“Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano” di Lafcadio Hearn

Se c’è una cosa di cui ho realmente paura sono gli insetti, sono capacissima di restare pietrificata alla sola vista di una formichina, quindi il libro di  cui vi parlo oggi è una lettura parecchio inusuale per me. Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano di Lafcadio Hearn (e a cura di Alessandra Contenti) è una delle ultime pubblicazioni di Exòrma, uscito pochi giorni fa, il 21 settembre. Si tratta di una selezioni di brani da Insect studies di Hearn, dei veri e propri racconti che affrontano specie diverse di insetti su cui l’autore si è potuto documentare durante la sua permanenza in Giappone alla fine dell’Ottocento.

Lafcadio Hearn è stato un giornalista e scrittore irlandese che dopo aver vissuto e lavorato in Europa e in America, si trasferì nel 1889 in Giappone dove si sposò con una giapponese (cambiò il suo nome in Yakumo Koizumi) e rimase fino alla fine dei suoi giorni. Lì ebbe modo di diventare una specie di istituzione per i giapponesi, quasi come un haiku, dice Masanobu Otani, e di studiare gli insetti e raccogliere testimonianze letterarie su di loro. Per la prima volta tradotti in italiano, quindi, possiamo leggere racconti in cui, nei fatti, gli insetti sono inquadrati da un punto di vista molto diverso dal nostro, con la delicatezza tipica della letteratura giapponese. Le farfalle, le formiche, le libellule non sono solo l’oggetto degli studi di Lafcadio Hearn, ma anche il punto di partenza per raccontare aneddoti, storie o tradizioni della cultura popolare o del passato del Giappone.

Il capitolo che secondo me è il più bello è Storia di una mosca, in cui si racconta di una donna che dopo essere morta torna dalla famiglia presso cui prestava servizio in forma di mosca perché le erano rimaste delle questioni in sospeso nella sua vita da umana. In realtà nella cultura giapponese gli insetti sono venerati, quindi il significato – ma anche il senso – di questa storia è totalmente diverso da quello che le si potrebbe attribuire con la nostra visione occidentale. Infatti l’uomo e la donna che si trovano a fare i conti con questa grande mosca, appena si rendono conto che si tratta della loro serva passata a miglior vita, tentano di tributarle gli onori dovuti usando soldi che lei aveva lasciato in casa per un servizio funebre dedicato alla sua anima.

Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano fa parte della collana Scritti traversi, quella dedicata alla letteratura di viaggio e che si concentra su argomenti che ci portano a guardare alle diverse parti del mondo. Stavolta facciamo un viaggio nel Giappone di fine Ottocento.
Buona lettura!

Titolo: Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano
Autore: Lafcadio Hearn
Traduttore: (e cura di) Alessandra Contenti
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 21 settembre 2017
Pagine: 144
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena

Annunci

In breve: “Perdersi” di Charles D’Ambrosio

In un certo senso abbiamo davvero una storia
solo nel momento in cui è condivisa,

e di fatto troppa unicità conduce dall’individualità all’anonimato,
all’enorme mare dei dimenticati.

 

Perdersi è un libro che volevo acquistare fin da quando è uscito e non vi nascondo che la sua grande parte l’aveva fatta la copertina, che secondo me è bellissima. Poi ho saputo che Charles D’Ambrosio, nel suo tour italiano, sarebbe venuto proprio qui a Palermo alla libreria Modusvivendi a presentarlo e quindi ho colto la palla al balzo: l’ho comprato e divorato perché volevo farcela in tempo per l’incontro.
Si tratta di una raccolta di saggi che però hanno qualcosa anche del racconto, sono testi che secondo me stanno a metà tra questi due generi. D’Ambrosio scrive di vari argomenti e lo fa senza la rigidità tipica del saggio: ha uno stile fluido, leggero, molto personale, che ti fa venire in mente che quel testo sia un dialogo tra l’autore e te che stai leggendo. Non si preoccupa di essere accademico o di mantenere un certo tipo di linguaggio, vuole raccontarti la realtà per come la vede lui, vuole farti sapere quello che lui stesso ha visto, sentito e provato. E a questo proposito – è emerso anche durante l’incontro in libreria – ciò che emerge è anche l’importanza dei suoni: descrive ciò che sente per darci la possibilità di entrare completamente nella storia, per permetterci di ricreare nella nostra mente quella determinata situazione in cui lui si è trovato precedentemente. Ma non solo suoni; anche odori, cose viste, toccate. L’importanza dei dettagli in generale. Details matter, ha detto. L’importante è parlare di cose verosimili e dare al lettore l’idea giusta, mettersi nei panni di chi sta leggendo per capire se quel pezzo suona bene, perché in caso contrario bisogna tagliare e rielaborare.

Scoprii in fretta che la miglior fonte di consigli senza la morale era la buona letteratura. Capii subito che certe storie osservavano le vite umane in maniera diretta e coraggiosa, senza criticarle o condannarle.

D’Ambrosio, durante l’incontro, ha parlato in generale della sua produzione e degli altri racconti pubblicati da minimum fax, nello specifico Il museo dei pesci morti, che mi procurerò quanto prima. Ma per quanto riguarda i saggi, raccolti in Perdersi, ha detto che è un genere perfetto per esprimere più idee, anche se in contraddizione fra loro, dal momento che non dovendo seguire una trama, una storia, puoi esporre più punti di vista su una stessa questione.
Fra questi saggi, quello che mi ha emozionato di più è stato Salinger e Singhiozzi, il primo della terza parte, in cui tra le altre cose parla de Il giovane Holden, dell’accostamento fra questo romanzo e il tema del suicidio (che poi lo collega a questioni familiari) e della perdita di identità più in generale. Forse devo questa preferenza al mio amore spassionato per questo libro, che ho già letto tre volte a tre età diverse provando sempre sensazioni nuove, motivo per cui tre non mi basteranno, ci saranno nuove riletture.

In generale, Charles D’Ambrosio ha uno stile che coinvolge chiunque stia leggendo perché è come se portasse sul piano personale ogni argomento di cui parla. Dentro ogni saggio, prima di tutto il resto, c’è lui, c’è la sua esperienza, ci sono i suoi ricordi.
Da centellinare. Buona lettura!

Io mentre D’Ambrosio mi firma la dedica (foto di Fabrizio Piazza della Modusvivendi)

Titolo: Perdersi
Autore: Charles D’Ambrosio
Traduttore: Martina Testa
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2014 (2016 con questo editore)
Pagine: 312
Prezzo: 18 €
Editore: minimum fax

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena

“Oggi disegneremo la morte” di Wojciech Tochman

9788889767573_0_0_1609_80Come vi avevo accennato nel post precedente, il primo libro che ho letto in questo nuovo anno è stato Oggi disegneremo la morte (Keller editore), che ho ricevuto in dono durante la serata organizzata dalla libreria Modusvivendi. Io sono una persona che ha bisogno di emozioni forti, nella vita come nella lettura, e che non riesce a farsi coinvolgere da qualche parolina carina messa a caso, ma vuole roba che abbia una certa sostanza; per questo motivo già da un po’ di tempo andavo chiedendo in giro titoli di libri drammatici o che comunque tenessero incollati alle pagine e fossero particolarmente coinvolgenti. Il caso ha fatto la sua parte e il libro giusto è caduto nelle mani giuste, infatti ho iniziato il 2017 col botto.
Quello che ho letto è un reportage di Wojciech Tochman – reporter, scrittore e direttore dell’Istituto Polacco di Reportage di Varsavia – sul genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994 e delle conseguenze che ne sono derivate sulla popolazione.

Ora, io nel ’94 avevo cinque anni e quindi non è che fossi particolarmente informata di ciò che mi accadeva intorno, ma sono convinta che, come avviene in questi casi, molto sia stato taciuto. Adesso che ho letto questo libro e che, per ovvi motivi, mi sono documentata un po’ (almeno per capire di cosa stessimo parlando), mi viene da dire che ci sono tante cose che non sappiamo e di cui non parliamo, e che quando pensiamo a genocidi o a massacri ce ne viene in mente sempre e solo uno. Senza togliere importanza a quello, beninteso.
Ma quello in Ruanda nel 1994 sembra sia stato uno degli episodi più sanguinosi e barbari avvenuti in Africa nel ventesimo secolo. In un periodo di circa cento giorni, dai primi di aprile alla metà di luglio, vennero massacrate in diversi, atroci modi, circa un milione di persone principalmente di etnia Tutsi, anche se poi furono coinvolti anche alcuni Hutu. La motivazione principale, quella che si considera scatenante, fu l’odio tra queste due etnie, la prima delle quali era composta da allevatori e rappresentava il 20% della popolazione, mentre la seconda da agricoltori.

Tochman, che in questo libro alterna racconti a testimonianze dirette di sopravvissuti o parenti delle vittime, ci fa capire senza addolcire la pillola che cosa furono costretti a vivere gli abitanti del Ruanda in quel periodo. Ho letto cose che non avrei potuto mai immaginare, atrocità che non pensavo potessero venire in mente neanche alla mente più contorta e subdola che possa abitare questo pianeta. A parte la totale mancanza di rispetto e considerazione nei confronti delle donne, che comunque non sembra ancora essere stata superata in molte parti del mondo, in Ruanda molti ragazzini sono stati costretti ad assistere allo stupro delle loro madri, c’è chi è stato sventrato e lasciato agonizzante con gli intestini che fuoriuscivano, ad altri sono stati cavati gli occhi e perforati i timpani. Per non parlare della grandissima percentuale di donne che magari si sono salvate, sì, ma che ovviamente hanno contratto malattie come l’AIDS e hanno tentato il suicidio per questo e altri motivi correlati. Per non parlare dei bambini.

Thierry Ishimwe, nove mesi. Nella foto è steso su un lenzuolo a fiori. Ucciso con un colpo di machete tra le braccia della madre.
(…)
David Mugiraneza, dieci anni, nella foto indossa una camicia bianca con il colletto rigido. Appoggia il mento sulla mano, ha l’aria da intellettuale. Sognava di diventare medico. Seviziato a morte.
Ariane Umutoni, quattro anni. Una coltellata in mezo agli occhi.
Fillette Uwase, due anni. Sfracellata contro un muro.

Ma l’autore non riporta solo le parole o il ricordo delle vittime, dei sopravvissuti, di medici, infermieri o sacerdoti che lavoravano in quelle zone. Ci sono anche le testimonianze degli stupratori, di quelli che sono stati i carnefici che senza alcuna dignità (ma come potrebbe averne gente del genere?) sostengono che sono le vittime ad essersi inventate delle storie assurde per incastrarli, o che non era colpa loro, che non hanno fatto niente. Questo mentre sono rinchiusi dietro le sbarre. Da qualche parte – ma ho dimenticato di segnare il punto preciso e adesso è difficile ritrovarlo – ho letto che certi atti li compie chi non ha alcun rispetto per la vita; aggiungerei che questo rispetto manca non solo nei confronti delle vite altrui, ma perfino per la propria.

Per me Oggi disegneremo la morte è stato una lettura importante che mi ha aperto gli occhi su qualcosa di cui avevo solo sentito parlare, ma capisco che per molti possa essere un po’ forte, sia per il tema trattato che per la crudezza di certe “scene” (uso questo termine perché nonostante non ci sia nulla di visivo è impossibile non vedere queste cose nella propria mente). Se invece siete curiosi e forti, leggetelo, perché vi può arricchire, vi può insegnare tanto. Davvero.

Buona lettura!

Titolo: Oggi disegneremo la morte
Autore: Wojciech Tochman
Traduttore: Marzena Borejczuk
Genere:
 Reportage, Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 232
Prezzo: 15,50 €
Editore: Keller

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Kambo e Iboga. Medicine sciamaniche in sinergia” di Giovanni Lattanzi

9788887660432_0_0_698_80Sempre seguendo il principio che quello che non so m’incuriosisce e posso impararlo, ho accettato una proposta di lettura parecchio interessante su un argomento che normalmente non affronto: la medicina sciamanica. Nello specifico, in Kambo e Iboga l’autore Giovanni Lattanzi ci spiega, anche secondo l’esperienza che ha vissuto in prima persona, la funzione di due sostanze sconosciute a molti di noi, sia quando vengono usate singolarmente che nel loro uso combinato. Il kambo è la secrezione gelatinosa prodotta dalla pelle di un anfibio che vive nella foresta amazzonica al fine di proteggersi dai suoi predatori, ma il termine indica anche la rana stessa. L’animale, nell’ambito della medicina sciamanica viene considerato un animale sacro e la secrezione è utilizzata come mezzo per comunicare con gli sciamani attraverso sogni o visioni. L’iboga, invece, è è una pianta che viene coltivata nell’Africa centrale e la sostanza ricavata da essa agisce sui blocchi emozionali aprendo l’individuo ad un processo di guarigione interiore, a differenza del kambo, che agisce più a livello fisico.

Lattanzi racconta, grazie anche a stralci di interviste e documenti, di essere stato iniziato sia al kambo che all’iboga, ma di essere stato il primo facilitatore di cerimonie che usano una combinazione delle due sostanze. Ha deciso di utilizzare il kambo prima della somministrazione della radice di iboga, così da purificare il corpo (tramite eliminazione delle tossine) e la mente e accogliere meglio l’ulteriore purificazione. A quanto pare, in questo modo, la pulizia dell’organismo avviene più velocemente e il processo di guarigione viene accelerato.
Ma guarigione da cosa? Si parla di una guarigione, forse, più che altro a livello emotivo, oltre che fisico, perché se durante le cerimonie il corpo espelle le impurità (si racconta di attacchi di vomito et similia), molta gente che ha intrapreso questi trattamenti riferisce di vedere “immagini” di esperienze passate o di avere vere e proprie visioni che vengono interpretate e spiegate dal facilitatore.

Il kambo e l’iboga, a quanto pare, non sono classificabili come stupefacenti (anche se in pochissimi luoghi sono vietati) e non creano dipendenza. L’assunzione va intrapresa con cautela, soprattutto per chi è agli inizi.
L’autore, in molti punti, entra nei dettagli e ci spiega questo tipo di trattamenti anche da un punto di vista più tecnico, infatti ho avuto piccole difficoltà a seguire. Ma si tratta solo di qualche dettaglio, che poi viene esposto anche ai profani. In generale, Kambo e Iboga è un libro che ci permette di scoprire dei rimedi sconosciuti alla maggior parte di noi occidentali che siamo più avvezzi alla medicina tradizionale, e può essere interessante documentarsi sul modo in cui altre popolazioni lontane da noi risolvono diversi problemi psicofisici. Però credo che tutto questo vada preso con le pinze, perché queste sono comunque ricerche recenti e mi sembra che ancora non siano particolarmente accreditate. Anche se, bisogna dirlo, ci sono tanti pregiudizi su questi temi.

Il libro di Giovanni Lattanzi è parecchio interessante e permette di calarsi in un mondo praticamente sconosciuto. Prima di cominciare a leggerlo avevo qualche perplessità sul fatto di riuscire a seguirlo perché si tratta pur sempre di saggistica e temevo potesse addentrarsi troppo in contesti più tecnici; anche se a volte lo fa, questo non ne mina la comprensione, perché risulta comunque chiarissimo. L’autore, con l’aiuto di interviste e testimonianze anche di altre persone, ci racconta come ha conosciuto il kambo e l’iboga, di come esse lo hanno aiutato a guarire e di come ha iniziato lui stesso ad essere un facilitatore di cerimonie, uno dei pochissimi in Europa. Spiega anche come avvengono i trattamenti e quali sono i rischi.
Per me è stata un’esperienza parecchio interessante, credo che lo possa essere anche per i più curiosi tra voi a cui piace scoprire cose nuove.

Buona lettura!

Titolo: Kambo e Iboga. Medicine sciamaniche in sinergia
Autore: Giovanni Lattanzi
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 402
Prezzo: 20 €
Editore: Bibliosofica

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“Devadasi” di Daniela Bevilacqua

devadasi_armillaria_coverCi sono tante cose che ignoro ma lo sapete, sono curiosa, quindi ogni novità è ben accetta. Stavolta, l’occasione di apprendere qualcosa di nuovo me l’ha data Armillaria con un libro uscito proprio a novembre: Devadasi, di Daniela Bevilacqua. Al centro di questo volumetto, come dice il titolo stesso, c’è la figura della devadasi, il cui termine di origine sanscrita sta ad indicare la serva (dasi) del dio (deva), una bambina o una donna che viene dedicata dal culto e al servizio di una divinità o di un tempo per tutta la vita. Si tratta di una pratica che è ancora diffusa in India, ma la tradizione sarebbe di origine pre-vedica. Sulle devadasi ci sono testimonianze scritte in moltissime culture, e ne parla perfino Erodoto (490-425 a.C.):

Parlando del tempio di Ishtar di Babilonia, riporta che una donna dormiva sempre al suo interno così che il dio potesse riposarsi con lei, e afferma che, secondo una tradizione locale, ogni donna del paese doveva, prima del matrimonio, stare nel tempio e darsi a uno sconosciuto in cambio di soldi per essere benedetta dalla dea. Tuttavia l’uomo non pagava per la donna, ma tramite la donna faceva un’offerta alla dea per avergli permesso di partecipare al rito. Così la dedicazione e l’offerta risultavano entrambi sacri.

Stiamo parlando di “matrimoni divini” in cui l’aspetto sessuale è particolarmente importante.
Ma c’erano tantissimi diversi tipi di devadasi, a seconda del fatto che queste donne o ragazze avessero fatto una libera scelta, che fossero state vendute o dedicate dalla famiglia d’origine, e in base a tanti altri fattori. Erano anche stipendiate, e la paga dipendeva dalla ricchezza e dalla fama del tempio in cui erano impiegate. La loro condizione era dignitosa, in quanto spose del dio e mai vedove. Alla loro morte al tempo non si offrivano fiori alla divinità per un’intera giornata.

Naturalmente, come si può immaginare, col tempo la visione di questa pratica è cambiata molto. Se una volta era sacra, nei tempi attuali si è cominciato a pensare che a queste donne non venga riservato poi un trattamento così splendido. Nel 1947, infatti, a Madras venne approvato il Devadasi Act, in cui si affermava che, nonostante le sue antiche origini, la pratica delle davadasi era sfociata nella prostituzione e bisognava porvi fine. Veniva quindi dichiarata illegale e vietata, ma a dispetto di questa e di altre leggi, la tradizione è dura a morire, esiste ancora oggi ed è diffusa soprattutto nell’India del Sud e nei piccoli centri, quelli in cui le novità e una maggiore consapevolezza arrivano in maniera più difficile.
Ad ogni modo, questa carriera serve davvero a poco alle donne, perché già verso i 35 anni sono considerate troppo vecchie per continuare a dedicarsi alla divinità e devono andare alla ricerca di nuovi modi per mantenersi. Si preoccupano che a causa del loro passato nessun uomo vorrà sposarle, e in quel caso molte provano a impiegare come devadasi le proprie figlie. Per questo motivo ci sono tante associazioni che si occupano del recupero delle ex devadasi.

Mi sono limitata a fornirvi solo qualche accenno (giuro!) perché, come avrete capito, l’argomento mi è risultato parecchio intrigante. Daniela Bevilacqua, naturalmente, tratta la questione delle devadasi in maniera molto più approfondita e con taglio più accademico, fornendo anche la bibliografia per chi volesse saperne ancora di più. Trovo che Armillaria pubblichi delle chicche, dei libri molto particolari che in qualche modo ti arricchiscono, come è accaduto a me non solo questa volta, ma anche qualche tempo fa per quanto riguarda la Fisiologia del fumatore. Poi non so voi, ma io amo imparare cose nuove e magari anche lontane geograficamente dal mio ambiente, e qui ho scoperto una pratica “religiosa” molto particolare. Dell’India ho cominciato ad interessarmi da poco, e quello che emerge dalle mie lettura è sempre questa visione della donna sottomessa, schiava o serva, in questo caso serva di una divinità. Sono credenze, convinzioni radicate, però mentre quando è devadasi una donna viene considerata importante per il suo ruolo, appena diventa troppo vecchia ritorna, praticamente, ad essere un nulla. Se da una parte ci sono tante leggi che tentano di porre fine a questa tradizione ma non vengono rispettate ovunque, spero che le associazioni per il recupero di queste ragazze riescano ad avere un forte impatto sulla popolazione e che possano aiutare davvero le donne.

Buona lettura!

Titolo: Devadasi
Autore: Daniela Bevilacqua
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 novembre 2016
Pagine: 110
Prezzo: 12 €
Editore: Armillaria

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Artico nero” di Matteo Meschiari

Io non cerco la verità, mi interessa l’intensità.
Ovviamente provo a dire la verità,
ma provo dirla in un modo che è già invenzione.

 

cop_artico_neroSi dice spesso che i libri rappresentano un meraviglioso modo di evadere dalla realtà quotidiana. Quando siamo stanchi e stressati leggiamo un bel romanzo, una raccolta di racconti o un bel saggio e dimentichiamo tutto quello che ci opprime. Ma se non fate come me, che ho snobbato per anni un genere molto importante non perché non mi piacesse ma perché preferivo altro, allora saprete che la letteratura di viaggio forse è quella che ci può permettere davvero di immaginarci altrove mentre siamo ancora seduti sul divano di casa nostra. Io mi sono accostata a questo genere da pochissimo – da quest’anno, precisamente – e me ne sono proprio innamorata perché, almeno con la mente, riesco a fare viaggi e percorsi che probabilmente nella vita non mi capiterà mai di fare.

Oggi vi voglio parlare di un libro che grazie ad Exòrma ho letto in anteprima ma che deve uscire la settimana prossima, il 17 novembre: Artico nero, di Matteo Meschiari. Non è semplice incasellare questo testo in un genere ben preciso perché, anche se potrebbe sembrare un saggio, in realtà vi si raccontano sette storie – inventate, immaginate, ma verosimili e sicuramente accadute a qualcuno in un tempo passato – ambientate tra i ghiacci in Siberia, in Groenlandia, in Norvegia o comunque all’estremo nord del mondo. Un genere che si definisce antropofiction.  Artico nero, del resto, si colloca nella collana Scritti traversi, nella quale il viaggio rappresenta allo stesso tempo il tema principale dei libri ma anche un pretesto da cui partire per raccontare storie, raccogliere fotografie, parlare d’arte, di storia o di antropologia. Ed è proprio di antropologia che parla Meschiari nelle storie contenute nel suo libro, storie di popolazioni che vivono nell’artico e che nel tempo vengono minacciate e spesso annientate da chi è più forte e più organizzato o semplicemente dai cambiamenti climatici.

A tratti sembra di trovarsi nelle abitazioni di questi popoli, dimore fredde ma estremamente resistenti se pensiamo alle condizioni in cui vengono costruite e all’uso che se ne deve fare, abitazioni che spesso consistono in un’unico locale in cui si fa tutto. Si parla di donne, magari di quelle che fanno parte di piccole tribù che devono fare i conti con l’enorme macchina dell’impero russo.

Dato che le donne europee scarseggiavano, ci si accontentava di quelle locali. I clan pagavano tributi ai Russi in grano, pellicce e donne. Queste, letteralmente mercificate, venivano acquistate, vendute, possedute, cedute e scambiate da coloni, mercanti e soldati. Gli ufficiali le usavano come concubine, gli uomini ordinari come schiave in casa. Questo accelerò la dissoluzione dei clan nativi perché l’economia domestica si reggeva su ruoli complementari. Cucina, cucito, cura dei figli, raccolta. La partenza delle donne lasciò il deserto. Ostaggi, schiave, concubine.

Donne di cui è semplicistico parlare al plurale, perché ognuna ha avuto la sua storia (di cui magari non sappiamo nulla) e perché non è possibile capire la drammaticità di cosa è stato se non le si affronta singolarmente. Per questo motivo Meschiari inventa – come fa anche in altri capitoli e per altri argomenti – una storia su una ragazza X e le cuce tutto intorno situazioni e vicende che con certezza sono accadute ad altre come lei.
Ma quello che in Artico nero mi ha colpito di più riguarda i segreti nascosti tra i ghiacci e, più precisamente, i segreti pericolosi. Noi profani non abbiamo alcuna idea di ciò che potrebbe essere nascosto nel ghiaccio, di quello che in questo momento potrebbe trovarsi in uno stato di vita sospesa e che a causa del surriscaldamento globale potrebbe tornare fuori. Nel 2016, dopo 75 anni di letargo, in Siberia centrale è tornato a colpire l’antrace, il carbonchio, un batterio che produce endospore che possono sopravvivere nel terreno, infetta gli erbivori e sopravvive fino a quando ha materiale biologico sufficiente da aggredire. Basta bere dell’acqua che adesso è liquida ma che per tanti anni è stata congelata col batterio dentro, o magari basta che una tribù di passaggio affamata si cibi di una renna congelata nel permafrost e riemersa con lo scioglimento del ghiaccio. E questo è solo uno degli esempi che l’autore ci fornisce nel libro perché possiamo farci un’idea di quello a cui piano piano stiamo andando incontro. Se ci pensate è inquietante.

Come ho detto prima, Artico nero non è un volume di saggistica, almeno non in senso stretto. Per questo motivo non c’è alcuna possibilità di annoiarsi, un po’ perché ogni argomento viene affrontato con una storia che funge da esempio e dimostrazione, e un po’ perché Matteo Meschiari ci parla con uno stile veloce e semplice che ci fa entrare completamente nell’atmosfera ghiacciata che il libro racconta.

Vi va di fare un viaggio nell’artico? Sì? Buona lettura, allora!

Titolo: Artico nero
Autore: Matteo Meschiari
Genere:
 Romanzo-saggio, antropofiction
Anno di pubblicazione:
 17 novembre 2016
Pagine: 168
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Matteo Meschiari (Modena, 1968) insegna antropologia e geografia all’Università di Palermo. Studia il paesaggio in letteratura, la wilderness, il camminare, lo spazio percepito e vissuto presso varie culture di interesse etnografico. Ha pubblicato le sue ricerche con Sellerio, Liguori e Quodlibet. Nel 1997 ha fondato lo Studio Italiano di Geopoetica, affiliato all’Institut International de Géopoétique, creato dal poeta scozzese Kenneth White. Scrive testi di saggistica, narrativa e poesia.

“Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau. Riflessioni sul suicidio” di Madame de Staël

13123215_10208345616229426_6919910396632423438_oOggi vi parlerò di un libro a cui ho dovuto dedicare un po’ di tempo in più rispetto agli altri. Me lo sono portato in viaggio una decina di giorni fa, ma sono riuscita a leggere solamente parte dell’introduzione. No, non era un testo da affrontare a singhiozzo, quindi l’ho letto per bene e concluso quando sono rientrata a casa. Non è un romanzo ma un saggio, o meglio, una raccolta di due saggi di Madame de Staël pubblicata da Bibliosofica con una nuova traduzione più moderna di Andrea Inzerillo e a cura (e con un’introduzione) di Livio Ghersi.

Madame de Staël, nata Anne-Louise Germaine Necker, nacque a Parigi il 22 aprile del 1766 e visse in anni molto importanti dal punto di vista storico: vide la Rivoluzione Francese, il periodo del Terrore, il Direttorio, l’ascesa al potere di Napoleone, l’impero napoleonico e poi la restaurazione dei Borbone. Era una persona molto colta, sua madre Suzanne nello specifico teneva a Parigi un salotto frequentato da persone di rilievo in campo letterario, artistico e politico in cui ogni tanto si vedevano personaggi come Diderot; lei, piccolina, stava seduta su uno sgabello accanto alla mamma, e ascoltava attentamente imparando l’arte della conversazione. Non era particolarmente bella, e il fatto stesso che si sposò quasi ventenne era forse un segno del suo aspetto fisico (di solito le ragazze prendevano marito intorno ai sedici anni). Ma se esteriormente non colpiva, interiormente era dotata di grande cultura e capacità critica, caratteristiche che nella vita le causarono qualche problema.

Germaine era prima di tutto una donna e le donne, in quegli anni, non dovevano impicciarsi in ambiti che non erano di loro competenza, come la politica: per questi motivi ebbe un rapporto conflittuale con la madre che invece stava sempre al suo posto. Fu sicuramente una donna diversa dalle altre, perché l’essere nata in una famiglia facoltosa le permise di godere di diversi privilegi, ma era pur sempre una donna. Faceva suo il meglio del pensiero dell’Illuminismo, si sentiva parte della specie umana e credeva nel miglioramento costante dell’umanità, parlava alla Francia e all’Europa ma non venne mai considerata francese per via delle sue origini svizzere.
Napoleone, in particolar modo, fu uno dei più colpiti dalla critica di Madame de Staël, tutto ciò che lei scriveva gli risultava sgradito. Viaggiò molto – anche in Italia, in cui decise di ambientare Corinne ou l’Italie e in cui scrisse un importante contributo Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni – e fu molto perseguitata. Sposò il barone de Staël-Holstein e amò anche altri uomini, nel 1803 fu interdetta da Parigi dove potè ritornare solo dopo la fine dell’impero napoleonico (e dove morì il 14 luglio del 1817).

Bibliosofica ha pubblicato da pochissimo Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau. Riflessioni sul suicidio, un volumetto che racchiude due dei tre saggi che Madame de Staël pubblicò con l’editore francese Nicolle appena rientrata a Parigi nel 1816. Il libro, che si propone in primis di far conoscere meglio al pubblico questa figura così importante nel panorama storico-culturale europeo, è curato da Livio Ghersi che con una bella ed esaustiva introduzione ce la fa quasi riscoprire per poi lasciare la parola direttamente a lei al suo pensiero.
In Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau ( pubblicate nel 1788, dieci anni dopo la morte di Rousseau) cerca di riabilitare la memoria di questo grande autore che al momento della sua morte, nel 1778, veniva isolato e schernito dagli altri illuministi che davano seguito alla diceria che si fosse suicidato. Diceria a cui la stessa autrice diede credito. Madame de Staël (nome che mantenne anche dopo il divorzio) non ebbe molta fiducia nel pensiero politico di Rousseau ma di sicuro ne riconobbe lo spessore intellettuale.

Rousseau sognava, più che esistere, e i casi della sua vita avvenivano più nella sua mente che fuori di lui.

(…)

Si credeva destinato a soffrire, e non agiva contro il suo destino.

L’altro saggio, Riflessioni sul suicidio, invece, prese spunto da un fatto che aveva richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica: il suicidio del poeta von Kleist e della sua amante Henriette Vogel in Prussia il 21 ottobre 1811. Quando lo scrisse, nel 1812, comunque, si trovava particolarmente incline alla tristezza e molto depressa, stato d’animo che peggiorò ulteriormente quando nel 1813 suo figlio Albert, ufficiale dell’esercito svedese e non ancora ventenne, rimase ucciso in duello. In questo saggio affronta l’atteggiamento dell’essere umano di fronte alla morte, parlando del suicidio come di un atto compiuto da una persona consapevole di quel che fa e fisicamente in grado di realizzare il progetto di darsi la morte, ma è comunque un atto di egoismo, dal momento che il suicida restringe la propria visione del mondo a se stesso e non vede più tutto ciò che gli sta intorno. Questi pensieri rappresentano il frutto di una sorta di crisi mistica dell’autrice, che non fu altro che il riemergere della sua fede religiosa.

Nel mio percorso di studi mi è capitato diverse volte di incontrare qua e là Madame de Staël, specialmente per quanto riguarda il suo articolo sulle traduzioni, ma questo libro mi ha dato la possibilità di conoscerla meglio e credo che sia un ottimo strumento per chiunque volesse accostarsi ad un personaggio così importante e un po’ messo da parte negli ultimi tempi. Ve lo consiglio davvero!

Buona lettura!

Titolo: Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau. Riflessioni sul suicidio
Autore: Madame de Staël
Cura e introduzione: Livio Ghersi
Traduzione:
 Andrea Inzerillo
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 168
Prezzo: 12 €
Editore: Bibliosofica

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza