questo, però, mi è piaciuto molto (anche se, come avrete capito, avrebbe potuto piacermi ancora di più).
In questo romanzo, pubblicato nel 2016 da Einaudi con una traduzione di Federica Aceto, si affronta il tema della fine non definitiva della vita. Jeff Lockhart, figlio di un milionario, ci racconta che suo padre Ross vuole seguire la seconda moglie Artis, malata terminale, in un processo di ibernazione (a zero gradi Kelvin, da qui il titolo) attuato in una clinica segreta: i corpi verranno congelati in attesa che in futuro ci siano nuove cure, nuove possibilità, ed essi possano finalmente tornare a vivere meglio di prima. Da qui nascono confronti tra padre e figlio sul significato della vita e della morte e sull’effettiva validità della scienza come soluzione ai mali (e quella di Jeff dovrebbe essere quella di Delillo). Ad ogni modo, grazie anche alla descrizione della clinica, si avverte un’atmosfera cupa e fredda che di sicuro lascia il segno.
Qui, come per Pamuk, è la mia unica lettura di questo autore, che mi toccherà approfondire perché è chiaro che una sola esperienza non permette di farsi un’idea chiara.
DETTAGLI: Zero K, Don Delillo, trad. Federica Aceto, Romanzo, Letteratura americana, 244 pp., Einaudi, 2016, 12 €


Gatti molto speciali è il Nobel scelto sempre dal gruppo LeggoNobel dopo Pamuk. A fine febbraio ci siamo dedicati a Doris Lessing, autrice britannica scomparsa qualche anno fa, nel 2013. Abbiamo scelto una lettura abbastanza soft, tralasciando quelle più conosciute che rientrano nella sua produzione. Personalmente non mi aspettavo un libro su gattini pucciosi e teneri, ma non pensavo di trovarmi tra le mani un libro così interessante su queste creature che amo moltissimo e che anche la Lessing amava, anche se in un modo che all’inizio potrebbe sembrare un po’ freddo. La scrittrice Nobel nel 2007 parla del rapporto con questi piccoli felini nelle varie epoche della sua vita, a Teheran da piccola, in Sudafrica poi, e infine a Londra da adulta. Quando era bambina faceva una distinzione tra i gatti che stavano in casa e quelli che selvatici che vivevano fuori e che cercavano di inselvatichire quelli domestici, parla dei genitori che dovevano sopprimere gran parte delle cucciolate perché figuriamoci se in quei territori e a quell’epoca si parlava di sterilizzazione. Nella parte londinese, invece, cambia del tutto tono e si passa a qualcosa che sembra molto introspettivo: ha un rapporto quasi da pari coi suoi gatti, gli uni tentano di leggere nell’animo dell’altra e viceversa. Parla ovviamente di quelli con cui ha instaurato rapporti più profondi e ne analizza il carattere, i diversi tipi di intelligenza e le peculiarità. Davvero una bellissima scoperta.
DETTAGLI: Gatti molto speciali, Doris Lessing, trad. Maria Antonietta Saracino, Autobiografico, Letteratura inglese, 160 pp., Feltrinelli, 2017, 19 €


Fedeltà è l’ultimo romanzo di Marco Missiroli, un libro che faceva già discutere ancor prima che uscisse, non chiedetemi perché. Avendone lette di cotte e di crude (anche abbastanza crude, devo dire, e con toni anche molto accesi), ho deciso di leggermelo e di farmi un’idea. L’autore milanese, pubblicato da Einaudi, come si evince facilmente dal titolo affronta il tema della fedeltà, ma non solo quella coniugale, o almeno della relazione amorosa, ma anche quella verso se stessi, il non rinunciare ai propri sogni, alle proprie aspirazioni o alla propria indole per gli altri. Così ci sono Carlo e Margherita, sposati da un po’ di anni, che vivono quasi costretti in una relazione che non metterebbero mai in discussione, ma che nei fatti sembra star stretta a entrambi: lui, ossessionato per anni da una studentessa di un suo corso, lei invaghita del suo fisioterapista. Cedere a una tentazione permette davvero di eliminarla? E togliersi un pensiero può realmente riportare la serenità nella propria vita? Non lo so, e leggendo questo romanzo non sono nemmeno riuscita a farmene un’idea più chiara, perché anche se l’idea di base mi sembra molto interessante immagino che potesse essere sviluppata in modo diverso, magari più incisivo e doloroso. Mentre mi sembra tutto molto leggero, infatti a me come lettrice lascia pochissimo. Peccato!
DETTAGLI: Fedeltà, Marco Missiroli, Romanzo, Letteratura italiana, 232 pp., Einaudi, 2019, 19 €