La superba gioventù | Pablo Simonetti

Ognuno ha un suo rapporto particolare con l’età.
Io mi sentii vecchio per la prima volta a cinquantadue anni.
E non a causa dei piccoli fastidi ai polmoni
o alla pelle di cui talvolta soffrivo,
ma in seguito al mio incontro con Felipe Selden,
quella sera d’inizio novembre 2008, in una galleria d’arte.

 

Un anno fa ho conosciuto Pablo Simonetti perché in tanti mi avevano consigliato di leggere Vite vulnerabili, una raccolta di racconti, suo esordio letterario, che mi era piaciuta moltissimo. Di recente, a fine novembre, è uscito, sempre per Lindau, il suo nuovo romanzo, La superba gioventù, che ho voluto fortemente leggere perché credo che questo autore meriti davvero tanta attenzione. Ritroviamo qui alcuni dei temi presenti anche nel libro precedente, l’omosessualità (ma Simonetti, oltre che in ambito culturale, è impegnato come attivista per i diritti degli omosessuali), la famiglia e la difficoltà di portare avanti determinati rapporti e l’ipocrisia di un certo tipo di società tutta fatta di apparenze, e li ritroviamo tutti in un’unica storia profonda e coinvolgente.

Voce narrante del romanzo è lo scrittore Tomás Vergara, un uomo sulla cinquantina, che ci narra le vicissitudini di Felipe Selden, un ragazzo che proviene da una famiglia benestante e cattolica da cui, però, è costretto a prendere un po’ le distanze per via della sua omosessualità che non viene accettata, soprattutto dalla madre Tana. Felipe, oltre ad essere un giovane brillante, ha quel fascino che non lascia scampo a nessuno, nemmeno allo scrittore, che diventa suo grande amico e, in qualche modo, anche una guida nella vita, una persona con più esperienza data dagli anni che lo consiglia e che gli offre un confronto maturo. A un certo punto Alicia, una zia molto ricca del giovane, muore e si scopre che nel testamento ha lasciato tutto a lui. Felipe si ritrova così in mano una grande fortuna e il rischio è che qualcuno possa manovrarlo per entrare in possesso di tutti quei soldi e beni materiali (Alicia aveva anche una collezione di quadri e oggetti d’arte). Ma nella vita del giovane ci saranno moltissimi cambiamenti che lo porteranno a crescere e maturare: da ragazzo che non sa che strada prendere nella vita diventerà un uomo che sa prendersi responsabilità – spesso non sue – e che riesce a mettere davanti a tutti la sua realizzazione personale.

Attraverso le parole del narratore Tomás – così bravo a dipingere il ritratto di un’altra persona forse per la sua sensibilità di scrittore – è inevitabile mettersi nei panni di Felipe e comprendere appieno ciò che lo turba. Se quando entra in scena è ancora un ragazzo che pensa di dover provare tante cose diverse per capire che scelta fare, col tempo acquisisce consapevolezza, commette errori (sbaglia nel non seguire i consigli che gli vengono dati) e si ritrova immerso nelle macchinazioni altrui, cose che contribuiscono a formarlo come individuo. Potremmo dire che anche quella di Felipe Selden è una vita vulnerabile, come siamo vulnerabili tutti noi quando i nostri desideri e le nostre aspirazioni cozzano con quelli che il mondo esterno indirettamente ci impone di seguire e fare nostri, quasi fosse una recita in cui ognuno deve fare la sua parte.

Ma è anche un romanzo sull’amore e su tutte le sfumature di questo sentimento che confliggono tra loro. L’amore per la propria famiglia, quello per la persona del cuore, quello per chi poi diventa la tua famiglia, quello per gli amici che ti sono sempre stati vicini. Felipe deve fare i conti con ognuno di questi e la difficoltà sta nel capire a quale dare la precedenza, nel decidere quale porre in cima alla sue priorità: un ragazzo che strada preferisce seguire? E un uomo, poi, con più esperienza, può decidere di mettere da parte le proprie aspirazioni per una responsabilità più grande? Questo è il grande cruccio di uno come Felipe Selden che, però, potrebbe essere uno qualunque di noi in un momento difficile della propria vita.

Buona lettura!

Titolo: La superba gioventù
Autore: Pablo Simonetti
Traduttore: Francesco Verde, Davide Platzer Ferrero e Marta Signorile
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 novembre 2019
Pagine: 376
Prezzo: 24 €
Editore: Lindau


 

In breve | Il diavolo innamorato | Davide Carnevali

Tutti sanno che il diavolo ama visitare
di tanto in tanto la casa dello scrittore
e lo scrittore è per natura predisposto
all’attesa del diavolo.

 

Negli ultimi tempi ho letto molto, anche se in maniera più discontinua, e scritto pochissimo, lo so. Di alcuni dei libri che ho affrontato (tra cui l’ultimo della Ferrante e una raccolta di poesie) penso che non parlerò nemmeno perché non riesco a star dietro a tutto e penso che sia più utile rivolgere la mia attenzione solo verso alcune cose, togliendola, ahimè, ad altre.
Oggi voglio segnalarvi un libro che è uscito il 7 novembre – già da un po’ – e che ho trovato molto particolare. Si tratta de Il diavolo innamorato di Davide Carnevali, edito dalla casa editrice Fandango. Ho avuto qualche difficoltà a incasellarlo in un genere letterario preciso perché per quanto sembri di trovarsi tra le mani una raccolta di racconti, tutti abbastanza brevi, di poche pagine, viene per il dubbio che siano tutti capitoli di un’unica storia o, meglio, di un’unica conversazione.

Davide Carnevali è un drammaturgo italiano famoso e rappresentato in tutta Europa e lavora come regista, autore e traduttore. In questa, che è la sua prima opera di narrativa, immagina una sorta di dialogo tra i lettori, il diavolo e il dio dei cristiani, una figura che qui viene molto umanizzata, portata giù al nostro livello nelle sue debolezze e nei suoi sfizi (come creare le stelle solo per diletto, per guardarle di notte seduto nel suo giardino). E questa distanza non la accorcia solo con gli umani, ma anche con il dio dei musulmani, pensando a una matematica diversa, o con quello degli ebrei.
Ogni capitolo appare, così, come una versione diversa del diavolo ai fatti che da sempre conosciamo, anche se non vengono fornite spiegazioni o leggi universali. Anzi, per tutti gli argomenti toccati (e dato il numero dei raccontini, sono davvero tanti) possiamo trovare spunti di riflessione, interrogativi che ci vengono posti o che nascono spontaneamente nella nostra testa.
In questo moderno vangelo apocrifo la pesantezza non è contemplata, Carnevali utilizza uno stile divertente, ironico e frizzante che rende la lettura un’esperienza molto piacevole.

Durante il giorno, l’uomo che attende l’angelo dell’amore non si allontana mai troppo dal telefono, casomai l’angelo chiamasse, e anche durante la notte non abbassa la suoneria, casomai l’angelo, sicuramente indaffarato tutto il dì, non avesse tempo per lui che a ore intempestive. D’altra parte non è forse vero che possiamo svegliarci di soprassalto nel cuore della notte e di soprassalto scoprirci innamorati?

Buona lettura!

Titolo: Il diavolo innamorato
Autore: Davide Carnevali
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 7 novembre 2019
Pagine: 132
Prezzo: 13 €
Editore: Fandango


Davide Carnevali (Milano, 1981), uno dei drammaturghi italiani più rappresentati sulla scena europea, vive e lavora tra l’Italia, Berlino e Barcellona come autore, regista e traduttore. Artista associato a ERT Emilia Romagna Teatro, è professore di drammaturgia in diverse accademie di teatro internazionali. Ha scritto, tra gli altri: Variazioni sul modello di Kraepelin (Actes Sud, 2012; Einaudi, 2017), con cui si è aggiudicato il Premio Theatertreffen Stückemarkt 2009, il Premio Marisa Fabbri 2009 e il Premio delle Journées des auteurs de Lyon nel 2012; Sweet Home Europa (CUE Press, 2015); Ritratto di donna araba che guarda il mare (Actes Sud, 2015), con cui ha vinto il Premio Riccione per il Teatro nel 2013. Tra i suoi ultimi lavori: Actes obscens en espai públic (Teatre Nacional de Catalunya, 2017), Maleducazione transiberiana (Teatro Franco Parenti, 2018), Ein Porträt des Künstlers als Toter (Staatsoper Unter den Linden, 2018) e Menelao (ERT, 2018). I suoi testi, tradotti in tredici lingue, sono stati presentati e pubblicati in diversi paesi. Per la sua carriera teatrale, gli è stato conferito nel 2018 il Premio Hystrio alla Drammaturgia. Il diavolo innamorato è la sua prima opera di narrativa.

Svegliami a mezzanotte | Fuani Marino

All’esterno tutto procedeva senza battute d’arresto,
ma io non potevo prendervi parte.
Era come se la calamità naturale fossi io.

 

Inizio questo post (non voglio chiamarlo recensione perché non credo lo sarà) senza sapere bene cosa dire o come procedere. Il libro di cui sto per parlarvi è uno dei più forti che mi sia capitato di leggere negli ultimi giorni e, credo, anche negli ultimi anni, pensate che a un certo punto ho dovuto perfino metterlo da parte perché mi sentivo così frastornata e sofferente da non riuscire a continuare. E io coi libri non ho mai paura di farmi male, anzi cerco sempre testi che in qualche modo mi colpiscano il più forte possibile. Questa volta è successo con Svegliami a mezzanotte, un memoir di Fuani Marino uscito l’1 ottobre per Einaudi. Tra l’altro devo dire anche che il memoir è un genere che mi attrae moltissimo; anche se non ne leggo tanti, trovo che entrare nelle vite di determinati personaggi, conoscerli attraverso la testimonianza diretta di quello che hanno attraversato – e magari stanno ancora attraversando – sia utile a scoprire punti di vista nuovi, a calarci in situazioni possibilmente lontane da noi. Lo si può fare anche con un romanzo, certo, ma sai sempre che la maggior parte delle volte è una storia inventata, mentre il fatto stesso che qualcosa sia realmente accaduto a qualcuno rende il racconto (e la sua ricezione) più forte.

Allora ho preso coraggio e mi sono buttata.

(…)

E poi sono caduta, ma non sono morta.

Fuani Marino (sicuramente non ne può più di spiegarlo a chi glielo chiede, ma il suo nome è una crasi di quelli dei genitori, Furio e Anita) qualche anno fa, dopo aver partorito la figlia da nemmeno quattro mesi ha tentato il suicidio lanciandosi da un balcone e facendo un volo di dodici metri. Ma il tentativo fallisce e lei sopravvive. Da lì allora bisogna ricominciare o tentare di continuare da dove si era rimasti.
L’autrice quindi ci racconta parti della sua vita per cercare di capire da dove sia nato quel malessere che l’ha portata al tragico gesto, va a ritroso per rintracciare nel suo vissuto elementi particolari o segni di cedimento che possono essere in ambito lavorativo, negli studi, nei rapporti con la famiglia o anche semplicemente in un parente con disturbi mentali. Dopo aver rielaborato il momento della caduta, allora, passa a spiegarci il futuro, quello che è stato dopo il suo tentativo di mettere un punto. I vari interventi chirurgici, la fisioterapia, il supporto psicologico, le diagnosi e le cure sbagliate (uno psichiatra che nega antidepressivi perché possono interferire con l’allattamento), il sostegno del marito. In una bella pagina alla fine ribadisce alla figlia che lei non ha alcuna responsabilità, non dovrà mai pensare che non l’abbia amata o che potrà mai capitare anche a lei.

Non ho voluto fare della mia vita una farsa. E me ne assumo la responsabilità. Quando quest’ultima mi sembrava troppo pesante, dicevo a me stessa che in ogni caso la verità, prima o poi, sarebbe venuta a galla.
E allora, tanto valeva che a raccontarla fossi io.

L’autrice, che confessa di soffrire di disturbo bipolare, ha scritto questo libro per vari motivi, uno fra tutti: cercare un effetto catartico. Mettere nero su bianco qualcosa significa dargli una concretezza nel mondo, renderlo reale e quindi più facile da elaborare e in qualche maniera accettare. Poi è anche una sorta di atto politico. Se la malattia fisica, nel 2019, per molte persone è qualcosa di cui vergognarsi – gente che magari si sottopone a chemioterapia e non si fa vedere in giro o non dice a nessuno di essere malata – sappiamo tutti che per quanto riguarda la malattia mentale è ancora peggio. Perché è un tabù? Perché c’è questo stigma nei confronti di un disturbo mentale? Perché viene trattato spesso alla stregua di un capriccio? Allora Fuani Marino ne parla, racconta la sua storia drammatica (di certo più di altre perché è arrivata a tentare un gesto estremo) e lo fa senza addolcire la pillola, senza infiocchettarla. Uno degli scopi di questo libro, infatti, è chiamare le cose col proprio nome.

La malattia non è una prova di forza. Lei ha già vinto in partenza, tanto più se la si nega o si minimizza.

Chiamare le cose col proprio nome per non usare termini a sproposito, per non ironizzare né banalizzare: chi soffre di disturbo bipolare non è una persona che ogni tanto è allegra e gioiosa e ogni tanto è triste, come chi soffre d’ansia non è preoccupato per un esame universitario e un depresso non è solo malinconico. Nello specifico, una persona bipolare alterna periodi (più o meno lunghi) di depressione a periodi di eccitazione, dunque periodi di mancanza di senso, di forze, di volontà a periodi opposti, in cui si hanno molte più forze, più intraprendenza, autostima e spesso anche comportamenti ossessivi. Possiamo immaginare – ma non comprendere, se non lo patiamo – che convivere con questo sia parecchio difficile. Fuani Marino ce lo racconta un’onestà che, com’è successo a me, fa male e che fa ancora più male se pensiamo a quelle persone che resistono ai farmaci, che fanno sempre tentativi diversi con nuove cure o trovano medici che non le aiutano nel modo giusto.

Sono sicura che la lettura di questo libro possa essere d’aiuto a chi si trova a vivere un disturbo mentale simile, ma penso anche che arricchisca a prescindere da quello. Sono del parere che, per quanto possano far male (soprattutto a chi da un libro si lascia travolgere del tutto), certe storie vadano raccontate e conosciute.
Buona lettura.

Titolo: Svegliami a mezzanotte
Autore: Fuani Marino
Genere: Memoir
Anno di pubblicazione: 1 ottobre 2019
Pagine: 150
Prezzo: 17 €
Editore: Einaudi


Fuani Marino è nata a Napoli nel 1980. Dopo gli studi in psicologia, è diventata giornalista collaborando a lungo con il «Corriere del Mezzogiorno ». Nel 2017 ha pubblicato il romanzo Il panorama alle spalle (Scatole Parlanti). Suoi articoli e racconti sono usciti su «Rivista Studio», «il Tascabile» e altre riviste. Per Einaudi ha pubblicato Svegliami a mezzanotte (2019).

L’infinito senza farci caso | Franco Arminio

Ogni tanto, tra un romanzo e un po’ di saggistica, mi piace dedicarmi alla poesia. Per questo motivo m’interessava molto leggere L’infinito senza farci caso, una nuova raccolta di poesie di Franco Arminio che è uscita per Bompiani il 30 ottobre. L’infinito senza farci caso affronta l’amore nelle sue varie sfaccettature; nel manifesto delle intimità provvisorie alla fine del libro, l’autore spiega che non sa cosa sia l’amore, ne consegue che i suoi componimenti sono lì per spiegarcelo o per fornirci una direzione da seguire. Il principio base di queste poesie credo sia la negazione delle classificazioni, delle categorie; come dice Arminio: non siamo fatti per essere in coppia, nemmeno per essere fedeli, ma neanche per tradire. Il sentimento è qualcosa che forse dovrebbe trascendere questa sorta di incasellamento in cui ci autointrappoliamo.

Si tratta di poesie spesso dedicate a qualcuno, c’è un “tu” che appare più volte, ma non viene mai esplicitato. Si capisce che è una donna, che a volte viene vista nella sua sensualità, ma che a volte magari è lontana nello spazio e nel tempo e rimane solo un ricordo doloroso o un rimpianto. Ma un elemento importante in questi componimenti – alcuni dei quali più lunghi, altri straordinariamente brevi ma densi di significato – è anche la natura, con la sua bellezza, e il rispecchiarsi dell’uomo, della condizione umana in essa. Natura che non è mai semplicemente uno sfondo alle vicende amorose, ma parte integrante di esse.

Siccome non sono molto brava a parlare di poesia, a parte queste poche cose che sono riuscita a dirvi su questa raccolta che ho trovato molto bella (meglio se letta a poco a poco, va centellinata), voglio lasciarvi uno dei brani che mi sono piaciuti di più.

Buona lettura!

Guardami ancora.
Sorridi se mi pensi.
Pensami con le mani
anche se non mi tocchi.
Fino a quando siamo nel mondo
possiamo parlarci.
Diamoci parole,
io faccio parole per te
e tu le fai per me.
Io spavento
tu malinconia.
Le parole come piccoli inciampi
per frenare il tempo
che va via.

Titolo: L’infinito senza farci caso
Autore: Franco Arminio
Genere: Poesia
Anno di pubblicazione: 30 ottobre 2019
Pagine: 128
Prezzo: 14 €
Editore: Bompiani


Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, in Irpinia d’Oriente. Ha pubblicato molti libri, che hanno raggiunto decine di migliaia di lettori. Da anni viaggia e scrive, in cerca di meraviglia e in difesa dei piccoli paesi: è ispiratore e punto di riferimento di molte azioni contro lo spopolamento dell’Italia interna. Ha ideato e porta avanti la Casa della paesologia a Bisaccia e il festival “La luna e i calanchi” ad Aliano.

Cuorebomba | Dario Levantino

Un cuorebomba è un debole gentile,
è un fragile forte,
è uno che al posto del cuore c’ha una bomba.

 

Da oggi potete trovare in libreria Cuorebomba, il nuovo romanzo di Dario Levantino che dopo Di niente e di nessuno ci riporta a Palermo, nel quartiere Brancaccio. Rosario ha ormai sedici anni ed è per lui che il padre, che spacciava doping, è stato arrestato; ora vive da solo con la madre che non sembra nemmeno lottare contro l’anoressia. Si è ammalata per il dispiacere di aver scoperto che il marito aveva un’altra famiglia con un’altra donna e che aveva anche un figlio, Jonathan. Rosario cerca di farla mangiare, di badare a lei, di far sì che la casa abbia un aspetto dignitoso, e nel frattempo va a scuola, in un liceo classico in una zona buona di Palermo, dove però si assenta molto spesso perché cerca di racimolare qualche soldo in un supermercato aiutando le persone a portar via la spesa. Ma non è un problema per nessuno, lì, perché lui è il ragazzo di Brancaccio, è partito già svantaggiato in classe. Quando, però, si trova a scrivere un tema, la sua situazione familiare salta all’occhio di una professoressa che gli fa arrivare a casa servizi sociali e forze dell’ordine. Rosario viene così separato dalla madre Maria: lei viene mandata in una clinica per disturbi alimentari, lui in una casa famiglia. Da qui inizia la lotta del ragazzo per ritrovare sua madre e per avere una vita più normale.

Sembra che il protagonista abbia chiaro fin dall’inizio che l’elemento di salvezza nella sua vita può essere solo la famiglia e  si impegna con tutte le forze per cercare di salvaguardarla. Non solo cerca di recuperare la madre, che la famiglia affidataria non vuole fargli sentire né vedere, ma prova anche a mettersi in contatto col fratellastro che, nei fatti, è un estraneo per lui, lo ha visto forse una volta, ma col quale condivide lo stesso padre. Ma non solo. Rosario scopre che anche l’amore può dare una forma diversa alla propria vita, che può costituire un’oasi di pace e una fonte di speranza. Anna, la ragazza di cui è innamorato, è una luce in quell’esistenza piena di disgrazie e problemi.

Nelle sue giornate a far compagnia a Rosario ci sono i libri, uno fra tutti Oliver Twist, con un protagonista che assomiglia a lui, senza famiglia e senza una casa che possa chiamare sua. Grazie alla lettura e alla sua passione per l’epica – da cui vengono fuori riflessioni e parallelismi interessanti, soprattutto per un ragazzo che appare più maturo della sua età – Rosario si sente meno solo in questa vita difficile. Cerca di non arrendersi a un destino che sembra già scritto, quello di un ragazzo nato e cresciuto in un quartiere malfamato che deve necessariamente prendere la strada della delinquenza. Così legge, passa del tempo con Anna nel loro posto segreto (una barca rovesciata sulla spiaggia) o col suo cane Jonathan, a scuola prova a elaborare concetti più profondi che, però, vengono sempre respinti dagli insegnanti che vogliono che ripeta solo quello che hanno spiegato loro.
E le parti relative alla scuola sono quelle più dolorose, perché sembra che proprio lì Rosario cerchi di venir fuori quando invece sono tutti impegnati a tarpargli le ali: un’insegnante di lettere che lo tratta da inferiore perché è “quello di Brancaccio” e da questo non si può sfuggire, il professore di educazione fisica che inizialmente non lo considera per la squadra di calcio della scuola perché non ha pagato un assurdo “contributo volontario” che per una scuola pubblica è un controsenso, o un’altra professoressa che viene scelta come pseudopsicologa a cui interessa solo che lui confermi le diagnosi che lei ha già fatto.

Ma qualcosa ogni tanto gira per il verso giusto. Quando la situazione diventa quasi claustrofobica – la sofferenza di un ragazzino che si sente in trappola, sorvegliato, manipolato e ricattato da chi dovrebbe solo prendersene cura la sentiamo anche noi che leggiamo – due figure importanti lasciano intendere che in fondo una speranza possa esserci per tutti: Battaglia, il precario di filosofia che confessa che da ragazzo è stato come lui, e padre Giovanni, un sacerdote che comprende la situazione di Rosario e senza troppe cerimonie lo supporta e lo aiuta quando è in difficoltà. Padre Giovanni soprattutto gli mette la pulce nell’orecchio:

Ha ragionato sul concetto di “disobbedienza”, una parola che può trarre in inganno perché generalmente è associata ai criminali. Ma come bisognava comportarsi – tuonava padre Giovanni – di fronte a una legge iniqua: obbedire a essa disobbedendo a Dio, o disobbedire a essa obbedendo a Dio? Giuseppe il falegname, sposo di Maria e padre di Gesù, per esempio, aveva disobbedito alle leggi di Erode, che aveva ordinato un massacro di bambini, scappando in Egitto per salvare Gesù; allo stesso modo anche durante la seconda guerra mondiale, cristiani meno famosi di Giuseppe avevano disobbedito alla legge nascondendo ebrei innocenti.
Quello che voleva dire padre Giovanni era un concetto semplice: nel nome dell’amore si deve disobbedire.
Capii improvvisamente che cos’ero.
Ero un disobbediente.

Cuorebomba è una storia di riscatto, di ricerca della salvezza in un mondo che ti vuole abbattere. Con diversi intermezzi di dialetto siciliano, Rosario dimostra che non per forza il luogo in cui sei nato è una condanna e soprattutto che bisogna riuscire a togliersi di dosso le etichette che gli altri ti cuciono addosso.

Buona lettura!

Titolo: Cuorebomba
Autore: Dario Levantino
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 7 novembre 2019
Pagine: 265
Prezzo: 16 €
Editore: Fazi


Dario Levantino è nato a Palermo nel 1986. Laureato in Lettere e filosofia nella sua città, oggi è un insegnante di italiano. Cuorebomba è il suo secondo romanzo. La sua opera d’esordio, Di niente e di nessuno (Fazi, 2018), ha vinto il Premio Biblioteche di Roma, il Premio Subiaco Città del Libro e il Premio Leggo Quindi Sono.

Tutto questo tempo | Nicola Ravera Rafele

La verità è una bugia che non è ancora stata scoperta.

 

Tutto questo tempo è l’ultimo romanzo di Nicola Ravera Rafele, una delle uscite più recenti di Fandango (è in libreria dal 17 ottobre). Conosco l’editore in maniera diretta da poco, questo è il secondo libro pubblicato da loro che affronto, e anche in questo caso si tratta di un’ottima lettura. Come il titolo lascia intuire, più che i personaggi, il vero protagonista di questa storia è il tempo che stravolge le vite ma che, quasi come in uno scherzo, si riavvolge dando vita a cicli simili e apparenti ritorni.

Elisa è una traduttrice poco più che trentenne, ha sposato Giovanni, molto più grande di lei, che ha scritto diversi anni prima un libro che avuto molto successo. Il loro è un amore fortissimo, folle, che sembra renderli molto felici. Nel 1986 nasce la loro prima figlia, Clara. Un anno dopo, si sta organizzando la festa per il primo compleanno della bambina, Giovanni è fuori per lavoro e deve rientrare, ma non rientra: non prende l’aereo, qualcosa lo blocca, come se volesse smettere di far parte di quella famiglia, quindi rimane fuori, scrive e tradisce Elisa. Ma è solo questione di tempo, perché dopo cinque giorni torna a casa a sorpresa, in maniera quasi teatrale, mentre ci sono ospiti a casa, ma non può essere tutto come prima. Infatti qualcosa comincia a cambiare, si aprono crepe tra i due che, alla fine si allontanano. In questo susseguirsi di bugie e tradimenti, hanno anche avuto un secondo figlio, Dario – che sarà voce narrante nella terza parte – e ruoteranno intorno a loro le vite di tanti altri personaggi in una cornice storica rappresentata dal passaggio dalla Prima alla Terza Repubblica.

Gli innamorati dicono: ho sprecato la mia vita fino a quando ti ho incontrata. Ma  sprecare la vita è una tale forma di incanto, chi vorrebbe smettere?

Quello che sembra restare saldo, anche se non coltivato in maniera convenzionale, è il legame tra Elisa e Giovanni, è qualcosa che c’è e non si può distruggere anche quando lei avrà un nuovo compagno o lui andrà ad autoesiliarsi in un casolare nelle campagne del centro Italia. Ma la bugia sembra un virus che non risparmia nessuno: i loro amici, i loro figli (dunque la generazione successiva, quasi fosse genetico), i loro conoscenti. Anche il matrimonio di Paolo e Valeria (i loro amici) sarà infelice, come quello di Clara o quello di Sergio Maria e Ludovica. Sembra quasi che l’infelicità sia contagiosa o che addirittura sia inevitabile, che il tempo abbia dei disegni ben precisi a cui non ci si può sottrarre. Il tempo, che si riavvolge nei flashback o che alla fine, nel 2019, Dario riassume parlando dei diari di Giovanni Luna, scrittore che negli anni è rimasto celebre e viene ancora elogiato.

Tutto questo tempo è una storia sui legami in generale, non solo quelli familiari, sugli affetti che a volte si distruggono e altre volte, invece, rimangono saldamente nascosti nonostante si prendano strade diverse. Il romanzo è diviso in tre parti: una che va dal 1986 al 1996, quando i bambini sono ancora piccoli e la storia è incentrata più sui genitori; una ambientata nel 2006, quando Clara è ormai grande, cosciente e capace di capire che cosa sia successo e cosa stia succedendo (sembra che questo racconto sia dedicato a lei); la terza il cui protagonista indiscusso è Dario, che nel 2019 è ormai adulto anche lui, si fa strada nel mondo ma restando sempre imbrigliato nelle logiche familiari di chi lo ha messo al mondo e di chi ha gravitato intorno ai suoi cari.

È un racconto intenso, quello di Nicola Ravera Rafele, che non può non appassionare; assistiamo a un crescendo di emozioni che travolgono anche noi che leggiamo e ci fanno andare avanti nella lettura con la speranza che il tempo, che tutto muove, sia clemente. Un romanzo davvero molto bello!

Titolo: Tutto questo tempo
Autore: Nicola Ravera Rafele
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 17 ottobre 2019
Pagine: 298
Prezzo: 18 €
Editore: Fandango


Nicola Ravera Rafele – ha esordito a solo quindici anni con Infatti purtroppo. Diario di un quindicenne perplesso. Nel 2014, insieme a Mimmo Rafele, ha presentato Ultimo requiem. La sua seconda opera ripercorre le vicende italiane a partire dalla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nel 2017 per Fandango Libri è uscito Il senso della lotta, selezionato nella dodicina del Premio Strega 2017.

L’anno in cui imparai a leggere | Marco Marsullo

Noi adulti non ci domandiamo la normalità
e non ci sorprendiamo per la banalità.
Ma al mondo, di banale, non c’è proprio niente.
Solo che questo, prima di incontrare Lorenzo, io non lo sapevo.

 

Marco Marsullo è un autore che non avevo mai letto fino a quando Francesca Ottobre de Gli Amabili Libri non ha messo su una squadra di blogger in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo, L’anno in cui imparai a leggere. Vi devo confessare che è stato una rivelazione e che per questo motivo recupererò di sicuro i precedenti e starò più attenta ai suoi prossimi lavori. La storia, pubblicata da Einaudi, si fa leggere velocemente e se per gran parte del libro ci si trova a sorridere, si trovano anche tantissimi spunti di riflessione sulle famiglie allargate e sulla genitorialità non necessariamente di sangue.

Protagonista è, infatti, Niccolò, un ragazzo napoletano di venticinque anni che ha pubblicato un libro di successo e ora sta cercando, senza grandi risultati, di scrivere il secondo. Da un po’ di tempo ha conosciuto Simona, una ragazza della sua stessa età di cui si è subito innamorato; lei ha un bambino di quattro anni, Lorenzo, nato da una relazione avuta con un argentino conosciuto in Erasmus. Al bambino è sempre stato detto che il papà, che non ha conosciuto, è andato a lavorare lontano, in Giappone. Simona per Lorenzo ha sacrificato tutto, soprattutto la sua passione più grande, la recitazione, così Niccolò la esorta a riprendere in mano la sua vita e lei si lancia a capofitto in delle rappresentazioni teatrali per le quali, però, dovrà star via un mesetto. A chi chiede di badare al bambino? A Niccolò, ovviamente, che non ha un rapporto molto stretto con lui, anzi. Ma iniziano a lavorarci.
Badare a un bambino di quattro anni, quando tu ne hai solo venticinque e non hai alcuna esperienza in proposito, è molto difficile. Mettici anche che dopo che la madre è partita da pochissimi giorni si presenta in casa un argentino coi capelli ricci e svariati tatuaggi che dice di essere Andrés, il padre del pargolo, che non ha dove alloggiare né i soldi per pagarsi una stanza, e deve rimanere lì con te fino a quando non torna la madre.
I tre vivranno insieme per quasi un anno e loro vite cambieranno per sempre.

Perché i figli non sono solo di chi ci mischia dentro il corredo genetico. I figli sono di chi se ne prende cura, di chi scova un ultimo granello di energia per loro, la sera, dopo una giornata infernale. I figli sono di chi, senza pensarci troppo su e senza una garanzia, si innamora di loro, anche se hanno gli zigomi di un’altra persona.

Entrare nel cuore di un bambino, farsi riconoscere come parte della famiglia deve essere senza dubbio complicato, e Niccolò queste difficoltà le sperimenta tutte: per mostrare la propria autorità basta alzare la voce? cosa bisogna fare per mandarlo a dormire? come si dimostra alla maestra dell’asilo che sei quello a cui la madre lo ha affidato? Questo fino a quando, in un momento di confusione, qualcuno non gli suggerisce che l’unico modo per avvicinarsi a Lorenzo è imparare a parlare la sua lingua. E Niccolò è costretto a imparare un linguaggio fatto di chiarezza, di sincerità, di limpidezza senza illusioni, facendo anche tanti errori. Ma lo farà anche Andrés, tanto che si ritroveranno ad essere tre bambini (due cresciuti e uno non ancora) in un gioco quotidiano. Ma giocando inevitabilmente si cresce perché molto spesso capita che si impari molto più di quanto si creda.

Marco Marsullo racconta la storia di questi tre ragazzi diversissimi fra loro con uno stile fresco, allegro e con una grande tenerezza che emerge da ogni pagina, e lo fa attraverso la voce narrante di Niccolò che scandisce il ritmo con l’alternarsi delle quattro stagioni. Le situazioni in cui si trovano i personaggi sono davvero divertentissime, dal pranzo di Natale (divertentissima la vicina di casa un po’ fuori di testa, Agata, che cerca di brindare con Mengacci attraverso la TV) al tentativo di convincere Lorenzo a tifare Milan o Boca Juniors, dalla prima neve che vedono tutti insieme alla preparazione della recita scolastica. Ci sono due ragazzi che in maniera diversa – uno responsabile e ordinato, l’altro spensierato, disorganizzato ma con un grande cuore – imparano a fare il padre e fanno squadra con un bambino piccolo che, dal canto suo, imparerà ad amarli entrambi. E tutto questo per arrivare a un finale bellissimo di cui ovviamente non dico nulla, ma che mi ha fatta arriva all’ultima pagina coi lucciconi.

Buona lettura!

Titolo: L’anno in cui imparai a leggere
Autore: Marco Marsullo
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 22 ottobre 2019
Pagine: 288
Prezzo: 18 €
Editore: Einaudi


Marco Marsullo è nato a Napoli nel 1985. Ha esordito per Einaudi Stile Libero nel 2013 con Atletico Minaccia Football Club. Nel 2014, sempre per Einaudi Stile Libero, è uscito L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache, nel 2015, I miei genitori non hanno figli, nel 2018, Due come loro e, nel 2019, L’anno in cui imparai a leggere. Insegna scrittura creativa in una scuola elementare della sua città. Il suo sito è www.marcomarsullo.com