Senza | Massimo Cracco

I pezzi deboli sprofondano nelle loro nature,
quelli forti galleggiano inalandole;
la battaglia quotidiana è fatta di fiutate reciproche,
l’alfiere mangia la pedina solo se le annusa addosso la paura.

 

Chloe Jennings-White

Esiste un disturbo psichico chiamato BIID (Body Integrity Identity Disorder) che ricorda lontanamente la disforia di genere, ma che non ha nulla a che vedere con i caratteri sessuali dell’individuo. Le due condizioni psicologiche hanno in comune il fatto che la persona non si riconosce nel corpo in cui vive, si sente in trappola in un corpo che non sente e non vede come suo. Nel BIID il disagio è legato all’integrità fisica e al fatto che l’individuo invece sente che il corpo che desidera è amputato, menomato, quindi moltissime delle persone che ne soffrono si provocano incidenti per farsi male e tagliar via quelle parti che non vogliono. Più o meno celebre è il caso di Chloe Jennings-White, una ricercatrice dell’università di Cambridge che vorrebbe vivere la vita in carrozzina e dichiara che questo desiderio le è nato quando aveva quattro anni e ha visto la zia che usava le stampelle. Ha cercato ripetutamente di farsi male per provocarsi l’handicap ma non ci è riuscita; nel 2010 si è messa in contatto con un medico che avrebbe potuto provocarle la rescissione dei nervi sciatico e femorale, ma non ha potuto effettuare l’operazione perché troppo costosa. L’unica cosa che ha potuto fare è continuare a vivere la sua vita sulla sedia a rotelle anche se non ne ha bisogno.

Da queste premesse parte Senza, il romanzo di Massimo Cracco uscito il 6 febbraio per Autori Riuniti. Il protagonista, Paolo, viene a sapere da piccolo della storia di Chloe Jennings e decide che anche lui vuole vivere senza le gambe. Cerca di farsi male, finisce anche in ospedale, ma le gambe continuano a funzionargli, quindi molto spesso le lega con delle fasce e si sposta sulla sedia a rotelle non usandole. Non ha altri interessi nella vita, la madre muore, il fratello rincorre una normale carriera e il padre a un certo punto si stanca di mantenerlo, quindi prima lo spinge a cercarsi un lavoro, poi lo lascia a vivere da solo e alla fine vende anche la casa. Paolo è attratto dall’handicap, è il sogno della sua vita, quando si intrattiene con Cristina lega le gambe anche a lei, ma purtroppo la donna ha un carattere molto debole e pensa che lui lo faccia perché i suoi arti inferiori sono brutti, così dopo una liposuzione andata male si suicida. Ovviamente le indagini si concentrano, fra gli altri, su Paolo che potrebbe averla spinta al tragico atto. Ma il protagonista si trova sommerso da altre magagne, perché finisce in mezzo alle indagini per un rogo in una discoteca da parte di un’organizzazione neonazista in cui sono coinvolti il fratello e il compagno della sua ex fidanzata e vicina di casa, Francesca: nella sua cantina hanno trovato un plico in cui si progettava un’aggressione a un prete.

Vorrei starmene per i fatti miei, bruciare la tv, sono una membrana trasparente incapace di accettare il male che mi passa come un batterio, non ho anticorpi, ogni giorno la televisione racconta che qualcuno si è trasformato in un perdente, i miei compagni di scuola si allenano a vincere, io non voglio entrare in nessun gioco regolato da sconfitte e da vittorie, non sono adatto, la mia ripugnanza per le forme di agonismo mi esclude.

A noi che non soffriamo di questa condizione psicologica così particolare tutta questa storia risulta per forza disturbante; la vicenda di un uomo che rifiuta una parte del suo corpo al punto da volersela fare amputare appare inaccettabile a noi come alla maggior parte dei personaggi del libro. I genitori di Paolo, quando è piccolo, pensano di farlo vedere da uno psicologo, ma rinunciano quando capiscono che dovrebbe andarci tutta la famiglia, credono all’improvviso che non sia il caso. La famiglia lo allontana, amici non ne ha mai avuti troppi, i colleghi – quando svolge qualche lavoro – lo tengono a distanza e il mondo circostante lo tratta come un matto. Gli unici che lo comprendono sono Alberto, un anestesista che però lavora solo in circostanze misteriose e affari loschi, e che spaccia anche, e un gruppo di persone affette da BIID a cui si unisce per andare a un incontro con Chloe Jennings (che, nel romanzo però, a differenza che nella realtà, è riuscita a farsi lesionare i nervi per perdere l’uso delle gambe). Ed è proprio a quell’incontro che la vita di Paolo cambia radicalmente.

Nonostante tutto ciò possa sembra al di fuori di ogni logica – a meno che ovviamente non la si guardi da un punto di vista clinico – Paolo racconta la sua storia in maniera lucida e noi che leggiamo arriviamo anche a comprendere i suoi desideri e patimenti. È l’esempio perfetto di individuo strano che viene rifiutato, allontanato, trasformato in reietto dalla società e poi convertito addirittura in capro espiatorio di tutti i mali del mondo. È il debole che viene ingannato e poi messo alla gogna. Tutto il romanzo è un crescendo di stati d’ansia per capire se alla fine il protagonista riuscirà ad esaudire il suo desiderio e a farsi amputare quelle gambe che fin da piccolo ha odiato, diventa una vera e propria discesa agli inferi, dato che da persona comune, come tante altre, Paolo finisce nel marciume, insieme ad altri reietti che vivono nell’ombra ma anche in quel marcio che si manifesta alla luce del sole. Sembra una vera e propria caduta, ma il sospetto che in realtà sia una liberazione da una società ipocrita e fasulla (in questo caso quella di qualche decennio fa) ci accompagna per tutta la lettura.

Senza è la storia di un uomo votato al nulla, che vuole solamente rimanere seduto sulla carrozzina a guardare il mondo dalla finestra e approfondire la conoscenza del nazismo (perché prova sdegno, dice lui) e delle amputazioni chirurgiche. Non vuole partecipare alla lotta quotidiana della vita, è come se l’avere le gambe lo costringesse in qualche modo a esserci, l’unico modo per restare in disparte è liberarsene, al contrario di ogni altro essere umano invece di evolvere involve. Ma cosa si può diventare andando sempre più indietro?

Questo è un romanzo notevole, non perdetevelo.
Buona lettura!

Titolo: Senza
Autore: Massimo Cracco
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 6 febbraio 2020
Pagine: 228
Prezzo: 15 €
Editore: Autori Riuniti

I fiori del deserto | Riccardo Villanti

Lo scorso 20 dicembre è uscito per la casa editrice Scatole Parlanti I fiori del deserto, l’esordio narrativo di Riccardo Villanti, architetto palermitano classe ’88. L’influenza che la sua professione, che è anche e soprattutto una passione, emerge chiaramente nell’ambientazione del romanzo, una villa che non è solo il luogo in cui si svolge gran parte della vicenda, ma essa stessa protagonista principale della storia. Questa enorme residenza nobiliare – di cui molte sono le descrizioni dettagliate tra le pagine – apparteneva a delle persone di alto rango i cui discendenti hanno sperperato tutto il patrimonio; dopo essere finita a un’asta giudiziaria, viene acquistata dal dottor Grant che con la moglie decide di creare lì un centro di recupero e di aiuto psichiatrico per persone che sono arrivate a toccare il fondo nella loro vita, specialmente la loro figlia Lucy, una ragazzina che a un certo punto della sua infanzia precipita nel buco nero della sua mente. E tutto sotto la direzione della dottoressa Moran, una giovane e brillante psicanalista che con i suoi metodi più gentili e innovativi conquista da subito i Grant.

All’interno di questa villa i personaggi che s’incontrano sono tanti e tutti con un passato difficile da cui staccarsi per andare avanti. Quello che spicca fra tutti, e che dovrebbe essere il protagonista, è Jeff Carter, uno scrittore che ancora credere di vedere un certo Weimar, un uomo che sembra essere la causa principale del suo malessere o che almeno è coinvolto nella sua rovina psicologica, una visione che dovrà imparare ad abbandonare. Con lui l’infermiera Anne, salvata dalla stessa Moran dalla miseria tempo prima; Cougan, che guarisce la mente con la sua arte in cucina; Antoine, inserviente che nel tempo libero fa lo spacciatore; ma anche Lucy Grant, con i suoi spettacoli teatrali e le tante attività di gruppo del centro.

Pensò dopo tanto tempo al deserto e al fatto che la vita è tanto potente che può attecchire ovunque, è un seme che si anima quando è il momento giusto, quando trova terreno fertile intorno a sé, anche quando sembra inadatto. 
Attecchisce con forza, radicandosi dove sembrerebbe non esserci la possibilità, anche quando tutto sembrerebbe urlare il contrario.
Come accade per quei particolari fiori che sopravvivono nel deserto.

Ogni capitolo affronta la storia di uno dei personaggi, quindi c’è un continuo cambio di prospettiva che ci dà l’idea che stiamo andando alla ricerca di elementi per ricostruire il passato di Jeff Carter, mentre gli stacchi fra le vicende di queste persone ci lasciano intendere i nessi che a una prima occhiata potrebbero sfuggire. Sono tutti collegati, non solo fra loro ma anche alla villa in cui si trovano, un luogo che – con le sue vetrate, i suoi giardini, la sua architettura imponente e armoniosa – è isolato nel tempo e nello spazio (non sono ben precisate le coordinate spazio-temporali della storia) e rappresenta per tutti un’oasi di pace nel deserto in cui può spesso trasformarsi l’esistenza umana. Quel deserto in cui, però, a volte sboccia un fiore, a voler simboleggiare che la vita (o meglio, la voglia di vivere) è più forte di qualsiasi altra cosa e vuole rinascere anche in condizioni che non lo permettono.

Si avverte fra le righe la forza d’attrazione della grande villa nei confronti di tutte queste persone che in un modo o nell’altro arrivano lì e si rendono conto che è un luogo di purificazione e di guarigione, un posto giusto e felice. Ma la rinascita è possibile quando si è caduti troppo in basso o a volte è solo un’illusione?

Buona lettura!

Titolo: I fiori del deserto
Autore: Riccardo Villanti
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 20 dicembre 2019
Pagine: 100
Prezzo: 13 €
Editore: Scatole Parlanti

Ai sopravvissuti spareremo ancora | Claudio Lagomarsini

Forse la morte serve a farci capire anche questo:
che degli altri,
quando siamo finalmente costretti a pensarci,
non sappiamo proprio niente.

 

Un uomo torna dal Brasile nel suo paese d’origine, nella Lunigiana, perché la vecchia casa di famiglia, ormai disabitata, è stata messa in vendita e tocca a lui indicare quali scatoloni bisogna dar via e quali tenere. La madre non vuole avere niente a che fare con questa roba, si è trasferita altrove dopo che il marito è stato male, e poi si capisce fin dall’inizio che in quel luogo ci sono tanti ricordi forse dolorosi. Ad ogni modo, rovistando fra vecchi oggetti l’uomo trova dei quaderni e inizia a leggerli. Sono quei quaderni in cui nell’estate del 2002 suo fratello Marcello, all’epoca diciottenne, stava scrivendo un romanzo ispirato alla loro vita; aveva solo cambiato alcuni nomi sostituendoli con dei soprannomi: il narratore era “il Salice”, il marito della madre Wayne, il vecchio vicino di casa e amante della nonna “il Tordo”. Leggendo quelle pagine l’uomo torna indietro di diversi anni e ha modo di rivivere eventi drammatici della propria famiglia da una prospettiva diversa, che non è la sua ma quella di Marcello, un ragazzo riservato e dolce che si arrabbiava per le ingiustizie e non riusciva ad accettare il brutto dell’esistenza.

Ai sopravvissuti spareremo ancora è il romanzo d’esordio di Claudio Lagomarsini, uscito per Fazi il 23 gennaio e il titolo si riferisce a una targa che – lo si scopre solo alla fine – amici americani hanno regalato al Tordo. Il Tordo che è solo una piccola parte della grande famiglia allargata in cui si trova Marcello dopo che la madre e il padre si sono separati diversi anni prima. Il padre è andato a fare l’agronomo in Brasile, la madre ha intrecciato una relazione con Wayne, un uomo pratico e rozzo che vive a suo agio nell’ignoranza. La nonna (madre della madre) è ormai vedova ma ha una tresca col Tordo, che è sposato e vive con la moglie paralitica. Il Salice invece non c’è mai, è quasi sempre da qualche parte con gli amici, com’è giusto che sia alla sua età. In questo bailamme, Marcello è spesso in casa a fare le versioni di latino e greco, a leggere o a sognare col suo animo raffinato di poter avere, un giorno, qualcosa di diverso.

Finora non avevo ascoltato il più importante dei testimoni. Finora posso dire che non sapevo quasi niente di lui.

Dai quaderni viene fuori un fratello che il narratore forse non aveva mai sospettato, un ragazzino assetato di vita, pieno di interessi che confliggevano con la famiglia e l’ambiente domestico che gli erano capitati. Mentre rileggeva i russi, nell’orto fuori Wayne litigava col Tordo per un serbatoio dell’acqua per irrigare; mentre faceva le versioni per le vacanze, la nonna e il Tordo si scambiavano battutacce a sfondo sessuale; mentre mandava delle rose a Sara, la ragazza di cui era innamorato, questa gli telefonava solo perché non aveva voglia di fare i compiti da sé e voleva copiarli da lui. Ma la voce narrante, oltre al fratello, scopre anche se stesso, si scopre per come Marcello lo vedeva, in un certo senso simile a lui, con lo stesso disagio per una situazione che non gli appartiene ma dalla quale non può venir fuori.

Ma a Marcello vorrei dire: è la provincia, bellezza. Scegliere un’altra strada, qui, significava condannarsi a un’esistenza infelice, essere maltrattato da una stronzetta di nome Sara e passare le estati in camera a tradurre dal greco e rileggere i russi. Ne valeva la pena? A un certo punto del tragitto, Marcello dev’essersi reso conto anche di questo: nei libri e nei film da cui sperava di ricavare risposte trovava solo ulteriore turbamento. Noi – gli altri – leggevamo poco e male, guardavamo schifezze, eppure (o proprio per questo) ci andava tutto bene, perché non ci rendevamo conto. Alessandro, come me, era una persona vacua e felice.

