“Brighton” di Michael Harvey

Quanto tempo era che non leggevo un buon thriller? Non saprei. Di norma non è il mio genere prediletto (molto spesso gli autori finiscono per allungare troppo il brodo senza motivo), ma Brighton di Michael Harvey, pubblicato di recente da Nutrimenti, mi ha incuriosito perché ho visto che se ne diceva un gran bene. Quindi mi sono messa a leggerlo, anche se purtroppo in maniera molto lenta all’inizio perché stavo facendo un lavoro che mi ha un po’ fuso il cervello (che è anche il motivo per cui era da tanto che non scrivevo qui e, soprattutto, che non scrivevo cose più serie). Fortunatamente, poi mi sono lasciata andare e mi sono concentrata molto meglio, gondendomi il romanzo per come avrei dovuto.

Brighton è un sobborgo nord occidentale di Boston ed è una zona malfamata in cui regnano violenza e criminalità e dove in tempi meno recenti erano situati i macelli; qui sono ambientate le due parti da cui è composto il libro: 1975 e 2002. Kevin Pearce incontra per la prima volta Bobby Scales sulla riva di un fiume mentre sta uccidendo un cane che ha subito maltrattamenti per evitargli altre sofferenze. I due diventano amici e sarà proprio Bobby che nel 1975 “si prenderà cura” di Kevin quando, in seguito a un omicidio nel quale entrambi rimangono coinvolti, gli dice di andare via da Brighton e non tornare mai più. E così fa, infatti, Kevin, che nel 2002 è un giornalista investigativo di tutto rispetto a Boston e ha appena ricevuto la notizia, ancora ufficiosa, di aver vinto il Premio Pulitzer. Succede, però, che a Brighton viene uccisa una donna che in realtà era un’agente sotto copertura e Lisa, la ragazza di Kevin che si occupa delle indagini, chiede aiuto al giovane giornalista perché magari conosce luoghi e persone e può facilitare il suo lavoro. Ma purtroppo lui si troverà a fare i conti col passato, perché il caso si dimostrerà parecchio difficile e potrebbe riportare a galla vecchi ricordi e questioni irrisolte.

Brighton è un thriller che non ha niente di scontato e questo è il motivo principale per cui mi è piaciuto. In nessuna pagina, tranne in quelle finali, vi riesce di capire quale possa essere la verità che si cela dietro gli omicidi e gli strani avvenimenti che coinvolgono i personaggi. Questo perché Harvey segue principalmente il personaggio di Kevin, ignaro lui stesso di tante cose, manovrato da alcuni e protetto da altri.
Ma quello di cui parlo oggi non è solo un romanzo crime, è anche una storia di legami familiari e non, nello specifico su quello tra Kevin e Bobby e quelli tra Kevin e le sorelle. Non sempre i legami di sangue si dimostrano più forti degli altri, ci sono certe famiglie con tante mele marce, come quella dei Pearce in cui, come sosteneva la vecchia nonna, Kevin era l’unico brillante, l’unico che avrebbe fatto strada, mentre gli altri erano ordinari. È Bobby che tiene veramente al protagonista; è lui che lo manda via da Brighton quando potrebbe trovarsi nei guai per assicurargli un futuro; è sempre lui che, quando torna da giornalista nei suoi luoghi natali, nonostante tutti i suoi problemi lo protegge a sua insaputa. Ma, quando toccherà a lui, Kevin sarà in grado di ricambiare la sua protezione confermando ancora una volta la loro amicizia.

Lo stesso Michael Harvey è cresciuto a Brighton e probabilmente è per questo che gli è riuscito così bene raccontare la sua storia mettendosi nei panni di Kevin Pearce. Lui “conosce” le persone di cui parla nel libro; in un video dice: «Molti dei ragazzi con cui sono cresciuto hanno combinato cose meravigliose, altri a trent’anni erano morti o in galera». E in fin dei conti la vicenda gira tutta intorno alla diversità dei percorsi intrapresi da quelli che nel 1975 erano bambini e ora sono adulti: c’è chi è diventato qualcuno e chi non è riuscito a sfuggire alla miseria, al crimine e alla malavita e, anzi, ne è stato risucchiato.
Brighton è davvero un bel libro! Me lo aspettavo un po’, visto da chi mi era arrivato il consiglio, ma per me è stato una conferma del fatto che i thriller buoni ci sono e bisogna scovarli!

Buona lettura!

Titolo: Brighton
Autore: Michael Harvey
Traduzione: Nicola Manuppelli
Genere:
 Thriller
Anno di pubblicazione:
 maggio 2017
Pagine: 368
Prezzo: 19 €
Editore: Nutrimenti

Giudizio personale: spienaspienaspiena


Michael Harvey è autore di sette romanzi che hanno scalato le classifiche di vendita negli Stati Uniti. È anche giornalista investigativo e autore di documentari, attività per la quale ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui una nomination agli Oscar. È stato coautore e produttore della serie tv Cold Case Files, ottenendo una candidatura agli Emmy Award. Con Brighton si è consacrato come uno dei maggiori scrittori americani di thriller degli ultimi anni. I diritti cinematografici del libro sono stati acquistati dalla GK Films di Graham King, produttore di molti film di successo tra cui The Departed di Martin Scorsese, vincitore di quattro premi Oscar.

Annunci

“Savage Lane” di Jason Starr

«I sogni, beh, sono le cose da cui ci si risveglia»
(Raymond Carver, La Briglia – Cattedrale)

 

9788899246037Nell’ultimo periodo pubblico recensioni a singhiozzo perché mi trovo in due gruppi di lettura (uno gestito anche da me e un altro che mi piace moltissimo, ve ne parlerò quando sarà il momento) e perché leggo libri corposi. Ho fatto, nel frattempo, altre cose che hanno preso del tempo e ripreso le mie attività annuali, a parte un po’ la mancanza di voglia di stare seduta al computer a scrivere. Ad ogni modo, nel fine settimana passato ho letto Savage Lane, un romanzo di Jason Starr tradotto da Barbara Merendoni che mi ha permesso di conoscere Parallelo45 Edizioni e il loro marchio editoriale Unorosso (che si occupa di letteratura straniera). Questo libro, americanissimo, è un thriller abbastanza soft costruito su personaggi instabili e pettegolezzi. Adesso vi spiego meglio.

Mark e Deb Berman sono sposati da tanti anni e adesso sono solo due coniugi annoiati, che non si capiscono più neanche tanto, uniti solo dai due figli, Riley, adolescente, e Justin, più piccolo. Lui si occupa di finanza, come tutti quelli che abitano nel loro quartiere, lei è casalinga e bada ai figli accompagnandoli qua e là. Deb una sera, a una cena dai vicini, vede suo marito prendere la mano a Karen, una bellissima donna divorziata che abita proprio accanto a casa loro e i cui due figli, Matthew ed Elana, hanno la stessa età dei suoi. Da tempo pensava che Mark e Karen avessero una relazione – data la loro eccessiva vicinanza- e prende quello che vede come una conferma. In realtà i due sono amici, soprattutto da quando Karen si è separata dal marito, corrono insieme, si mandano messaggi e tutto quanto; ma mentre per Karen si tratta solo di amicizia, per Mark è molto di più: è innamorato e, cosa ancora più grave, è convinto che anche lei lo sia, giustificando le sue uscite con altri uomini come tentativi di farlo ingelosire e portarlo a dichiararsi. Mark ha perso il lume della ragione e vede la realtà solo nel modo in cui vuole vederla, e aspetta con ansia il momento di lasciare Deb per coronare il suo sogno d’amore con Karen.

Ma un giorno, improvvisamente, Deb (che beve un po’ troppo e ha già fatto una grossa scenata al country club prendendosi letteralmente per i capelli con Karen) sparisce, non torna più a casa e gli unici a preoccuparsi sono i figli. Mark è convinto che la moglie stia facendo i suoi giochetti, ma quando vede che dopo due giorni non è ancora tornata si preoccupa pure lui. La lotta furibonda con Karen l’hanno vista tutti, qualcuno l’aveva pure ripresa col cellulare e messa online e quindi chi è la prima sospettata della scomparsa di Deb? Karen. In più tutti dicono che tra lei e Mark c’è una relazione, e quindi trovano una soluzione perfetta: Karen ha ucciso Deb per poter stare con lui e ha nascosto il corpo. Però nessuno immagina ciò che veramente è accaduto.

In Savage Lane i personaggi sono tutti particolarmente irritanti e instabili, e per vari motivi gli unici ad essere lucidi sono Karen e il detective Walsh, che indaga sul fatto. Deb beve, non sa quello che vuole e combina un pasticcio dietro l’altro; Mark sembra invasato e poi comincia a cambiare idea molto rapidamente su tutto (all’inizio ama Karen e poi la incolpa della scomparsa della moglie); Riley si rifiuta di accettare la realtà perché è troppo assurda per lei; Owen, un ragazzo che incrocia le strade di tutti gli altri, è il più problematico di tutti, anche per la sua storia familiare. Verrebbe voglia di prenderli tutti a scapaccioni e la rabbia sale ancora di più quando i pettegolezzi su Karen si diffondono e apparentemente niente riesce a placarli: tutti si raccontano l’uno con l’altro che è una donna facile, che esce con tanti uomini e che può anche essere un’assassina. La realtà è che si basa tutto sui segreti che ognuno conserva dentro di sé, sui non detti, su cose che davvero potrebbero sconvolgere tutti se venissero a galla.

Lo stile di Jason Starr è chiaro, la storia scorre bene e velocemente e Savage Lane è una lettura semplice, un ottimo passatempo. Per quanto mi riguarda, però, come gusti sono sempre orientata su romanzi più sostanziosi e questo si è dimostrato eccessivamente leggero, infatti l’ho letto in pochissimo tempo. Se cercate qualcosa per distrarvi è un ottimo libro, anche se per i motivi che ho già citato vi farà incavolare un sacco; se, invece, siete abituati ad altro, non fa per voi.

Buona lettura!

Titolo: Savage Lane
Autore: Jason Starr
Traduttore: Barbara Merendoni
Genere:
 Thriller
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 298
Prezzo: 15 €
Editore: Parallelo45 – Unorosso, Collana Hoboken

Giudizio personale: spienaspienasmezzasvuotasvuota

“L’esatto contrario” di Giulio Perrone

E anche la verità, dopo tutto, cosa aggiungerebbe?
Potrebbe mai essere di conforto?
Forse no, ma ormai mi sembra impossibile
non andare avanti a cercarla.

 

IMG_20150717_154742Se è vero che il giallo moderno ha quasi sempre come protagonista un detective improvvisato, L’esatto contrario, romanzo di Giulio Perrone, edito da Rizzoli nel 2015, non fa eccezione.
Riccardo Magris è un giovane romano che si guadagna da vivere grazie all’affitto che gli pagano due ragazzi che vivono con lui, ad un programma su calciatori/bidoni che conduce in una radio e a delle recensioni che scrive periodicamente sulla rivista TuttoGiallo. Dieci anni prima la sua amica Giulia è stata uccisa presumibilmente dal suo professore universitario, un uomo con cui lei aveva rapporti e che è stato trovato proprio sul luogo del delitto: nei bagni della Sapienza. Il professor Morelli si è sempre dichiarato innocente ma, dieci anni dopo il delitto, appena uscito di galera, improvvisamente muore. Suicidio. Subito dopo muore anche il suo avvocato. Chissà se i due casi sono collegati. È quello che tenterà di scoprire Riccardo, inviato come un giornalista d’assalto da Dora, direttrice di TuttoGiallo con cui lui ha avuto una piccola storia, in virtù della sua vecchia conoscenza con Giulia e la sua famiglia. Il ragazzo combinerà qualche pasticcio, ma si avvicinerà molto alla soluzione.

Ho comprato questo romanzo i primi di giugno quando l’autore è venuto a presentarlo nella libreria vicino casa mia, quella che frequento soprattutto quando ci sono incontri interessanti. Quindi, ça va sans dire, me lo son fatto pure autografare e ho avuto la possibilità di conoscere questo editore/scrittore che per me era semplicemente uno dei miei contatti di Facebook. A parlarci di questo romanzo è venuto anche un relatore d’eccezione, Gian Mauro Costa, che qualcuno di voi conoscerà soprattutto per le avventure del suo Enzo Baiamonte targate Sellerio. Ma non divaghiamo, era solo per dirvi che con un personaggio così che faceva da apripista si è passato un bel pomeriggio.

Vi confesso che il protagonista mi è piaciuto molto, l’ho trovato simpatico e ben caratterizzato. Lui pensa alla Roma, alle recensioni di libri gialli e non disdegna un’occhiata alle gambe di una bella ragazza. Vive nella casa che gli ha lasciato suo padre insieme a Sandro, appassionato di Proust, e Rachele, una dominatrice per passione che spesso e volentieri se ne va in camera sua a sottomettere qualcuno che per questa cosa la paga anche. Ha uno zio che gli copre le spalle e ogni tanto gli dà soldi per aiutarlo dopo che ha perso il padre: è il simpaticissimo Italone, che chiude tutte le sue telefonate e i suoi messaggi con “nun fa’ cazzate” e che non vuole essere disturbato nemmeno quando sta guardando la partita più inutile del campionato del mondo.
Ma la storia è molto particolare, perché a tenere le redini di tutto è una persona che ha sempre e comunque il coltello dalla parte del manico. Non posso dirvi troppo, se no praticamente vi rovino la lettura di questo thriller molto carino, ma sappiate che solo all’ultimo capirete le ragioni di un titolo come L’esatto contrario. Io ho una fissa per i titoli, sin dall’inizio non faccio altro che chiedermi perché un autore abbia scelto proprio quelle parole per dare un nome alla sua creatura, e qui ho dovuto aspettare le ultime pagine per rendermi conto che spesso niente è come sembra e che le apparenze ingannano. Riccardo scoprirà solo in parte il lato oscuro di Giulia, di quella che tutti pensavano fosse una ragazza acqua e sapone ma che, invece, frequentava gente strana. Chissà se verrà tutto a galla! Fatto sta che io un seguito ce lo vedrei proprio bene.

Mi dispiace dire che ho dovuto togliere quasi una stellina al mio giudizio perché c’erano alcuni refusi nel libro che mi hanno disturbato la lettura. Rizzoli, icché ttu fai? Comunque mi sono divertita con questo libro leggero per un paio di giorni, perché l’ho proprio divorato. Se siete amanti del genere sono sicura che vi piacerà!
A questo punto, dato che l’esordio di Perrone autore non è stato affatto male, vediamo se questo “nuovo” autore sfornerà qualcos’altro.

Titolo: L’esatto contrario
Autore: Giulio Perrone
Genere: Romanzo giallo
Anno di pubblicazione: marzo 2015
Pagine: 227
Prezzo: 18,50 €
Editore: Rizzoli
Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota


Giulio Perrone

vive a Roma, dove nel 2005 ha fondato la casa editrice che porta il suo nome. Insegna Organizzazione e gestione delle imprese culturali presso la facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma.

“La ragazza del treno” di Paula Hawkins

C_4_articolo_2118361_upiImageppRachel è una donna di circa trent’anni, divorziata, senza un lavoro e schiava dell’alcool. Abita a casa di un’amica che la ospita perché lei non può permettersi di pagare un affitto o un motel. Il marito Tom l’ha lasciata qualche anno prima e si è messo con Anna, da cui ha anche avuto una figlia, Evie, ma Rachel non riesce a lasciarlo andare e spesso, quando è ubriaca, gli fa strane telefonate o gli manda messaggi di cui poi non ricorda nulla. Lui le ha sempre detto che la colpa è stata sua, che lei si è lasciata andare troppo e non poteva più aiutarla. Così di nascosto riceveva attenzioni da un’altra.
Rachel non dice alla sua amica di essere disoccupata, fa finta di andare tutti i giorni a lavorare e prende il treno. Durante le fermate le piace guardare le case della gente che abita vicino alle stazioni e immaginare le vite delle persone. Un giorno, però, la ragazza che lei, sognatrice, aveva ribattezzato Jess (ma che in realtà si chiama Megan) sparisce e dopo un po’ viene trovata morta. Rachel si mette un po’ in mezzo perché, pur non conoscendo Megan, è convinta di poter essere d’aiuto, di aver visto qualcosa, e tra i fumi dell’alcool sarà proprio lei ad avere la soluzione del mistero.

La ragazza del treno è un romanzo di Paula Hawkins uscito il mese scorso per Edizioni Piemme. È un thriller molto particolare che, nonostante io non sia una grande amante del genere, mi è piaciuto abbastanza. Mi ha affascinato soprattutto l’espediente di creare un personaggio non lucido, una donna che non sa mai se quello che ha visto sia reale o solo un ricordo falsato, una persona che tutti gli altri cercano di manipolare a loro vantaggio giocando sul fatto che lei non è in grado di esserci sempre con la testa. Rachel si è data all’alcool prima di divorziare da Tom, quando tentava di rimanere incinta senza mai avere successo, e non aveva neanche i soldi per tentare approcci scientifici e mirati. Poi non ne è più uscita, e gli altri la trattano quasi con compassione.

La storia è narrata quasi sotto forma di diario da tre persone, quelle che più hanno da dire: Rachel, Megan e Anna. In questo modo seguiamo anche gli ultimi spostamenti di Megan prima della sua scomparsa e scopriamo pure che le vite delle tre donne non erano poi così separate, ci sono dei personaggi con cui tutte e tre hanno avuto a che fare. Basta cogliere gli indizi che la Hawkins sparge qua e là per risolvere il caso.
Confesso di averci messo un po’ ad entrare nella storia, l’inizio è stato un po’ noiosetto, ma quando ho capito il meccanismo sono andata avanti come un treno, per restare in tema. L’ho letto in tre giorni, nell’ultimo specialmente non riuscivo a staccarmi dalle pagine, perché la storia è tutto un crescendo di emozioni: prima l’autrice ci fa tutte le premesse del caso, ci dà le indicazioni per andare avanti, e alla fine “dobbiamo” per forza mettere tutto insieme per capire che cosa sia successo in realtà e perché certe persone abbiano tutto questo interesse a prendersi gioco di Rachel e liquidarla solo come un’alcolizzata.

Consiglio La ragazza del treno soprattutto come lettura estiva, sotto l’ombrellone, perché è un ottimo passatempo e la storia è interessante. Ma Piemme coi thriller ci sa fare, quindi vi potete fidare.
Buona lettura!

Titolo: La ragazza del treno
Autore: Paula Hawkins
Traduzione:
 Barbara Porteri
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 giugno 2015
Pagine: 378
Prezzo: 19,50 €
Editore: Piemme

Giudizio personale: spienaspienaspienasmezzasvuota

“Fatherland” di Robert Harris

WP_004649Quando metti in scambio un tuo libro e c’è una persona interessata che non ha nulla della tua wishlist da darti in cambio, accetti volentieri le sue proposte. Conoscevo, di nome, Robert Harris perché anni fa ho comprato Pompei, ma non l’ho ancora potuto leggere.Ho accettato di ricevere Fatherland perché m’incuriosiva la trama, basata su qualcosa che nel secolo scorso sarebbe potuta benissimo accadere.

Harris ci dice: immaginiamo che la seconda guerra mondiale sia stata vinta dai tedeschi, che la Germania regni su quasi tutta l’Europa e che Hitler, alla soglia dei 75 anni, voglia rinsaldare i rapporti con gli Stati Uniti d’America. In questa cornice ucronica, il poliziotto Xavier March inizia ad indagare sull’omicidio di un uomo che successivamente si scopre essere un gerarca nazista. Stranamente il caso viene tolto a March e trasferito ai piani più alti, ma lui continua lo stesso ad indagare insieme ad una giornalista americana (per metà tedesca), Charlie Maguire. Il capo della Kriminalpolizei, Arthur Nebe, lo lascia andare avanti avvertendolo che non potrà proteggerlo troppo a lungo.
March, che non è ben visto dal Reich perché non partecipa molto alla vita politica ma si limita a fare il suo lavoro, si compromette sempre di più: quello che inizialmente sembrava un traffico di opere d’arte si rivela essere qualcosa di molto più grosso, un tentativo di cancellare le prove degli accordi sulla soluzione finale.

Il romanzo è pieno di stralci di documenti veri e compaiono anche personalità realmente esistite, che permettono a Robert Harris di conferire veridicità al suo racconto. Ma l’autore ovviamente si ferma fino al punto in cui poteva succedere di tutto, cioè il 1942, come specifica nelle note alla fine. Poi, per fortuna, la storia è andata diversamente da questo libro. Fa comunque moltissima impressione leggere le comunicazioni e i resoconti dei ministri o dei capi della polizia che vanno in visita nei campi di concentramento. Raccontano la storia di moltissime persone strappate alla loro vita che vengono ammassate nei treni e portate in dei capannoni a fare le “docce”, di altri padiglioni in cui si raccolgono indumenti, gioielli, capelli, per farne qualcos’altro. È qualcosa di agghiacciante.

Anche se è fantapolitica, la narrazione è credibile. E l’aspetto più bello di questo romanzo credo sia il concetto che, secondo Harris, la verità debba necessariamente venire a galla. L’impero, fondato sull’ideale di un pazzo, per un po’ di tempo sta in piedi, ma poi inizia a scricchiolare: vengono fuori i documenti riguardanti eventi atroci ignorati da molti e perfino alcuni membri delle forze dell’ordine (come il protagonista) non credono più in certe cose.

«Cosa si può fare» disse «se si dedica la vita a smascherare i criminali, e a poco a poco ci si accorge che i veri criminali sono quelli per cui si lavora? Cosa si può fare quando tutti ti dicono di non preoccuparti perché tanto non ci puoi fare niente ed è successo molto tempo fa?»
Adesso Charlie lo guardava in un modo diverso. «Immagino che si perda la ragione.»
«Oppure può succedere di peggio. La si può ritrovare.»

(pag. 211)

Ed è molto bella la figura di Xavier March, un uomo che non si rispecchia nell’uniforme nera delle SS che indossa, con un matrimonio fallito alle spalle ed un figlio, fervente mini-nazista, che non lo stima, anzi lo denuncia e lo tradisce. March è un agente a cui interessa la verità, ma che non può svolgere il suo lavoro in un clima di menzogne, in cui si fa di tutto per coprire i fatti invece di farli venire fuori.

La lettura di Fatherland si è rivelata molto piacevole e la consiglio a chiunque dovesse avere del tempo libro, perché si resta letteralmente incollati alle pagine. Consiglio inoltre di vedere il film tratto da questo romanzo nel 1994, Delitto di stato, con Rutger Hauer e Miranda Richardson.

Buona lettura!

Titolo: Fatherland
Autore: Robert Harris
Traduzione:
 Roberta Rambelli
Genere:
 Romanzo, Thriller fantapolitico
Anno di pubblicazione:
 1992
Pagine: 370
Prezzo: 8,80 €
Editore: Mondadori – Oscar

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


 

Robert Harris (1957), laureato alla Cambridge University, è stato giornalista alla BBC, e uno dei più noti commentatori dell'”Observer” e del “Sunday Times”. È diventato famoso in tutto il mondo nel 1992 con Fatherland, ridefinendo e ampliando i confini del thriller. Successo confermato da Enigma (1996), Archangel (1998), Pompei (2003), Imperium (2006) e Conspirata (2010) – primi due volumi della trilogia sull’antica Roma -, Il ghostwriter (2007), da cui è stato tratto un celebre film diretto da Roman Polanski, e L’indice della paura (2011).
Prima di dedicarsi interamente alla narrativa ha scritto numerosi saggi, fra cui una celebre inchiesta sui falsi diari del Führer, I diari di Hitler (2002). Tutte le sue opere sono edite in Italia da Mondadori. L’autore vive a Kintbury, in Inghilterra, con la moglie e i quattro figli.
Nel 2013, L’ufficiale e la spia ha vinto il National Book Awards come miglior romanzo dell’anno.

“La stirpe dell’Apocalisse” di Salvatore Margiotta

Siamo a New York. Al North General Hospital, in piena notte, viene rapito un bambino nato da appena due giorni e l’ispettore Frank Camarda deve occuparsi delle indagini. Chi ha rapito il piccolo Arnold? E, soprattutto, perché? Quando ci sono di mezzo i bambini non è mai facile per Camarda, e questa storia si dimostrerà più complicata del previsto. Addirittura ad un certo punto la lunga serie di indizi a sua disposizione lo costringe a spostarsi oltreoceano, a Dresda, dove verrà affiancato dall’ispettore Karla Offenbach, un’affascinante e acuta bionda che lo aiuterà a risolvere il caso.
I due scopriranno di avere a che fare con un gruppo di scienziati coinvolti anni prima nella Guerra Fredda e che oggi stanno portando avanti il loro complotto, con l’appoggio dei poteri forti degli Stati Uniti. Frank e Karla combattono contro forze oscure, contro una nascente setta di superuomini creati dalla follia di pochi, contro qualcosa che può distruggere l’umanità intera.

Salvatore Margiotta (Palermo, 1964) è laureato in Farmacia, ma coltiva da sempre la passione delle arti grafiche e figurative. È imprenditore nel campo chimico. La stirpe dell’Apocalisse è il suo primo romanzo.

Salvatore Margiotta (Palermo, 1964) è laureato in Farmacia, ma coltiva da sempre la passione delle arti grafiche e figurative. È imprenditore nel campo chimico. “La stirpe dell’Apocalisse” è il suo primo romanzo.

La stirpe dell’Apocalisse è il romanzo d’esordio del palermitano Salvatore Margiotta, pubblicato da Cairo Editore a settembre 2013. Pur essendo l’opera prima di questo autore, personalmente, ho notato una certa maturità, segno lampante che l’idea della trama era chiara nella sua mente e che chi lo ha seguito durante l’elaborazione del libro è stato molto professionale. Oltre al fatto che è scritto molto bene, ho apprezzato la tecnica delle storie separate (di ambientazione temporale diversa) che piano piano si vanno intrecciando portandoci alla soluzione del problema.
Il paragone che sto per fare può risultare un po’ azzardato, perché si tratta di un esordiente, ma confesso che, leggendolo, mi ha ricordato molto Dan Brown e Michael Connelly e, ripeto, per uno che ha appena iniziato è davvero sorprendente. A questo punto, spero in un suo secondo romanzo e, perché no?, di ritrovarci Frank Camarda, personaggio che mi è piaciuto molto.

Io leggo pochissimi thriller, ma quelli che leggo evidentemente me li so scegliere bene perché resto sempre soddisfatta. Questo libro, onestamente, non lo conoscevo, mi è giunto a casa tramite mio padre che lo ha preso e me lo ha fatto vedere. Io provo a leggere tutto, per poi giudicare se una cosa ha valore o non ne ha, e questo libro ce l’ha. Poi, dovrei fare mente locale, ma al momento non mi vengono in mente nomi di autori italiani che si sono lanciati nel genere del thriller a sfondo scientifico/tecnologico come ha fatto Margiotta nel suo romanzo.

Che dire? Esordio superlativo!

Titolo: La stirpe dell’Apocalisse
Autore:
Salvatore Margiotta
Genere: 
Romanzo, Thriller
Anno di pubblicazione:
 2013
Pagine: 320
Prezzo: 15 €
Editore: Cairo

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Il progetto Trinity” di Greg Iles

Il progetto Trinity, di Greg Iles, l’ho comprato alcuni anni fa ed era rimasto nell’armadio dei libri non ancora letti pronto per cadermi tra le mani.
Iles è uno scrittore americano, ma è anche un musicista – ho scoperto – in una band che si chiama  The Rock Bottom Remainders, composta, tra gli altri, nientepopodimeno che da Matt Groening e Stephen King.
Il libro è un thriller del 2003 e il fatto di averlo letto così lentamente vi dovrebbe dare un’idea del perchè ci ho messo tanto, oltre agli altri impegni. Il protagonista è David Tennant, un dottore, che vive una lunghissima fuga insieme alla sua psicologa Rachel Weiss. Perchè fuggono? David Tennant è uno dei membri (più precisamente colui che si occupa degli aspetti etici) del segretissimo progetto Trinity, un supercomputer all’interno del quale si può caricare il neuromodello delle persone; un neuromodello non è altro che la vita, la memoria e le dinamiche che fanno funzionare la mente di una data persona. Fugge perchè lui e il suo amico Fielding, “misteriosamente” morto qualche giorno prima, si erano opposti alla costruzione del Trinity ed erano diventati scomodi. La dottoressa Weiss invece si ritrova catapultata in questa vicenda perchè era il medico di David che si era rivolto a lei per la narcolessia (effetto dell’esposizione alle radiazioni del computer), e quando non lo ha visto allo studio per un bel po’ di tempo si è precipitata a casa sua per avere sue notizie, ma nel momento sbagliato. David nel tentativo di parlare col presidente degli USA per denunciare tutto questo decide di andare a Gerusalemme, e la conclusione del romanzo è totalmente inaspettata.

Non ho amato particolarmente la lettura di questo libro perchè non mi va a genio il tema delle macchine che vogliono prendere il controllo del mondo e tenere tutti “in ostaggio”, nè i discorsi pseudoreligiosi. Cioè, cosa c’entra il supercomputer con Dio? La macchina perfetta, perchè si è liberata degli aspetti puramente umani come corpo e istinto, vuole giocare a fare Dio in quanto solo logica? Non mi ha convinta per niente. Nonostante tutto questo il libro si legge in maniera scorrevole e non è nemmeno scritto male, a parte qualche sbavatura di traduzione, cosa che per me che ho studiato lingue e le amo follemente è una grande pecca. Nonostante questo la sufficienza se la merita.
Del resto è un libro commerciale, lettura piacevole, sì, ma pur sempre commerciale. Mi ha ricordato molto Dan Brown senza Robert Langdon. L’idea non è per niente cattiva, gli spunti sono molto buoni, ma l’intreccio poteva essere sviluppato meglio.

Titolo: Il progetto Trinity
Autore:
Greg Iles
Traduzione: Paolo Bianchi
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione:
2003
Pagine: 513, brossura
Prezzo: 5,02 € brossura, 6,99 € ebook
Editore: Piemme (serie Bestseller, collana Paperback adulti)

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota