Company Parade (Lo specchio nel buio, vol. 1) | Margaret Storm Jameson

Una giovane donna arriva a Londra
nel mese immediatamente successivo all’armistizio.
È inesperta, povera, ambiziosa e sfiduciata.
Quella che segue è la sua storia.

 

Margaret Storm Jameson, autrice che non conoscevo, è stata la donna dei primati: è stata la prima donna a laurearsi in inglese all’università di Leeds, la prima donna a ricevere una borsa di studio per una tesi post-laurea a Leeds, e la prima donna a presiedere l’English PEN. È stata una che si è saputa fare strada quando non era ancora usuale che una donna raggiungesse determinati traguardi. Anche a lei toccò, come ad altre che l’hanno preceduta, pubblicare i suoi primi lavori con uno pseudonimo maschile; lei era nata nel 1891 a Whitby, a quell’epoca non era solito che una donna ragazza di essere un genio o che addirittura arrivasse a pubblicare romanzi (e lo sappiamo che per tanto tempo i romanzi sono stati non solo appannaggio degli uomini, ma anche un genere letterario considerato basso perché di intrattenimento). Nell’introduzione a Company Parade – il primo volume della trilogia de Lo specchio nel buio pubblicato da Fazi il 3 ottobre – Nadia Terranova la definisce “Margaret la geniale” e lo fa a buon diritto, dato che fu una donna quasi rivoluzionaria per quegli anni.

Hervey Russel, la protagonista del suo romanzo, la ricorda molto: è una donna che vuole sfondare, vuole realizzarsi e solo con le sue forze. A 24 anni lascia il marito a casa, affida il figlio di tre anni a una persona che può prendersene cura e dalla provincia si trasferisce a Londra in cerca di un lavoro. Inizia a scrivere per la pubblicità, ma senza grossi risultati, dato che la sua vera passione è la letteratura. Non vede l’ora di tornare nella sua stanza per mettere mano al romanzo che sta scrivendo e che spera venderà. Il marito Penn è un ufficiale di terra dell’Air Force, la tradisce e lei stessa non è sicura di amarlo e di esserne mai stata innamorata; mentre a Londra ci sono due suoi vecchissimi amici, Philip e T. S. che sono due ex soldati (amici di David Renn, l’uomo con cui Hervey lavora) che vorrebbero fondare un giornale. La ragazza si ritrova totalmente immersa nella scena culturale londinese del 1918 dove però si sente ancora molto forte la fine della guerra, è un momento di fervore in cui tutti – nessuno escluso – stanno cercando di ricostruire la loro vita e di fare qualcosa di nuovo.

Nella prefazione la stessa Storm Jameson spiega che, come indica il titolo, in questo romanzo c’è una parata di personaggi, ognuno dei quali ha un suo ruolo e deve fare la sua apparizione, fosse anche per una volta sola, e tutto per dare l’illusione della contemporaneità.
Nonostante sia stato pubblicato per la prima volta nel 1934, oggi, nel 2019, appare molto attuale, al centro c’è la donna che cerca di affermarsi da sola, cerca di ottenere la sua emancipazione per non vivere all’ombra e alle dipendenze del marito, che poi, nel caso di Penn, quello di Hervey, è svogliato e poco intraprendente (è la madre a consigliargli di prendersi una seconda laurea, perché non riesce a capire bene cosa voglia fare). La nostra protagonista decide che per uscire dalla mediocrità di una vita noiosa a casa deve tuffarsi nel mondo che davvero la attira, quello intellettuale, culturale. Solo che, come tutte le donne, lo sappiamo, ci si lancia portandosi dietro tutti suoi turbamenti e le sue insicurezze.
Ma accanto a Hervey ci sono altri personaggi femminili che spiccano nel romanzo e che sembrano lontani anni luce dagli uomini ancora turbati dall’esperienza della guerra. C’è Evelyn Lamb, la moglie di T. S., che è un’autorità nel panorama editoriale; o anche Delia che ha avuto il coraggio di abbandonare il marito violento.

Dichiaratamente femminista, Margaret Storm Jameson ha scritto una storia femminista per l’epoca, sicuramente non immaginando che oggi il problema del lavoro per le donne (da conciliare con la famiglia) sarebbe stato ancora così grande. Dobbiamo ancora combattere per avere riconoscimenti e diritti che dovrebbero essere alla base della società odierna e che purtroppo invece sono stati conquistati solo a parole e non nei fatti.
Forse leggere Company Parade può darci un po’ di forza in più.

Titolo: Company Parade
Autore: Margaret Storm James
Traduttore: Velia Februari
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 3 ottobre 2019
Pagine: 404
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi


Margaret Storm Jameson – Nata in una famiglia di costruttori di navi, è stata una giornalista e scrittrice inglese. Nel 1919, a Londra, lavorò per un anno come copywriter per una grande agenzia pubblicitaria. Tra il 1923 e il 1925 è stata la rappresentante in Inghilterra dell’editore americano Alfred A. Knopf. Suffraggetta e femminista, nel 1939 è diventata la prima donna presidente della British section of International pen. Liberale e antinazista, ha scritto l’introduzione all’edizione inglese del Diario di Anna Frank nel 1952. Nel 1952 venne insignita del ruolo di delegata delll’Unesco Congress of the Arts. È stata un’autrice molto prolifica, tra romanzi, racconti, saggi letterari e critici, e un’autobiografia in due volumi.

Rosamund (La famiglia Aubrey, vol. 3) | Rebecca West

«M’infastidisce vedere che le cose accadono
e poi scivolano via
e noi non possiamo più metterci le mani sopra».

 

Oggi esce in libreria Rosamund di Rebecca West, ed è arrivato il momento di salutare anche la trilogia della famiglia Aubrey (pubblicata da Fazi con la traduzione di Francesca Frigerio), la storia di quegli artisti squattrinati che avevamo seguito mentre cercavano di sbarcare il lunario con la vendita di qualche mobile appartenuto a qualche lontano parente e che, intanto, continuavano a studiare musica seguendo la loro inclinazione (la madre, Clare era un’ex pianista di fama). Nel secondo volume li abbiamo lasciati poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, quando la tranquillità di una famiglia diversa dalle altre ma molto unita viene inevitabilmente turbata dal caos. Gli Aubrey subiscono qualche perdita, Clare e Richard Quin non ci sono più e si avverte quel germe della distruzione di quel piccolo nucleo sicuro e felice, distruzione che in questo terzo capitolo della saga raggiunge una dimensione sempre più ampia. La storia è sempre narrata in prima persona da Rose, gemella di Mary, che attraverso i suoi occhi ci permette di vedere tutti i cambiamenti che nel bene e nel male sconvolgono la sua famiglia con il timore che quell’antica felicità possa andare perduta per sempre.

Adesso siamo negli anni Venti, Mary e Rose sono diventate due pianiste molto importanti che conducono una vita da celebrità: girano l’America per tenere concerti, vanno negli alberghi migliori, hanno ottimi contatti e moltissime conoscenze e sono acclamate dal pubblico. Ma ciò che pone un freno alla loro gioia è proprio il pubblico; si rendono conto che molti di quelli che le seguono sono persone poco o per nulla educate alla musica, sono volgari, sembra che addirittura fingano di amare l’arte perché è un requisito per far parte di una società di un certo tipo. Il pubblico non capisce, non si cala nella bellezza della musica, non prova le emozioni che dovrebbe provare, e questo, soprattutto in Rose, crea un disagio esistenziale che a un certo punto la porta a pensare di abbandonare tutto. Ma è solo un momento di confusione, perché in realtà non capisce cosa vuole e deve far chiarezza tra i suoi sentimenti (proprio perché ce n’è uno nuovo che non comprende ancora: l’amore).

Guardo il pubblico e penso a quanto è detestabile e ho paura che possa correre sul palco e trascinarmi con sé e perdo la testa dal disgusto.

Ci si aspetta che in un romanzo intitolato Rosamund la figura centrale sia proprio Rosamund, la cugina delle ragazze Aubrey, ma così è e non è allo stesso tempo. Non sappiamo tutto ciò che accade alla ragazza, ma scopriamo che improvvisamente lascia il suo lavoro da infermiera – una cosa che amava tanto fare – per sposare Nestor, un uomo ricco e volgare che non si addice per niente a una ragazza moralmente (e non solo) superiore a tutti loro. Rosamund è stata sempre considerata da Rose e Mary come un essere al di là delle bassezze, una che come Richard Quin riusciva a capire le persone, a vederne le intenzioni e ad avere una visione più ampia della vita e dei sentimenti. Il fatto che se ne sia andata via con un uomo così terribile è uno shock per tutti: nessuno ne capisce il motivo, ma nessuno, per amore della ragazza, riesce a dire apertamente che potrebbe averlo fatto per interesse.
Nonostante questo passaggio della vita di Rosamund (e, di riflesso, delle Aubrey) occupi una piccola parte del libro, la presenza della cugina sembra che pervada ogni pagina: Rosamund c’è sempre, nei pensieri e nel cuore di tutti, ovunque sia, magari in Australia o chissà dove in viaggio col marito.

«Perché non ammetterete mai che io ero l’unica a casa ad aver sempre dimostrato buon senso riguardo alle cose? Ho sempre avuto ragione su tutto, e avevo ragione su Rosamund. Mi aspettavo proprio che lei facesse una cosa simile».
Poi sbottò nuovamente: «Non vi vergognate? Non vi vergognate di averla sempre anteposta a me?».

Cordelia sembra essere l’unica a non essere turbata dal comportamento della cugina e dopo il matrimonio di Rosamund ha la sua piccola rivincita sulle sorelle che l’hanno sempre messa da parte a favore dell’altra, solo perché non aveva doti particolari e non è mai stata davvero parte della famiglia.
Mary invece sembra ad ogni pagina sempre più lontana da Rose, le due si accorgono di non essere più uguali come una volta, anche i loro gusti sono ormai diversi, alla soglia della mezza età. Tutti i membri della famiglia sembrano alla deriva, l’unico posto di ritrovo è il Dog and Duck, il pub sul Tamigi dove sono tutti insieme, con Len, Milly, Lily, Queenie e il signor Morpurgo, personaggio che fin dal primo volume ha vegliato su questa famiglia da quando Piers è scomparso. Fuori da quella piccola cerchia di amore e comprensione, Rose (e chissà, forse anche Mary) si sente incompresa, bistrattata o fintamente adulata. Ma non sa ancora che qualcosa di bellissimo la sta aspettando.

Devo confessare che questo capitolo conclusivo della trilogia della West mi è sembrato un po’ più lento rispetto agli altri, l’ho trovato meno pieno di eventi ma più denso di ragionamenti, considerazioni e dialoghi. Non c’è più quell’atmosfera un po’ magica che era parte della storia, se non nei ricordi di Rose, ma non lo vedo tanto come una perdita di brio del romanzo quanto come il passaggio definitivo della protagonista (e dei protagonisti) all’età matura. È finita la magia, adesso comincia la realtà.
Con l’eleganza descrittiva che abbiamo già avuto modo di conoscere nei precedenti volumi, Rebecca West ci racconta un cambiamento – non la conclusione di una storia, come potrebbe sembrare – che non è solo temporale (dal primo dopoguerra alla crisi del ’29), ma riguarda soprattutto l’interiorità di tutti i personaggi. Le ragazze smettono di essere bambine, smettono di aggrapparsi l’una all’altra e iniziano a vivere ognuna la propria vita. Questo lo si nota anche nel modo diverso che ha la voce narrante di ricordare il passato o di raccontarlo agli altri, di interpretarlo. Il significato delle cose e degli eventi cambia, man mano che ci si allontana da essi. Una nuova vita, dunque.

Con l’augurio di una buona lettura vi segnalo anche la campagna sconti di Fazi: fino al 5 ottobre c’è uno sconto del 25% su tutto il catalogo, e ci sono moltissimi titoli interessanti, tra cui proprio la saga della famiglia Aubrey!

Titolo: Rosamund
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 12 settembre 2019
Pagine: 422
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Jalna | Mazo de la Roche

Il 4 luglio Fazi ha pubblicato il primo volume di una saga canadese che tra gli anni Venti e Cinquanta ebbe un enorme successo: Jalna di Mazo de la Roche, un’autrice che nonostante la sua fama la portasse oltre il confini nazionali, visse sempre molto appartata diventando una figura misteriosa e controversa. I volumi di questa saga dovrebbero essere sedici (l’autrice li scrisse tra il 1927 e il 1958), quindi prepariamoci a questa storia che ci terrà incollati alle pagine per un bel po’ di tempo. Io nel frattempo ho letto il primo – in anteprima, ma purtroppo non sono riuscita a parlane nel giorno dell’uscita – e ve lo voglio raccontare a grandi linee, perché con le saghe è sempre un po’ difficile trattenersi e riuscire a non disseminare spoiler qua e là. Ci sono tantissimi personaggi, ma per fortuna all’inizio troviamo un albero genealogico che ci aiuta a tenere le fila del discorso.

Siamo negli anni Venti, la famiglia Whiteoak ha origini inglesi trapiantata in Canada verso la fine dell’Ottocento ed è proprietaria di una tenuta che è stata chiamata Jalna, in onore della città indiana dove il capitano Philip Whiteoak diversi anni prima ha conosciuto la sua Adeline Court. Oggi Adeline è alla soglia del suo centesimo compleanno e insieme a figli e nipoti non vede l’ora di festeggiarlo, ma la quiete della famiglia viene quasi sconvolta principalmente dai matrimoni di due dei suoi nipoti: quello di Piers con Pheasant (figlia illegittima di Maurice, vicino di casa che una volta era fidanzato con Meg Whiteoak e che l’ha tradita), e quello di Eden con Alayne, una dolce e indipendente americana che lavora nella casa editrice per cui il ragazzo ha pubblicato le sue poesie. Le due nuore sono molto diverse, ma provocheranno dei turbamenti in tutti i membri della famiglia, anche nel più piccolo, Wakefield, che ha una decina d’anni e ama essere viziato.

Anche in questa, come in altre saghe che ci ha proposto Fazi, la storia gira intorno a una grande casa, un luogo che funge da collante per una famiglia che forse, al suo interno, ha tante crepe. La tenuta si identifica nella famiglia che la abita e, viceversa, la famiglia che la abita si identifica nella tenuta: l’una non potrebbe esistere senza l’altra, i Whiteoak sono l’essenza della propria dimora, un luogo chiuso che difficilmente lascia entrare l’estraneo. In questo caso Pheasant e Alayne vengono accolte, ma non con gioia, la prima presentata a matrimonio già avvenuto, l’altra inizialmente con la convinzione che sia ricca e possa portare qualcosa di buono, poi con sospetto. Ma molto tempo prima la stessa cosa era avvenuta con il secondo matrimonio di Philip Whiteoak (non il capostipite, ma il figlio omonimo) con la governante Mary, madre di quattro dei suoi sei figli.
La grande casa è descritta nel dettaglio soprattutto all’arrivo di Alayne, che la vede «come un frutto maturo nella luce dorata, avvolta in un rosso manto di vite vergine, circondata da prati appena rasati». Nella descrizione di quando Philip e Adelina la fecero costruire sembra di trovarsi in un sogno, con quei muri di mattoni rossi, il grande portico di pietra, i camini che sbuffano verso il cielo. E raramente la narrazione si allontana da Jalna, quando succede si ritorna subito “a casa”.

Non mi piacciono i paragoni, quindi non dirò se questa saga abbia dei punti in comune coi più  famosi Cazalet, anche perché, onestamente, non credo che ce ne siano. I personaggi sono diversissimi fra loro, ognuno con un carattere ben definito e anche forte, sono pratici e poco raffinati, e la dimostrazione di ciò è che Eden, con la sua poesia, e Finch, con la sua passione per la musica, vengono considerati dei fannulloni a differenza degli altri che pensano alla terra, alla gestione della tenuta. Spicca fra tutti Renny, il primo nipote di Adeline, che dovrebbe avere circa trentotto anni ed è stato tacitamente proclamato da tutti capofamiglia perché si occupa di mandare avanti la baracca, di dirimere questioni e placare litigi, e di mettere una buona parola per tutti. È proprio Renny, a mio parere, il personaggio più bello e quello che, almeno in questo primo volume di una storia che dovrebbe raccontarci cento anni della famiglia Whiteoak, scopre più cose su se stesso.
Mazo de la Roche alterna momenti di serietà a una grande ironia, lo stile è fluido, i dialoghi si susseguono velocemente, anche se all’inizio forse si parte in maniera un po’ lenta con le avventure e le monellerie di un piccolo Wakefield alle prese con la sua giornata fatta di compiti, bibite e merende. Ma ci si mette poco a entrare nel vivo della storia. Se questa è solo la premessa, l’introduzione, aspettiamo con ansia il prossimo volume delle vicende dei Whiteoak.

Buona lettura!

Titolo: Jalna
Autore: Mazo de la Roche
Traduttore: Sabina terziani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 4 luglio 2019
Pagine: 382
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi


Mazo de la Roche – È stata una delle più importanti e prolifiche scrittrici del ventesimo secolo, un’icona della letteratura canadese. Cresciuta leggendo Lewis Carroll, che ha plasmato la sua immaginazione, divenne famosa a livello internazionale grazie alla pubblicazione di Jalna nel 1927 e fu la prima donna a vincere il prestigioso Atlantic Monthly Prize, che al tempo ammontava a 10.000 dollari. Ma mentre quasi tutti conoscevano i suoi libri, nessuno sapeva nulla della sua vita privata, che rimase sempre avvolta in un fitto mistero. Con l’aumentare della sua popolarità, aumentava anche il suo desiderio di riservatezza, tanto da farle costruire una figura pubblica fittizia. Visse quasi tutta la vita insieme a Caroline Clement, che ufficialmente aveva adottato come sorella, convivenza che allora era chiamata “Boston marriage”. Insieme adottarono due bambini. Una figura tanto misteriosa e controversa da ispirare un film sulla sua vita, The Mystery of Mazo de la Roche.

È tempo di ricominciare (Figlie di una nuova era vol. 2) | Carmen Korn

Rudi aveva trascritto su un foglio
una poesia di Mascha Kaléko per Ruth (…)

La notte
Che genera la paura
Contiene anche
Le stelle
E la
Luna.

Se vi ricordate, qualche mese fa vi avevo parlato di una saga tedesca che mi aveva letteralmente fatta innamorare, iniziata con Figlie di una nuova era, un romanzo ambientato ad Amburgo tra gli anni successivi alla prima guerra mondiale e la fine della seconda. Le quattro protagoniste, Henny, Käthe, Ida e Lina, così diverse tra loro, si trovano tutte a vivere un periodo storico particolarmente difficile che va dalla ripresa dopo il primo conflitto mondiale fino al crollo di quella tranquillità temporaneamente recuperata che sfocia nello scoppio della seconda guerra. Il primo volume si concludeva proprio nel dicembre del 1948, in una Amburgo devastata in cui i nostri protagonisti stavano metaforicamente rovistando tra le macerie per recuperare ciò che la guerra aveva tolto loro. Qualcuno, come Käthe e sua madre Anna, era stato deportato, qualcun altro si trova lontano in Russia, altri cercano di dar vita a nuove attività per risollevare le proprie sorti e quelle del Paese. Ma il colpo di scena più grande era stato proprio quando Henny ha visto Käthe di sfuggita sul tram e ha capito che forse era riuscita a tornare a casa.

E in effetti, in È tempo di ricominciare, secondo volume della trilogia di Carmen Korn che trovate in libreria da oggi, Henny passerà molto tempo a cercare la sua amica che, però, è sicura che a denunciare lei e sua madre alla Gestapo per aver ospitato in casa un fuggiasco sia stato Ernst Lühr, il secondo marito di Henny, con cui crede che lei sia ancora sposata. Henny in realtà lo ha lasciato ed è finalmente riuscita ad avvicinarsi all’uomo di cui è stata innamorata fin dall’inizio, il dottor Theo Unger. Lina e Louise sono impegnate con la libreria Landmann (chiamata così in onore di Kurt, il loro amico tanto amato da tutti) che sembra andare molto bene perché in un momento di rinascita la gente è propensa a comprare libri e a rifugiarsi nel mondo della cultura; su questa libreria investono tanto, perché rappresenta un simbolo materiale di rinascita. Ida aveva avuto una figlia con il cinese Tian, l’uomo che amava e per cui aveva lasciato suo marito, ma forse il loro amore si nutriva della disperazione e delle avversità, o forse le mancano gli agi a cui Campmann (che nel frattempo si compiace di essere caduto in piedi) l’aveva abituata; si annoia in questa nuova dimensione coniugale, ma vede crescere Florentine, che diventa una bellissima ragazza dai tratti esotici.

Quanto sarebbero piaciute a Kurt Landmann tutte quelle novità.

In questo romanzo, sorprendente continuazione del primo della saga, la Korn ci racconta la vita dei suoi personaggi dal marzo del 1949 al novembre del ’69 (all’inizio, per fortuna, c’è una sorta di riassunto delle vicende di ogni personaggio, per rinfrescarci la memoria). Vent’anni, dunque, in cui accade di tutto, vent’anni di eventi storici e cambiamenti importanti a cui tutti devono abituarsi: i progressi tecnologici, come l’arrivo della televisione nelle case di tante persone, o l’uso dei frigoriferi; i miglioramenti in campo medico, come la diffusione della pillola anticoncezionale o diversi tipi di interventi (tra i protagonisti ci sono ostetriche e ginecologi); l’uomo che sbarca sulla Luna e l’evento trasmesso in TV; l’omosessualità che è un reato ma diventa qualcosa a tutti si abituano sempre di più; ci sono perfino i Beatles alle prime armi che fanno concerti nei piccoli locali, o il Festival di Sanremo. Insomma, i tempi cambiano e con essi cambiano anche le persone.
Le protagoniste, che erano figlie e madri, le ritroviamo madri e perfino nonne. Assistiamo dunque a un cambio generazionale che porta con sé tante novità e un nuovo modo di condurre le proprie vite.

L’autrice tocca vari argomenti anche importanti, e come aveva fatto anche in precedenza, continua a raccontarci un’unica storia cambiando sempre il punto di vista, facendocela vedere attraverso gli occhi di un personaggio di volta in volta diverso. Ognuno di questi cerca in qualche modo di tornare alla vita, ma non per tutti il percorso è lo stesso. Per qualcuno è più semplice, anche grazie agli affetti di cui si circonda; per qualcun altro ci vuole più tempo, dati i traumi troppo grandi; per altri, invece, non sembra esserci redenzione, via d’uscita, come Ernst Lühr, che non smetterà mai di abbracciare gli ideali nazisti e rimarrà solo, abbandonato da tutti, perfino dal figlio Klaus che ha praticamente ripudiato a causa della sua omosessualità (a riprova del fatto che si raccoglie ciò che si è seminato). Il desiderio di tutti è quello di ritrovare la serenità che da lungo tempo manca, però, purtroppo, nessuno di loro si sentirà mai al sicuro: anche quando le cose sembrano andare per il verso giusto si avverte comunque quella preoccupazione, quel timore che la prossima sciagura sia dietro l’angolo. E storicamente, lo sappiamo, ci saranno ancora diversi problemi, ma la Korn ci racconterà nel prossimo volume di questa bellissima saga come Henny, Käthe, Ida, Lina e tutti gli altri affronteranno ciò che li aspetta.

Ma certo che era felice, lo era ogni volta che faceva un bilancio della sua vita. Forse aveva solo paura che tutto questo le venisse strappato di nuovo.

Buona lettura!

Titolo: È tempo di ricominciare
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 8 aprile 2019
Pagine: 564
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Nel cuore della notte (La famiglia Aubrey, vol. 2) | Rebecca West

Eppure che altro c’è di utile al mondo oltre all’amore?

 

Da oggi potete trovare in libreria Nel cuore della notte, il secondo volume della trilogia inglese di Rebecca West iniziata l’anno scorso con La famiglia Aubrey, pubblicata da Fazi con una traduzione di Francesca Frigerio. Per rinfescarci la memoria (ma potete anche leggere il post linkato) diciamo che al centro della vicenda c’è una famiglia di artisti con qualche problema finanziario: Piers è uno scrittore che spende più soldi di quanti ne abbia, Clare è un’ex pianista di fama che ormai non fa più concerti, Cordelia è la figlia maggiore che s’impunta nello studio del violino, le gemelle Mary e Rose studiano pianoforte con la madre e il più piccolo, Richard Quin è sempre coccolato. Alla fine del primo volume, abbiamo lasciato madre e figli che risolvono la mancanza di soldi con la vendita di quadri di valore (il cui valore, però, Clare aveva nascosto a Piers preoccupandosi che lui potesse buttar via anche quelli) e che affrontano l’improvvisa sparizione del padre. Cordelia purtroppo ha ricevuto una brutta delusione col violino, le è stato detto che è priva di talento, ed è questa sua mancanza di talento che la fa apparire così diversa e distante da tutto il resto della famiglia. Le gemelle hanno ricevuto delle borse di studio per intraprendere una carriera da pianiste e Richard Quin sta cercando di capire quale sia il suo strumento o, in una visione più ampia, la sua strada nel mondo.

Nel cuore della notte si svolge pochi anni dopo. Sugli Aubrey veglia adesso il signor Morpurgo, un uomo facoltoso che ha sempre ammirato Piers, lo ha aiutato e gli ha offerto sempre la sua amicizia incondizionatamente e ora, dopo la sua scomparsa, si prende cura della sua famiglia. La storia è narrata ancora una volta in prima persona da Rose, che insieme a Mary studia pianoforte con maestri più importanti e ha iniziato anche a fare qualche concerto, cosa che permette a tutti di avere qualche piccola entrata in più. Cordelia sembra essersi ripresa dalla delusione che ha fatto sì che la sua carriera venisse praticamente stroncata sul nascere, ma è indecisa su cosa fare, se diventare assistente di un commerciante d’arte, o se rassegnarsi ad essere una ragazza carina come tante altre che può aspirare solo a un buon matrimonio, senza realizzarsi in altri modi. Richard Quin è diventato un ragazzino assennato e furbo che conosce il mondo e tanta gente importante e sa farsi amare da tutti, decide di andare a Oxford a studiare e chissà se potrà riuscirci. Infine, la cugina Rosamund, ragazza molto carina e dolce, amata da tutti, ha trovato quella che (a ragione, all’interno di questo romanzo) chiama “la sua musica”, dato che sembra sia priva di talento musicale: è diventata un’infermiera, per il bisogno di aiutare gli altri.

E, da quello che ho appreso, sembra che la trilogia degli Aubrey, nell’idea di base di Rebecca West, dovesse essere dedicata proprio a Rosamund, mentre nei fatti al centro della storia c’è Rose, che narra le vicende della sua famiglia una cinquantina d’anni dopo i fatti, quando è ormai già adulta, attraverso il filtro dei suoi pensieri e dei suoi giudizi, spesso molto feroci e spietati, soprattutto nei confronti di Cordelia. Anche in questo romanzo, pubblicato trent’anni dopo il primo, si avverte il forte contrasto tra la famiglia protagonista e gli altri personaggi, tutti inseriti nell’epoca di fine Ottocento, inizio Novecento. Rose è adolescente, ma si rende conto che gli altri vivono in maniera diversa da loro, che si vestono, parlano in modo diverso, che la loro casa non ha niente a che vedere con quelle degli altri. E che anche le loro visioni del futuro sono differenti: le altre ragazze pensano a trovare un buon partito e sposarsi, loro devono riuscire in qualcosa, devono costruirsi un avvenire, nello specifico lei e Mary vogliono essere ottime pianiste e guadagnare dei soldi con i concerti (anche se ogni tanto lei stessa ha qualche segno di cedimento, come può capitare a tutti). Il punto è, però, che per Rose non sono gli Aubrey ad essere svantaggiati o inferiori al resto – almeno – della popolazione di Londra: sono gli altri, in quanto privi di talento, a doversi affannare in occupazioni o pensieri così banali. Non hanno il dono dell’amore per la musica, l’arte che li eleva culturalmente e spiritualmente al di sopra di tutto e tutti. Ed è questo che rende Nel cuore della notte, tra le altre cose, un romanzo femminista, e che fa pensare che Rose sia il personaggio che si fa portavoce del pensiero della sua autrice, Rebecca West.

Cordelia, invece, tutto questo lo ha sempre sofferto e lo soffre ancora, e per questo motivo si attira tutte le critiche di Rose e del resto della famiglia, a parte Clare che è un po’ più morbida nei suoi confronti, come se sapesse qualcosa che i suoi figli non sanno. La madre è il personaggio che, forse, più di tutti soffre la scomparsa e la mancanza di Piers, che pur non essendoci fisicamente rimane sempre nelle vite di tutti come un fantasma che li osserva senza essere visto. Fino alla fine Clare non smette di amarlo e pensare a lui.

Uno stacco importante, una svolta si avverte con l’arrivo della guerra, nel 1914, quando ancora non si capisce se l’Inghilterra parteciperà al conflitto e poi, invece, inizia a mietere tante vittime. La tranquillità, l’apparente atmosfera di serenità, musica, gioia per le piccole cose (lavarsi i capelli e mangiare tutti insieme le castagne davanti al camino), viene improvvisamente turbata e questo rappresenta un cambiamento irreversibile che forse collega questo romanzo all’ultimo volume della trilogia. Gli Aubrey però sono una famiglia forte, che ha saputo dimostrare in più occasioni di far fronte alle avversità e sono sicura che ne vedremo delle belle.
Rebecca West racconta attraverso il linguaggio di un’adolescente molto matura per la sua età una storia fuori dalle righe, atipica, forse, rispetto all’epoca in cui è ambientata. È la storia di una famiglia unita che, legata dall’amore per l’arte e per la musica passa attraverso diverse difficoltà e non riesce mai ad uscirne indenne, ma non per questo ne viene indebolita. E poi c’è anche quel tocco di magia che pervade ogni pagina del libro, la presenza di Piers che aleggia su tutti, gli spiriti maligni che Clare e le figlie sono riuscite a scacciare da casa di Rosamund e Constance e quello che accade alla stessa Clare (e io assolutamente non ve lo dico!).

Insomma, misteri, affetti, legami, difficoltà, in questo libro, apparentemente più lento ma di sicuro più drammatico del precedente, ci troviamo tantissimo. Buona lettura!

Titolo: Nel cuore della notte
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 gennaio 2019
Pagine: 404
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Figlie di una nuova era | Carmen Korn

Appartenevano a una generazione dannata,
che aveva sopportato ben due guerre mondiali.
Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi,
ma non erano riusciti a evitarne una seconda.

 

Se negli ultimi anni ho sviluppato una grande passione per le saghe, è tutta colpa di Fazi, che tempo fa mi ha fatto scoprire i Cazalet, con quei cinque bellissimi romanzi che nonostante siano in media sulle cinquecento pagine ciascuno, finisci in tre giorni. Qualche settimana fa mi è stato segnalato il primo volume di una trilogia tedesca che esce in libreria proprio oggi, Figlie di una nuova era di Carmen Korn, che, ve lo dico in tutta onestà, secondo me avrà un grande successo, e non perché è piaciuto – moltissimo – a me, ma perché è oggettivamente un libro bello e coinvolgente. Al centro della storia ci sono quattro donne che vengono seguite dal marzo del 1919 al dicembre del 1948 in una Amburgo che, dagli albori del nazismo, vede esplodere, svolgersi e concludersi la seconda guerra mondiale. Come chi mi segue da più tempo sa, chissà per quale motivo io sono molto sensibile alle storie di questo tipo, che trattano del secondo conflitto mondiale, dell’olocausto e di tutto ciò che ad esso è collegato, quindi il libro della Korn me lo sono divorato in pochissimo tempo e ve ne parlo con grande entusiasmo perché spero che possa conquistare gli altri com’è successo a me.

Dicevamo, le protagoniste sono quattro ragazze, poi donne (come si vede in copertina), e sono molto diverse fra loro. Henny e Käthe sono due ostetriche, la prima, molto pacata ma a volte un po’ frettolosa, vive all’ombra di una madre troppo presente e un po’ possessiva, l’altra è ribelle, simpatizza per i comunisti insieme al suo grande amore Rudi ed è molto coraggiosa; Ida è di famiglia agiata (nella sua grande casa lavora come domestica Anna, la madre di Käthe), viene quasi costretta a sposare Campmann, un uomo ricco, ma è davvero innamorata del cinese Tian; infine Lina, che ha studiato per diventare insegnante, è sorella di Lud, che sarà il primo marito di Henny. Se inizialmente solo Henny e Käthe si conoscono tra loro, le vite di tutte e quattro inizieranno a incrociarsi e incastrarsi in un momento storico particolare in cui si assiste ad un vero e proprio precipitare degli eventi, e succederà in vari modi: Henny e Lina diventano cognate, Henny e Ida diventeranno molto amiche, ecc..
Le quattro protagoniste sono donne forti, ma non tutte lo sono dalla nascita, alcune lo sono diventate a causa di ciò che sono costrette a passare. Sono ragazze che crescono, diventano madri, sviluppano ideali.

Intorno a loro, vari personaggi importanti, nessuno dei quali verrà risparmiato dalla guerra, perché si sa, il conflitto colpisce tutti per motivi diversi. Käthe e il marito Rudi praticamente sono oppositori politici e vengono tenuti d’occhio e perseguitati, Ida ha una relazione con un cinese che non sarebbe vista di buon occhio da chi vuole preservare la purezza della razza ariana, Lina scopre di essere innamorata di Louise, quindi non solo si tratta di un rapporto omosessuale, ma Louise per di più è ebrea, uno dei medici dell’ospedale, Theo Unger, è sposato con Elisabeth, ebrea, e anche l’altro medico, Kurt Landmann, è ebreo e se in un primo momento ai dottori ebrei viene vietato di curare pazienti tedeschi, verrà allontanato dall’ospedale e poi anche dall’ambulatorio di campagna dove tenterà di lavorare.

La storia comincia quando la Germania si sta ancora riprendendo dalla prima guerra mondiale, in cui tutti hanno perso qualcosa e non sanno a cosa stanno andando piano piano incontro. La vita sembra svolgersi più o meno normalmente, gli unici pensieri delle ragazze sono come sfuggire a genitori opprimenti, come concedersi un dolcetto mentre il tuo fidanzato ti legge le poesie, o come prenderti cura di te e tuo fratello quando i tuoi sono letteralmente morti di fame per crescerti. Ma lo stato d’animo generale peggiora di capitolo in capitolo, è un processo graduale, ma si capisce sempre di più che si sta andando incontro a qualcosa di terribile di cui faranno le spese tutti. Se c’è chi perde il lavoro, chi deve fuggire per non essere catturato, e chi deve stare attento a non far notare le proprie inclinazioni, anche chi simpatizza per Hitler perde figli, nipoti, parenti. E la Korn racconta tutto questo, affronta vari argomenti, con uno stile elegante, descrive amicizie e legami con grande delicatezza, quasi a volerli celebrare avvertendo il rischio che la guerra possa spezzarli da un momento all’altro. Caratterizza i personaggi in modo, secondo me, impeccabile e fa capire al lettore che i grandi sconvolgimenti ci cambiano, anche contro la nostra volontà – come accade più di tutti a Ida, che da ragazza ricca e arrogante diventa donna concreta e coi piedi per terra.
Gli eventi narrati sono tanti e credo sia questo il motivo principale per cui è difficile mettere da parte libro e non leggerlo tutto d’un fiato. E la particolarità della storia sta proprio nel fatto che la guerra sia osservata e in un certo senso vissuta da punti di vista diversi, non solo quello degli ebrei, come capita spesso, ma anche dagli stessi tedeschi che non l’hanno voluta e che però ci devono passare attraverso, da chi fa propaganda comunista contro i nazisti, o da chi semplicemente è cinese, non perseguitato, ma deve stare al proprio posto.

Non nascondo che in più punti mi sono ritrovata coi lucciconi perché la storia mi ha coinvolto tantissimo, non sono una che si commuove troppo spesso. Nelle ultime righe c’è un cliffhanger messo lì apposta che fa venir voglia di sapere come continua questa storia bellissima nata dalla penna di Carmen Korn, ma dovremo aspettare un po’ (che poi suona strano detto da chi l’ha letta quando ancora non è nemmeno è uscita ufficialmente, ma avrete capito quanto mi sia piaciuta). Nel frattempo, buona lettura!

Titolo: Figlie di una nuova era
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon, Stefano Jorio
Genere: Romanzo, saga
Anno di pubblicazione: 18 ottobre 2018
Pagine: 524
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


Carmen Korn – Nata a Düsseldorf nel 1952, è una scrittrice e giornalista che vive ad Amburgo con la sua famiglia. In questa trilogia dall’enorme successo racconta della sua città.

“Tutto cambia” (La saga dei Cazalet vol. 5) di Elizabeth Jane Howard

Finalmente riesco a parlarvi di una delle mie ultime letture, cioè Tutto cambia, l’ultimo volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, uscito a settembre. L’ho letto in pochissimo tempo, davvero, perché lo aspettavo con ansia. Come sapete, se mi seguite da un po’, ho amato tantissimo questa saga inglese, i personaggi e le storie della Howard mi hanno conquistata da subito e non vedevo l’ora di capire come sarebbe andata a finire questa vicenda. Un altro motivo che mi ha fatto adorare questo libro è che, nel caso specifico proprio di questo volume, si tratta di un regalo di una cara amica che conosce la mia passione per i Cazalet, quindi grazie mille, Giulia!

[Per chi non sapesse di che cosa stiamo parlando, ecco le puntate precedenti: PRIMA PARTESECONDA PARTETERZA PARTEQUARTA PARTE]

La cosa che più mi ha colpito è che la storia si conclude esattamente da dove è cominciata: dalla casa, Home place, quella residenza enorme che ha visto passare generazioni e generazioni di Cazalet, la casa dove il tempo sembra essere passato velocemente e in cui i nostri personaggi hanno condiviso gioie e dolori. Purtroppo mi trovo quasi con le mani legate perché posso dire davvero poco, devo riuscire a non fare spoiler, soprattutto perché si tratta di ben cinque volumi, ed è difficile. Però vi confesso che nell’ultima parte c’è una pagina davvero bella che, com’era ovvio che succedesse, mi ha commosso. È un pezzo in cui i Cazalet, ormai quasi tutti per i fatti loro, con le loro famiglie e le loro vite, si ritrovano tutti insieme per passare il Natale a Home place e, se avete letto tutti e quattro i volumi che precedono quest’ultimo, vi capiterà proprio di vedere nella mente tutto ciò che avete letto prima, come a ripercorrere il passato di una famiglia di cui, sì, vi sentirete di aver fatto un po’ parte.

Dicevo che i Cazalet hanno le loro vite diverse. Quelli che ne Gli anni della leggerezza erano bambini adesso sono adulti; alcuni si sono sposati e hanno avuto figli, altri sono alla ricerca dell’amore, altri ancora invece stanno cercando di capire che cosa vogliono davvero. Quelli che erano adulti, poi, si avviano adesso verso la vecchiaia, cominciano i problemi di salute, ma la caratteristica principale di questa grande famiglia è l’essere uniti, sempre, quindi nessuno è mai davvero solo. In tutto cambia i nostri si ritrovano a dover affrontare problemi finanziari, nuovi amori, qualcuno capisce di aver sbagliato tutto nella propria vita e si sente in trappola, qualcun altro invece prende uno scivolone (e delude un po’ anche noi lettori, ma nessuno è perfetto!).
Tra tutti, però, credo che il personaggio che nello svolgimento della storia si evolve meno sia Hugh, e non lo dico in senso negativo: è una figura molto bella dall’inizio alla fine, si prodiga per gli altri, è sempre a disposizione della sua famiglia e infatti tutti gli vogliono bene e lo trattano con grande rispetto.

Credo che, se non l’avete ancora letta, questo sia il momento migliore per cominciare a conoscere i Cazalet, in fondo tutti i volumi sono stati pubblicati e non dovrete aspettare mesi perché escano. La Howard mi ha conquistata, infatti mi sono riproposta di leggere altri suoi romanzi, dovrei averne già uno da parte.
Chi l’ha già letta che cosa ne pensa?

Titolo: Tutto cambia
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 settembre 2017
Pagine: 610
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena