“Le nostre anime di notte” di Kent Haruf

Sto parlando di attraversare la notte insieme.
E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici.
Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire.
Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?

 

16722684_10210990881759411_5642372498764312145_oLo aspettavo con ansia e finalmente a metà febbraio è uscito: Le nostre anime di notte, edito da NN e tradotto ancora una volta dal buon Fabio Cremonesi, è esattamente il libro che mi aspettavo di avere tra le mani. Chi mi segue da più tempo – anche se ultimamente vado a rilento – sa che l’anno scorso mi sono innamorata in modo rapido e folle di Kent Haruf, e non occorre che vi metta i link delle recensioni della Trilogia della Pianura perché potete andare nella pagina dell’elenco degli autori trattati in ordine alfabeti e lo trovate alla H. Questo scrittore, che purtroppo ci ha lasciati nel 2014 (e dico purtroppo perché probabilmente ci avrebbe regalato tanta altra roba di grande livello), mi ha conquistata col suo stile che in alcuni momenti mi ha ricordato quello asciutto ma incisivo di Hemingway e che in generale è sempre stato all’altezza delle situazioni narrate. Devo dire che l’unica pecca del romanzo che ho finito di leggere qualche giorno fa è che finisce subito, è breve, ma in compenso ci lascia tanto.

Addie Moore, vedova ormai da un po’, un giorno decide di andare a far visita al suo vicino, Louis Waters, solo anche lui, per chiedergli se vuole passare le notti da lei a parlare e a farsi compagnia. L’uomo inizialmente rimane turbato, più che altro perché Holt è una piccola cittadina e la gente parla, ma poi accetta e va a trascorrere la notte da Addie. L’esperienza è estremamente positiva, i due iniziano a conoscersi meglio, a mettere a nudo le proprie anime e raccontarsi tutto ciò che non sanno l’una dell’altro: scoprono, infatti, di non essere stati sempre felici e di essersi tenuti dentro dolori che sarebbe stato meglio tirar fuori. Se in un primo momento tutto va come deve, dato che Louis alle prime luci del mattino fa ritorno a casa sua per non dare nell’occhio, la piccola comunità in cui vivono inizia a spettegolare su queste due persone che chissà che cosa fanno, come mai non si vergognano, alla loro età, ma dove si è mai vista una cosa del genere… E ci si mette anche Gene, il figlio di Addie, a tentare di dividere la madre da Louis, Gene che dovrebbe badare alla sua famiglia, in particolare al figlio Jamie che ha lasciato tutta l’estate a casa della nonna per risolvere i problemi con sua moglie. È a questo punto che Addie e Louis saranno costretti a prendere una decisione: continuare a vivere in questa bolla felice o cedere alla cattiveria di chi li circonda e smettere di vedersi?

Amo questo mondo fisico.
Amo questa vita insieme a te.
E il vento e la campagna, il cortile, la ghiaia sul vialetto.
L’erba, Le notti fresche.
Stare a letto nel buio a parlare con te.

Addie e Louis sono due persone che hanno ormai superato la settantina e sono rimaste sole. Entrambi vedovi, hanno deciso di farsi compagnia e, se in altri contesti potrebbe essere una cosa normale, a Holt – piccola città nei dintorni di Denver, Colorado, in cui sono ambientati tutti i romanzi di Kent Haruf – sembra una cosa fuori da ogni logica. Le persone ne parlano, si chiedono come mai questi due anzianotti non abbiano alcuna vergogna a sbandierare una relazione che (chissà per quale motivo) appare sconveniente, soprattutto per Louis che, lo sanno tutti, una volta ha lasciato la moglie per vivere con un’altra e poi è tornato a casa più per dovere che per amore. Ma ciò che traspare dalle parole dei protagonisti è che non c’è più tempo, la vecchiaia avanza e chissà quanta vita resta ancora da vivere, bisogna godersi l’ultima parte del cammino. È quello che il traduttore Fabio Cremonesi nella nota finale definisce come un senso di urgenza, spinge Addie e Louis a fare cose che non avrebbero mai pensato prima.

Quello che colpisce è la tenerezza che avvolge la relazione tra i due anziani (e che speriamo di vedere presto nel film che stanno girando con Jane Fonda e Robert Redford che dovrebbe uscire quest’anno), una relazione fatta di attenzioni e di condivisione, qualcosa che forse dovrebbe essere la regola per ogni tipo di rapporto, ma a cui spesso si arriva in età già adulta o addirittura avanzata. Addie e Louis non si nascondono nulla, lui le racconta senza peli sulla lingua come sia stato tradire la moglie e andare a vivere con un’altra, lei invece gli parla della morte della figlia, sviscerando quel dolore e quelle sensazioni che si è tenuta dentro molto a lungo perché per “delicatezza” nessuno ha mai fatto cenno a quegli eventi.
Ma la tenerezza sta anche nelle parole con cui Haruf descrive Jamie, il nipotino di Addie. È quello stesso mix di dolcezza e delicatezza che l’autore dedica ad altri bambini o a vecchi fratelli burberi in altri suoi romanzi. In effetti, rispetto agli altri libri, questo mi è sembrato leggermente diverso, più che altro per lo stile che appare più positivo e addolcito (forse c’entra il fatto che lo stesso autore era già avanti negli anni e malato quando lo ha scritto?). Per quanto riguarda elementi che ricorrono, invece, mi viene in mente l’inesorabilità di certi destini, che però lascia intatta la speranza dei personaggi: è come se Haruf lasciasse sempre una porticina aperta, come se volesse dire “deve andare così, ma c’è qualcosa che possiamo sempre fare, possiamo fare una piccola lotta contro tutto e tutti”.

Una chicca: ad un certo punto Addie e Louis parlano di andare a teatro perché metteranno in scena delle vicende ambientate a Holt, uno spettacolo su due fratelli che accolgono in casa una ragazza incinta, storie sicuramente inventate dato che in quel paesino non ci sono mai stati individui del genere. Poi si chiedono come sarebbe se scrivessero un libro su di loro. Uno scherzetto metaletterario niente male!
Se Haruf vi aveva già conquistato, con Le nostre anime di notte potete andare sul sicuro.
Buona lettura!

Questo libro è per chi è stato a Holt e non vede l’ora di tornarci, ma è soprattutto per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato.

Titolo: Le nostre anime di notte
Autore: Kent Haruf
Traduttore: Fabio Cremonesi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015 (2017 questa edizione)
Prezzo: 17 €
Editore: NN editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Briciole: “Panorama”, “La vegetariana”, “Furore”

Ritorno dopo una ventina di giorni di silenzio per parlarvi di alcuni libri che o mi hanno preso poco o di cui non sono riuscita a raccontare sul momento dimenticando molti dettagli. E mi dispiace molto in entrambi i casi, ma tra un impegno e l’altro purtroppo non si riesce a star dietro a tutto.

15977693_10210660749866320_2941111850295580373_nPanorama di Tommaso Pincio. È un libro che parla anche di libri. Ottavio Tondi è uno che ha rinunciato ad altre professioni per fare il lettore, ma non è un lettore normale, lui dedica la sua vita alla lettura ed è responsabile anche del successo di un grande best seller. È quasi venerato, tanto che lo invitano addirittura a leggere in pubblico, e la gente lo ammira, estasiata. Ottavio però ha anche un’ossessione per Ligeia Tissot, una donna conosciuta su un social network, Panorama, appunto. Non l’ha mai vista né incontrata, ma ha solo visto negli anni le foto del suo letto disfatto, cosa che lo ha spinto ad iniziare a scrivere. Appunti di ciò che lei gli faceva vedere nelle foto. Intorno a questo personaggio ruota tutta una storia a cui bisogna prestare parecchia attenzione, senza fermarsi solo a leggere le parole. Ci sono diversi spunti di riflessione che, andando troppo velocemente (e può succedere perché il libro è breve), si rischia di non cogliere, come ad esempio il ruolo dei social network oggi, la situazione dell’editoria e l’idolatria nei confronti di certe figure, oppure ancora le strane pulsioni umane e il voyeurismo, il desiderio di ficcare il naso nelle vite altrui.
DETTAGLI: Panorama, Tommaso Pincio, Romanzo, Letteratura italiana, 200 pp., NN editore 2015, 13 €, 4/5 stelline


16422591_1841309649415953_172744979047600112_oLa vegetariana di Han Kang è un romanzo che ho deciso di leggere come breve intervallo tra robe più corpose, ma che non credo di aver apprezzato molto, come invece hanno fatto altri. La storia è quella di Yeong-hye, una donna che una notte fa un sogno sanguinoso e raccapricciante e improvvisamente decide di diventare vegetariana. Se qui da noi la cosa può sembrare normale, nella società della protagonista è quasi un sacrilegio: la famiglia accoglie la scelta con rabbia e inizia a trattarla come se fosse pazza, l’unico che non la critica e, anzi, tenta di avvicinarsi a lei è il marito della sorella. In realtà Yeong-Ye può davvero essere instabile mentalmente, ma il suo disagio interiore (quello che ha nei confronti della carne) inizia a venire fuori piano piano fino a quando non diventa un disagio totale, nei confronti di quasi ogni essere animale, e sprofonda nell’anoressia nervosa.
Questo libro non mi ha presa, non mi sono sentita trasportare dalla sofferenza della protagonista e addirittura c’è qualcosa che mi ha infastidito, anche se non saprei dirvi cosa perché davvero non sono riuscita a capire. Potrebbe essere il modo di raccontare la storia, il linguaggio che cambia per ciascuna delle tre parti di cui La vegetariana è composto.
DETTAGLI: La vegetariana, Han Kang, trad. Milena Zemira Ciccimarra, 2007, Romanzo, Letteratura sudcoreana, 177 pp., Adelphi 2016, 18 €, 2/5 stelline


15941206_10210560732485948_6420604488741780400_nFurore di John Steinbeck lo abbiamo letto all’interno del gruppo di lettura di LeggoNobel. La storia inizia quando Tom Joad esce di galera, torna a casa e non trova più nessuno, tutto è cambiato. In realtà la sua famiglia si è già messa in marcia per andare a cercare una vita migliore in California, luogo quasi fiabesco in cui troveranno lavoro, la natura è rigogliosa e tutto sarà più facile. Ma non sarà così facile perché verranno trattati da fuggiaschi ovunque arrivino e mentre perdono pezzi vengono anche rifiutati. Cambiando molte parole ci ritroviamo a leggere la storia di molte persone che oggi fuggono dai loro luoghi d’origine per avere più denaro e benefici in posti che credono siano migliori, ma che in realtà non lo sono, anche perché poco aperti a ricevere il prossimo. Il linguaggio di Steinbeck si adatta perfettamente a quello dei personaggi, gente poco istruita che spesso ricorre a frasi fatte e proverbi per mostrare una saggezza popolare che, però, in certe situazioni serve a poco. Ci sono punti molto belli e punti che non mi hanno trasmesso nulla, quindi il mio giudizio globale è esattamente a metà tra un estremo e l’altro della scaletta di stelline. Non l’ho apprezzato come avrei dovuto e mi dispiace molto. Ho confermato però la mia impressione che il 99% dei romanzi americani è contraddistinto dalla presenza della polvere.
DETTAGLI: Furore, John Steinbeck, trad. Sergio Claudio Perroni, 1939, Romanzo, Letteratura americana, 633 pp., Bompiani 2013, 11,90 €, 3/5 stelline

La nuova sfida di Modus Legendi: mandare in classifica “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini

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Conoscete Modus Legendi? È una bella iniziativa volta a diffondere la buona letteratura, che nasce dalla comunità Billy, il vizio di leggere e dall’iniziativa di Angelo Di Liberto e Carlo Cacciatore. Spesso vediamo in cima alle classifiche di vendita libri che sono un insulto alla cultura e per i quali (citando Michela Murgia) “gli alberi si vendicheranno”. Per questo motivo, Modus Legendi si propone di mandare in classifica libri belli, che abbiano un certo valore, così nella prima e nella seconda edizione ha proposto ai lettori della comunità una cinquina di titoli tra cui scegliere quale supportare: nella prima, lo scorso aprile, ha vinto Il posto di Annie Ernaux, nella seconda (la cui votazione si è conclusa pochi giorni fa) il popolo ha scelto Neve, cane, piede di Claudio Morandini, che io ho letto un po’ di tempo fa (QUI la mia recensione). Per farlo andare in classifica non dobbiamo fare altro che acquistarlo in libreria dal 12 al 18 febbraio, ma attenzione: l’acquisto viene registrato solo se fatto in una delle librerie che fanno parte del circuito nazionale (cercate qui quella più vicina a voi).

Durante questa settimana ci saranno diverse iniziative in molte librerie. Il 15 febbraio si terrà la Maratona Modus Legendi gestita da Chiara Beretta Mazzotta (#MaratonaML): in questa giornata i librai aderenti faranno una staffetta passandosi la voce, raccontando chi sono, la propria esperienza con Modus Legendi e parlando di Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Exòrma Edizioni). A Palermo saremo particolarmente fortunati perché proprio il 15 l’autore sarà qui, alla libreria Feltrinelli, a parlare del libro insieme ai Billyni e poi parteciperà a una cena coi lettori organizzata dalla Modusvivendi (per tutte le info ecco qui l’evento).

Allora, supporterete anche voi questo bel libro? Mandiamolo in classifica, perché se lo merita davvero!

Da “Viaggiatori nel freddo” di Sparajuri

Marina [Cvetaeva] ha attraversato il secolo sempre sull’abisso con il filo a piombo, con la vertigine. E forse è sbagliato rappresentarla con sembianze umane, meglio un quadro astratto di Suetin o di Malevič. O uno spartito musicale, che sbiadisce e scompare appena diventa suono. Un susseguirsi di note e annientamento. Oppure potremmo immaginarla come una macchia luminosa, un asterisco, un punto croce. Se le avessero chiesto consiglio, avrebbe sicuramente accettato la mia interpretazione, invece l’hanno fatta così, preferendo il classico monumento naturalista e psicologico. Il suo corpo adulto, piegato e immobile. Le ginocchia e i gomiti flessi. Le mani che sorreggono la testa grave, lo sguardo in basso. La vita che le rotola addosso come il macigno di Sisifo. Quando vediamo questo monumento dobbiamo fare un lungo respiro e immaginare che tutta la gravità del metallo si possa da un momento all’altro librare in un veloce passaggio d’ombre tra cavalli in fiamme e le piroette di un valzer.

[“Viaggiatori nel freddo”, Sparajurij,
Exòrma, 2015,
237 pp., 15,90 €]

 

15844693_10210554154401500_3499666303565243245_oLeggo Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura e mi accorgo quanto sia profonda la mia ignoranza per quanto riguarda la letteratura russa. Purtroppo, a parte qualche caso isolato, ho sempre avuto difficoltà con questi autori, perché li ho spesso giudicati troppo prolissi, troppo introspettivi e mi sono persa tra le loro parole. Con delle eccezioni, ripeto. Ma credo sia anche una questione di età in cui li si legge; devo riprenderne molti perché forse questo potrebbe essere il momento giusto. Chi può saperlo?
Ma nonostante queste mie difficoltà, lo scorso giugno, a Una marina di libri, ho voluto acquistare questo bel libro di Sparajurij che già dal titolo mi affascinava molto e che rappresenta un viaggio tra le vie di Mosca e sui treni notturni per esplorare i luoghi della grande letteratura russa. Il risultato è che, non solo mi sono innamorata di autori che non ho mai affrontato, ma che adesso mi è anche venuto il forte desiderio di andarci, in quei luoghi. Perché leggendo queste pagine è inevitabile che succeda, sembra quasi di incrociare questi personaggi per strada, di vederli passare mentre vivono le loro vite. Nello stralcio che ho condiviso con voi, nello specifico, si parla del monumento di Marina Cvetaeva, una grande scrittrice e poetessa russa che da tantissimo tempo mi affascina (insieme ad Anna Achmatova, anche lei “presente” nel libro) ma che purtroppo non ho affrontato se non a piccole dosi.
L’idea che Viaggiatori nel freddo è che per quanto siamo andati avanti nel tempo, per quanto gli autori citati non ci siano più, essi sono ancora presenti nella memoria e nelle vene di Mosca, anzi ne rappresentano quasi il cuore pulsante, perché ogni angolo della città sembra ricordarli e celebrarli. Ovviamente, poi, è molto più semplice “percepirli” quando si ha una cultura letteraria in quel campo come nel caso di Sparajurij, che è un nome unico che sta a rappresentare un collettivo di scrittori nato alla fine degli anni Novanta. A scrivere in questo volume sono Elisa Baglioni, che si dedica alla traduzione di narratori e poeti moscoviti contemporanei, e Francesco Ruggiero, fondatore di Sparajurij, che si occupa di letteratura russa contemporanea. Io, anche senza avere la loro esperienza, sono riuscita a seguire con grande trasporto il loro racconto di viaggio e ad appassionarmi alla lettura; questo per dirvi che non è detto che dobbiate essere dei grandi esperti per leggere Viaggiatori nel freddo.
Adesso non mi resta che andare a cercare tutto quello che di russo riesco a trovare e leggerlo!


Elisa Baglioni (1980) ha vissuto a Mosca per diversi anni. Si dedica alla traduzione di narratori e poeti moscoviti contemporanei.
Francesco Ruggiero (1977) è fondatore di sparajurij e redattore del periodico «Atti Impuri». Si occupa di letteratura russa contemporanea.
Sparajurij è un collettivo che nasce alla fine del secolo scorso per sperimentare ogni forma di “scrittura totale” integrando elementi diversi, verbali, visivi e performativi, della parola. Al video Un appunto importante è stato assegnato il primo remio al DoctorClip, Festival italiano di videoclip di poesia nato a Roma nel 2005. Dopo la raccolta di racconti .noibimbiatomici, edito da Celid nel 2001, pubblica prose e poesie su antologie e riviste letterarie.
Dal 2005 cura la collana Maledizioni, dedicata alle voci nuove della poesia italiana di ricerca e dal 2010 il luogo di scritture di Atti Impuri, proponendo testi inediti dei più originali scrittori e poeti italiani ed europei.

“La figlia sbagliata” di Raffaella Romagnolo

Riccarda è un nome orrendo, pensa. Da maschio.
Il nome di una che, come viene al mondo, è già sbagliata.

 

la-figlia-sbagliataQuando sei un lettore vorace non ti basta più un solo libro alla volta, quindi ne inizi sempre di nuovi e ti ritrovi ad averne tanti messi da parte e a dedicare un po’ di tempo ad ognuno di essi. Poi mettiamoci pure che a volte ci si trova immersi in letture di gruppo scandite da tappe; tappe che magari hai raggiunto in anticipo e pensi: ma non posso incastrare un libro piccolino in questi tre giorni che mi rimangono prima di iniziare la tappa successiva? Ebbene, questo è il motivo principale per cui qualche giorno fa ho letto La figlia sbagliata di Raffaella Romagnolo, edito da Frassinelli nel 2015 e candidato al Premio Strega 2016. Devo confessare che anche se non mi ha entusiasmato non è una cattiva lettura e che il vero senso di questo libro si riesce a cogliere più o meno dopo averne superato la prima metà.

La storia inizia quando Ines Banchero sta risistemando la cucina dopo aver cenato e suo marito Pietro Polizzi è seduto a tavola chinato sulla settimana enigmistica. Lei gli parla, ma lui come al solito non sembra essere molto preso dalle parole della moglie, solo che in quel particolare momento Pietro sta avendo un infarto e sta morendo. Ines ci mette un po’ prima di accorgersene, ma poi invece di chiamare aiuto o fare qualcosa decide di andarsene a dormire tranquilla. Non abbiate paura, questo non è il riassunto del libro, ma solo una premessa, gli avvenimenti narrati nel primo capitolo e da cui poi parte una serie di flashback e spiegazioni che ci aiuteranno a capire meglio perché Ines si sia comportata così.

Pietro e Ines sono sposati da quarantatré anni, ma sono insieme da quarantacinque, hanno avuto due figli, Vittorio e Riccarda, che hanno preso strade diverse e hanno fatto scelte non sempre approvate dai genitori. Vittorio è il figlio perfetto, bellissimo, sempre educato, bravo a scuola, primo ai campionati di nuoto, eccellente all’università e nel lavoro; Riccarda, invece, è tutto il contrario: ribelle, non bella come il fratello, in continuo contrasto soprattutto con la madre, desiderosa di fare teatro e di andare a vivere da un’altra parte (praticamente l’ha cresciuta la zia, più che i suoi). Se i due ragazzi hanno un legame fortissimo, speciale e ognuno è cosciente di cosa viva l’altro, il rapporto che hanno coi genitori è diverso per entrambi: Vittorio è letteralmente soffocato di attenzioni dalla madre che si occupa perfino di preparargli il pranzo del giorno dopo prima che lui vada al lavoro, mentre Riccarda viene continuamente criticata e abbandonata a se stessa. Il padre, Pietro, invece, è camionista, sempre in giro, e non c’è mai.

Quella che la Romagnolo ci descrive è l’infelicità di cui è pervasa la famiglia Polizzi: ognuno dei suoi membri vive la sua insoddisfazione in maniera diversa. Uno non si sente libero ma sempre legato alle attenzioni e alle aspettative di una madre troppo affettuosa, un’altra vorrebbe affetto ma affronta la vita da sola, uno non c’è mai, e un’altra si sente bloccata dalle convenzioni sociali e da un’esistenza che forse le sta stretta ma in cui non le è mancato quasi nulla. Fin dall’inizio la figura di Ines appare insopportabile, specie durante la descrizione dell’infanzia di Vittorio e Riccarda, quando adorava un figlio e lasciava da parte l’altra, la figlia sbagliata. Ma, come ho detto in precedenza, tutta la prima parte trova la sua spiegazione nella seconda, dopo un avvenimento tragico che coinvolge tutta la famiglia e che aiuta a capire meglio il comportamento di tutti i suoi membri.

La figlia sbagliata è il racconto di una famiglia e dei suoi legami: quello di un marito e una moglie che quasi non si parlano più ma continuano a vivere insieme perché così hanno sempre fatto; quello di una madre che dà troppo amore ad un figlio senza lasciarlo libero di vivere la propria vita come vorrebbe ma facendogli desiderare una libertà assoluta; quello di una madre che quasi non tollera la figlia e che non le dà lo stesso affetto che riserva al fratello.
Si tratta di un libro drammatico che però non mi ha coinvolta troppo, cioè non sono arrivata a lasciarmi trasportare dalla tristezza della famiglia Polizzi, a non staccarmi dalle pagine. Non si è rivelato abbastanza potente per me, ma sono stati in tanti ad osannarlo, quindi vale comunque la pena leggerlo.

Buona lettura!

Titolo: La figlia sbagliata
Autore: Raffaella Romagnolo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 170
Prezzo: 15 €
Editore: Frassinelli

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota


Raffaella Romagnolo, nata a Casale Monferrato nel 1971, vive a Rocca Grimalda con il marito. Ha scritto L’amante di città(Fratelli Frilli, 2007) e, per Piemme, La masnà (divenuto anche uno spettacolo teatrale) e Tutta questa vita (finalista al Premio Peradotto). http://www.raffaellaromagnolo.it

In breve: “Festa mobile” di Ernest Hemingway

La Parigi dei bei tempi andati,
quando eravamo molto poveri e molto felici.

 

15844518_1829648237248761_1310775110420641189_oSono già diversi giorni che ho finito di leggere Festa mobile di Ernest Hemingway, ma non sono riuscita a parlarvene perché onestamente non so da dove cominciare. Questo è uno dei motivi per cui, alla fine, ho scelto di farlo “in breve”: ci sarebbero milioni di cose da dire ma, di contro, si tratta del mio autore del cuore e quindi l’emozione, ogni volta che lo leggo, mi travolge e il cervello va in pappa. Balbuzie mentale, vorrei chiamarla. Ad ogni modo, proviamoci.
Hemingway cominciò a scrivere questo libro nell’autunno del 1957, quando si trovava a Cuba, se lo portò in giro nei suoi vari spostamenti e lo concluse nella primavera del ’60, di nuovo a Cuba. In esso troviamo brevi stralci della sua vita a Parigi tra il 1921 e il ’26, da quando, cioè, si era da poco sposato con la sua prima moglie Hadley fino a quando arrivarono i ricchi (leggi Pauline Pfeiffer, quella che divenne la seconda moglie).

Ogni capitolo è dedicato a una situazione o a una persona importante che ha conosciuto durante il suo soggiorno francese o che comunque ha avuto una certa influenza sulla sua vita. Parliamo di Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda (sembra che Ernest fu il primo ad accorgersi dei suoi problemi mentali), Ford Madox Ford e, soprattutto, Gertrude Stein. La signorina Stein, che all’epoca trascorreva la sua vita in libertà con “l’amica che all’epoca viveva con lei”, è stata una figura di riferimento per moltissimi artisti che hanno chiesto spesso i suoi consigli per capire che strada seguire con la loro opera, ed è quella che rivolse ad Ernest in particolare la frase: «Siete tutti una generazione perduta» (anche se poi è stato affermato che la frase fu presa in prestito dal proprietario del garage che si occupava dell’auto della Stein). E quella fu davvero una generazione perduta, una generazione di scrittori che bevevano grandi quantità di alcool, che spendevano i propri soldi per viaggiare e vivere emozioni forti e facevano tutto ciò per combattere il vuoto che minacciava le proprie vite. Una generazione tragica di cui troviamo i maggiori rappresentanti in Festa mobile.

Sapevo ormai che ogni cosa buona o cattiva quando veniva a mancare lasciava un senso di vuoto. Ma se era cattiva il senso di vuoto spariva da sé. Se era buona l’unica cosa da fare per riempire quel vuoto era trovarsi qualcosa di meglio.

Quello che emerge da questi racconti personali è Ernest nella sua spontaneità, nella sua vita vera, non filtrata dai personaggi dai nomi inventati dei romanzi. Il suo amore per Hadley, per il piccolo Bumby, la preoccupazione di avere pochi soldi e di non avere qualcuno che gli pubblicasse i racconti, i momenti di sconforto, i consigli degli amici e della sua mecenate, la confusione scatenata dall’arrivo dei ricchi che ti conquistano con i loro soldi e le loro promesse. Sembra quasi che fino a quel punto Hemingway cercasse una vita fatta di gioie autentiche e pure, che se la sia fatta sfuggire e che poi si sia consumato per il resto della sua esistenza nella più totale infelicità (fino al momento in cui non è stato più capace di “combattere”).
Festa mobile è stato pubblicato circa tre anni dopo la morte di Ernest Hemingway, nel 1964, e non è etichettabile semplicemente come un libro di ricordi. È molto di più: è la testimonianza di un’epoca, di uno stato d’animo, del cuore vero di un uomo che poi non è più tornato.

Buona lettura!

Titolo: Festa mobile
Autore: Ernest Hemingway
Traduttore: Vincenzo Mantovani
Genere:
 Autobiografico
Anno di pubblicazione:
 1964 (2013 questa edizione)
Prezzo: 9 €
Editore: Mondadori

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

“Oggi disegneremo la morte” di Wojciech Tochman

9788889767573_0_0_1609_80Come vi avevo accennato nel post precedente, il primo libro che ho letto in questo nuovo anno è stato Oggi disegneremo la morte (Keller editore), che ho ricevuto in dono durante la serata organizzata dalla libreria Modusvivendi. Io sono una persona che ha bisogno di emozioni forti, nella vita come nella lettura, e che non riesce a farsi coinvolgere da qualche parolina carina messa a caso, ma vuole roba che abbia una certa sostanza; per questo motivo già da un po’ di tempo andavo chiedendo in giro titoli di libri drammatici o che comunque tenessero incollati alle pagine e fossero particolarmente coinvolgenti. Il caso ha fatto la sua parte e il libro giusto è caduto nelle mani giuste, infatti ho iniziato il 2017 col botto.
Quello che ho letto è un reportage di Wojciech Tochman – reporter, scrittore e direttore dell’Istituto Polacco di Reportage di Varsavia – sul genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994 e delle conseguenze che ne sono derivate sulla popolazione.

Ora, io nel ’94 avevo cinque anni e quindi non è che fossi particolarmente informata di ciò che mi accadeva intorno, ma sono convinta che, come avviene in questi casi, molto sia stato taciuto. Adesso che ho letto questo libro e che, per ovvi motivi, mi sono documentata un po’ (almeno per capire di cosa stessimo parlando), mi viene da dire che ci sono tante cose che non sappiamo e di cui non parliamo, e che quando pensiamo a genocidi o a massacri ce ne viene in mente sempre e solo uno. Senza togliere importanza a quello, beninteso.
Ma quello in Ruanda nel 1994 sembra sia stato uno degli episodi più sanguinosi e barbari avvenuti in Africa nel ventesimo secolo. In un periodo di circa cento giorni, dai primi di aprile alla metà di luglio, vennero massacrate in diversi, atroci modi, circa un milione di persone principalmente di etnia Tutsi, anche se poi furono coinvolti anche alcuni Hutu. La motivazione principale, quella che si considera scatenante, fu l’odio tra queste due etnie, la prima delle quali era composta da allevatori e rappresentava il 20% della popolazione, mentre la seconda da agricoltori.

Tochman, che in questo libro alterna racconti a testimonianze dirette di sopravvissuti o parenti delle vittime, ci fa capire senza addolcire la pillola che cosa furono costretti a vivere gli abitanti del Ruanda in quel periodo. Ho letto cose che non avrei potuto mai immaginare, atrocità che non pensavo potessero venire in mente neanche alla mente più contorta e subdola che possa abitare questo pianeta. A parte la totale mancanza di rispetto e considerazione nei confronti delle donne, che comunque non sembra ancora essere stata superata in molte parti del mondo, in Ruanda molti ragazzini sono stati costretti ad assistere allo stupro delle loro madri, c’è chi è stato sventrato e lasciato agonizzante con gli intestini che fuoriuscivano, ad altri sono stati cavati gli occhi e perforati i timpani. Per non parlare della grandissima percentuale di donne che magari si sono salvate, sì, ma che ovviamente hanno contratto malattie come l’AIDS e hanno tentato il suicidio per questo e altri motivi correlati. Per non parlare dei bambini.

Thierry Ishimwe, nove mesi. Nella foto è steso su un lenzuolo a fiori. Ucciso con un colpo di machete tra le braccia della madre.
(…)
David Mugiraneza, dieci anni, nella foto indossa una camicia bianca con il colletto rigido. Appoggia il mento sulla mano, ha l’aria da intellettuale. Sognava di diventare medico. Seviziato a morte.
Ariane Umutoni, quattro anni. Una coltellata in mezo agli occhi.
Fillette Uwase, due anni. Sfracellata contro un muro.

Ma l’autore non riporta solo le parole o il ricordo delle vittime, dei sopravvissuti, di medici, infermieri o sacerdoti che lavoravano in quelle zone. Ci sono anche le testimonianze degli stupratori, di quelli che sono stati i carnefici che senza alcuna dignità (ma come potrebbe averne gente del genere?) sostengono che sono le vittime ad essersi inventate delle storie assurde per incastrarli, o che non era colpa loro, che non hanno fatto niente. Questo mentre sono rinchiusi dietro le sbarre. Da qualche parte – ma ho dimenticato di segnare il punto preciso e adesso è difficile ritrovarlo – ho letto che certi atti li compie chi non ha alcun rispetto per la vita; aggiungerei che questo rispetto manca non solo nei confronti delle vite altrui, ma perfino per la propria.

Per me Oggi disegneremo la morte è stato una lettura importante che mi ha aperto gli occhi su qualcosa di cui avevo solo sentito parlare, ma capisco che per molti possa essere un po’ forte, sia per il tema trattato che per la crudezza di certe “scene” (uso questo termine perché nonostante non ci sia nulla di visivo è impossibile non vedere queste cose nella propria mente). Se invece siete curiosi e forti, leggetelo, perché vi può arricchire, vi può insegnare tanto. Davvero.

Buona lettura!

Titolo: Oggi disegneremo la morte
Autore: Wojciech Tochman
Traduttore: Marzena Borejczuk
Genere:
 Reportage, Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 232
Prezzo: 15,50 €
Editore: Keller

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena