Jalna | Mazo de la Roche

Il 4 luglio Fazi ha pubblicato il primo volume di una saga canadese che tra gli anni Venti e Cinquanta ebbe un enorme successo: Jalna di Mazo de la Roche, un’autrice che nonostante la sua fama la portasse oltre il confini nazionali, visse sempre molto appartata diventando una figura misteriosa e controversa. I volumi di questa saga dovrebbero essere sedici (l’autrice li scrisse tra il 1927 e il 1958), quindi prepariamoci a questa storia che ci terrà incollati alle pagine per un bel po’ di tempo. Io nel frattempo ho letto il primo – in anteprima, ma purtroppo non sono riuscita a parlane nel giorno dell’uscita – e ve lo voglio raccontare a grandi linee, perché con le saghe è sempre un po’ difficile trattenersi e riuscire a non disseminare spoiler qua e là. Ci sono tantissimi personaggi, ma per fortuna all’inizio troviamo un albero genealogico che ci aiuta a tenere le fila del discorso.

Siamo negli anni Venti, la famiglia Whiteoak ha origini inglesi trapiantata in Canada verso la fine dell’Ottocento ed è proprietaria di una tenuta che è stata chiamata Jalna, in onore della città indiana dove il capitano Philip Whiteoak diversi anni prima ha conosciuto la sua Adeline Court. Oggi Adeline è alla soglia del suo centesimo compleanno e insieme a figli e nipoti non vede l’ora di festeggiarlo, ma la quiete della famiglia viene quasi sconvolta principalmente dai matrimoni di due dei suoi nipoti: quello di Piers con Pheasant (figlia illegittima di Maurice, vicino di casa che una volta era fidanzato con Meg Whiteoak e che l’ha tradita), e quello di Eden con Alayne, una dolce e indipendente americana che lavora nella casa editrice per cui il ragazzo ha pubblicato le sue poesie. Le due nuore sono molto diverse, ma provocheranno dei turbamenti in tutti i membri della famiglia, anche nel più piccolo, Wakefield, che ha una decina d’anni e ama essere viziato.

Anche in questa, come in altre saghe che ci ha proposto Fazi, la storia gira intorno a una grande casa, un luogo che funge da collante per una famiglia che forse, al suo interno, ha tante crepe. La tenuta si identifica nella famiglia che la abita e, viceversa, la famiglia che la abita si identifica nella tenuta: l’una non potrebbe esistere senza l’altra, i Whiteoak sono l’essenza della propria dimora, un luogo chiuso che difficilmente lascia entrare l’estraneo. In questo caso Pheasant e Alayne vengono accolte, ma non con gioia, la prima presentata a matrimonio già avvenuto, l’altra inizialmente con la convinzione che sia ricca e possa portare qualcosa di buono, poi con sospetto. Ma molto tempo prima la stessa cosa era avvenuta con il secondo matrimonio di Philip Whiteoak (non il capostipite, ma il figlio omonimo) con la governante Mary, madre di quattro dei suoi sei figli.
La grande casa è descritta nel dettaglio soprattutto all’arrivo di Alayne, che la vede «come un frutto maturo nella luce dorata, avvolta in un rosso manto di vite vergine, circondata da prati appena rasati». Nella descrizione di quando Philip e Adelina la fecero costruire sembra di trovarsi in un sogno, con quei muri di mattoni rossi, il grande portico di pietra, i camini che sbuffano verso il cielo. E raramente la narrazione si allontana da Jalna, quando succede si ritorna subito “a casa”.

Non mi piacciono i paragoni, quindi non dirò se questa saga abbia dei punti in comune coi più  famosi Cazalet, anche perché, onestamente, non credo che ce ne siano. I personaggi sono diversissimi fra loro, ognuno con un carattere ben definito e anche forte, sono pratici e poco raffinati, e la dimostrazione di ciò è che Eden, con la sua poesia, e Finch, con la sua passione per la musica, vengono considerati dei fannulloni a differenza degli altri che pensano alla terra, alla gestione della tenuta. Spicca fra tutti Renny, il primo nipote di Adeline, che dovrebbe avere circa trentotto anni ed è stato tacitamente proclamato da tutti capofamiglia perché si occupa di mandare avanti la baracca, di dirimere questioni e placare litigi, e di mettere una buona parola per tutti. È proprio Renny, a mio parere, il personaggio più bello e quello che, almeno in questo primo volume di una storia che dovrebbe raccontarci cento anni della famiglia Whiteoak, scopre più cose su se stesso.
Mazo de la Roche alterna momenti di serietà a una grande ironia, lo stile è fluido, i dialoghi si susseguono velocemente, anche se all’inizio forse si parte in maniera un po’ lenta con le avventure e le monellerie di un piccolo Wakefield alle prese con la sua giornata fatta di compiti, bibite e merende. Ma ci si mette poco a entrare nel vivo della storia. Se questa è solo la premessa, l’introduzione, aspettiamo con ansia il prossimo volume delle vicende dei Whiteoak.

