“Il telefono senza fili” di Marco Malvaldi

Allora, dimmi un po’ se almeno a cinquant’anni mi ci fate arrivare.
Perché qui, ridendo e scherzando, se uno vi
gira intorno prima o poi gli fate il funerale.

 

13323800_10208577593548714_8580962942121935862_oQualche giorno fa mi è venuto il blocco del lettore, ho aperto diversi libri senza riuscire ad andare oltre la seconda pagina. Non so se vi è mai capitato, ma io lo reputo abbastanza drammatico: non riuscire a trovare il libro giusto da leggere è proprio fastidioso. Quindi ho pescato un Malvaldi dalla pila dei libri per le emergenze, piena, appunto, di Malvaldi e di Grossman (quest’ultimo lo avevo già provato, ma non era il momento). Ho scelto di leggere Il telefono senza fili e non l’ho letto nemmeno troppo velocemente, perché ho avuto la mente impegnata in altre cose, tra cui Una marina di libri, di cui magari vi parlerò tra qualche giorno, quando sarà finita e avrò fatto tutti i miei acquisti.

Allora, di Marco Malvaldi qui ho già parlato svariate volte, penso anche di avervi fatto una testa così su quanto mi piaccia leggere i suoi gialli e quanto siano divertenti, quindi non mi ci soffermerò troppo, anche perché questo libro in particolare non ha deluso le mie aspettative, anzi! Ma passiamo direttamente alla storia.
Siamo a Pineta, al BarLume con Massimo e i vecchietti. Un giorno Vanessa Benedetti scompare ma il marito, che insieme a lei gestisce un agriturismo che non va troppo bene, non ne denuncia la scomparsa perché a quanto pare sono stati visti litigare una sera, quindi potrebbe benissimo essere andata da qualche parte a schiarirsi le idee. Ma i vecchietti non sarebbero loro se con la mente non andassero oltre e infatti viene fuori un caso di omicidio: il Benedetti ha ucciso la moglie (che poi è l’ex moglie, perché quando gli stavano pignorando tutto ha intestato le proprietà a lei e hanno divorziato, perché restasse tutto “in famiglia”). Chiaramente senza denuncia la commissaria Alice Martelli non può intervenire, e comunque non ce n’è nemmeno bisogno perché la Benedetti dopo un po’ torna tranquillamente, ma nel frattempo il morto ci è scappato sul serio: Atlante il Luminoso, un cartomante che aveva “predetto” la verità sul caso di Vanessa in televisione, apparentemente si è suicidato e adesso bisogna indagare sul serio.

Questa è una storia di truffe, vendette e pasticci creati dagli arzilli ottuagenari con cui Massimo passa le sue giornate. Il commissario Fusco ormai è stato trasferito da tempo ed è stato sostituito dalla Martelli, una ragazza affascinante e molto più alla mano che crea una sorta di feeling con Ampelio e la sua banda. La ragazza addirittura spesso li consulta perché sa che, nonostante siano soliti arrivare a conclusioni affrettate, spesso forniscono ottimi spunti di riflessioni e poi a Pineta si conoscono un po’ tutti, magari può venir fuori qualcosa di interessante parlando con la moglie del Rimediotti o qualche parente di Pilade. Questa volta, almeno all’inizio, Massimo vuole tenersi fuori da tutto ciò, e vediamo Alice che confabula coi vecchietti, ma il barrista non ce la fa, deve impicciarsi anche lui e tra il lavoro al BarLume e quello al Bocacito (il ristorantino aperto in società con Aldo e in cui lavoricchiano anche Tiziana e Marchino) si rende utile con la sua mente brillante e con le sue abilità informatiche.

Te appena passi di ‘asa mi fai ir favore di sceglietti un vestito bòno dall’armadio perché se continui a anda’ ar barre e a fatti i ‘azzi di vell’artri prima o poi quarcuno ammazza te per davvero e allora io lo voglio sape’ cosa ti devo mette’ addosso nella bara, quello che scegli scegli, tanto che ti stia largo ‘un c’è perìolo.

Dopo di che, Pilade buttò giù, con un certo sollievo.

Tra un imbroglio e l’altro le battute di spirito in toscano non mancano mai. Il telefono senza fili è un romanzo in cui, come nell’omonimo giochino, spesso si capisce una cosa per un’altra e magari si combina un pasticcio. ma il divertimento sta proprio in questo!

Buona lettura!

Titolo: Il telefono senza fili
Autore: Marco Malvaldi
Genere:
 Romanzo, Giallo
Anno di pubblicazione:
 2014
Pagine: 208
Prezzo: 13 €
Editore: Sellerio

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

In breve: “Come fu che cambiai marca di whisky” di Santo Piazzese

5874-3Oggi ho deciso di fare un piccolo intervallo dalle mie letture di Camus e Grossman e mi sono concessa un racconto di Santo Piazzese (in offerta pochi giorni fa a 0,99 €) estrapolato dalla raccolta Un Natale in giallo pubblicata da Sellerio nel 2011. Il racconto s’intitola Come fu che cambiai marca di whisky e vede come protagonista il nostro biologo Lorenzo La Marca che, prima di andare a passare la serata della vigilia di Natale con la sua fidanzata Michelle dalla sorella Maruzza, viene invitato a passare a casa del suo amico commissario Vittorio Spotorno. Mentre Michelle si mette a parlare amichevolmente con Amalia, la moglie del padrone di casa, i due uomini si appartano e Vittorio racconta una storia a Lorenzo, una vicenda del suo passato. Un giorno, durante un convegno di polizia criminale a Marsiglia, ha conosciuto un collega francese che lo aveva cercato per saperne di più su storie di mafia, ma col quale era nata anche una sorta di amicizia. Dopo qualche anno però i contatti si sono interrotti fino a quando non è apparsa una bottiglia di whisky.

È un racconto sul tema del Natale, non aspettatevi chissà quale storia lunga, ma passerete un’oretta o giù di lì con una bella lettura. A me è piaciuto molto. Quando l’ho comprato non sapevo fosse preso da una raccolta di qualche anno fa, Piazzese è uno dei tipici autori che prendo a scatola chiusa, mi fido e faccio sempre bene. La storia è ambientata a Palermo, con Lorenzo La Marca che attraversa le nostre strade conosciute e particolarmente trafficate. Se siete palermitani o conoscete la mia città capirete di cosa parlo, altrimenti leggere Piazzese è un bel modo di tuffarvi nel nostro meraviglioso caos. Sì, perché noi qui ci lamentiamo sempre di questa gran confusione, ma sappiamo che in fondo non ne potremmo fare a meno, se ci fosse ordine non sarebbe Palermo. E non mi voglio addentrare nella questione del tram che in questi giorni ci sta facendo impazzire (sì, forse ci stiamo un po’ civilizzando).
Lo stile colto e ironico di Piazzese, col suo grande uso di palermitanismi, vi conquisterà. Anche se non è uno dei suoi classici romanzi gialli e anche se qui non c’è il morto, è un ottimo assaggino della sua scrittura. A me piace tantissimo, non solo perché è mio conterraneo!

Buona lettura 🙂

Titolo: Come fu che cambiai marca di whisky
Autore: Santo Piazzese
Genere:
 Racconto
Anno di pubblicazione:
 2011
Pagine: 54
Prezzo: 1,99 €
Editore: Sellerio

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Buchi nella sabbia” di Marco Malvaldi

Lo scorso 2 dicembre sono finalmente riuscita ad assistere alla presentazione di un libro di Marco Malvaldi, autore che mi piace moltissimo. Si trattava, nello specifico, di Buchi nella sabbia, l’ultimo suo lavoro uscito il 5 novembre, che io avevo acquistato praticamente subito ma non avevo ancora potuto leggere. Adesso, che l’avevo pure autografato, potevo cominciarlo.
L’incontro, come c’era da aspettarsi, è stato divertentissimo sotto tanti punti di vista. Innanzitutto, a presentarlo c’era Santo Piazzese, altro autore della scuderia Sellerio che mi fa letteralmente impazzire per la sua bravura e la sua simpatia, e poi c’è poco da fare, quando nell’aria c’è tanta allegria e hai a che fare con una persona dalla battuta pronta le cose non possono che andare nel migliore dei modi.

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Santo Piazzese e Marco Malvaldi alla Feltrinelli di Palermo, 2 dicembre 2015

.facebook_1449761599727Malvaldi, dopo essersi documentato su vari incidenti avvenuti durante le opere a teatro, ha scoperto che la stragrande maggioranza di questi pasticci è accaduta mentre si stava interpretando la Tosca. Parliamo di Tosca che si getta da un muro ma atterra su un tappeto elastico e continua a rimbalzare (Metropolitan di New York), di Tosca (stavolta la Callas) a cui, dopo che ha ucciso Scarpia, prende fuoco la parrucca così che il morto deve risorgere per spegnergliela o, infine, Cavaradossi che deve essere fucilato per finta e invece gli si spara per davvero.
Da qui, l’autore inventa una storia ambientata a teatro: siamo a Pisa, 1901, e c’è da rappresentare la Tosca di Puccini (ovviamente), si sceglie la compagnia, i protagonisti Giustina Tedesco e Ruggero Balestrieri e ci si prepara tutti a fare questo grande spettacolo a cui assisterà nientepopodimenoche il re. Ma proprio durante la rappresentazione, al momento dell’uccisione di Cavaradossi, qualcuno uccide veramente il tenore Balestrieri. A questo punto, parallelamente alle forze dell’ordine e facendosi largo tra storie di anarchici e segreti che non devono essere svelati, entra in scena un particolare testimone: Ernesto Ragazzoni, poeta e giornalista de La Stampa.

Ragazzoni, personaggio stravagante, è stato realmente un giornalista tra fine ‘800 e inizio ‘900. Fu direttore della Gazzetta di Novara e lavorò per La Stampa, il Tempo e il Resto del Carlino. Gli piaceva bere (morì di cirrosi epatica a cinquant’anni) e spesso forse non c’era da fidarsi perché non era troppo lucido. Anche se le sue poesie erano particolari e da una di queste prende il titolo il libro del Malvaldi: Buchi nella sabbia.
Ernesto Ragazzoni, però, in questo libro, sembra essere il più vigile di tutti: è quello a cui non sfuggono determinati particolari, quello che riesce a cogliere il non detto e a fare due più due quando serve. E fortunatamente le forze dell’ordine, anche se in maniera inizialmente non troppo convinta, si lasciano aiutare.

Mavaldi aveva già messo da parte i suoi vecchietti del BarLume nel 2011, quando pubblicò Odore di chiuso, ambientato alla fine dell’Ottocento. Ritorna qui con atmosfere antiquate e personaggi simpaticissimi e ci dimostra che s’intende pure di opera. Ma non abbiate paura, non occorre che siate esperti di lirica o che abbiate visto, nello specifico, la Tosca, perché l’autore spiega le vicende in maniera chiara e in ogni caso non ci si addentra troppo nell’argomento.
Buchi nella sabbia è un romanzo blu divertentissimo, con il classico capitolo pazzo che si è intrufolato tra gli altri, questa volta tra il sei e il sette, e si chiama a rappresentare la quadratura del cerchio (l’indizio è: stai attento a questo capitolo, ci ho messo qualcosa che ti farà riflettere).

Non voglio dirvi altro, perché dovete scoprire questo romanzo divertentissimo da soli (anche se nella scheda vi lascio il link ad un piccolo estratto). Mi sono limitata a fare qualche premessa. Io mi son fatta fare una dedica, una tantum perché avrei portato tutti i suoi romanzi per farmeli autografare, ma sarebbe stato alquanto scomodo per tutti, quindi “questa soltanto” in rappresentanza di tutte quelle mancate.

Buona lettura!

Titolo: Buchi nella sabbia (Leggi le prime pagine)
Autore: Marco Malvaldi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 5 novembre 2015
Pagine: 256
Prezzo: 14€
Editore: Sellerio
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Riti di morte” di Alicia Giménez-Bartlett

Brindiamo ai fiori – proposi -. 
Anche se hanno le spine – aggiunsi.

(traduzione mia)

11813436_10206470565474329_5607646572252799785_nHo comprato questo libro circa un anno e mezzo fa su Amazon perché le librerie di solito non hanno un buon reparto dedicato ai testi in lingua originale, così mi sono dovuta adattare e me lo son fatto spedire a casa. L’ho preso proprio in previsione dell’intervento di Alicia Giménez Bartlett a Una marina di libri 2014, infatti quando ha parlato del suo ultimo lavoro (che però non ho acquistato) sono andata lì ad assistere e a farmi autografare questo, che è il primo romanzo della serie con Petra Delicado. Inutile dire che è stato un incontro appassionante, l’autrice è una donna molto simpatica che s’è stupita vedendomi lì con un libro in spagnolo. Mi ha chiesto come mai e le ho risposto che, quando si può, credo sia meglio leggere in lingua originale per vedere il vero stile di uno scrittore senza la mediazione del traduttore. Lei mi ha sorriso e mi ha detto di continuare così, perché appena uno si ferma, appena smette di esercitare una lingua, se la dimentica. Mi ha stretto la mano e sono andata via.
E per un anno e mezzo il libro è stato lì nell’armadio in attesa di essere letto, ma la settimana scorsa è finalmente arrivato il suo momento.

In Riti di morte conosciamo Petra Delicado, un’ex avvocatessa che, al suo secondo divorzio, cambia casa e inizia un nuovo lavoro: è ispettore di polizia. Appena arrivata nel nuovo posto di lavoro viene chiamata a sostituire dei colleghi in un caso particolare: una ragazzina è stata stuprata e riporta sul polso un segno a forma di fiore. In questo incarico viene affiancata da Fermín Garzón, un uomo più avanti negli anni, grassottello, che a volte sembra eccessivamente moralista e misogino. Più avanti aumentano gli stupri e viene commesso qualche omicidio. I due poliziotti si vedono togliere il caso, poi se lo vedono restituire, ma continuano ad indagare sempre con tenacia, anche quando le vittime, i loro parenti e la stampa sembrano remare contro e mettere loro i bastoni tra le ruote. Scopriranno, alla fine, chi è lo stupratore e che legame c’è tra le violenze e gli omicidi.

Mi sono letteralmente innamorata di questi personaggi e sono sicura che andrò avanti con la serie, perché probabilmente è questo il tipo di poliziesco che mi piace di più. Il nome di Petra Delicado è quasi un ossimoro, Petra indica una persona forte, testarda, tosta, mentre il cognome Delicado ci fa capire che, in certe cose, è anche una donna fragile, che come tutti ha dei punti deboli. Il suo carattere all’inizio stride con quello di Garzón, ma è solo questione di tempo, devono conoscersi meglio e crescere insieme. Petra permette a Fermín di realizzare che nella sua vita ha solo seguito delle regole che una famiglia troppo rigida gli ha imposto: fare il bravo, sposare una donna molto religiosa, fare un figlio, comportarsi sempre bene. Probabilmente si pente di non essere mai uscito dai binari e lo capisce quando vede che la sua collega (e adesso amica) ha preso dalla vita ciò che voleva, fregandosene se fosse giusto o meno.

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Ma Ritos de muerte è un libro che fa anche arrabbiare molto. Petra e Fermín indagano nei bassifondi di Barcellona, perché le prime vittime di stupro sono ragazzine di una classe sociale bassa, figlie di lavoratori, il cui unico interesse, però, sembra essere mantenere l’onore, per loro ogni macchia deve essere lavata via. Solo una è figlia di un uomo molto ricco, il quale infatti spedisce subito la ragazzina negli Stati Uniti per toglierla dal mezzo, perché nessuno pensi a cosa le è successo. Nessuno sembra aver fiducia nella polizia, tanto che questo signore, l’unico dei “colpiti” che possa permetterselo, ricorre ad un investigatore privato per trovare lo stupratore, mentre gli altri si lasciano pagare dai giornalisti per comparire in televisione, per far notizia e diffamare le forze dell’ordine. Qualche motivo per parlar male dei poliziotti, però, ce l’hanno, perché Petra qui è alle prime armi e ogni tanto perde il filo e fa qualche piccolo errore. Ma sono errori da cui impara molto e che sicuramente l’aiuteranno in futuro.

Non è un libro pesante e se vi piacciono i polizieschi potete leggerlo tranquillamente sotto l’ombrellone. Se volete provare in spagnolo potete star sicuri che non è poi così complicato, sepoffà. In ogni caso, per me, cinque stelline se le merita tutte perché mi ha fatto passare delle belle ore e l’ho trovato ben scritto. Nella scheda, comunque, vi indicherò la versione italiana pubblicata da Sellerio.

Buona lettura!

Titolo: Riti di morte
Autore: Alicia Giménez Bartlett
Traduzione:
 Maria Nicola
Genere:
 Giallo, Poliziesco, Noir
Anno di pubblicazione:
1996 (2002 questa edizione)
Pagine: 404
Prezzo: 13 €
Editore: Sellerio – La memoria

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) è la creatrice dei polizieschi con Petra Delicado. I romanzi della serie sono stati tutti pubblicati nella collana «La memoria» e poi riuniti nella collana «Galleria». Ha anche scritto numerose opere di narrativa non di genere, tra cui: Una stanza tutta per gli altri (2003, 2009, Premio Ostia Mare Roma 2004), Vita sentimentale di un camionista (2004, 2010), Segreta Penelope (2006), Giorni d’amore e inganno (2008, 2011), Dove nessuno di troverà (2011, 2014) e Exit (2012). Nel 2006 ha vinto il Premio Piemonte Grinzane Noir e il Premio La Baccante nato nell’ambito del Women’s Fiction Festival di Matera. Nel 2008 il Raymond Chandler Award del Courmayeur Noir in Festival.

“Odore di chiuso” di Marco Malvaldi

11012431_1648227348724185_4819547067985941101_nQuando non sai cosa leggere, prendi un libro di Marco Malvaldi e goditelo per bene. Questo è quello che faccio in quei casi in cui davvero non so che pesci pigliare perché sono troppo indecisa. Stavolta mi è capitato tra le mani Odore di chiuso, un giallo, divertentissimo come al solito, del 2011 nella classica veste blu Sellerio. Questo l’ho preso un paio d’anni fa, quando ho deciso che dovevo recuperare tutti i romanzi non letti di questo autore e mi son fatta fare un bel pacchetto con quelli che mi mancavano.

Diversamente dalle altre storie del chimico/scrittore pisano, questa è ambientata alla fine dell’Ottocento e vede come protagonista Pellegrino Artusi, un signore grande, grosso e baffuto che – magari qualcuno di voi lo sa già – è realmente esistito, e fu uno scrittore, gastronomo e critico letterario italiano, famoso per aver scritto La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene. L’Artusi viene invitato nella maremma toscana dal barone Romualdo Bonaiuti, nel suo castello, perché il nobile avrebbe una certa idea di rendere la sua dimora un albergo, per guadagnare qualcosa, dato che ha qualche problemino. Ma poco dopo il suo arrivo, succede il pasticcio: il maggiordomo Teodoro viene trovato morto avvelenato in una stanza chiusa dall’interno e subito dopo il barone viene ferito da una schioppettata. Che sta succedendo? È quello che cercheranno di scoprire il delegato di polizia e il signor Artusi con l’aiuto di altri simpatici personaggi come l’intelligente Cecilia, figlia del barone, la baronessa (nonna) Speranza e lo pseudofotografo Ciceri.

L’autore qui usa un linguaggio un po’ antiquato per rimanere fedele all’ambientazione, ma spesso interviene il Malvaldi degli anni 2000 a chiamare le cose con il proprio nome (ci siamo capiti, no?) e ad alleggerire il tutto. Mi sono divertita tantissimo con i protagonisti, quelli più perspicaci e quelli meno intelligenti, come ad esempio il povero Gaddo, figlio del barone, appassionato di poesia, che un giorno in una stradina crede di incontrare il sommo Giosuè Carducci che di punto in bianco si mette a fare pipì, dando vita ad un improbabile dialogo:

– Ma cosa diavolo state facendo? – disse con voce tremante di rabbia e di sorpresa.
Per nulla turbato, il poeta cominciò:

Non vedi, caro, che stai disturbando?
Su un portone, tranquillo, sto pisciando.
Io piscio dove mi pare e quando voglio,
piscio sopra l’aiuola e sullo scoglio.
Piscio sulla moneta, e sopra il foglio,
piscio sul Vaticano e in Campidoglio;
e se continui a rompermi i coglioni,
piscio sul muso a te, e anche ai tu’ padroni.

La cosa che mi ha molto colpito è il modo in cui Malvaldi fa risolvere il mistero ai suoi personaggi. Pellegrino Artusi s’è portato dietro un libro di Sherlock Holmes (che non viene mai nominato, ma si capisce chiaramente di chi si parla) e questo serve quasi da ispirazione. Tra una conversazione e l’altra il gastronomo cita al delegato una frase che gli è rimasta impressa nella mente, un principio basilare del grande investigatore: “Eliminate l’impossibile. Quello che resta, per quanto improbabile, dev’essere per forza la verità”.
Detto questo, se state cercando qualcosa di divertente da leggere sotto l’ombrellone, eccovelo servito!

Titolo: Odore di chiuso
Autore: Marco Malvaldi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 198
Prezzo: 13 €
Editore: Sellerio
Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Il canotto insanguinato” di Augusto De Angelis

WP_004295Come qualcuno di voi sa, spesso mi dedico alla riscoperta di autori italiani un po’ dimenticati e da un po’ di tempo mi è nata una passione per Augusto De Angelis, uno scrittore che ha vissuto in un periodo molto difficile della storia del nostro paese, quello fascista. Lui era un antifascista e per degli articoli scritti su un giornale fu arrestato; ma la sua fine arrivò nel 1944 quando, in seguito ad una discussione fu pestato da un repubblichino fino alla morte che arrivò qualche giorno dopo. La sua carriera, quindi, fu molto breve e comprende, tra le altre cose, circa una ventina di romanzi polizieschi in cui ricorre il personaggio del commissario Carlo De Vincenzi della squadra mobile di Milano. Alcuni dei suoi scritti vennero pubblicati postumi o ripubblicati negli anni Sessanta e ultimamente la Sellerio sta riproponendo parte di questi romanzi.

Il canotto insanguinato è del 1936, ma la casa editrice palermitana lo ha ripubblicato proprio nell’estate del 2014, sempre con la sua classica copertina blu e che tanto ci piace. La storia comincia quando viene ritrovato un canotto pieno di sangue e si sospetta che sia morta la signorina Paulette Garat, anche se non se ne trova il corpo. Il primo indiziato è il russo Ivan Kiergine, amante della donna, che però si rifiuta di parlare mostrando grande dignità e rispetto per Paulette. De Vincenzi lo interroga fino allo sfinimento, ma senza risultato, quindi lo libera e decide di portarselo dietro durante le indagini tra Milano, Sanremo, Nizza, Strasburgo e la Germania. Nel frattempo inizieranno ad accumularsi cadaveri e a comparire strani personaggi. Il commissario alla fine riuscirà a capire che cosa è realmente successo e cosa ne è stato della donna scomparsa.

Augusto De Angelis e la nipote Marcella (da wikipedia)

Quello che colpisce in questo romanzo è che, come era accaduto per Il mistero delle tre orchidee che abbiamo già affrontato, i cattivi sono sempre stranieri: in quella situazione politica l’Italia doveva mostrare di essere un paese giusto e in cui la giustizia funzionava. Niente delinquenti, insomma, quelli venivano da fuori. La storia non è assolutamente scontata e l’autore ci fa mettere nei panni del commissario, che assiste confuso alla serie di omicidi e fatti strani che gli si presenta. Noi fino alla fine accumuliamo indizi, ma ce ne manca uno che faccia incastrare bene i fatti tra loro e che dia un senso alla vicenda.

Il linguaggio, certo, non è modernissimo, ma è un giallo godibilissimo e sicuramente fatto meglio di molti gialletti odierni. Purtroppo, a parte qualche eccezione, oggi si mira eccessivamente all’aspetto psicologico dei personaggi lasciando in ombra la trama, che in un poliziesco deve essere la parte più importante, tanto che si può avere qualche difficoltà a collegare i fatti. È un romanzo che consiglio agli appassionati del genere e a chi volesse tornare indietro, fino ai primi del Novecento, per riscoprire autori che stiamo dimenticando e che si sono trovati a scrivere in condizioni in cui non era affatto facile.

Titolo: Il canotto insanguinato
Autore: Augusto De Angelis
Genere: Romanzo, poliziesco
Anno di pubblicazione: 1936, ripubblicato nel 2014
Pagine: 376
Prezzo: 14 €
Editore: Sellerio

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

“Tango a Istanbul” di Esmahan Aykol

Esmahan Aykol fino a poco più di un mese fa mi era totalmente sconosciuta, l’ho scoperta perché mi è stato regalato il suo ultimo libro pochi giorni dopo l’uscita. Devo dire che è stata una scoperta gradevole che mi ha permesso di passare due, tre giorni con una lettura divertente.

WP_003845Tango a Istanbul ha come protagonista Kati Hirschel, personaggio ricorrente della Aykol, che è mezza stambuliota e mezza tedesca ed è proprietaria di una libreria specializzata in gialli. Data la sua passione per questo genere letterario, come pensate che sia il carattere di questa donna? Appena si presenta l’occasione, cioè il delitto o la disgrazia che sia, inizia subito a comportarsi da brava detective e a voler risolvere il mistero. In questo caso, è successo che Nil, un’amica della sua dipendente Pelin, stava prendendo un caffè al bar con una sua compagna del corso di tango (si era iscritta perché stava scrivendo un libro sugli argentini e voleva conoscere meglio la loro cultura), e ha avuto all’improvviso un attacco di cuore con bava alla bocca. Una cosa difficile a 25 anni, a meno che tu non abbia assunto droghe. Appena saputa la notizia, Hakan, il fratello di Nil, si precipita in città e mentre cerca di scoprire una cosa sembra anche nasconderne tante altre. Kati, ficcanasando deliberatamente, riesce a farsi assumere come detective da Hakan e i due, aiutati da un bel gruppetto di gente (Pelin, Fofo, l’altro dipendente gay, e Lale, un’amica di vecchia data di Kati) iniziano a fare indagini e a chiedere in giro perché sono convinti che il malore di Nil non sia stato un caso o un incidente, loro ci vedono dietro altro, sospettano si tratti un omicidio. Poi è molto, molto strano che la mattina stessa della tragedia, Kati fosse andata da una veggente e questa le avesse predetto, con i fondi di caffè, la morte di una donna giovane e bella.
Alla fine risolveranno il caso, ma scopriranno anche tantissimo sulla vita di questa ragazza, o meglio, sulla sua vita nascosta, quella che c’era dietro al lusso di cui si circondava e non si sarebbe potuta permettere solo scrivendo articoli di moda. E Kati, forse, trova anche l’amore!

Dicevo che questo libro mi è piaciuto tanto. Ha uno stile frizzante e simpatico, con una chiarissima impronta femminile. Ci sono quegli autori che rimangono sempre un po’ lontani dal loro personaggio, che lo caratterizzano poco, invece la Aykol fa apparire Kati come una donna davvero carina e soprattutto arguta. Mi piace molto l’idea della libraia con la passione per il giallo, che con tutte le sue letture si fa una cultura quasi per affrontare il mestiere di investigatore, cosa che fa nel migliore dei modi contagiando tutti gli altri personaggi. Basti pensare che la sua amica Lale è convinta che le intercettino le telefonate!

Il romanzo è leggero, una lettura, come ho già detto, divertente e con cui ci si può distrarre da altre più pesanti. Sono questi i nuovi gialli, quelli per niente seriosi e, anzi, pieni di humour. Tra battute e commenti ironici, ci troviamo tra le strade di una città come Istanbul, a girare tra quartieri alti e bassi, ad assaporare pietanze orientali o semplici sandwich occidentali, è quasi un misto tra i due mondi. L’unico appunto che si può fare è il finale, secondo me casca un po’, nel senso che il lettore magari si aspetta chissà quale mistero e invece poi si risolve in maniera molto più soft di quanto si creda. Ma non è un grave danno, perché nonostante questo il mio parere resta più che positivo. Lo consiglio!

Titolo: Tango a Istanbul
Autore: Esmahan Aykol
Traduzione:
 Emanuela Cervini
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
2014
Pagine: 312
Prezzo: 14 €
Editore: Sellerio

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

Esmahan Aykol, nata nel 1970 a Edirne, Turchia, vive tra Berlino e Istanbul. Durante gli studi universitari in giurisprudenza ha lavorato come giornalista per radio e giornali turchi. Oggi, dopo una parentesi come barista, si dedica completamente alla scrittura. Della serie con protagonista Kati Hirschel Sellerio ha pubblicato Hotel Bosforo (2010), Appartamento a Istanbul (2011) e Divorzio alla turca (2012).