La morte di Virginia | Leonard Woolf

Ho comprato un po’ di tempo fa questo libriccino per la mia grande curiosità nei confronti di Virginia Woolf, una figura così importante e allo stesso tempo così fragile, e l’ho inserito tra letture più pesanti e voluminose, nonostante non sia per niente una storia piccola e leggera. La morte di Virginia è un estratto da The Journey not the Arrival Matters, autobiografia di Leonard Woolf pubblicata nel 1969, e qui il grande autore britannico parla della moglie, ma fa anche una ricostruzione – basata sulla propria esperienza – del periodo storico che va dal ’39 al marzo del ’41, quando lei si è tolta la vita. E alla morte di Virginia infatti arriva molto lentamente, nella seconda parte del libro, come se fosse qualcosa a cui prepararsi in modo graduale.
Agli albori della Seconda Guerra Mondiale, Londra è bersagliata da raid aerei e i Woolf si sono rifugiati in campagna nel Sussex, a Rodmell, ma anche lì presto cominceranno a udirsi gli scoppi delle bombe. La paura di essere catturati è grande e Leonard e Virginia sentono incombere su di sé il pericolo. Nel frattempo lei si butta a capofitto nei suoi scritti e lui è molto preso dalla situazione e spesso non si accorge di tanti segnali del fatto che Virginia non sta bene. Nella seconda parte, però, Leonard appare visibilmente preoccupato, si rende conto che la ricaduta dell’amatissima moglie non sembra essere come le altre, ma è sempre attento, cerca di mostrarle tutta la delicatezza di cui è capace, anche quando tutto le costa fatica. Virginia sta affrontando una battaglia contro una parte di sé che lui non può comprendere appieno, ed è cosciente che questa battaglia lei potrebbe anche perderla e soccombere.

Il 28 marzo del 1941 Virginia lascia diverse lettere. Al marito scrive:

Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.

Alla sorella Vanessa scrive: «Ho lottato, ma non ce la faccio più». Dopodiché abbandona il bastone sull’argine del fiume Ouse, si riempie le tasche di sassi e si lascia annegare nell’acqua.

Di lei, in questo libretto pubblicato da Lindau, c’è il ricordo di un marito che amava confrontarsi con una donna così intellettualmente forte, geniale, che amava passeggiare con lei o incontrare gli amici, e che in generale amava la vita con lei. È una testimonianza storica e anche privata di uno degli autori più importanti della letteratura inglese che ci permette di guardare il suicidio di Virginia dalla prospettiva – “privilegiata” – di chi le stava più vicino di chiunque altro. Emerge la figura di un uomo sensibile, innamorato e attento, che personalmente non avrei immaginato, nonostante avessi letto più volte la lettera d’addio della moglie e sapessi quanto si erano amati. Leonard sapeva, e tiene a sottolinearlo spesso, che lei voleva vivere, amava vivere, lottava per non cedere, ma la sua disperazione ha avuto la meglio e l’ha abbattuta, come una burrasca di vento nel ’43 abbatté uno dei due grandi olmi – che avevano chiamato Leonard e Virginia, come loro – sotto cui erano state sepolte le sue ceneri.

Un libro piccolissimo che si legge velocemente, ma parecchio denso.
Buona lettura!

Titolo: La morte di Virginia
Autore: Leonard Woolf
Traduttore: Paola Quarantelli
Genere: Autobiografia
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 92
Prezzo: 14 €
Editore: Lindau

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Il sale | Jean-Baptiste Del Amo

Nessuno sospetta che il tempo è già all’opera
e corrompe quel ricordo per fonderlo nell’oblio.

 

Ho comprato Il sale di Jean-Baptiste Del Amo (NEO edizioni) nella settimana ad esso dedicata da Modus Legendi, la rivoluzione gentile che ha come scopo far salire nelle classifiche di vendita la letteratura di qualità. Dopo varie votazioni, da parte di alcuni membri del gruppo e poi di tutti gli altri, questo aveva vinto e questo ci si era proposti di far arrivare tra le vette dei più acquistati. Solo che sono riuscita a leggerlo solo adesso, dopo mesi, e l’ho fatto insieme alla mia amica Elena (che prima scriveva qui e ora solo qui) con cui ho condiviso pareri man mano che avanzavamo nella lettura. Devo confessare che mi aspettavo tanto da questo libro, e forse per questo sono rimasta un po’ delusa. Oggi ve ne parlo in breve perché l’ho già finito da un po’ e dato che per me non è stato una lettura particolarmente incisiva temo di dimenticare determinate cose, e poi il periodo è abbastanza pieno e non riesco a star dietro a tutto.

La storia, in soldoni, è questa. Louise è ormai vedova di Armand, e decide di organizzare una cena coi figli che ormai sono lontani e hanno preso ognuno la propria strada. La vicenda di base si svolge in un’unica giornata, ma il tempo si dilata man mano che approfondiamo la personalità di ogni personaggio e, insieme a lui, ci lasciamo andare ai flashback con cui ricostruiamo il loro passato. Il momento della cena, che si avvicina sempre di più, acquista quasi il significato di un confronto tra queste persone così diverse ma così unite dall’aria di salsedine (Armand lavorava in mare) e da una storia familiare piena di problemi. Chi era Armand per ognuno di loro? Che cosa hanno passato in precedenza per provare questa ansia per l’incontro tra loro e con la madre? Ma soprattutto, andranno tutti alla cena? Chi si presenterà?

Mi piace molto lo stile di Del Amo, riconosco che c’è una ricerca attenta delle parole (merito anche della traduttrice Sabrina Campolongo), e il linguaggio è molto fluido e riesce a rappresentare perfettamente le emozioni, i sentimenti e i patimenti dei personaggi, quasi che il lettore in certi punti possa sentirli sulla propria pelle. Però non sono riuscita a sentire un vero e proprio trasporto mentre leggevo, ci sono stati momenti in cui sono andata parecchio a rilento perché non sempre mi sentivo partecipe del dolore dei membri di questa famiglia. Mi sembra che per raccontare la violenza, la negatività, le tragedie che hanno colpito queste persone (la morte di un padre, quella di una figlia, quella di un compagno malato, la fine di un matrimonio), sia messo in atto un tentativo di lirismo forse eccessivo, almeno per me. Se inizialmente Del Amo sembra molto delicato nelle descrizioni, questo indagare nell’animo dei suoi personaggi diventa sempre più profondo ma anche morboso (raggiungere il picco di potenza nella terza parte, quella più forte). A dispetto di questo, è un bel libro per quelli a cui può piacere il genere così potentemente introspettivo.

Buona lettura!

Titolo: Il sale
Autore: Jean-Baptiste Del Amo
Traduttore: Sabrina Campolongo
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2013
Pagine: 269
Prezzo: 16,00 €
Editore: NEO


Jean-Baptiste Del Amo (al secolo Jean-Baptiste Garcia) è nato a Tolosa nel 1981. È stato paragonato a scrittori del calibro di Émile Zola, Honoré de Balzac, Alexandre Dumas, Patrick Süskind e Gustave Flaubert. Con le sue opere, nel 2006, è stato premiato come miglior “Giovane scrittore” di Francia; nel 2008 è stato finalista del Premio Goncourt e del Prix Médicis, al vertice di importanza tra i riconoscimenti letterari francesi. Tutti i suoi libri in Francia sono pubblicati da Gallimard. Il Sale è la sua prima opera tradotta in Italia.

Timidezza e dignità | Dag Solstad

Per venticinque anni aveva assiduamente cercato
di adempiere alla missione della sua vita,
quale modesto e riservato professore,
pure con un magro stipendio.

 

Timidezza e dignità è un romanzo del norvegese Dag Solstad che mi ha colpito subito dalla copertina e dal titolo, ancor prima che dalla sinossi. Probabilmente mi sono resa conto che non si trattava di una storia troppo allegra e quindi dovevo leggerlo. Pubblicato in originale nel ’94 e poi per Iperborea nel 2010 con una traduzione di Massimo Ciaravolo, è la storia di Elias Rukla, un professore di liceo a Oslo che un giorno è intento a spiegare a una classe di studenti annoiati L’anitra selvatica di Ibsen. La scarsa attenzione che riceve, unita all’insofferenza nei confronti della sua routine, fa sì che Elias esploda in un moto di rabbia nel cortile della scuola – arriva a rompere il proprio ombrello e a insultare i ragazzi che passano. Da quel momento capisce che forse la sua carriera di insegnante finirà lì, perderà il lavoro. E come lo dirà alla moglie?
Inizia allora un viaggio a ritroso nella memoria, torna coi ricordi a quando lui stesso era uno studente universitario e conobbe Johan Corneliussen, un ragazzo dalla personalità magnetica che studiava filosofia e col quale intreccia un bellissimo rapporto di amicizia. Ricorda quando Eva Linde, che ora è sua moglie, era una ragazza affascinante, prima che si appesantisse con gli anni e la sua bellezza – ma non la sua eleganza – sfiorisse.

La notte dormiva con lei, in una camera appositamente arredata dell’appartamento di Jacob Aalls gate – già, così voleva esprimere la cosa, perché dire che dormiva con lei in camera da letto o nella loro comune camera da letto esprimeva così poco di ciò che sentiva nel dormire insieme a Eva Linde, tanto che, tra sé, chiamava sempre la camera da letto «la camera appositamente arredata dove dormo con lei».

In questo libro, che almeno per la prima metà è spaventosamente lento, il protagonista esprime tutto il disagio di una persona che non è felice nel contesto in cui si trova a vivere. Elias Rukla sembra annoiato nel rapporto con la moglie, non riesce a instaurare conversazioni di un certo livello con nessuno dei propri colleghi, e quando ce n’è uno che sembra valido non sa che approccio tentare con lui per avvicinarlo. Non trova confronto né dialogo, che è paradossale per un professore di lettere che per mestiere fa uso della parola forse nella sua accezione più raffinata. È come ingabbiato nella paralisi dell’esistenza sociale, come scrive Ciaravolo nella postfazione, non riesce ad uscire dal proprio ruolo.
Non esiste una divisione in capitoli, c’è solo un unico e lungo racconto in terza persona del crollo dell’individuo, che sembra ricordare lo stesso sentimento di disillusione di Solstad nella sua narrativa dagli anni Ottanta in poi. Se negli anni Settanta l’adesione al Comunismo poteva rappresentare per lui una speranza, nella produzione successiva, in concomitanza con la sconfitta storica (subita per gli ideali dell’autore), emerge una vera e propria sofferenza sociale.

Confesso che non si è trattato di una lettura molto semplice e scorrevole, nonostante il libro sia breve ci ho messo un po’ a finirlo a causa soprattutto della lentezza della prima parte. Ma letto con molta attenzione Timidezza e dignità è un romanzo in cui Solstad dipinge con grande potenza l’insofferenza che tutti proviamo quando accumuliamo tanti sentimenti contrastanti e quasi esplodiamo per non poterli esprimere. È inoltre una lunga riflessione sul ruolo della cultura al giorno d’oggi e soprattutto su chi ha il compito di trasmetterla agli altri.
Buona lettura!

Titolo: Timidezza e dignità
Autore: Dag Solstad
Traduttore: Massimo Ciaravolo
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1994 (2010 questa edizione)
Pagine: 176
Prezzo: 16,50 €
Editore: Iperborea

Cambio di rotta | Elizabeth Jane Howard

Quando ti liberi di qualcosa che ti sembrava difficile abbandonare,
poi hai la sensazione che quella cosa non sia mai esistita.

Ti senti più leggero e anche un po’ stupido.

 

Esce oggi in libreria un romanzo di Elizabeth Jane Howard che Fazi ci propone sempre con la preziosa traduzione di Manuela Francescon: Cambio di rotta. E io sono molto felice di annunciarvelo perché, come sapete, ho una passione sfrenata per questa autrice inglese. Il libro è uscito nel 1959 e all’epoca fu inserito nella lista dei migliori libri dell’anno da “The Sunday Times”. In più, da quello che leggo, è in fase di lavorazione un film tratto da questo romanzo, che vede come regista e protagonista Kristin Scott Thomas (bisognerà correre a vederlo). Ma passiamo alla storia.

Emmanuel e Lillian Joyce sono una coppia dell’alta borghesia ebraica londinese: lui è un famosissimo drammaturgo sessantaduenne di umilissime origini che è riuscito a crearsi una posizione di tutto rispetto; lei, quasi cinquantenne, è una donna molto fragile, di salute cagionevole, e raffinata. I due non hanno una casa fissa, abituati come sono a girare per il mondo insieme al manager di Em, Jimmy Sullivan, un trentenne che si occupa praticamente di tutto. Non viaggiano solo per seguire per teatri le commedie scritte da Emmanuel, ma si concedono anche numerose vacanze. Comunque,  la segretaria di Mr. Joyce, Gloria, è stata licenziata proprio prima che il gruppo partisse per New York (la ragazza è stata una delle tantissime scappatelle dell’uomo) e bisogna trovarne una nuova. Lillian per caso conosce Sarah, che viene rinominata Alberta (i Joyce hanno avuto una bambina, Sarah, che è morta molto presto) e che sembra fare al caso loro. È una ragazza molto pacata, dolce e genuina che proviene dalla campagna ma che a quel punto si trova in un mondo del tutto diverso, pieno di bei vestiti, ristoranti costosi e agi. Il suo fascino inizia a colpire Em e Jimmy e suscita il timore di Lillian che possa diventare l’ennesimo flirt di suo marito, ma quando i quattro andranno in Grecia per una vacanza ci sarà un vero e proprio cambio di rotta nelle vite di tutti.

«Diceva che ad abbracciare forte un segnale stradale, a un certo punto ci si affeziona al punto da scordarsi che cos’è, a cosa serve. È spiacevole ma può succedere, a un segnale stradale. Quello che cercava di dire è che le persone non sono fatte per essere dei punti di riferimento come li intendo io: o forse invece sì, ma nessuno è all’altezza di un compito simile».

Ogni capitolo è riferito a un personaggio diverso e al suo personale punto di vista, strategia che ci aiuta a capire meglio ogni aspetto della storia e i rapporti personali che si instaurano tra i quattro protagonisti (che, per la stessa ragione, sono caratterialmente molto approfonditi). Riusciamo a vedere la crescita di ognuno di loro, il cambiamento che avviene da quando Alberta arriva nelle loro vite e quasi li costringe a guardare tutto da una prospettiva diversa: Jimmy s’interroga sulla sua totale dipendenza da Em, Lillian inizia a rendersi conto di recitare da anni il ruolo della donna fragile, gelosa e capricciosa, ed Emmanuel capisce che l’unica donna che dovrebbe amare e a cui dovrebbe far riferimento è la moglie. Se Alberta inizialmente sembra a Lillian una minaccia, la donna poi si rende conto che la ragazza (ha solo diciannove anni) non ha interessi particolari, e inizia quasi a provare affetto nei suoi confronti. E il fatto che abbia lo stesso nome della figlia scomparsa probabilmente influisce.

Elizabeth Jane Howard, con lo stile elegante che la contraddistingue, racconta la mondanità e gli agi della classe borghese di fine anni Cinquanta e ci propone una riflessione sui noi stessi e sulle scelte compiute nella vita. Tutti i personaggi si interrogano sul loro vissuto e si rendono conto di essere arrivati a un punto in cui cambiare rotta è necessario ma non forzato, bensì quasi naturale, come se avessero esaurito le energie spese fino a quel momento. Ed è una cosa in cui è facilissimo rispecchiarsi perché si tratta di un processo che più o meno tutti mettiamo in atto nella vita.

Buona lettura!

Titolo: Cambio di rotta
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 6 settembre 2018
Pagine: 363
Prezzo: 18,50 €
Editore: Fazi

 

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Volo di paglia | Laura Fusconi

Il libro di cui mi accingo a parlarvi esce oggi in libreria per Fazi, ed è l’esordio letterario della giovanissima Laura Fusconi, nata in provincia di Piacenza nel ’90. Si tratta di Volo di paglia, una storia ambientata ad Agazzano che inizia nei primi anni Quaranta, quando Tommaso, Camillo e Lia giocano a rincorrersi nei campi o a tuffarsi da altezze più o meno considerevoli nelle balle di paglia (da qui il titolo). Lia Draghi è una bambina bellissima, la più bella della classe, e si dà il caso che sia anche la figlia del ras della zona, uno squadrista molto feroce e temuto da tutti i compaesani, nei confronti dei quali si permette qualsiasi cosa. I Draghi vivono nella casa più grande e bella di Agazzano, e l’unica occupazione della bambina è tentare di farsi voler bene da questo padre sempre così cattivo e impegnato negli affari che una della sua età non può ancora capire bene.
Ma parti della storia sono relative alla fine degli anni Novanta, quando quella enorme casa è ormai diroccata e nessuno vuole metterci piede perché cinquant’anni prima vi è accaduto qualcosa di atroce. Ma due bambini, che come quelli di qualche generazione più indietro giocano ancora a volo di paglia, decidono di andare lì a giocare e in qualche modo vengono a contatto con antichi demoni dal passato. E poi c’è Mara, che dopo tanti anni dalla morte di Stefano, il ragazzo che amava, torna in quelle zone per fare ordine nei suoi ricordi e sentimenti, e scoprirà, grazie anche ai due bambini, che cosa si cela nella storia passata di Agazzano.

Luigi chiuse gli occhi e pensò all’inferno di Dante, pensò che era meno spaventoso di quello in cui si trovava lui ora, immaginò gli occhi di Caronte e le zanne di Cerbero e iniziò a ripetersi i peccati dei nove gironi fino al lago ghiacciato al centro della terra. Gli uomini con la camicia nera e i Draghi erano nelle tre bocche di Lucifero.

Mi sembra molto interessante il modo in cui l’autrice, per gran parte della storia, racconta la visione del fascismo da parte dei bambini, alcuni dei quali spesso non hanno chiare le situazioni come gli adulti. Quando Gerardo Draghi nella taverna infastidisce e offende Bartali nell’aria si respira vero e proprio terrore, ma nessuno riesce ad opporsi; tutti però sono sicuri di sapere come mai un giorno il piccolo Franco Bartali non sia più tornato a casa dai genitori. Oppure, come interpreta Luigi – un bambino che è stato preso in casa dal parroco del paesino – il fatto che una banda di uomini violenti entri nella dimora di Don Antonio e lo picchi fino a ridurlo quasi in fin di vita? Innanzitutto la associa a quei versi della Divina Commedia che il prete ogni tanto gli legge, ma impara qualcosa che lo segnerà per tutta la vita, anche quando da adulto prenderà i voti come chi lo ha cresciuto.

Di che aura negativa si trattasse non avevano idea, per cui se l’erano inventata da soli: all’interno della Valle ci abitava l’Ombra, un’entità che poteva assumere diverse forme e risucchiare le persone fino a inglobarle, facendogli perdere consistenza.

Ma Laura Fusconi non ci racconta tutto subito, ci lascia qualche informazione qua e là, fa continui salti temporali di cinquant’anni (avanti e indietro) per dare al lettore la possibilità di ricostruire tutta la storia, un elemento alla volta, nell’attesa che arrivi Mara a mettere ognuno di questi pezzi al proprio posto. Negli anni Novanta ormai molti non ci sono più, altri hanno perso il senno, altri ancora vivono ancora ad Agazzano ma portano nel cuore le tracce di quell’Ombra che ha stravolto le vite di tutti.

Devo dire che pur essendo una storia forte, il modo di narrare della Fusconi è sempre leggero e misurato. A dispetto, però, di questa sensibilità, si avvertono la paura, l’ansia, la preoccupazione dei personaggi che sentono di continuo l’Ombra che aleggia su di loro. È come se il passato e il presente a un certo punto si scontrassero e fosse Mara, tornata ad Agazzano dopo tanto tempo, a dover chiudere quel capitolo importante della storia del paese.
Volo di paglia è un romanzo davvero coinvolgente a cui bisogna prestare parecchia attenzione. Mi è piaciuto molto lo stile dell’autrice e il modo in cui ha strutturato la storia a spezzoni e, se questo è l’esordio, possiamo aspettarci molto altro in futuro.

Buona lettura!

Titolo: Volo di paglia
Autore: Laura Fusconi
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 30 agosto 2018
Pagine: 220
Prezzo:  15,50 €
Editore: Fazi


Laura Fusconi è nata a Castel San Giovanni (Piacenza) nel 1990. Dopo il liceo e la laurea in Graphic Design&Art Direction, si è diplomata presso la Scuola Holden. I suoi racconti sono usciti su «effe», «Verde rivista», «Achab» e «Horizonte».

In viaggio con Benjamin – Verso la sperdutezza | Martin Vopěnka

Io ho vissuto.
Chi può dire lo stesso per sé?

 

Come sostenevo nel post precedente sulle vacanze letterarie in India, i libri sono un meraviglioso modo di viaggiare: ci danno la possibilità di esplorare con la mente luoghi in cui non siamo mai stati e che chissà se vedremo mai. Oggi vi voglio riportare in Europa e nello specifico nella Repubblica Ceca, per farvi conoscere un autore che lì è molto famoso e che è stato portato all’attenzione del pubblico italiano dall’editore siciliano Bonfirraro. In viaggio con Benjamin – Verso la sperdutezza (la traduzione del titolo originale sarebbe Pietre della montagna) è un romanzo di Martin Vopěnka pubblicato per la prima volta a Praga nel 1989 ed edito da Bonfirraro alla fine del 2017 con una traduzione di Stefano Baldussi. Vopěnka è il figlio di uno degli ultimi ministri della Pubblica Istruzione e nonostante abbia una laurea in ingegneria fisica e nucleare ha seguito la sua passione per la letteratura affermandosi come autore con una quindicina di romanzi di grande successo. È anche proprietario di una casa editrice, Prah.

Questo romanzo, che è l’esordio letterario di Vopěnka e apre la collana di narrativa straniera di Bonfirraro, vede come protagonisti un padre e un figlio, David e Benjamin, che si trovano a dover gestire le proprie vite dopo il trauma di aver perso una figura molto importante: una donna che per uno era la moglie e per l’altro la madre. Mentre sembra che David non fosse più innamorato della moglie e, anzi, avesse avuto altre relazioni, Ben deve capire che cosa significhi il fatto che la mamma non c’è più, che non può rivederla ma che in un certo senso la sua anima è sempre con lui; così sembra perdere interesse per le cose che lo entusiasmavano, come lo sport o altre attività che svolgeva. Il padre – che in tutto questo è rimasto da solo a prendersi cura di sé e del figlio – si rende conto che Praga in quel momento sta diventando quasi soffocante e che stare lì provoca dolore ad entrambi, così propone a Ben di partire per un viaggio verso la sperdutezza. I due allora fanno i bagagli e partono, anche se sembra una follia, come suggerisce tra l’altro il nonno.

Ma che cos’è questo viaggio verso la sperdutezza? È innanzitutto un volersi liberare di ciò che opprime, un volersi staccare dalla realtà ed esplorare il mondo. Questa sorta di vacanza, se da una parte permette loro di vedere luoghi meravigliosi (Vienna, Trieste, la Grecia, Corfù, la Romania…), dall’altra diventa un vero e proprio viaggio interiore che porta entrambi, in modi diversi, a interrogarsi su se stessi, a capire quali sono le reali necessità e quasi a tagliare i ponti con la realtà e con le persone amate. Se il figlio non sembra aver chiaro che la sperdutezza non è fisica, il padre lo sa bene e si spinge sempre più avanti, senza badare agli obblighi della vita o a chi è rimasto a casa e li sta aspettando. Ben dovrebbe cominciare la scuola, il nonno è preoccupato, la segretaria di David potrebbe aver messo le mani sui suoi fondi e avergli prosciugato i conti bancari. Ma questo non fa da deterrente.
Il legame padre-figlio diventa sempre più forte, ma man mano che si avvicinano alla vera sperdutezza David appare preoccupato e noi lettori con lui; la lettura diventa più faticosa mentre diventa faticoso andare alla deriva come fanno i protagonisti. Le riflessioni sulla vita aumentano di continuo.

Che cosa può fare realmente un essere umano? Fino a che punto ha diritto a sciogliersi dalle relazioni precedenti? Ha diritto a essere libero?

David non si esime dall’affrontare la parte più squallida di se stesso durante il proprio viaggio interiore, è importante sapere bene chi si è prima di allontanarsi dal mondo concreto. Anche la sua smania per il sesso, i suoi incontri fugaci con prostitute, donne appena incontrate e i suoi pensieri ricorrenti sono una parte costitutiva del suo essere. È come se perdere il contatto con la realtà lo portasse a uno stato animalesco in cui ciò che avverte sono i bisogni primari e le pulsioni sessuali; di conseguenza viene data una scarsa importanza anche alle figure femminili: la moglie triste e inadeguata, le altre donne  viste solo come mezzo per soddisfare un bisogno, e Petra, per cui forse c’è qualcosa di più, ma che viene di punto in bianco esclusa.

Ho letto con molto interesse questo romanzo, l’ho trovato coinvolgente e anch’io, come David, mi sono fatta tante domande. Se la sperdutezza in un primo momento può essere vista positivamente, come la libertà o il riparo dal caos della vita, a lungo andare però può fagocitarci, diventare pericolosa e farcelo perdere, il senso della vita, più che rivelarcelo. Forse bisogna arrivare ad abbracciare il vuoto per capire di dover tornare indietro.
Buona lettura!

Titolo: In viaggio con Benjamin – Verso la sperdutezza
Autore: Martin Vopěnka
Traduttore: Stefano Baldussi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1989 (2017 questa edizione)
Pagine: 345
Prezzo: 18,90 €
Editore: Bonfirraro

Parti con GoodBook.it | Vacanze letterarie in India

Per il periodo estivo, che coincide quasi per tutti con le vacanze, GoodBook.it dà vita sempre a iniziative molto carine. Questa volta si è deciso di creare un’agenzia di viaggi virtuale in cui ogni blogger che partecipa a “Parti con GoodBook.it” ha il compito di segnalare una località e far viaggiare i lettori attraverso consigli libreschi ambientati lì. Per quanto mi riguarda, ho scelto l’India, un Paese che sento molto, molto lontano da me, ma che comunque mi ha fatto piacere scoprire anche solo letterariamente. Anche se l’estate ormai sta finendo (ma siamo pur sempre ad agosto e poi il tempo per viaggiare non finisce mai!), passo ora a consigliarvi qualche bella storia che potete leggere se sognate anche voi di andare un giorno in India.

Cuccette per signora di Anita Nair  Nella stazione ferroviaria di Bangalore Akhila, una quarantacinquenne single e senza figli, sta per realizzare il sogno di una vita: prendere il treno e fare un viaggio da sola. Nello suo scompartimento ci sono altre cinque donne molto diverse tra loro per estrazione sociale e per età: una è anziana e non è mai riuscita a sperimentare la propria autosufficienza, un’altra ha solo quattordici anni ma è già molto matura, un’altra ancora è sposata con un marito tiranno. Ognuna di loro inizia a raccontare la propria storia alle altre e tutte si sentiranno meno sole. Fino al 1998 alla stazione di Bangalore c’era uno sportello della biglietteria dedicato ad anziani, portatori di handicap e donne, come sui treni c’erano anche le cuccette per signora (ladies coupé) da cui prende il titolo questo romanzo.
È una bella storia che ci mostra uno spaccato della vita delle donne indiane (il romanzo è del 2001, quindi sono già passati 17 anni) e c’è molto da riflettere sulla condizione della donna in generale in diversi paesi. Ci sono donne che contano poco senza il marito, che devono pensare attentamente a come vestirsi per non suscitare il desiderio negli uomini incontrati per strada, che devono obbedire all’uomo in modo incondizionato. Leggendolo sembra quasi di sentire i profumi dell’India e di vederne i colori. E ci sono anche delle ricette tipiche alla fine del libro!
[trad. Francesca Diano, Guanda, 2012]

Vidhana Souda, Bangalore [Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Vidhana_Soudha%5D

Passaggio in India di Edward Morgan Forster – Siamo a Chandrapore, una cittadina fittizia nei pressi del Gange, e la signora Moore è arrivata per incontrare il figlio Ronny, funzionario lì da molto tempo, insieme a quella che sarà sua nuora, Adela Quested. Negli anni del colonialismo inglese in cui l’Islam e la burocrazia islamica si fronteggiano, Adela non vuole essere la classica turista, ma vuole venire a contatto con la vera India. Conosce, così, Aziz, un giovane medico che ha studiato in Inghilterra e che rappresenta una guida perfetta. Le due donne vanno quindi in gita col ragazzo e Adela, entrata da sola nelle grotte di Marabar, esce da lì molto turbata (cosa le sarà accaduto?) e accusa Aziz di averla aggredita. Finiscono così nelle aule di tribunale, dando vita a uno scontro tra civiltà diverse pieno di pregiudizi e razzismo.
Con questo romanzo del 1924, Forster – autore britannico che forse ha conosciuto la fama più da morto che da vivo, grazie alle trasposizioni cinematografiche delle sue opere – fornisce una rappresentazione che potremmo definire ancora molto attuale del confronto tra l’Io e l’Altro che sfocia nello scontro tra Oriente e Occidente. L’autore definiva questo libro, che è considerato il suo grande capolavoro, come “il mio romanzo indiano influenzato da Proust”.
[trad. A. Motti, Mondadori, 2017]

La moglie di Jumpa Lahiri – A Calcutta, i fratelli Subhash e Udayan sono così simili fisicamente che, nonostante tra loro ci sia una differenza d’età di poco più di un anno, molta gente li scambia. Sono però molto diversi per carattere: il primo più pacato, riflessivo e ubbidiente coi genitori, il secondo più estroverso, impetuoso e vivace. Ovviamente prenderanno strade diverse: Subhash parte per gli USA e diventa uno studioso, mentre Udayan prende parte alle rivolte maoiste contro le ingiustizie subite dai contadini e sposa per amore Gauri, una studentessa di filosofia. Ma ecco che avviene la tragedia. A quel punto Subhash sente che è il momento di tornare a Calcutta e prendersi cura di ciò che ha lasciato il fratello, anche del cuore di Gauri, la moglie.
Se lo sfondo politico dell’India degli anni Settanta, tra rivolte e terrorismo, è importante, non è mai, però, in primo piano, non arriva mai a mettere in ombra la storia familiare di questi personaggi che vengono quasi visti crescere.
[trad. M. F. Oddera, Guanda, 2013]

A questo punto non mi resta che augurarvi buon viaggio in questo luogo meraviglioso del mondo!