Non sarò mai la brava moglie di nessuno | Nadia Busato

Le persone sono piene di difetti;
lei aveva esattamente quello:
mandava all’aria tutto.

 

Ci sono momenti che sono rimasti nella storia grazie all’arte della fotografia, qualcuno li ha immortalati – per bravura o perché si è trovato nel posto giusto al momento giusto – e sono arrivati fino a noi. È il caso di Evelyn McHale, una ragazza americana che il primo maggio del 1947 ha deciso di togliersi la vita gettandosi dalla terrazza panoramica all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building. Robert Wiles era un giovane fotografo che si trovava da quelle parti e scattò la foto che fu pubblicata su LIFE e poi passò alla storia col titolo The most beautiful suicide, perché Evelyn cadde sul tetto di una limousine parcheggiata in strada ma niente si perse della sua bellezza: sembra, infatti, addormentata, con i piedi incrociati mentre stringe tra le dita la sua collana di perle. L’unica cosa che fa immaginare l’impatto avvenuto è lo stato della macchina con le lamiere accartocciate. Questa foto fu così importante da colpire persino Andy Warhol che poi realizzò l’opera Suicide: Fallen body.
La ragazza quel giorno era appena tornata da un viaggio a Easton dove era andata a trovare il fidanzato Barry, forse per festeggiare il suo compleanno. Chi l’aveva vista nei suoi ultimi momenti ha detto che non sembrava ci fosse nulla che la turbasse, e chi la conosceva ha affermato che non aveva evidenti motivi per compiere quel gesto. Fatto sta che quella mattina Evelyn si diresse verso l’Empire State Building per suicidarsi, lasciando prima un breve messaggio d’addio:

Non voglio che nessuno mi veda, nemmeno la mia famiglia. Fatemi cremare, distruggete il mio corpo. Vi supplico: niente funerale, niente cerimonie. Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno. Ma io non sarei mai la brava moglie di nessuno. Sarà molto più felice senza di me. Dite a mio padre che, evidentemente,ho fin troppe cose in comune con mia madre.

Nei fatti Barry non fu più felice senza di lei, perché morì a 86 anni senza sposarsi mai. Mentre Wiles, dopo quel giorno non pubblicò mai più alcuna foto.
Il riferimento che Evelyn fa alla madre nel suo biglietto indica che probabilmente sentiva anche lei di avere episodi di depressione come la donna che da un momento all’altro se ne era andata di casa abbandonando la famiglia.

Da una frase nel messaggio di Evelyn prende spunto il libro di Nadia Busato, Non sarò mai la brava moglie di nessuno, che è uscito per SEM il 22 marzo. Ho voluto leggerlo perché le vicende come questa mi colpiscono sempre e poi mi aveva incuriosito tantissimo il parere di persone che seguo con molto interesse. La Busato, in ogni capitolo di questa ricostruzione, ci racconta la storia di un personaggio che è entrato in contatto con la ragazza o che è legato in qualche modo a lei, per finire proprio con Evelyn e il modo in cui ha posto fine ai suoi giorni. Scopriamo, tra le altre cose, come deve essere stata la vita di Helen (la madre) e dei motivi che possono averla spinta a lasciare la famiglia; come John Morissey, un poliziotto che si trovava lì, raccontò i momenti dello schianto; il tentativo di suicidio di Elvita Adams, che però si salvò cadendo sul cornicione del piano inferiore e riportò solo la frattura di un’anca; l’amore per la fotografia del giovane Wiles che poi mise fine lì alla sua carriera o ancora la storia di come delle giovani ambiziose fondarono la rivista LIFE e s’imbatterono in questo scatto fuori dal comune che poi pubblicarono.

«Darà scandalo».
«Farà scalpore. È diverso. Lei si è suicidata. Noi possiamo riabilitarla. Possiamo renderla rispettabile. Solo ci resta da capire se la rispettabilità a cui miriamo sia l’ideale morale emergente di questa nostra epoca o piuttosto un ideale morale con legittime pretese di una ampia lealtà. O entrambe. A ogni modo, l’unica vera sconfitta per noi sarebbe l’assenza di reazioni. Se i lettori restassero indifferente, allora avremmo sbagliato il nostro lavoro».

La foto fissa l’evento in un momento che resterà sempre come un presente bloccato nel tempo, ma quello che nel libro fa percepire più di tutto ciò che è accaduto sono le parole del poliziotto che si è trovato a gestire la situazione, che racconta com’è ritrovare un morto, cosa accade al suo corpo, come arriva a disfarsi, e tutte quelle cose che chi lo sta piangendo non vede, ma delle quali si accorge chi sta facendo il suo lavoro. Un’altra parte importante sono i racconti della sorella a cui è toccato il compito gravoso del riconoscimento della salma all’obitorio. Tutte cose, queste, che stanno a metà tra la realtà e l’immaginazione di Nadia Busato che, all’inizio del romanzo, avverte il lettore che gran parte della sua ricostruzione è avvenuta tramite lo studio di documenti relativi a quel caso (anni di ricerche), mentre il resto è finzione.

Non si tratta di una biografia, almeno non nel suo senso classico. Non sarò mai la brava moglie di nessuno ha il suo punto forte nel modo in cui il lettore riesce a ricostruire quella sorta di puzzle che rappresenta il mistero attorno a una foto. Non scopriamo i reali motivi per cui Evelyn si sia suicidata, né veniamo a sapere tutto della sua vita e di quali turbamenti portasse ogni giorno dentro di sé; ce ne facciamo un’idea, però, e ci sentiamo inevitabilmente più vicini a questa ragazza che rimarrà giovane e bellissima per sempre.

Titolo: Non sarò mai la brava moglie di nessuno
Autore: Nadia Busato
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 22 marzo 2019
Pagine: 255
Prezzo: 16 €
Editore: SEM – Società Editrice Milanese


Nadia Busato lavora nella comunicazione. Collabora con Grazia e il Corriere della Sera. Scrive per il teatro, la radio, il cinema e la televisione. Come autrice ha esordito col romanzo Se non ti piace dillo. Il sesso ai tempi dell’happy hour (Mondadori 2008).

In breve | Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile | Valerio Massimo Manfredi

Chi mi segue da più tempo – qui o sui social – sa che Valerio Massimo Manfredi è un autore che ho sempre apprezzato tantissimo. Quest’anno è venuto a Una Marina di libri a presentare il suo ultimo lavoro, Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile, edito da SEM il 7 aprile; io ovviamente ho partecipato con grande felicità all’incontro e sono riuscita a farmi autografare il libro. Manfredi è uno che quando parla affascina, ti trascina nel suo mondo e ti ritrovi ad ascoltarlo a bocca aperta. A me era già successo quando una decina d’anni fa venne a presentare il suo lavoro sulla tomba di Alessandro Magno, tanto che quando mi chiese a chi doveva dedicare il libro non riuscii neanche a ricordarmi il mio nome. Devo a questo autore il grande merito di aver fatto appassionare alla storia una persona come me che ne è sempre stata abbastanza spaventata (anche se credo che quando abbiamo paura di qualcosa non è mai della materia in sé quanto delle verifiche a cui si va incontro a scuola). Al ginnasio la professoressa ci fece leggere qualcosa di suo ed ecco la folgorazione, col tempo ho recuperato quasi tutti i suoi lavori ed eccoci qui con l’ultimo.

Sentimento italiano altro non è che una dichiarazione d’amore di Manfredi al nostro Paese. Non indugia in alcun ambito specifico, anche se il suo territorio sono la storia e l’archeologia, ma spazia parlando di natura, di arte, di storia, perfino di cibo, letteratura e politica per farci capire quanto siamo fortunati ad essere nati e vivere in Italia. Spesso ce ne dimentichiamo, ma le nostre radici sono qui, in un territorio che nessun altro Stato al mondo potrebbe eguagliare per bellezza, passato, monumenti e bellezza. E ciò che definiamo passato non è perso nel tempo, ma vive in noi continuamente, nei nostri dialetti, in ciò che di fisico (l’arte) ci è rimasto, ma in una sorta di eredità immateriale che tutti noi, consapevoli o meno, abbiamo dentro.
Manfredi snocciola aneddoti presi qua e là dal suo vissuto e ce li racconta come un uomo innamorato della sua terra, con lo stupore e la meraviglia di una persona che sa bene da dove viene e quanto sia costato all’Italia diventare quella che è oggi.

Oltre al fatto che è una lettura godibile per chiunque, potrebbe essere particolarmente importante per coloro che s’impegnano ogni giorno a distruggere il nostro Paese e per quelli che sono abituati a sputare nel piatto in cui mangiano. Se tutti amassimo la nostra terra come dimostra di fare Manfredi qui, forse molte cose andrebbero meglio.

Buona lettura!

Titolo: Sentimento italiano. Storia, arte, natura di un popolo inimitabile
Autore: Valerio Massimo Manfredi
Genere: Saggistica
Anno di pubblicazione: 7 aprile 2019
Pagine: 158
Prezzo: 15 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Valerio Massimo Manfredi è un archeologo specialista in Topografia Antica. Ha insegnato in prestigiosi atenei e condotto scavi e spedizioni in Italia e all’estero. Come autore di narrativa ha avuto un grande successo internazionale, vendendo oltre dodici milioni di copie.

Fiori senza destino | Francesca Maccani

Perché qui siamo tutti come tanti fiori
che spuntano in mezzo al cemento,

veniamo su nella polvere e solo così sappiamo vivere.
Se ci strappano via, le radici restano piantate qui
e noi finisce che secchiamo tutti quanti
come le rose nei vasi senza acqua.

 

Lo scorso 21 marzo è uscito per SEM Fiori senza destino di Francesca Maccani. Io l’ho letto una decina di giorni fa e vi confesso che ci ho messo un bel po’ a capire come parlarvene, non solo per il libro in sé ma anche perché conosco l’autrice, è una mia amica, e volevo evitare collegamenti troppo ovvi (quasi stucchevoli e banali) tra il mio parere sul romanzo e il fatto che conosco Francesca. Dopo averci rimuginato tanto, mi sono resa conto che non corro questo rischio perché il libro parla da sé e adesso vi spiego perché.

Francesca è un’insegnante, trentina di origini e trapiantata a Palermo dopo aver sposato un palermitano (è qui, infatti, che ci siamo conosciute grazie alla libreria che frequentiamo, insieme a tante altre persone: un luogo di incontro e condivisione preziosissimo). Quando si è trasferita in Sicilia non è stata mandata a lavorare in una delle belle scuole del centro, piene di gente perbene e che ha i mezzi per assicurarsi una buona istruzione e non solo; no, l’hanno spedita al CEP, un quartiere di periferia nella zona nord-ovest della città, acronimo di Centro Edilizia Popolare, nato negli anni Settanta. Francesca, nel suo romanzo, si chiama Sara, e ci racconta le storie di alcuni degli alunni che hanno segnato la sua vita in quel periodo così forte del suo inizio palermitano. Sono storie vere accadute a persone vere a cui lei ha cambiato nome e spesso anche sesso nella finzione; sono storie con cui non necessariamente tutti entriamo in contatto durante la nostra esistenza, soprattutto se non abbiamo niente a che fare con l’insegnamento o con assistenti sociali et similia. Però esistono e Fiori senza destino aiuta a prenderne coscienza.

Questa terra non è fatta per narici delicate, profumi, sapori, colori e rumori ti precipitano addosso senza mai chiedere il permesso.

C’è chi, come Rosy, ha un ritardo cognitivo – la chiamano la picciridduna, la bambinona – ed è così ingenua da farsi mettere le mani addosso da Tanino, il maniaco del quartiere, che è l’unico a dirle quanto sia bella e le dà pure cinque euro. C’è Giada, che ha altre tre sorelle, figlie della stessa madre, ma tutte con un padre diverso, e ognuna di loro viene tolta alla mamma che non se può occupare. C’è Marcello, che viene affidato a nuovi genitori ma evidentemente il dolore che ha provato nella vita non è ancora abbastanza e la sua madre adottiva, a cui nel frattempo si è affezionato, muore per un incidente. C’è Cettina, che vive con la madre, una donna che si prostituisce in casa, lasciando la figlia a occuparsi di tutto: deve pulire, cucinare, ogni volta che deve andare in bagno è costretta a pulir tutto perché è l’unico servizio igienico e lo usano anche i clienti. O ancora Sciàron – così, perché il padre all’anagrafe non sapeva come si scrivesse Sharon e ha detto all’impiegato di scriverlo come si pronuncia – Rosalia, Milo, Luigi… Molti non hanno neanche mai visto il centro, non sono mai usciti dal CEP.
Ognuno di loro racconta se stesso con la propria voce, in capitoli che sono intervallati da spezzoni della vita di Sara alle prese con le sue incombenze quotidiane e allo stesso tempo così provata da ciò che le trasmettono quei ragazzi: spesso si tratta di un senso di inutilità e frustrazione, il fallimento di un sistema scolastico che non riesce a salvare tutti.

Perché la scuola e la famiglia dovrebbero essere per i ragazzi ciò che li forma e li aiuta a crescere, ma i protagonisti di Fiori senza destino non sempre ce la fanno. Per loro molte volte la casa non è un posto sicuro, ma un luogo da cui vogliono fuggire: i maschi rifugiandosi nella criminalità, le femmine facendo la fuitina, facendosi mettere incinte e finendo ad abitare in casa dei suoceri. La cosa più importante per tutti loro è stringere i denti – spesso digrignarli – e farsi rispettare da tutti, far capire chi comanda a tutti gli altri ragazzini attraverso l’aggressività. Non dimostrano i dodici, tredici anni che hanno in realtà, hanno dovuto imparare a crescere molto più in fretta e sanno come va la vita in certi posti, tra quei palazzoni dove regna il degrado. E anche se è normale rassegnarsi e pensare che sei nato lì, non puoi farci niente e allora devi rimboccarti le maniche e resistere meglio che puoi, qualcuno ogni tanto sfugge alla maledizione, si appassiona allo studio, capisce che è una cosa che può salvarlo e torna a casa praticamente solo per dormire.

Quando è sobrio mio padre mi dice sempre che sono il suo orgoglio e che devo impegnarmi e studiare per avere una vita migliore. «Dio ti ha donato una bella testa, figlio mio, usala per bene, porta piccioli a casa, mai legnate».

Francesca Maccani ha messo nero su bianco ciò che ha vissuto circa nove anni fa, quasi come a volerlo tirar fuori per liberarsi di un tale macigno. E lo ha fatto calandosi nei panni di ognuno di questi ragazzi che ha conosciuto così bene, usando il loro linguaggio: lei, trentina, ci restituisce quel dialetto palermitano di periferia in maniera limpida e verosimile. Ma anche se sono i personaggi a parlare, è normale che diano voce all’esperienza che l’autrice ha avuto con loro, tutto è visto dalla sua prospettiva, in base a ciò che sa; ed è facile immaginare che quella narrata sia solo una piccola parte della realtà fatta di difficoltà, problemi, degrado e anche abusi spesso taciuti.
Ho trovato questo libro molto forte e interessante e sono convinta che questo racconto crudo (Francesca non ci addolcisce per niente la pillola) di vite così diverse dalle nostre possa essere importante per renderci conto di quello che spesso non vediamo – perché è lontano da noi – ma esiste.

Buona lettura!

Titolo: Fiori senza destino
Autore: Francesca Maccani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 21 marzo 2019
Pagine: 138
Prezzo: 15 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Francesca Maccani, insegnante, vive a Palermo. Ha pubblicato il saggio La cattiva scuola con Stefania Auci (Tlon, 2017, premio Donna del Mediterraneo). Sul blog “Giudittalegge” si occupa di recensioni online.

Bestia da latte | Gian Mario Villalta

Venne il momento in cui “le bestie” non erano più gli animali per eccellenza,
ma prodotto per l’industria, diviso in due categorie merceologiche:
le “bestie da latte” e le “bestie da carne”.
A quel punto la puzza era diventata insopportabile e fastidiosa per tutti.

 

In una società che vive di agricoltura e allevamento, il termine bestia ha un’accezione positiva, non è usato in modo dispregiativo come siamo soliti fare al giorno d’oggi. Possedere le bestie significava essere ricchi, avere un’importante fonte di guadagno per il sostentamento della propria famiglia. Immaginiamo adesso il Nordest degli anni Sessanta, quello ancora contadino, prima del boom economico che ha fatto sì che le persone fossero gradualmente sostituite dai macchinari più tecnologici. Le bestie a quel punto cominciarono a non ricevere lo stesso rispetto di prima, ma iniziarono ad essere considerate come oggetti, merce. C’erano le bestie da carne, quelle pronte per il macello, sfruttate al massimo, e le bestie da latte, tenute meglio in quanto fonte di reddito ancora per chissà quanto tempo. Metaforicamente, anche due dei personaggi principali di Bestia da latte di Gian Mario Villalta (SEM – Società editrice milanese) sono bestie: il protagonista – che è anche voce narrante e di cui non conosciamo il nome – è una bestia da latte, il cugino Giuseppe, una bestia da carne.

Il narratore è adulto, è diventato professore e ha un figlio di nove anni, Leonardo. Un giorno la madre lo chiama per dirgli che è morto il suo (di lei) fratello minore, lo zio Angelo, e da quel momento inizia un viaggio a ritroso nella sua infanzia, in cui spicca tra tutte la figura di Giuseppe, più grande di lui di cinque anni. Giuseppe è il figlio di zia Anna, che all’epoca era una ragazza bellissima che nel paese si faceva notare, ammirare e desiderare; ma questo accadeva in un contesto estremamente maschilista, dove un uomo si sentiva autorizzato a metterle le mani addosso e insultarla, e le donne ne parlavano come di una puttana non soltanto perché attirava gli sguardi di tutti, ma anche perché era uno spirito libero, voleva viaggiare e andare in giro. A causa dell’assenza di questa madre (essere figlio suo sembra la sua unica colpa), Giuseppe vive a stretto contatto col protagonista, in un ambiente in cui il nonno (“il padrone di casa) torna a casa ubriaco e lo picchia con la cinta dei pantaloni e nel frattempo fa una carezza al nostro narratore.

Succede così che nel protagonista si insinua un senso di colpa che non lo abbandonerà mai. Giuseppe sfoga le sue frustrazioni su di lui, lo picchia, lo tiene con la testa immersa nell’acqua fino a fargli pensare di arrendersi, smettere di respirare e voler morire, lo minaccia, spinge i suoi amici a trattarlo allo stesso modo, quando giocano a calcio lo tengono sempre in porta e lo colpiscono con pallonate particolarmente violente. E il bambino, che ha circa undici anni, non dice mai niente, non si confida con nessuno, pensa che forse non è così importante accusare Giuseppe ai suoi genitori, perché in fin dei conti magari se lo merita questo trattamento dato che a lui non manca niente e Giuseppe invece si spacca la schiena lavorando ed è odiato dal nonno. E infatti nessuno si accorge di nulla, gli uomini sono così impegnati col lavoro e le donne a farsi la guerra fra loro, ma non gli fanno mai mancare nulla: i vestiti, il cibo, l’affetto, i libri soprattutto. È solo nel suo dolore.

Non ero trascurato, questo no, la pulizia, il nutrimento, il sonno, il modo di parlare, tutto era seguito con attenzione, anche l’acquisto dei libri da leggere, la scelta dei vestiti. Non ero affatto trascurato, ero solo.

Il protagonista non si ribella mai, forse una volta vorrebbe provarci, ma non funziona. Giuseppe lo chiama zhoca, che nel dialetto del Nordest dovrebbe indicare il ceppo di legno, una testa ottusa, che è richiamata dall’immagine in copertina, un dettaglio di Patrick, opera di Bruno Walpoth in legno di noce. Ma questo cugino, per lui, non era solo fonte di terrore: è grazie a lui che ha iniziato a crescere, che ha scoperto le donne, i giornaletti con le foto delle ragazze, che si è reso conto di quanto dura possa essere la vita con alcuni. È un rapporto particolare quello tra i due ragazzi, tanto che il protagonista si chiede al termine di tutto questo viaggio nella memoria se la sua esistenza, senza Giuseppe, sarebbe stata diversa.
Il racconto di Villalta, così crudo, così forte da non risparmiare sofferenza nemmeno al lettore, trasuda solitudine in ogni sua pagina. Ed è una solitudine che deriva dal silenzio all’interno del quale il bambino si chiude perché tutti pensano che sia normale, perché lui stesso crede che forse non è così importante confidarsi e interrompere le giornate di lavoro dei suoi, perché forse tutti sono contro di lui e non lo capiscono.

Bestia da latte me lo ha prestato un’amica, altrimenti forse non ci sarei mai arrivata, ma mi sono trovata fra le mani una lettura coinvolgente e di grande spessore. In più non avevo mai letto niente di SEM e credo che questo sia stato un ottimo inizio.
Buona lettura!

Titolo: Bestia da latte
Autore: Gian Mario Villalta
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 155
Prezzo: 16,00 €
Editore: SEM – Società editrice milanese


Gian Mario Villalta è nato a Visinale di Pasiano, in provincia di Pordenone, nel 1959. Laureato in Lettere a Bologna, pubblica dai primi anni Ottanta. Dal 1984 insegna al Liceo Scientifico Ettore Majorana di Pordenone. Nel 2002 ha creato il festival del libro Pordenone Legge. Tra i suoi libri: Satyricon 2.0 (2014), Scuola di felicità (2016), Padroni a casa nostra (2009), Lo sguardo della poesia (2014), Telepatia (2016).