Buona lettura!

Titolo: Jalna
Autore: Mazo de la Roche
Traduttore: Sabina terziani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 4 luglio 2019
Pagine: 382
Prezzo: 18 €
Editore: Fazi


Mazo de la Roche – È stata una delle più importanti e prolifiche scrittrici del ventesimo secolo, un’icona della letteratura canadese. Cresciuta leggendo Lewis Carroll, che ha plasmato la sua immaginazione, divenne famosa a livello internazionale grazie alla pubblicazione di Jalna nel 1927 e fu la prima donna a vincere il prestigioso Atlantic Monthly Prize, che al tempo ammontava a 10.000 dollari. Ma mentre quasi tutti conoscevano i suoi libri, nessuno sapeva nulla della sua vita privata, che rimase sempre avvolta in un fitto mistero. Con l’aumentare della sua popolarità, aumentava anche il suo desiderio di riservatezza, tanto da farle costruire una figura pubblica fittizia. Visse quasi tutta la vita insieme a Caroline Clement, che ufficialmente aveva adottato come sorella, convivenza che allora era chiamata “Boston marriage”. Insieme adottarono due bambini. Una figura tanto misteriosa e controversa da ispirare un film sulla sua vita, The Mystery of Mazo de la Roche.

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È tempo di ricominciare (Figlie di una nuova era vol. 2) | Carmen Korn

Rudi aveva trascritto su un foglio
una poesia di Mascha Kaléko per Ruth (…)

La notte
Che genera la paura
Contiene anche
Le stelle
E la
Luna.

Se vi ricordate, qualche mese fa vi avevo parlato di una saga tedesca che mi aveva letteralmente fatta innamorare, iniziata con Figlie di una nuova era, un romanzo ambientato ad Amburgo tra gli anni successivi alla prima guerra mondiale e la fine della seconda. Le quattro protagoniste, Henny, Käthe, Ida e Lina, così diverse tra loro, si trovano tutte a vivere un periodo storico particolarmente difficile che va dalla ripresa dopo il primo conflitto mondiale fino al crollo di quella tranquillità temporaneamente recuperata che sfocia nello scoppio della seconda guerra. Il primo volume si concludeva proprio nel dicembre del 1948, in una Amburgo devastata in cui i nostri protagonisti stavano metaforicamente rovistando tra le macerie per recuperare ciò che la guerra aveva tolto loro. Qualcuno, come Käthe e sua madre Anna, era stato deportato, qualcun altro si trova lontano in Russia, altri cercano di dar vita a nuove attività per risollevare le proprie sorti e quelle del Paese. Ma il colpo di scena più grande era stato proprio quando Henny ha visto Käthe di sfuggita sul tram e ha capito che forse era riuscita a tornare a casa.

E in effetti, in È tempo di ricominciare, secondo volume della trilogia di Carmen Korn che trovate in libreria da oggi, Henny passerà molto tempo a cercare la sua amica che, però, è sicura che a denunciare lei e sua madre alla Gestapo per aver ospitato in casa un fuggiasco sia stato Ernst Lühr, il secondo marito di Henny, con cui crede che lei sia ancora sposata. Henny in realtà lo ha lasciato ed è finalmente riuscita ad avvicinarsi all’uomo di cui è stata innamorata fin dall’inizio, il dottor Theo Unger. Lina e Louise sono impegnate con la libreria Landmann (chiamata così in onore di Kurt, il loro amico tanto amato da tutti) che sembra andare molto bene perché in un momento di rinascita la gente è propensa a comprare libri e a rifugiarsi nel mondo della cultura; su questa libreria investono tanto, perché rappresenta un simbolo materiale di rinascita. Ida aveva avuto una figlia con il cinese Tian, l’uomo che amava e per cui aveva lasciato suo marito, ma forse il loro amore si nutriva della disperazione e delle avversità, o forse le mancano gli agi a cui Campmann (che nel frattempo si compiace di essere caduto in piedi) l’aveva abituata; si annoia in questa nuova dimensione coniugale, ma vede crescere Florentine, che diventa una bellissima ragazza dai tratti esotici.

Quanto sarebbero piaciute a Kurt Landmann tutte quelle novità.

In questo romanzo, sorprendente continuazione del primo della saga, la Korn ci racconta la vita dei suoi personaggi dal marzo del 1949 al novembre del ’69 (all’inizio, per fortuna, c’è una sorta di riassunto delle vicende di ogni personaggio, per rinfrescarci la memoria). Vent’anni, dunque, in cui accade di tutto, vent’anni di eventi storici e cambiamenti importanti a cui tutti devono abituarsi: i progressi tecnologici, come l’arrivo della televisione nelle case di tante persone, o l’uso dei frigoriferi; i miglioramenti in campo medico, come la diffusione della pillola anticoncezionale o diversi tipi di interventi (tra i protagonisti ci sono ostetriche e ginecologi); l’uomo che sbarca sulla Luna e l’evento trasmesso in TV; l’omosessualità che è un reato ma diventa qualcosa a tutti si abituano sempre di più; ci sono perfino i Beatles alle prime armi che fanno concerti nei piccoli locali, o il Festival di Sanremo. Insomma, i tempi cambiano e con essi cambiano anche le persone.
Le protagoniste, che erano figlie e madri, le ritroviamo madri e perfino nonne. Assistiamo dunque a un cambio generazionale che porta con sé tante novità e un nuovo modo di condurre le proprie vite.

L’autrice tocca vari argomenti anche importanti, e come aveva fatto anche in precedenza, continua a raccontarci un’unica storia cambiando sempre il punto di vista, facendocela vedere attraverso gli occhi di un personaggio di volta in volta diverso. Ognuno di questi cerca in qualche modo di tornare alla vita, ma non per tutti il percorso è lo stesso. Per qualcuno è più semplice, anche grazie agli affetti di cui si circonda; per qualcun altro ci vuole più tempo, dati i traumi troppo grandi; per altri, invece, non sembra esserci redenzione, via d’uscita, come Ernst Lühr, che non smetterà mai di abbracciare gli ideali nazisti e rimarrà solo, abbandonato da tutti, perfino dal figlio Klaus che ha praticamente ripudiato a causa della sua omosessualità (a riprova del fatto che si raccoglie ciò che si è seminato). Il desiderio di tutti è quello di ritrovare la serenità che da lungo tempo manca, però, purtroppo, nessuno di loro si sentirà mai al sicuro: anche quando le cose sembrano andare per il verso giusto si avverte comunque quella preoccupazione, quel timore che la prossima sciagura sia dietro l’angolo. E storicamente, lo sappiamo, ci saranno ancora diversi problemi, ma la Korn ci racconterà nel prossimo volume di questa bellissima saga come Henny, Käthe, Ida, Lina e tutti gli altri affronteranno ciò che li aspetta.

Ma certo che era felice, lo era ogni volta che faceva un bilancio della sua vita. Forse aveva solo paura che tutto questo le venisse strappato di nuovo.

Buona lettura!

Titolo: È tempo di ricominciare
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 8 aprile 2019
Pagine: 564
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Nel cuore della notte (La famiglia Aubrey, vol. 2) | Rebecca West

Eppure che altro c’è di utile al mondo oltre all’amore?

 

Da oggi potete trovare in libreria Nel cuore della notte, il secondo volume della trilogia inglese di Rebecca West iniziata l’anno scorso con La famiglia Aubrey, pubblicata da Fazi con una traduzione di Francesca Frigerio. Per rinfescarci la memoria (ma potete anche leggere il post linkato) diciamo che al centro della vicenda c’è una famiglia di artisti con qualche problema finanziario: Piers è uno scrittore che spende più soldi di quanti ne abbia, Clare è un’ex pianista di fama che ormai non fa più concerti, Cordelia è la figlia maggiore che s’impunta nello studio del violino, le gemelle Mary e Rose studiano pianoforte con la madre e il più piccolo, Richard Quin è sempre coccolato. Alla fine del primo volume, abbiamo lasciato madre e figli che risolvono la mancanza di soldi con la vendita di quadri di valore (il cui valore, però, Clare aveva nascosto a Piers preoccupandosi che lui potesse buttar via anche quelli) e che affrontano l’improvvisa sparizione del padre. Cordelia purtroppo ha ricevuto una brutta delusione col violino, le è stato detto che è priva di talento, ed è questa sua mancanza di talento che la fa apparire così diversa e distante da tutto il resto della famiglia. Le gemelle hanno ricevuto delle borse di studio per intraprendere una carriera da pianiste e Richard Quin sta cercando di capire quale sia il suo strumento o, in una visione più ampia, la sua strada nel mondo.

Nel cuore della notte si svolge pochi anni dopo. Sugli Aubrey veglia adesso il signor Morpurgo, un uomo facoltoso che ha sempre ammirato Piers, lo ha aiutato e gli ha offerto sempre la sua amicizia incondizionatamente e ora, dopo la sua scomparsa, si prende cura della sua famiglia. La storia è narrata ancora una volta in prima persona da Rose, che insieme a Mary studia pianoforte con maestri più importanti e ha iniziato anche a fare qualche concerto, cosa che permette a tutti di avere qualche piccola entrata in più. Cordelia sembra essersi ripresa dalla delusione che ha fatto sì che la sua carriera venisse praticamente stroncata sul nascere, ma è indecisa su cosa fare, se diventare assistente di un commerciante d’arte, o se rassegnarsi ad essere una ragazza carina come tante altre che può aspirare solo a un buon matrimonio, senza realizzarsi in altri modi. Richard Quin è diventato un ragazzino assennato e furbo che conosce il mondo e tanta gente importante e sa farsi amare da tutti, decide di andare a Oxford a studiare e chissà se potrà riuscirci. Infine, la cugina Rosamund, ragazza molto carina e dolce, amata da tutti, ha trovato quella che (a ragione, all’interno di questo romanzo) chiama “la sua musica”, dato che sembra sia priva di talento musicale: è diventata un’infermiera, per il bisogno di aiutare gli altri.

E, da quello che ho appreso, sembra che la trilogia degli Aubrey, nell’idea di base di Rebecca West, dovesse essere dedicata proprio a Rosamund, mentre nei fatti al centro della storia c’è Rose, che narra le vicende della sua famiglia una cinquantina d’anni dopo i fatti, quando è ormai già adulta, attraverso il filtro dei suoi pensieri e dei suoi giudizi, spesso molto feroci e spietati, soprattutto nei confronti di Cordelia. Anche in questo romanzo, pubblicato trent’anni dopo il primo, si avverte il forte contrasto tra la famiglia protagonista e gli altri personaggi, tutti inseriti nell’epoca di fine Ottocento, inizio Novecento. Rose è adolescente, ma si rende conto che gli altri vivono in maniera diversa da loro, che si vestono, parlano in modo diverso, che la loro casa non ha niente a che vedere con quelle degli altri. E che anche le loro visioni del futuro sono differenti: le altre ragazze pensano a trovare un buon partito e sposarsi, loro devono riuscire in qualcosa, devono costruirsi un avvenire, nello specifico lei e Mary vogliono essere ottime pianiste e guadagnare dei soldi con i concerti (anche se ogni tanto lei stessa ha qualche segno di cedimento, come può capitare a tutti). Il punto è, però, che per Rose non sono gli Aubrey ad essere svantaggiati o inferiori al resto – almeno – della popolazione di Londra: sono gli altri, in quanto privi di talento, a doversi affannare in occupazioni o pensieri così banali. Non hanno il dono dell’amore per la musica, l’arte che li eleva culturalmente e spiritualmente al di sopra di tutto e tutti. Ed è questo che rende Nel cuore della notte, tra le altre cose, un romanzo femminista, e che fa pensare che Rose sia il personaggio che si fa portavoce del pensiero della sua autrice, Rebecca West.

Cordelia, invece, tutto questo lo ha sempre sofferto e lo soffre ancora, e per questo motivo si attira tutte le critiche di Rose e del resto della famiglia, a parte Clare che è un po’ più morbida nei suoi confronti, come se sapesse qualcosa che i suoi figli non sanno. La madre è il personaggio che, forse, più di tutti soffre la scomparsa e la mancanza di Piers, che pur non essendoci fisicamente rimane sempre nelle vite di tutti come un fantasma che li osserva senza essere visto. Fino alla fine Clare non smette di amarlo e pensare a lui.

Uno stacco importante, una svolta si avverte con l’arrivo della guerra, nel 1914, quando ancora non si capisce se l’Inghilterra parteciperà al conflitto e poi, invece, inizia a mietere tante vittime. La tranquillità, l’apparente atmosfera di serenità, musica, gioia per le piccole cose (lavarsi i capelli e mangiare tutti insieme le castagne davanti al camino), viene improvvisamente turbata e questo rappresenta un cambiamento irreversibile che forse collega questo romanzo all’ultimo volume della trilogia. Gli Aubrey però sono una famiglia forte, che ha saputo dimostrare in più occasioni di far fronte alle avversità e sono sicura che ne vedremo delle belle.
Rebecca West racconta attraverso il linguaggio di un’adolescente molto matura per la sua età una storia fuori dalle righe, atipica, forse, rispetto all’epoca in cui è ambientata. È la storia di una famiglia unita che, legata dall’amore per l’arte e per la musica passa attraverso diverse difficoltà e non riesce mai ad uscirne indenne, ma non per questo ne viene indebolita. E poi c’è anche quel tocco di magia che pervade ogni pagina del libro, la presenza di Piers che aleggia su tutti, gli spiriti maligni che Clare e le figlie sono riuscite a scacciare da casa di Rosamund e Constance e quello che accade alla stessa Clare (e io assolutamente non ve lo dico!).

Insomma, misteri, affetti, legami, difficoltà, in questo libro, apparentemente più lento ma di sicuro più drammatico del precedente, ci troviamo tantissimo. Buona lettura!