È impossibile non mettersi nei panni del protagonista e non sentire sulla propria pelle la solitudine di questo personaggio che non riesce a farsi comprendere da chi ha intorno; forse ogni tanto è proprio il Salice che lanciandogli un’occhiata eloquente lo fa sentire meno sperduto. Ma in Ai sopravvissuti spareremo ancora Lagomarsini per far percepire maggiormente gli stati d’animo di Marcello ci racconta anche le storie di tutti gli altri personaggi, che si intrecciano fra loro in modo quasi pericoloso accrescendo il caos che per il ragazzo diventa sempre più insopportabile. Viene da pensare a un fiore sferzato dal vento di tempesta che non riesce a contrastare. Lui che è fatto di un’altra pasta rispetto a tutti gli altri li guarda “da lontano” e quasi non capisce perché si affannino tanto nelle loro battaglie inutili, perché sprechino così tanto tempo e tanta energia sul nulla. Ed è proprio questo per questo che Marcello inevitabilmente resta nel cuore del lettore: vogliamo tutti stare dalla sua parte, anche quando è troppo tardi.

[Fino al 29 febbraio 2020 trovate questo libro al prezzo promozionale di 10 €]

Titolo: Ai sopravvissuti spareremo ancora
Autore: Claudio Lagomarsini
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 23 gennaio 2020
Pagine: 206
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Claudio Lagomarsini – È ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Oltre a diverse pubblicazioni accademiche, suoi articoli di approfondimento sono usciti per «Il Post», «minima&moralia», «Le parole e le cose». Come narratore, ha pubblicato diversi racconti per «Nuovi Argomenti», «Colla» e «retabloid», vincendo un contest organizzato dal Premio Calvino nel 2019. Questo è il suo primo romanzo.

Storia della nostra scomparsa | Jing-Jing Lee

Fu allora che imparai che è possibile sparire anche senza andarsene,
e anche più di quanto aveva fatto lui.

Diventare più vuoti del vuoto.
Più neri del nero.

 

Nel contesto della seconda guerra mondiale nella Malesia britannica si svolse la campagna di Malesia, un conflitto tra le truppe britanniche e quelle dell’impero giapponese che durò dall’8 dicembre 1941 al 31 gennaio 1942. Le operazioni legate all’occupazione della Thailandia da parte del Giappone continuarono con quella della Malesia, che durò fino alla fine della seconda guerra mondiale, e aprì la strada alla conquista di Singapore. L’invasione, vicina di poche ore all’attacco di Pearl Harbor, fece sì il Giappone combattesse gli USA nella guerra del Pacifico e che quello diventasse il teatro orientale del conflitto mondiale.
È all’interno di questo scenario – più precisamente quello dell’invasione giapponese di Singapore – che è ambientato il romanzo che da oggi Fazi porta in libreria: Storia della nostra scomparsa di Jing-Jing Lee, autrice singaporiana al suo esordio narrativo.

Nella storia seguiamo due linee temporali diverse e due personaggi principali. Wang Di nel ’42 ha circa diciassette anni e vive con la sua famiglia in un piccolo villaggio di Singapore. Quando arrivano i giapponesi, gli unici modi per proteggere le ragazze sono farle sposare o farle travestire da maschi. Per questo motivo si aggira tra la gente una mezzana, la zia Tin, che raccoglie fotografie per cercare marito alle giovani donne che vogliono sottrarsi a un destino che sembra già scritto. Wang Di, però, non fa in tempo a sistemarsi, perché arrivano dei soldati a prenderla con la forza davanti agli occhi dei suoi familiari; la portano in un luogo, una comfort house, dove rimarrà ben tre anni come comfort woman, donna di conforto, cioè una schiava sessuale per i soldati giapponesi. Le viene detto che sta aiutando la sua famiglia, perché è come se stesse lavorando e guadagnando dei soldi che vengono dati ai suoi. Le viene anche dato un altro nome più giapponese, Fujiko, in cui lei sprofonderà del tutto, lasciando scomparire Wang Di. Quando qualche anno dopo tornerà a casa, ovviamente non sarà più lei, e tra la vergogna e la quasi totale mancanza di identità, sarà difficile reinserirsi nel contesto da cui è stata strappata via.

Nel 2000, invece, seguiamo una Wang Di ormai anziana – scopriamo che poi si è sposata con un brav’uomo più grande di lei, che nella guerra aveva perso moglie e figlio, ma che ora è vedova – e Kevin, un ragazzino di tredici anni a cui la nonna, in punto di morte, rivela un segreto. Kevin farà delle ricerche e scoprirà qualcosa di incredibile che era stato taciuto troppo a lungo, la verità sulla famiglia e su quella di Wang Di.

Donne di conforto dell’esercito giapponese [Fonte: Abbatto i muri]

Sembra che Jing-Jing Lee abbia attinto alla storia vera della sua famiglia per narrare una delle tante sfaccettature della seconda guerra mondiale. Quando si pensa al conflitto normalmente la mente va dritta ai combattimenti, alle deportazioni (in Occidente), alle grandi personalità che nel bene e nel male hanno cambiato la storia del mondo, ma non è detto che tutti conoscano certi fatti, ciò che succedeva in modo più nascosto, all’ombra di avvenimenti più eclatanti. Ed è stato proprio questo a far nascere il mio interesse nei confronti di Storia della nostra scomparsa, la voglia di scoprire cosa accadde a queste donne, strappate alle loro famiglie e dalle proprie case, portate chissà dove – loro non sapevano dove fossero – e costrette a far “rilassare” vari uomini in una sola giornata, uno diverso ogni mezz’ora nel caso della protagonista di questo libro. Molte, come Wang Di, erano ancora delle ragazzine che non avevano avuto alcuna esperienza sessuale; per loro quella fu la perdita terribile e improvvisa dell’innocenza, furono violate senza troppi scrupoli e preamboli e, anzi, forse rappresentavano per questo qualcosa di raro e di più prezioso per quei militari.

L’autrice racconta con grande sensibilità, ma senza risparmiarsi sulle atrocità, la difficoltà di essere una donna durante la guerra. Wang Di ha già un nome che toglie importanza a chi lo porta: significa “in attesa di un fratello”, perché una femmina in certi contesti non poteva lavorare come un maschio e quindi dare un aiuto concreto alla famiglia. Quando viene portata via, le viene tolta anche la dignità: lei, come tante altre, scompare non solo fisicamente (dalla sua casa, dal suo villaggio, dalla sua vita), ma anche come persona. Perché perda ancor di più la propria dignità le viene dato un altro nome, Fujiko, dal suono più giapponese, meno nemico per chi andrà a trovarla nella sua camera-cella. Lì la narrazione della Lee diventa sempre più claustrofobica, come se dalla comfort house, “la casa bianca e nera”, non si dovesse più uscire, anche se la protagonista coltiva sempre la speranza in un ritorno a casa. L’unico modo per sopravvivere, mentre non si sa più neanche che giorno sia nel mondo di fuori, sembra essere il legame con un paio di altre ragazze nella stessa situazione, o il pensiero che quello che le sta accadendo sia il pegno da pagare per far arrivare qualche soldo a casa.

Jing-Jing Lee cambia spesso prospettiva, seguendo Wang Di o Kevin, per darci di volta in volta indizi nuovi, piccoli pezzetti di un puzzle che il lettore poi va a ricostruire solo alla fine, quando ha tutti gli elementi necessari.
In generale è un bel romanzo, un viaggio interessante a Singapore – complici tanti riferimenti a pietanze e usi e costumi tipici – che si lega a un punto di vista diverso sui fatti della seconda guerra mondiale.

Buona lettura!

Titolo: Storia della nostra scomparsa
Autore: Jing-Jing Lee
Traduttore: Stefano Tummolini
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 16 gennaio 2020
Pagine: 399
Prezzo: 17 €
Editore: Fazi


Jing- Jing Lee – È nata e cresciuta a Singapore. Nel 2011 ha conseguito il master in Scrittura creativa a Oxford. Alcuni suoi racconti e poesie sono apparsi in diversi giornali e antologie. Nel 2013 è stato pubblicato il suo racconto lungo If I Could Tell You (Marshall Cavendish) e nel 2015 è stata pubblicata la sua prima raccolta di poesie intitolata And Other Rivers (Math Paper Press). Attualmente vive ad Amsterdam. Storia della nostra scomparsa è il suo primo romanzo.

Doppio vetro | Halldóra Thoroddsen

Nessuno si aspetta mai che costruiamo un nido sull’orlo della fossa.
Essere innamorati alla sua età è un penoso canto del cigno.
Fingere che la vita sia in piena fioritura,
che ci troviamo nel mezzo del cammino.

 

Prima di entrare nel merito della questione libri, voglio dirvi che questo è l’ultimo di cui parliamo in questo 2019 che si appresta a finire e quindi, a chi non arrivasse in fondo al post ma anche a tutti gli altri, voglio fare tantissimi auguri di un felice anno nuovo, che sia latore di belle novità ma soprattutto di serenità, ché quella non guasta mai. Se vi va fatemi sapere anche se avete ricevuto qualche libro per Natale e quale, sono sempre contenta.

Adesso andiamo avanti. Qualche giorno fa ho pensato che era un po’ che non leggevo gli Iperborea e ne ho preso uno dai tanti libri che ho lì nella pila “in attesa”. Ho pescato Doppio vetro dell’autrice islandese Halldóra Thoroddsen, un libriccino che ho divorato in un pomeriggio e che avevo comprato lo scorso giugno a Una Marina di libri (era uscito da poco). La storia è quella di una donna ormai avanti negli anni e vedova che guarda dal doppio vetro della sua finestra la vita che scorre normalmente per tutti. Sembra rassegnata alla vecchiaia, come se avesse già vissuto quel che doveva e ora non le spetti più altro; addirittura a un certo punto mentre cammina per strada un tipo l’aggredisce e lei pensa che voglia stuprarla, ma quello le dà uno schiaffo e scappa. Alla donna viene in mente – terribile pensiero – che sia così malmessa e inutile, per la sua età, da essere rifiutata anche da un delinquente.

Una cosa positiva della vecchiaia, però, è che adesso riesce a vedere tutto in modo diverso e nuovo, come se avesse nuovi occhiali che le permettano di interpretare la realtà come non aveva mai fatto. È per questo che quando incontra Sverrir, un ex chirurgo separato e in pensione che forse moltissimi anni prima aveva già incontrato, non sa bene come comportarsi. L’uomo ha 77 anni, uno meno di lei, la corteggia, si dichiara, i due si innamorano e decidono perfino di andare a vivere insieme. Chissà quanto durerà.

L’amore tra persone anziane non è un amore coniugale sano, che ambisce a riempire la terra. La gente non lo associa mentalmente nemmeno a un’estetica, o alla celebrazione del piacere fisico, al contrario, lo respinge perché coinvolge la decadente vecchiaia. L’immaginazione stessa rifugge dall’idea di due vecchi rugosi e rinsecchiti che se la spassano con l’aiuto di lubrificanti. Il sesso è la sola cosa che viene in mente a tutti, tanto siamo posseduti da quest’unico concetto riguardo ai rapporti tra le persone.

La riflessione della protagonista – e naturalmente dell’autrice – è tutta incentrata sul tempo e sul modo che abbiamo di viverlo e sfruttarlo, che è uno dei temi che interessano tantissimo anche me. Nello specifico qui ci si chiede se dopo una certa età si smetta di vivere davvero anche se il nostro corpo è ormai troppo vecchio. Ci si può ancora innamorare anche se ci resta poco tempo? E com’è innamorarsi da vecchi? Com’è la vita quando tutto ciò che hai sempre avuto si va sgretolando davanti ai tuoi occhi, quando i tuoi amici e coetanei iniziano a morire uno dopo l’altro e il tuo mondo perde pezzi? Il tempo non lo possiamo fermare, ma possiamo riempirlo delle cose che più ci fanno star bene, possiamo scandirlo – come la protagonista del libro – appuntando su un’agenda le cose più belle che ci accadono e gli eventi più importanti a cui assistiamo.

E breve è anche il tempo che ci mettiamo a leggere la storia della Thoroddsen, raccontata con grande sensibilità ma anche con uno sguardo lucido e disincantato sui temi trattati. In un primo momento ci si potrebbe chiedere se sia così breve perché la si narra troppo velocemente, in maniera frettolosa. In realtà, mi viene da pensare che questo libro lo si legga in un soffio perché rappresenta alla perfezione ciò di cui tratta: il tempo che ci rimane “alla fine” di una vita, che può essere poco, quando pensiamo di avere qualcosa tra le mani ma dobbiamo sapere che già il giorno dopo potrebbe non esserci più. Un voler godere della propria esistenza anche quando la società ti fa pensare di essere troppo vecchio e di doverti, quindi, fare da parte (magari dietro un doppio vetro). Sicuramente è un’inno alla vita, ai sentimenti e alle emozioni che non sfioriscono insieme al corpo, ma anzi vanno coltivate sempre e comunque.

Buona lettura e ancora tanti auguri!

Titolo: Doppio vetro
Autore: Halldóra Thoroddsen
Traduttore: Silvia Cosimini
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 24 aprile 2019
Pagine: 106
Prezzo: 15 €
Editore: Iperborea


Halldóra Thoroddsen – è nata nel 1950 e vive a Reykjavík. Scrittrice e poetessa, ha lavorato come insegnante, grafica e direttore dei programmi della radio islandese. Scrive poesie, racconti, sceneggiature e romanzi. In corso di pubblicazione in dieci paesi europei, Doppio vetro è il suo primo romanzo a essere tradotto in Italia e ha ricevuto il Premio della Letteratura Europea e il Premio della letteratura femminile islandese.

Mattanza | Giuse Alemanno

Nessun essere umano sa resistere
alle sollecitazioni dell’odio.

 

Ad ottobre del 2018 avevamo letto Come belve feroci, un romanzo fortissimo di Giuse Alemanno pubblicato da Las Vegas edizioni. Era stato scritto da più parti che il manoscritto presentato era abbastanza lungo e che quindi era stato diviso in due parti, la prima delle quali era quella uscita in quel periodo. Ora, dopo poco più di un anno troviamo in libreria Mattanza, il seguito di quella storia sanguinosa che tanto ci aveva appassionato. Per rinfrescarci la memoria facciamo un po’ il punto della situazione: a Oppido Messapico, in provincia di Taranto, Paolo Sarmenta e la moglie vengono uccisi davanti agli occhi di Massimo, il figlio, che però è chiuso in una gabbia. Quando arriva, il fratello di Paolo, Vittorio, libera Massimo e cerca di colpire gli assassini, spara e ne atterra due, ma Costantino Ròchira riesce a fuggire. Così Vittorio fugge con la moglie, il figlio Santo e Massimo in un paesino in Val Camonica per nascondersi e capire da dove ripartire, ma anche lì ci sono nemici e le cose andranno in maniera disastrosa. Santo, il più dotato dei cugini Sarmenta, studia per diventare medico e nel frattempo con Massimo scopre la verità sulla sua famiglia.

A quanto pare i loro genitori avevano fornito del calcestruzzo scadente per la costruzione di una clinica in Calabria, un affare in cui c’è di mezzo la ‘ndrangheta che poi s’era voluta vendicare dell’affronto, mandando quel Costantino Ròchira a punire i Sarmenta senior. Ora, i due giovani cugini Santo e Massimo dopo essersi lasciati dietro una scia di morti anche in Val Camonica andranno a Milano, ma Massimo, detto Mattanza per la violenza di cui può essere capace, si organizza per tornare a Oppido Messapico per concludere il loro piano di vendetta. Si accorgeranno però che la ‘ndrangheta arriva ovunque e che in questi affari è coinvolto anche il professor Ciro Barrese, il mentore di Santo, quello per cui il ragazzo lavora in una grande clinica privata milanese.

Alemanno racconta la storia dei Sarmenta e della loro vendetta con quello stile incisivo e forte che avevamo già conosciuto nel volume precedente, e ci regala brevi momenti di ironia per allentare la tensione. Uno dei loro obiettivi è quello di stare sempre almeno dieci passi avanti rispetto al nemico, di essere più furbi per poter mettere a punto il loro piano senza che nessuno se ne accorga, anche se a volte dare nell’occhio è inevitabile. Massimo però qui appare meno sanguinario che in Come belve feroci, probabilmente perché viene portato alla riflessione da suo cugino e non ha la possibilità di compiere gesti troppo impulsivi.
Anche qui troviamo scene di violenza raccontate con un linguaggio crudo, senza mezzi termini, e stupisce il fatto che il lettore sia portato a legittimare il progetto di Massimo e Santo anche se i loro sono atti criminali.

Se la “puntata” precedente era ambientata in paesini del sud Italia e della Val Camonica, qui ci troviamo nella grande Milano, col traffico, i ristoranti, le feste e l’alta società dietro i cui soldi spesso si celano loschi affari e nessuno scrupolo. È così che professori e medici di un certo livello nascondono un traffico illecito di protesi mediche in  combutta con la ‘ndrangheta, che per uno scambio di favori si possa uccidere qualcuno senza battere ciglio, che sia così semplice rimuovere un “ostacolo” o un “problema” dal proprio cammino con la moralità che va a farsi benedire.
Senza dubbio Mattanza è un seguito che non delude le aspettative, ma lo si può leggere anche senza conoscere la parte precedente (tutto risulta comunque comprensibile). Ma è davvero il capitolo conclusivo del piano di vendetta dei cugini Sarmenta? Io credo e spero di no.

Buona lettura!

Titolo: Mattanza
Autore: Giuse Alemanno
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 14 novembre 2019
Pagine: 299
Prezzo: 16 €
Editore: Las Vegas


Giuse Alemanno è nato nel 1962 a Copertino (LE) e vive tra Taranto e Manduria. Ha pubblicato diversi libri, tra cui il romanzo “Terra Nera” (Stampa Alternativa, 2005), i due romanzi su Don Fefé e Ciccillo e due testi sull’Ilva di Taranto.
Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Come belve feroci” e il seguito “Mattanza”.

La superba gioventù | Pablo Simonetti

Ognuno ha un suo rapporto particolare con l’età.
Io mi sentii vecchio per la prima volta a cinquantadue anni.
E non a causa dei piccoli fastidi ai polmoni
o alla pelle di cui talvolta soffrivo,
ma in seguito al mio incontro con Felipe Selden,
quella sera d’inizio novembre 2008, in una galleria d’arte.

 

Un anno fa ho conosciuto Pablo Simonetti perché in tanti mi avevano consigliato di leggere Vite vulnerabili, una raccolta di racconti, suo esordio letterario, che mi era piaciuta moltissimo. Di recente, a fine novembre, è uscito, sempre per Lindau, il suo nuovo romanzo, La superba gioventù, che ho voluto fortemente leggere perché credo che questo autore meriti davvero tanta attenzione. Ritroviamo qui alcuni dei temi presenti anche nel libro precedente, l’omosessualità (ma Simonetti, oltre che in ambito culturale, è impegnato come attivista per i diritti degli omosessuali), la famiglia e la difficoltà di portare avanti determinati rapporti e l’ipocrisia di un certo tipo di società tutta fatta di apparenze, e li ritroviamo tutti in un’unica storia profonda e coinvolgente.

Voce narrante del romanzo è lo scrittore Tomás Vergara, un uomo sulla cinquantina, che ci narra le vicissitudini di Felipe Selden, un ragazzo che proviene da una famiglia benestante e cattolica da cui, però, è costretto a prendere un po’ le distanze per via della sua omosessualità che non viene accettata, soprattutto dalla madre Tana. Felipe, oltre ad essere un giovane brillante, ha quel fascino che non lascia scampo a nessuno, nemmeno allo scrittore, che diventa suo grande amico e, in qualche modo, anche una guida nella vita, una persona con più esperienza data dagli anni che lo consiglia e che gli offre un confronto maturo. A un certo punto Alicia, una zia molto ricca del giovane, muore e si scopre che nel testamento ha lasciato tutto a lui. Felipe si ritrova così in mano una grande fortuna e il rischio è che qualcuno possa manovrarlo per entrare in possesso di tutti quei soldi e beni materiali (Alicia aveva anche una collezione di quadri e oggetti d’arte). Ma nella vita del giovane ci saranno moltissimi cambiamenti che lo porteranno a crescere e maturare: da ragazzo che non sa che strada prendere nella vita diventerà un uomo che sa prendersi responsabilità – spesso non sue – e che riesce a mettere davanti a tutti la sua realizzazione personale.

Attraverso le parole del narratore Tomás – così bravo a dipingere il ritratto di un’altra persona forse per la sua sensibilità di scrittore – è inevitabile mettersi nei panni di Felipe e comprendere appieno ciò che lo turba. Se quando entra in scena è ancora un ragazzo che pensa di dover provare tante cose diverse per capire che scelta fare, col tempo acquisisce consapevolezza, commette errori (sbaglia nel non seguire i consigli che gli vengono dati) e si ritrova immerso nelle macchinazioni altrui, cose che contribuiscono a formarlo come individuo. Potremmo dire che anche quella di Felipe Selden è una vita vulnerabile, come siamo vulnerabili tutti noi quando i nostri desideri e le nostre aspirazioni cozzano con quelli che il mondo esterno indirettamente ci impone di seguire e fare nostri, quasi fosse una recita in cui ognuno deve fare la sua parte.

Ma è anche un romanzo sull’amore e su tutte le sfumature di questo sentimento che confliggono tra loro. L’amore per la propria famiglia, quello per la persona del cuore, quello per chi poi diventa la tua famiglia, quello per gli amici che ti sono sempre stati vicini. Felipe deve fare i conti con ognuno di questi e la difficoltà sta nel capire a quale dare la precedenza, nel decidere quale porre in cima alla sue priorità: un ragazzo che strada preferisce seguire? E un uomo, poi, con più esperienza, può decidere di mettere da parte le proprie aspirazioni per una responsabilità più grande? Questo è il grande cruccio di uno come Felipe Selden che, però, potrebbe essere uno qualunque di noi in un momento difficile della propria vita.

Buona lettura!

Titolo: La superba gioventù
Autore: Pablo Simonetti
Traduttore: Francesco Verde, Davide Platzer Ferrero e Marta Signorile
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 novembre 2019
Pagine: 376
Prezzo: 24 €
Editore: Lindau


Pablo Simonetti – è nato a Santiago del Cile nel 1961. Si è laureato in Ingegneria Civile presso l’Universidad Católica della capitale cilena e poi ha conseguito un Master in Ingegneria Economica presso la Stanford University in California.
Dal 1996 ha deciso di dedicarsi completamente alla letteratura e nel 1999 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti Vite vulnerabili, che ha ottenuto la Mención Especial al Premio Municipal de Literatura di Santiago. Nel 2004 è la volta del primo romanzo, Madre que estás en los cielos, cui seguiranno La razón de los amantes (La ragione degli amanti, Corbaccio 2009), La barrera del pudor, La soberbia juventudJardín e Desastres naturales. Oltre alla scrittura e ad altre attività culturali, Simonetti è impegnato anche come attivista per i diritti degli omosessuali.