#neilibrilamiastoria | “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas padre

Aderisco anch’io a #neilibrilamiastoria, la bella campagna di settembre GoodBook.it, e invito anche voi a farlo sul vostro blog se vi va. Si tratta di descrivere con tre aggettivi un libro che vi rappresenta o che vi piace in particolar modo, spiegare perché avete scelto queste tre parole e fare una brevissima recensione del testo in questione (potete prendere esempio da quello che sto per fare io). E usare l’hashtag, ovviamente! Per quanto mi riguarda, il mio libro del cuore è Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas padre, di cui ho già parlato per esteso tempo fa qui, ma di cui adesso devo ciarlare in maniera più concisa.

Imponente, elegante, perfetto

2855942-9788817063364Ricordo che fin dalla più tenera infanzia guardavo le miniserie e i film ispirati al Conte, in particolare ho sempre adorato in maniera folle quello con Depardieu, ma a un certo punto ho capito che vederlo in tv non mi bastava, volevo leggere il libro da cui era tratto, perché ero sicura che sarebbe stata un’impresa titanica ma estremamente soddisfacente. E così è stato, quando un paio d’anni fa ho letto questo tomo gigante in pochissimi giorni. Edmond Dantès è un uomo che non può non entrare nel cuore di ogni lettore, un uomo che all’inizio della storia viene tolto di mezzo perché considerato scomodo da altri personaggi, ma che capisce che la vendetta è un piatto che va servito freddo. Edmond ha la fortuna di incontrare in prigione un vecchio abate che in punto di morte gli mette a disposizione una grande fortuna che lui farà fruttare, con la quale studierà, si migliorerà e si ripresenterà al mondo come conte di Montecristo. Nessuno lo (ri)conosce, ma con la sua astuzia e i suoi mezzi riuscirà ad elaborare la sua vendetta.
È un libro imponente perché le pagine sono tante, adesso posso dirvi che oscillano tra le 800 e le 1250 circa, a seconda delle edizioni, ma la mole non deve spaventare, non è un mattone. È elegante perché Dumas racconta la grande sfida tra bene e male con uno stile unico, che non esisterà mai più. Infine, è perfetto perché non potrebbe essere migliore di com’è, non è uno di quei libri pieni di pagine che potrebbero essere tolte, ogni pagina è necessaria, ogni storia viene conclusa e ogni personaggio, nel bene e nel male, ha ciò che si merita.
Il conte di Montecristo mi ha stregato, per questo motivo lo considero il mio libro del cuore, il più bello che abbia mai letto, e lo consiglio vivamente a tutti.

E il vostro libro del cuore qual è?

“Le serenate del Ciclone” di Romana Petri

Le nature forti, purtroppo, quando cominciano
a lottare contro se stesse patiscono più di quelle deboli.
Ci mettono una tale frenesia
che somiglia all’autodivoramento.

 

14067702_1769683276578591_6153683693498386668_nCapita che quando leggi tanto ti apri alla possibilità di ricevere belle sorprese e che inizi a comprare libri solo perché hanno una bella copertina e ad affrontarne altri senza leggerne la trama. Per quanto riguarda Le serenate del ciclone di Romana Petri (Neri Pozza, 2015), vincitore del premio Mondello 2016 e finalista per il Supermondello, è successo proprio questo: ho cominciato a leggerlo e a metà ho avuto una sorpresa che definire bella sarebbe poco. Ma bisogna fare una premessa importante e, cioè, bisogna dire che io sono nata nel 1989 e che quindi molte cose accadute prima di quell’anno non ho potuto viverle. Sicuramente altri lettori più grandi di me avrebbero capito molto prima la storia raccontata in questo libro. Ma andiamo con ordine.

Siamo tra gli anni Venti e Trenta, Mario Pezzetta è un ragazzino che abita tra Perugia e Cenerente (frazione di Perugia in cui vivono i nonni materni e gli zii), ha una madre amorevole e un padre più assente che presente. Ma è proprio il padre a fare qualcosa di decisivo per lui: un giorno si accorge della passione del figlio per la musica e, messo qualche soldo da parte, gli regala un grammofonino. A quel punto il ragazzino non smette più di cantare, con gli amici crea una banda, lui si fa chiamare Ciclone per via del fatto che è bravo a fare a botte, tutti insieme guadagnano qualche soldino quando Mario canta le serenate su richiesta ai giovani innamorati. Nel frattempo il ragazzo cresce e decide di andare a Roma per studiare seriamente musica, viene mandato dal maestro Cusmic e per pagarsi le lezioni fa anche qualche incontro di pugilato, dato che è anche ben messo fisicamente. La storia di Mario, però, va di pari passo con quella del nostro paese, infatti arriva la guerra, ci sono i fascisti e i partigiani, il giovane deve rispondere alla chiamata alle armi ma per vari motivi, dopo qualche incidente e l’aiuto di un buon dottore, riesce a farsi da parte e tornare alla musica. Mario, infatti, dopo un po’ di tempo comincia a fare le prime audizioni e a ottenere diverse parti. Ma, gli dicono, Pezzetta, per uno alto e prestante come lui, non è che sia un cognome adattissimo, quindi è meglio sceglierne un altro. Allora lui, che ha sempre amato leggere di tutto, acchiappa il vocabolario di latino e con la prima parola che trova e che gli piace davvero sceglie il suo nome d’arte: Mario Petri.

«Te sei nato per fa’ altre cose. Io ‘nn lo so quali, ma ‘nn hanno niente a che vede’ con tutto quello che te circonda da quando sei nato. Sei nato qui, lo so, lo dici sempre. Ma te, ce sei nato per caso, o magari solo perché nasce in un posto non vuol di’ proprio un bel nulla. Da’ retta al tu’ nonno, te farai un’altra strada. Te, sarai ‘n artista.»

A questo punto ricordate la premessa che ho fatto prima di raccontare l’inizio della storia e immaginate quanto mi sia stupita del fatto che l’autrice desse il suo stesso cognome al protagonista del suo libro. Siccome, però, il cervellino bisogna farlo camminare, mi sono messa a cercare in giro e mi sono imbattuta in un personaggio che per la mia giovane età non ho potuto conoscere prima: Mario Petri, cantante e attore italiano, ovvero il papà di Romana Petri (anche il suo è un cognome d’arte preso dal padre).

La seconda parte del libro parte dalla nascita di Romana dall’amore di Mario e Lena, una ballerina classica che gli ha rubato il cuore. La vita della bambina è felice, il papà è famoso, è conosciuto, guadagna tantissimo e abitua la sua famiglia agli agi. Dopo un periodo in cui ha lasciato la musica a causa di una collega con cui anni prima ha avuto una storia, Giulietta Simionato, ma in cui ha comunque fatto diversi film, Mario ha finalmente deciso di cantare di nuovo. Casa Petri è frequentata da personaggi famosi come Maria Callas, Sergio Leone, il maestro Karajan, e Romana vive in un mondo fantastico. Mario Petri poi conosce Riccardo Muti, che gli promette tanto ma poi non mantiene. Questa è una grande delusione per Mario, il cui entusiasmo inizia a diminuire. I soldi scarseggiano, bisogna vendere la grande casa in cui Romana, e poi anche suo fratello David, sono cresciuti, trasferirsi in un luogo meno costoso, cambiare stile di vita. E da lì le cose che cambiano sono tantissime.

Al fotografo di scena che ci ritrae sorrido felice, sul mio volto è stampato l’orgoglio di avere per babbo quel gigantesco supereroe. Il braccio destro del mio babbo è rilassato, in fondo tiene solo per mano sua figlia. Eppure, anche così, è un gran bel braccio pieno di muscoli. E che io sono soddisfatta, si vede da lontano. Se il mio sorriso non ce la fa a trasformarsi in una risata vera, è perché sono troppo piena di me. Sto provocando, è evidente, guardo l’obiettivo con l’aria di chi pensa: Chi mi tocca muore.

(Si riferisce alla fotografia che poi ha deciso di mettere sulla copertina del libro)

Lo so, può sembrare che mi sia dilungata troppo sulla trama, ma su quasi seicento pagine questo non è nulla. E non vi ho nemmeno parlato di tutte le persone che fanno parte della vita di Mario, il suo grande amico “il Kid”, la madre Terzilia, il fratello Paolo, il nonno Damino e tantissimi altri che avranno una grande importanza nella vita di quest’uomo.
Le serenate del Ciclone
 è il grande omaggio di Romana Petri a suo padre, è una storia travolgente che riesce a far sorridere e a commuovere allo stesso tempo. L’autrice ci racconta il Mario Petri privato, il ragazzo che ha seguito la sua passione con il suo carattere forte ma a volte debole, che ha toccato le stelle ma che per una grossa delusione si è fatto da parte. I due hanno sempre avuto un rapporto bellissimo, Mario è stato un padre presente e amorevole; quando lei è diventata grande lui ha cominciato ad essere più severo, hanno iniziato ad avere anche idee diverse, ma sono rimasti sempre molto uniti.
Il Ciclone è un gigante dall’animo sensibile, fragile, che attraverso le parole della figlia entra inevitabilmente nei cuori di noi lettori. Io mi sono commossa davvero molto, specialmente alla fine, alla pagina dell’epilogo, in cui l’autrice fa il suo saluto alla memoria del padre. Leggendo il libro mi è sembrato continuamente di trovarmi insieme ai personaggi, di essere a casa con loro, tanto si riesce ad entrare nella storia.

Io Romana Petri l’ho scoperta così, con questo libro che secondo me è così bello anche perché è “vissuto”, perché parla di cose reali che l’autrice conosce bene, ma sicuramente approfondirò questa conoscenza leggendo altri romanzi. Ha uno stile fluido, semplice, non arzigogolato, che permette di seguire bene la storia senza distrarsi. Nonostante le 600 pagine di questo libro che, a prima vista, potrebbero spaventare chiunque, Le serenate del ciclone si divora. Io non riuscivo a staccarmi dalle pagine, me lo sono portato dietro ovunque, lo leggevo in ogni momento e quando interrompevo non vedevo l’ora di tornarci.
È indubbiamente uno dei libri più belli letti quest’estate (e credo che non potrebbe essere più bello di com’è), quindi dire che ve lo consiglio mi sembra superfluo, no?

Buona lettura!

Titolo: Le serenate del Ciclone
Autore: Romana Petri
Genere:
 Romanzo (auto)biografico
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 590
Prezzo: 18 €
Editore: Neri Pozza

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena

Se questa recensione ti ha incuriosito
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ROMANA PETRI è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con ttl La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: Ovunque io sia (BEAT 2012), Alle Case venie, I padri degli altri, La donna delle Azzorre, Dagoberto Babilonio, un destino, Esecuzioni, Tutta la vita, Figli dello stesso padre Giorni di Spasimato amore.

“Italia” di Fabio Massimo Franceschelli

14238365_1777329432480642_2723833388496253401_nMentre mi trovo impegnata con l’avventura #LeggoNobel di settembre – che è bella tosta, dato che stiamo leggendo L’urlo e il furore di Faulkner – e ho il progetto di rispettare le tappe prestabilite, ho bisogno di qualche distrazione, quindi oltre a leggere ogni tanto un racconto di Hemingway e qualche stralcio dai diari di Canetti inizio un nuovo romanzo, Italia di Fabio Massimo Franceschelli (Del Vecchio), che fa parte del bottino di Una Marina di libri dello scorso giugno. E faccio bene, perché pur non essendo stupefacente è un libro molto carino e leggero.

Ci troviamo nell’ipermercato La Cattedrale dove inizialmente tutto sembra andare per il verso giusto: c’è chi lavora alle casse, chi nei magazzini, ci sono i dirigenti negli uffici al terzo livello e ci sono anche diversi clienti, alcuni dei quali già lì che stanno facendo la spesa, altri che magari sono per strada o in autobus per recarsi lì. Tutto normale, direte voi, fino a quando non assistiamo a una catena di eventi che mandano in tilt tutto il sistema. In primis il licenziamento di ben diciassette dipendenti, e le relative lettere di comunicazione; poi qualcosa non funziona nell’impianto elettrico, le porte si chiudono, chi è dentro non riesce ad uscire e chi è fuori non può entrare. Nel frattempo i personaggi di questa storia vanno ognuno per la sua strada: i licenziati che fanno una specie di corteo distruttore (alcuni di loro vorrebbero buttare giù tutto l’ipermercato); Irene, bella e disoccupata ragazza madre, si lancia tra le braccia del prete dalla fede un po’ sbilenca Giulio; Luana, lasciata dopo diciassette anni ha una lista di diciassette cose da comprare; Corrado, comico e omosessuale, fa amicizia con una ragazzina capoverdiana, Bea, pure lei spesso discriminata per un motivo diverso; il direttore de La Cattedrale che invece è fuori perché sua moglie stava partorendo e torna all’ipermercato trovandolo nel caos; Conte, il tecnico tuttofare, che ha sniffato cocaina e, impazzito, si avventa su chiunque, inseguito pure dalla guardia Salvatore; la vecchia Italia che ferma ogni persona che passa per farsi prendere qualcosa dagli scaffali più alti. E poi i gabbiani.

Ecco, onestamente non ho capito che c’azzeccavano i gabbiani in tutto questo patatrac. I gabbiani attaccano chiunque, entrano dalla porta del magazzino, che non è bloccata come quelle principali da cui accedono i clienti, e si aggirano tra i locali del tecnico e le corsie del supermercato. I gabbiani che sono un ulteriore elemento di disturbo per una situazione che è già allo sbando di suo. Della serie che “Potrebbe essere peggio – E come? – Potrebbe piovere“. Ecco, potrebbero arrivare i gabbiani. Che poi uno li vede carini in spiaggia e non pensa a quanto in realtà possano essere cattivi. E fidatevi che in questo romanzo sono parecchio aggressivi.

Gabbiani visibilmente arrabbiati. Fonte: Nonciclopedia

Mi piace molto l’idea di Franceschelli di radunare tutti i suoi personaggi dentro un ipermercato, una sorta di micromondo, e di bloccarceli dentro. E mi piacciono anche molto questi personaggi, ognuno coi suoi problemi da risolvere e con una vita che non dà particolari soddisfazioni. Uno, col padre macho che si ritrova, non riesce a fare coming out, anche se tutti hanno capito che è gay; un altro a cui l’abito talare sta stretto e si lancia tra le braccia della prima poveretta che gli capita a tiro, che è appunto poveretta perché ha fatto un figlio con uno che appena ha saputo che è incinta se l’è filata, lasciandola con un bambino (che ormai ha tre anni) a lasciare il proprio curriculum ovunque; Jean-Pierre, che è il capo delle risorse umane, a cui viene dato il compito di dare la lettera di licenziamento a Conte, che è un delinquente imparentato con un assessore e con i mafiosi. Ma quella più divertente è Italia, la vecchietta che quando parla non si capisce praticamente nulla, tanto che alla fine l’autore mette un paio di pagine della traduzione dell’idea che ha lei di Paradiso. Praticamente ho passato più tempo a cercare di capire che cosa dicesse lei che a leggere il resto del libro, comunque è un dialetto del Sud.

Il punto di forza di Italia è l’abilità di Franceschelli di fare un grandissimo minestrone di generi, praticamente costruisce attorno al carattere di ogni personaggio una storia usando un determinato linguaggio e una determinata tecnica narrativa. C’è il grottesco, il thriller (finiscono anche a sparare), la commedia, qualche accenno al dramma e molto altro. A me onestamente i gabbiani hanno ricordato Gli uccelli di Hitchcock – anche se so che il paragone potrebbe risultare incredibile – perché, a parte che sono uccelli pure loro, arrivano minacciosi e fanno un bel casotto.
Ad ogni modo, la storia, che risulta comica e divertente in molti punti, in altri lascia un po’ l’amaro in bocca. La definirei agrodolce, ecco, come agrodolce è la situazione della nostra Italia, quella vera, in cui abbiamo sì tante cose belle, ma in cui tutto è precario.

Consiglio molto questo libro a chi ha voglia di divertirsi un po’ senza impegnarsi troppo, anche perché la scrittura di Franceschelli è semplice e godibile, ma non cade mai nel banale, nonostante i personaggi spesso eccessivi. In una storia come questa, però, lo stereotipo può andar bene, perché è dallo scontro tra gli eccessi che nasce il patatrac.

Buona lettura!

Titolo: Italia
Autore: Fabio Massimo Franceschelli
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 269
Prezzo: 16,50 €
Editore: Del Vecchio

Giudizio personale: spienaspienaspienasvuotasvuota


Fabio M. Franceschelli – Ecletticamente ha toccato vari generi letterari: dalla saggistica alla drammaturgia, alla critica e, ora, alla narrativa. Laureato in Storia delle Religioni, ha pubblicato saggi e articoli sui moderni sincretismi religiosi, con particolare attenzione ai culti afrobrasiliani. Per il teatro è autore di drammi, monologhi e commedie rappresentate in Italia e all’estero, oltre che regista e direttore di festival teatrali. È redattore della rivista di drammaturgia contemporanea «Perlascena». Il romanzo Italia, finalista alla XVIII edizione del PREMIO ITALOCALVINO, è il suo esordio in narrativa. Cura il blog ereticobencotto.com.

Che ti racconto? | “I fatti di Owl Creek Bridge” di Ambrose Bierce

Ambrose Gwinnett Bierce (Horse Cave Creek, 24 giugno 1842 – …scomparso a Chihuahua l’11 gennaio 1914).

Dopo averci pensato tanto, mi sono decisa a creare una nuova categoria in cui parlare di racconti singoli, senza recensire intere raccolte: Che ti racconto?. Probabilmente non vi inserirò moltissimi post perché, come sapete, leggo più romanzi, ma è giusto segnalare racconti belli quando dovessi trovarne.
Oggi vi voglio parlare di Ambrose Bierce, un autore che ho scoperto qualche giorno fa, quando ho tradotto un suo lavoro per “Altri Animali“, il blog di Racconti edizioni (una casa editrice nata quest’anno che pubblica solo racconti e su cui potete leggere una bella intervista sul blog Scratchbook di Maria Di Biase). Bierce è stato uno scrittore e giornalista statunitense che scrisse tantissimi racconti, molti dei quali sono considerati i migliori del XIX secolo. Scrisse storie di guerra, di fantasmi e perfino poesie, ma il suo interesse più grande probabilmente fu il soprannaturale, il fantastico che irrompe nel quotidiano, da cui nacquero racconti macabri e dell’orrore.
E il mistero aleggia anche sulla sua morte, di cui davvero poco si sa: scomparve improvvisamente a 71 anni nel 1914 in Messico, dove si era recato come reporter un anno prima. Secondo una tradizione locale venne fucilato dagli uomini di Pancho Villa che lo consideravano una spia, secondo altri sarebbe morto in seguito alle ferite riportate in battaglia. Altri ancora ipotizzano che si sia suicidato.

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Immagine dal film del 1962 “La Rivière du hibou”

I fatti di Owl Creek Bridge (An occurrence at Owl Creek Bridge o A dead man’s dream) è un racconto del 1891 che parla di un uomo che sta per essere impiccato su un ponte e che mi è piaciuto molto soprattutto per il finale inaspettato. Da quello che ho letto in giro, pare sia il più bello di Ambrose Bierce, e oltre al fatto che sono state realizzate varie trasposizioni cinematografiche, è stato d’ispirazione per altri lavori molto famosi come Il miracolo segreto, racconto di Borges contenuto in Finzioni, e perfino il film Donnie Darko, che abbiamo visto in tanti. E credetemi che dopo aver letto questa short story capirete tutti i collegamenti con altre opere.
Adesso vi lascio al racconto, che su “Altri animali” è inserito nella rubrica “Il racconto del martedì”, una storia che potete leggere molto rapidamente. Io comunque approfondirò la conoscenza con Bierce perché è stato proprio una bella scoperta.

Come al solito, buona lettura!

Un uomo stava in piedi su un ponte ferroviario nell’Alabama del Nord, guardando l’acqua che scorreva veloce dieci metri sotto di lui. Le mani dell’uomo erano dietro la sua schiena, i polsi legati con una corda. Una fune gli stringeva forte il collo. Era agganciata a una solida trave sulla sua testa e il resto gli ricadeva indietro all’altezza delle ginocchia. Alcune tavole sconnesse poggiate sulle traversine che sorreggono le rotaie sostenevano lui e i suoi carnefici, due soldati semplici dell’esercito federale, comandati da un sergente che nella vita civile avrebbe potuto essere un vice sceriffo. A poca distanza, sulla stessa piattaforma provvisoria, c’era un ufficiale nell’uniforme del suo grado, armato. Era un capitano. Una sentinella a ogni estremità del ponte stava impalata…

… continua a leggere su “Altri Animali”.

“Il paradiso degli animali” di David James Poissant

coverIl mio rapporto coi racconti è sempre stato controverso, spesso addirittura qualcuno ha capito che non mi piacciono. Se di un romanzo riesco a dire che è carino, che è abbastanza godibile o accettabile, coi racconti sono molto più cattiva, perché essendo più brevi non possono essere carini, non ci sono vie di mezzo: o bianco o nero, o sono bellissimi oppure brutti. Credo che una short story sia molto più difficile da scrivere rispetto a un romanzo, perché devi concentrare in poche pagine – non sempre pochissime, perché ci sono anche racconti più lunghi – un istante oppure una parte di una storia più grande. È come se da un film lungo dovessimo togliere una scena. Non so, mi viene in mente adesso Titanic (forse perché la radio nella stanza accanto mi sta facendo sentire la colonna sonora); immaginate di prendere la famosa scena “Sto volando, Jack”, accendere i riflettori su quella e farne un cortometraggio. Deve essere fatto bene. Esempio stupido, comunque, ma è solo per dare una piccola idea, perché con la scrittura è più difficile.

Ieri ho finito di leggere una raccolta di racconti di David James Poissant uscita in originale nel 2014 e in italia per NN Editore lo scorso anno con una traduzione di Gioia Guerzoni, Il paradiso degli animali. A me è sembrato davvero un bel libro e volutamente me lo sono letto in più giorni, l’ho centellinato ma non troppo. Quando devo leggere racconti non mi piace affrontarne molti di seguito, voglio un po’ di stacco tra una storia e l’altra, perché ho paura di confonderle. Ma qui non è stato difficile perché c’è un filo rosso che le lega tutte, ed è una sorta di malinconia che si avverte dietro ogni parola. Poissant racconta storie di persone che hanno vissuto situazioni traumatiche e si trovano a convivere con quel ricordo, di persone che non sono riuscite a cogliere l’attimo o che hanno perso la loro occasione, che sono arrivate troppo tardi. Non sono vicende felici, anche se qua e là, ogni tanto, si coglie qualche barlume di luce o di speranza, perché la vita va sempre avanti ed è con questo che dobbiamo fare i conti.

Se alcuni racconti mi hanno colpita meno, il più bello è sicuramente La geometria della disperazione, diviso in due parti, I. Diagramma di Venn e II. Sveglia il bambino. È la storia di un uomo e una donna che si recano a un incontro con un gruppo di ascolto per persone che hanno perso i figli. Si dice che non ci sia dolore più grande per un genitore che veder morire il proprio figlio. L’uomo e la donna sanno, perché osservano gli altri, che entro un anno le coppie che hanno sperimentato questo trauma sulla propria pelle si separano, perché non riescono a reggere questo dolore insieme e preferiscono prendere strade diverse. E tra i due è lui che vuole mollare, a cominciare da questi incontri a cui non vuole più andare. Poissant ci fa entrare nella mente di quest’uomo e ci mostra come ha elaborato e continua tuttora ad elaborare il lutto, lo vediamo rendersi conto di quale sia il modo giusto per accettare la perdita e capire che scappare non serve. E soprattutto lo vediamo continuare a vivere.

Se in Nudisti il fulcro della storia non è la morte della moglie di Mark, ma il problema di risolvere il conflitto tra Mark e suo fratello Joshua che non gli è stato accanto quando è rimasto solo, nell’ultimo racconto, Il paradiso degli animali, che dà il titolo alla raccolta, vediamo un padre che vorrebbe cancellare il passato, vorrebbe dimenticare di aver rifiutato l’omossessualità del figlio che adesso ha contratto l’AIDS e sta per morire. Dan deve fare un lungo viaggio per raggiungere Jack, ad ogni tappa gli telefona per dirgli che sta arrivando e che è successo qualcosa che gli fa perdere tempo. Ma, viene da chiedersi, avrebbe potuto scegliere un modo più veloce per viaggiare? perché non lo ha fatto? E in effetti non arriva in tempo, perché il figlio se n’è già andato, e a lui non resta altro che tanto dolore.

Nei racconti di Poissant ci sono figli, fratelli, mariti, mogli, amanti, genitori che troviamo in momenti decisivi della loro vita, persone che si trovano spesso ad un bivio e devono scegliere la strada migliore da intraprendere. Gli animali sono molte volte la rappresentazione simbolica delle emozioni di questi personaggi, ma anche pretesti per scatenarle, queste emozioni, come nel caso del cane che viene investito nel racconto Io e James Dean.
Come sapete, io amo le storie tristi e forse questo è uno dei motivi per cui Il paradiso degli animali mi è piaciuto così tanto. Ho deciso di leggerlo adesso perché la settimana prossima avremo in Italia l’autore, David James Poissant, che il 12 settembre sarà a Venezia, il 13 a Milano e il 14 a Palermo per un mini tour. Ve lo consiglio vivamente, sia che vi piacciano i racconti, sia che non vi piacciano.

Buona lettura!

Questo libro è per chi sogna di viaggiare su un furgoncino Volkswagen in compagnia di un labrador nero, per chi ama i film di Wes Anderson e il deserto di Bagdad Café. e per chi a volte teme di essere un pazzo ma in realtà è caduto in un cerchio magico da cui riuscirà prima o poi a uscire.

Titolo: Il paradiso degli animali
Autore: David James Poissant
Traduttore: Gioia Guerzoni
Genere:
 Raccolta di racconti
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 302
Prezzo: 17 €
Editore: NN Editore

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


David James Poissant – I suoi racconti sono apparsi in diverse riviste e nella antologia Best New American Voices, e hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters. Con Il paradiso degli animali ha vinto il Florida Book Award 2014, ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize e al PEN/Robert W. Bingham Prize.
Docente del master in Fine Arts all’University of South Florida, nel 2015 viene nominato vincitore al New Writers Award for fiction, come in passato autori del calibro di Alice Munro e Richard Ford.

In breve: “Luce perfetta” di Marcello Fois

Non è facile stabilire per quanto tempo una passione
possa covare 
prima che, da inespressa,
passi all’essere, decisamente, espressa.

 

13925522_10209068114931442_9125983779548745223_oLuce perfetta è un romanzo dello scrittore sardo Marcello Fois che è stato pubblicato nel 2015 da Einaudi. Ho letto questo romanzo per motivi che non sto qui a dirvi, ma non sapevo che si trattasse dell’ultimo volume di una trilogia, l’ho scoperto solamente quando ero quasi arrivata alla fine. Ogni tanto qualche pasticcio lo si fa, comunque la saga della famiglia Chironi è cominciata nel 2009 con Stirpe, seguito da Nel tempo di mezzo nel 2012, e terminata lo scorso anno col libro di cui vi parlo oggi, che nella mia ignoranza ho letto come un romanzo a se stante e nulla mi ha fatto pensare che ci fossero degli antefatti, perché comunque sì, si parla di cose successe prima, ma come se fossero assodate.
La storia è quella di Cristian e Domenico che sono cresciuti insieme quasi fossero due fratelli, grazie alla vicinanza dei loro padri (di cui si parla nei volumi precedenti). Cristian è un Chironi, fa parte di una famiglia che è stata sempre rispettata da tutti e che è sempre caduta in piedi, fa parte di una stirpe che però secondo Mimmìu, il padre di Domenico, è diventata troppo ingombrante. I due ragazzi si dividono a causa di Maddalena, di cui entrambi sono innamorati ma che ama Cristian ed è fidanzata con Domenico. Cristian è passione, istinto, intensità, Domenico è sicurezza, dolcezza. Non si fa fatica a capire i sentimenti di Maddalena, ma Mimmìu e Domenico sono svegli e preferiscono che Cristian non metta loro i bastoni fra le ruote.

Per i romantici di tutte le latitudini poteva significare che non si amavano abbastanza, ma per loro significava che non si può essere felici se si ama a discapito degli altri. E allora, infelici per infelici, si erano risolti, senza nemmeno doverselo dire, di essere infelici con altri, piuttosto che tra loro. Tra loro ci sarebbe stato rimpianto, certo, ma non infelicità. Si amavano smisuratamente, ma non potevano, non volevano, aversi. Come spiegare? Non si spiega. Si va avanti.

La storia è bella, come ho già detto non ci si accorge minimamente che ci possono essere dei volumi precedenti, ma questo non è un buon motivo per leggere solo l’ultimo pezzo della trilogia. Per questo motivo non sapevo se parlarvi di Luce perfetta o meno, perché comunque ho in mente di recuperare i primi due libri; poi ho deciso di farlo perché magari voi avete già letto Stirpe e Nel tempo di mezzo e vi può interessare sapere com’è questo.
Per me Fois è stato una scoperta: mi piace come scrive, mi piace – nello specifico in questo libro – il fatto che parte dal presente, quando il figlio di Maddalena entra in seminario, e poi torna indietro nel tempo per raccontarci da cosa è nato quel bambino che ora è un ragazzo.
Questo romanzo è stato, qualche mese fa, uno dei vincitori del Premio Mondello e adesso concorre al SuperMondello, che è una sorta di ulteriore spareggio tra i vincitori del Mondello. Nel frattempo, se non lo conoscete ancora, vi consiglio davvero questo autore e magari proprio questa trilogia, però dall’inizio, ché è meglio!

Titolo: Luce perfetta
Autore: Marcello Fois
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 307
Prezzo: 20 €
Editore: Einaudi

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasvuota

#neilibrilamiastoria – La campagna di settembre di GoodBook.it

Amici lettori, ultimamente vado proprio a rilento, ma ho letto un romanzo lungo e davvero bello di cui vi racconterò tra un po’ di tempo. Oggi, invece, vi voglio parlare di una bella campagna di GoodBook.it (con cui ho iniziato recentemente una piccola collaborazione per quanto riguarda I consigli del blogger), #neilibrilamiastoria. Sul relativo blog, La scimmia dell’inchiostro, per tutto il mese di settembre avremo l’opportunità di conoscere meglio il mondo editoriale grazie alle parole di alcuni addetti ai lavori.

Come occupa la sua giornata uno scrittore? Come si diventa librai? Quanto lavoro si nasconde dietro la copertina di un libro?

Durante il mese di settembre GoodBook.it vi svelerà il dietro le quinte del mondo editoriale. Ogni due giorni, un’intervista a uno scrittore, un libraio o un editore diverso a partire sempre dalla stessa richiesta: raccontaci il tuo libro del cuore in sole tre parole. E poi, parlaci della tua vita attraverso i libri.

Il mondo del libro si racconta con aneddoti, consigli di lettura e trucchi del mestiere. Ospiteremo, fra gli altri, interviste ai più importanti editori indipendenti come Marcos y Marcos, L’Orma, NN Editore e ad alcune delle librerie più attive d’Italia come La libreria volante di Lecco e Diari di bordo di Parma. E soprattutto non mancheranno gli interventi di scrittori come Claudio Morandini (Neve, cane, piede, Exòrma 2015) e Annarita Briganti (L’amore è una favola, Cairo 2015).

Infine, non perderti #ungiornocon, il videoracconto di una giornata di librai, editori e scrittori in diretta dal proprio posto di lavoro e dai più importanti festival letterari di questo settembre!

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Allora, siete pronti?
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