Titolo: Nel cuore della notte
Autore: Rebecca West
Traduttore: Francesca Frigerio
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 gennaio 2019
Pagine: 404
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Figlie di una nuova era | Carmen Korn

Appartenevano a una generazione dannata,
che aveva sopportato ben due guerre mondiali.
Dopo la prima si erano riempiti di buoni propositi,
ma non erano riusciti a evitarne una seconda.

 

Se negli ultimi anni ho sviluppato una grande passione per le saghe, è tutta colpa di Fazi, che tempo fa mi ha fatto scoprire i Cazalet, con quei cinque bellissimi romanzi che nonostante siano in media sulle cinquecento pagine ciascuno, finisci in tre giorni. Qualche settimana fa mi è stato segnalato il primo volume di una trilogia tedesca che esce in libreria proprio oggi, Figlie di una nuova era di Carmen Korn, che, ve lo dico in tutta onestà, secondo me avrà un grande successo, e non perché è piaciuto – moltissimo – a me, ma perché è oggettivamente un libro bello e coinvolgente. Al centro della storia ci sono quattro donne che vengono seguite dal marzo del 1919 al dicembre del 1948 in una Amburgo che, dagli albori del nazismo, vede esplodere, svolgersi e concludersi la seconda guerra mondiale. Come chi mi segue da più tempo sa, chissà per quale motivo io sono molto sensibile alle storie di questo tipo, che trattano del secondo conflitto mondiale, dell’olocausto e di tutto ciò che ad esso è collegato, quindi il libro della Korn me lo sono divorato in pochissimo tempo e ve ne parlo con grande entusiasmo perché spero che possa conquistare gli altri com’è successo a me.

Dicevamo, le protagoniste sono quattro ragazze, poi donne (come si vede in copertina), e sono molto diverse fra loro. Henny e Käthe sono due ostetriche, la prima, molto pacata ma a volte un po’ frettolosa, vive all’ombra di una madre troppo presente e un po’ possessiva, l’altra è ribelle, simpatizza per i comunisti insieme al suo grande amore Rudi ed è molto coraggiosa; Ida è di famiglia agiata (nella sua grande casa lavora come domestica Anna, la madre di Käthe), viene quasi costretta a sposare Campmann, un uomo ricco, ma è davvero innamorata del cinese Tian; infine Lina, che ha studiato per diventare insegnante, è sorella di Lud, che sarà il primo marito di Henny. Se inizialmente solo Henny e Käthe si conoscono tra loro, le vite di tutte e quattro inizieranno a incrociarsi e incastrarsi in un momento storico particolare in cui si assiste ad un vero e proprio precipitare degli eventi, e succederà in vari modi: Henny e Lina diventano cognate, Henny e Ida diventeranno molto amiche, ecc..
Le quattro protagoniste sono donne forti, ma non tutte lo sono dalla nascita, alcune lo sono diventate a causa di ciò che sono costrette a passare. Sono ragazze che crescono, diventano madri, sviluppano ideali.

Intorno a loro, vari personaggi importanti, nessuno dei quali verrà risparmiato dalla guerra, perché si sa, il conflitto colpisce tutti per motivi diversi. Käthe e il marito Rudi praticamente sono oppositori politici e vengono tenuti d’occhio e perseguitati, Ida ha una relazione con un cinese che non sarebbe vista di buon occhio da chi vuole preservare la purezza della razza ariana, Lina scopre di essere innamorata di Louise, quindi non solo si tratta di un rapporto omosessuale, ma Louise per di più è ebrea, uno dei medici dell’ospedale, Theo Unger, è sposato con Elisabeth, ebrea, e anche l’altro medico, Kurt Landmann, è ebreo e se in un primo momento ai dottori ebrei viene vietato di curare pazienti tedeschi, verrà allontanato dall’ospedale e poi anche dall’ambulatorio di campagna dove tenterà di lavorare.

La storia comincia quando la Germania si sta ancora riprendendo dalla prima guerra mondiale, in cui tutti hanno perso qualcosa e non sanno a cosa stanno andando piano piano incontro. La vita sembra svolgersi più o meno normalmente, gli unici pensieri delle ragazze sono come sfuggire a genitori opprimenti, come concedersi un dolcetto mentre il tuo fidanzato ti legge le poesie, o come prenderti cura di te e tuo fratello quando i tuoi sono letteralmente morti di fame per crescerti. Ma lo stato d’animo generale peggiora di capitolo in capitolo, è un processo graduale, ma si capisce sempre di più che si sta andando incontro a qualcosa di terribile di cui faranno le spese tutti. Se c’è chi perde il lavoro, chi deve fuggire per non essere catturato, e chi deve stare attento a non far notare le proprie inclinazioni, anche chi simpatizza per Hitler perde figli, nipoti, parenti. E la Korn racconta tutto questo, affronta vari argomenti, con uno stile elegante, descrive amicizie e legami con grande delicatezza, quasi a volerli celebrare avvertendo il rischio che la guerra possa spezzarli da un momento all’altro. Caratterizza i personaggi in modo, secondo me, impeccabile e fa capire al lettore che i grandi sconvolgimenti ci cambiano, anche contro la nostra volontà – come accade più di tutti a Ida, che da ragazza ricca e arrogante diventa donna concreta e coi piedi per terra.
Gli eventi narrati sono tanti e credo sia questo il motivo principale per cui è difficile mettere da parte libro e non leggerlo tutto d’un fiato. E la particolarità della storia sta proprio nel fatto che la guerra sia osservata e in un certo senso vissuta da punti di vista diversi, non solo quello degli ebrei, come capita spesso, ma anche dagli stessi tedeschi che non l’hanno voluta e che però ci devono passare attraverso, da chi fa propaganda comunista contro i nazisti, o da chi semplicemente è cinese, non perseguitato, ma deve stare al proprio posto.

Non nascondo che in più punti mi sono ritrovata coi lucciconi perché la storia mi ha coinvolto tantissimo, non sono una che si commuove troppo spesso. Nelle ultime righe c’è un cliffhanger messo lì apposta che fa venir voglia di sapere come continua questa storia bellissima nata dalla penna di Carmen Korn, ma dovremo aspettare un po’ (che poi suona strano detto da chi l’ha letta quando ancora non è nemmeno è uscita ufficialmente, ma avrete capito quanto mi sia piaciuta). Nel frattempo, buona lettura!

Titolo: Figlie di una nuova era
Autore: Carmen Korn
Traduttore: Manuela Francescon, Stefano Jorio
Genere: Romanzo, saga
Anno di pubblicazione: 18 ottobre 2018
Pagine: 524
Prezzo: 17,50 €
Editore: Fazi


Carmen Korn – Nata a Düsseldorf nel 1952, è una scrittrice e giornalista che vive ad Amburgo con la sua famiglia. In questa trilogia dall’enorme successo racconta della sua città.

“Tutto cambia” (La saga dei Cazalet vol. 5) di Elizabeth Jane Howard

Finalmente riesco a parlarvi di una delle mie ultime letture, cioè Tutto cambia, l’ultimo volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, uscito a settembre. L’ho letto in pochissimo tempo, davvero, perché lo aspettavo con ansia. Come sapete, se mi seguite da un po’, ho amato tantissimo questa saga inglese, i personaggi e le storie della Howard mi hanno conquistata da subito e non vedevo l’ora di capire come sarebbe andata a finire questa vicenda. Un altro motivo che mi ha fatto adorare questo libro è che, nel caso specifico proprio di questo volume, si tratta di un regalo di una cara amica che conosce la mia passione per i Cazalet, quindi grazie mille, Giulia!

[Per chi non sapesse di che cosa stiamo parlando, ecco le puntate precedenti: PRIMA PARTESECONDA PARTETERZA PARTEQUARTA PARTE]

La cosa che più mi ha colpito è che la storia si conclude esattamente da dove è cominciata: dalla casa, Home place, quella residenza enorme che ha visto passare generazioni e generazioni di Cazalet, la casa dove il tempo sembra essere passato velocemente e in cui i nostri personaggi hanno condiviso gioie e dolori. Purtroppo mi trovo quasi con le mani legate perché posso dire davvero poco, devo riuscire a non fare spoiler, soprattutto perché si tratta di ben cinque volumi, ed è difficile. Però vi confesso che nell’ultima parte c’è una pagina davvero bella che, com’era ovvio che succedesse, mi ha commosso. È un pezzo in cui i Cazalet, ormai quasi tutti per i fatti loro, con le loro famiglie e le loro vite, si ritrovano tutti insieme per passare il Natale a Home place e, se avete letto tutti e quattro i volumi che precedono quest’ultimo, vi capiterà proprio di vedere nella mente tutto ciò che avete letto prima, come a ripercorrere il passato di una famiglia di cui, sì, vi sentirete di aver fatto un po’ parte.

Dicevo che i Cazalet hanno le loro vite diverse. Quelli che ne Gli anni della leggerezza erano bambini adesso sono adulti; alcuni si sono sposati e hanno avuto figli, altri sono alla ricerca dell’amore, altri ancora invece stanno cercando di capire che cosa vogliono davvero. Quelli che erano adulti, poi, si avviano adesso verso la vecchiaia, cominciano i problemi di salute, ma la caratteristica principale di questa grande famiglia è l’essere uniti, sempre, quindi nessuno è mai davvero solo. In tutto cambia i nostri si ritrovano a dover affrontare problemi finanziari, nuovi amori, qualcuno capisce di aver sbagliato tutto nella propria vita e si sente in trappola, qualcun altro invece prende uno scivolone (e delude un po’ anche noi lettori, ma nessuno è perfetto!).
Tra tutti, però, credo che il personaggio che nello svolgimento della storia si evolve meno sia Hugh, e non lo dico in senso negativo: è una figura molto bella dall’inizio alla fine, si prodiga per gli altri, è sempre a disposizione della sua famiglia e infatti tutti gli vogliono bene e lo trattano con grande rispetto.

Credo che, se non l’avete ancora letta, questo sia il momento migliore per cominciare a conoscere i Cazalet, in fondo tutti i volumi sono stati pubblicati e non dovrete aspettare mesi perché escano. La Howard mi ha conquistata, infatti mi sono riproposta di leggere altri suoi romanzi, dovrei averne già uno da parte.
Chi l’ha già letta che cosa ne pensa?

Titolo: Tutto cambia
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 settembre 2017
Pagine: 610
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

In breve: “Allontanarsi” (La saga dei Cazalet vol. 4) di Elizabeth Jane Howard

1497533588404879800727Finalmente sono riuscita a dedicarmi a un libro che aspettavo da tanto tempo, il quarto volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, e come c’era da aspettarsi l’ho divorato. Questa volta ho deciso di parlarne in breve perché si tratta comunque di una saga, non posso ripetere continuamente ciò che vale per tutti i volumi e non posso nemmeno dare dettagli sulla trama perché rischio di fare dei bruttissimi spoiler (la storia va sempre avanti e con essa i personaggi). Comunque, per chi volesse rinfrescarsi la memoria, qui ci sono la PRIMA, la SECONDA e la TERZA parte della storia. Adesso vi parlo un po’ della quarta.

Avevamo lasciato i nostri Cazalet a guerra ormai finita – siamo nel 1945 e c’è stato da poco lo sbarco in Normandia. Adesso li ritroviamo intenti a riorganizzarsi, a riprendere la vita normale che non conducevano da tanto tempo: ci sono, ancora per poco, i razionamenti di cibo, le tessere per il vestiario, e nessuno ha grandissime possibilità economiche. Gli adulti sono invecchiati, i bambini sono diventati ragazzi, le ragazze ormai giovani donne, qualcuno è tornato, qualcun altro non c’è più e la vita continua per tutti. È così che, come dice il titolo, ci si allontana, specialmente i più giovani prendono la loro strada, come Polly che ormai lavora come arredatrice, Clary che sta scrivendo un romanzo o Teddy a cui è stato affidato un impiego all’interno dell’azienda di legnami di famiglia. C’è qualche grande sconvolgimento, ma rientra tutto nell’ordine naturale delle cose: amori che finiscono e amori che nascono, vite che finiscono e vite che nascono.

Quello che però stupisce in questo quarto episodio della saga è il personaggio di Archie Lestrange che è entrato in sordina quasi all’inizio della storia come un vecchio amico di Rupert e adesso è diventato a buon diritto uno dei protagonisti principali, tanto che ci sono interi capitoli dedicati a lui e non appare solo in quelli relativi agli altri. È la spalla su cui piangere di tutta la famiglia Cazalet, un punto fermo, quello che, come figura, si è evoluto di meno nel corso della vicenda perché già all’inizio era quello saggio, intelligente e riflessivo della combriccola. Tutti, grandi e piccoli, si confidano con lui (perfino la Duchessa), gli raccontano i propri segreti coscienti del fatto che è come una botte di ferro. La differenza con le prime tre parti della storia, però, sta nel fatto che adesso Archie non è più una comparsa nelle storie altrui, ma ha preoccupazioni, desideri e sogni tutti suoi che verranno a galla piano piano, con la pacatezza che contraddistingue il suo carattere.

Mi sembra superfluo ribadire che il linguaggio della Howard è delicato, con una chiara impronta femminile e attento ai più piccoli dettagli. Allontanarsi – come il resto della saga di cui fa parte – è un libro facile, scorrevole, ma non per questo banale, anche se sembra che ogni libro sia più bello del precedente, come a creare un crescendo di emozioni che culminerà con l’ultima parte. Sono dell’idea che sia davvero semplice appassionarsi ai Cazalet e a una storia così tipicamente inglese (se vi piace quel genere). Adesso non vedo l’ora che esca il prossimo, ma ci sarà qualche mese da aspettare, mi dicono.
Nel frattempo buona lettura!

Titolo: Allontanarsi
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 1996 (2017 questa edizione)
Pagine: 670
Prezzo: 20 €
Editore: Fazi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Storia della bambina perduta” (L’amica geniale vol. 4) di Elena Ferrante

Questa recensione esce, per caso, qualche giorno dopo che le votazioni che hanno portato Elena Ferrante nella cinquina dei finalisti del Premio Strega 2015. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, Storia della bambina perduta è il quarto libro della saga de L’amica geniale di Elena Ferrante, un nome così misterioso e allo stesso tempo ricco di fascino.

Come ho già detto prima, ero scettica sulla fama di quest’autrice (se davvero di una donna si tratta), ma già dal primo volume della storia ho capito che il suo successo è davvero meritato, e ora che l’ho conclusa sono contenta di aver fatto questo percorso. Le vicissitudini di Lila e Lenuccia mi hanno completamente risucchiata e tenuta attaccata alle pagine. Anche se col terzo volume c’è stato un piccolo calo, l’ultimo è stato una grandissima conclusione. Ma dov’eravamo rimasti?
(Per rinfrescarci la memoria: parte 1parte 2parte 3)

Elena è fuggita con Nino, che crede sia l’amore della sua vita. Più avanti si rende conto che l’uomo si comporta allo stesso modo con tutte, sembra quasi che l’unica cosa che veramente gli interessa sia dimostrare alle donne di essere bravo a letto e, anzi, migliore degli altri. Non lascia mai sua moglie, perché non gli conviene, e intreccia storie parallele qua e là. Nel frattempo, Elena e Lila (che è diventata imprenditrice nel campo dell’informatica) rimangono incinte nello stesso periodo, e danno alla luce, rispettivamente, Imma e Tina, due bambine vivaci, intelligenti e solari che saranno la loro gioia fino al tragico evento, che segnerà la vita di Lila. La donna, abituata ad avere sempre il controllo di tutto e ad assistere allo smarginarsi degli altri, inizia a perdere se stessa, a non interessarsi a nulla, a voler lasciare che tutto vada in malora. Ma per Elena ci sarà sempre.

Questo libro, per me, rappresenta la conferma della bellezza del personaggio di Lila, più che di Elena. Lila dimostra di essere umana, fin troppo umana. Sopravvive praticamente a tutto, combatte, cerca di prendere il buono che c’è in ogni situazione, ma la vita le riserva un colpo durissimo proprio nel momento in cui, forse, sta aiutando la sua amica Elena, e da quel colpo non riuscirà a riprendersi mai. La Ferrante scrive in un modo tale che è impossibile non immedesimarsi in questa donna che lentamente perde ogni speranza e a cui non interessa più nulla, e dà alla storia una conclusione che, devo essere sincera, non mi aspettavo.
Dall’altra parte, invece, c’è Elena che tenta di riprendere in mano la sua vita, perché capisce che non può vivere sulle spalle di Pietro e Nino che l’aiutano economicamente, più che altro per le figlie. Inizia a scrivere articoli, un nuovo libro, e ad attivarsi sempre di più, ma così facendo spesso si perde momenti importanti della crescita delle figlie, che cominciano a non sentirsi più a loro agio a Napoli. Insomma, vanno tutti avanti a parte Lila che si ferma e si trascina.

C’è sempre quella storia d’Italia che fa da sfondo alle vicende dei personaggi che per quattro libri abbiamo amato e odiato, e c’è quell’altalena di sentimenti su cui ci ritroviamo leggendo: un po’ li ammiri, un po’ li detesti e vorresti prenderli a sberle (Nino su tutti!). C’è quella curiosità di scoprire chi sono i responsabili delle cose che succedono, e la curiosità di sapere se certi interrogativi avranno una risposta, prima o poi. C’è uno stile impetuoso e aggressivo, ma a tratti delicato di un’autrice che sa il fatto suo. Ma, soprattutto, c’è una degna conclusione ad una storia magica, il cerchio si chiude, anche se non completamente.

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Se ci fossero stati altri volumi li avrei letti, perché Elena Ferrante, per me, è stata una vera e propria rivelazione. Devo confessarvi che per quanto riguarda lo Strega tifo per lei, perché in fin dei conti non m’importa chi sia, quello che è veramente è importante sono i testi, quello che ci dà con le sue parole. A chi interessa se è uomo, donna, alta, magra, robusta, bassa? Dobbiamo per forza darle un volto? Ok, un po’ di curiosità c’è, ma solo perché fin dall’inizio ha mantenuto l’anonimato. Penso che se non l’avesse fatto, ce ne saremmo altamente infischiati. Personalmente, leggo tantissimi autori senza sapere che aspetto abbiano, e mi sta bene così, perché a noi lettori (almeno a quelli veri) interessa la mente di chi scrive, le sue parole.

Titolo: Storia della bambina perduta (L’amica geniale vol. 4)
Autore: Elena Ferrante
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 464
Prezzo: 19,50 €
Editore: e/o

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena