Philip Roth è immortale

Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo.

(Philip Roth, Pastorale americana, trad. Vincenzo Mantovani, Einaudi, 1998)

Philip Milton Roth (Newark, 19 marzo 1933 – New York, 22 maggio 2018)

 

Questo è un giorno triste, ci ha lasciato uno dei più grandi autori del Novecento e che personalmente amo moltissimo, uno che però si è guadagnato l’immortalità. Normalmente non dedico post agli scrittori che se ne vanno, ma per Philip Roth è tutta un’altra storia.
Voi lo avete letto? Quali romanzi avete amato di più?

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Un uomo solo | Christopher Isherwood | #BlogNotesMaggio

Sa di me? si domanda George; qualcuno di loro lo sa?
Probabile. Non gli interessa. Non vogliono sapere niente
dei miei sentimenti, o delle mie ghiandole,
o di qualunque altra cosa al di sotto del collo.
Fosse per loro potrei tranquillamente essere una testa recisa,
portata in aula a fargli lezione su un piatto.

 

Continuiamo questo #maggiodeilibri in collaborazione con #BlogNotesMaggio e passiamo alla quinta settimana, il cui tema è “Vogliamo leggere“, un tema su cui possiamo essere un po’ più liberi. Io ho scelto di parlarvi di un libro che volevo leggere da tanto tempo e che sono finalmente riuscita a prendere in mano qualche giorno fa. Nonostante fosse un libro breve ci ho messo diversi giorni a leggerlo, perché è così intenso e così denso che non sono riuscita a fare altrimenti, l’ho assaporato pagina per pagina, quasi parola per parola. E l’ho amato follemente, come amo tutti quei libri che trasudano malinconia, ma forse questo di più.
Anni fa mi era capitato di vedere il film A single man, più per Colin Firth, attore che ammiro tantissimo, che per la storia in sé, che non conoscevo; comunque mi piacque molto. Siccome sono spesso distratta, ho visto dopo un po’ di tempo nel catalogo Adelphi questo libro dalla copertina di un bel blu elegante e ho voluto comprarlo. Non sapendo assolutamente che fossero collegati – anche se leggendolo ho scoperto che il film ha dei dettagli diversi rispetto al romanzo. Me lo sono letto e quindi oggi ve ne parlo.

Un uomo solo è un romanzo di Christopher Isherwood del 1964, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2009, con una traduzione di Dario Villa. Quella raccontata è una giornata qualsiasi di George, un professore inglese che insegna in un college americano. George ha perso in un incidente il suo compagno, il suo grande amore Jim, con cui se ne sono andate via tutte le emozioni del protagonista. Ormai solo in una casa che era troppo piccola per due ma non riesce ad essere grande per un uno solo, George adempie ai suoi doveri, va a fare lezione, in palestra, a fare una visita in ospedale, a cena da un’amica che sente di dover vedere anche se non ne ha molta voglia. Ma c’è una sorta di apatia di fondo, è come se il professore fosse un guscio vuoto a cui è rimasta solo una patina di razionalità, che se ne va in giro da un posto all’altro.

Per cosa vive ormai George? Cos’è che gli dà gioia? Niente, sembra. Forse solo l’ora di lezione agli studenti gli dà l’impressione di essere ancora vivo, quella specie di timore reverenziale che i ragazzi provano nei suoi confronti, non tanto per l’ammirazione che possono avere per lui quanto per il rispetto della sua autorità. Ma quando il tempo è scaduto e la campanella suona l’incanto svanisce, torna a sentirsi un uomo solo in mezzo a gente che non lo capisce, che non sa che cosa lui abbia dentro.

«Vedi, Kenny, ci sono cose che non sai di sapere, finché qualcuno non te le chiede. (…) Qualcuno che ti faccia una domanda ci vuole,» continua George, intenzionalmente «prima che tu possa rispondergli. Ma è raro trovare qualcuno che faccia la domanda giusta. Sono tutti così poco attenti. (…) Essere abbottonato non è una scelta» dice tenendo gli occhi a terra e nel modo più neutro possibile. «Sai, Kenny, mi capita spesso di voler dire, o discutere qualcosa con assoluta franchezza. Non in classe, naturalmente, non funzionerebbe. C’è sempre qualcuno pronto a fraintendere».

Con uno stile elegante e raffinato, Isherwood lascia che Jim e il pensiero della morte siano presenti in ogni riga di ogni pagina, anche quando non vengono esplicitamente menzionati. Questo poi viene reso nel film – che dovrò rivedere – con l’inserimento nella trama di un elemento importante come la pistola. George, rimasto solo, considerato da tutti solo per la sua testa senza che a nessuno interessi ciò che avviene al di sotto di essa, sembra costantemente sul baratro, non ha un vero interesse per nulla, una ragione di vita. L’unica cosa che gli ricorda per un attimo di non essere già morto è una piccola luce rappresentata dall’incontro con un suo studente che si avvicina a lui. Poi il buio.

Terminata la lettura – a proposito: splendida e magistrale la narrazione quasi di tipo scientifico delle ultime due pagine – sembra che ci manchi qualcosa, ma ci restano tutti gli spunti di riflessione che Isherwood dissemina qua e là fra le pagine. Sono le riflessioni di George, ma in fondo sono quelle di ogni essere umano che per un motivo o per un altro abbia gli strumenti per scavare sotto la superficie e inevitabilmente si sente solo in un mondo che non s’impegna a capire chi lui sia.

Dal film “A single man”, 2009, regia di Tom Ford

Posso classificare Un uomo solo come uno dei libri più belli che abbia mai letto, e posso dire tranquillamente che secondo me è un libro perfetto, a cui, cioè, non manca nulla per essere meglio di com’è. Per questo motivo ne consiglio la lettura a tutti coloro che cercano un romanzo intenso e che lasci qualcosa dentro; poco indicato per chi, invece, cerca in un libro uno svago, una distrazione o qualcosa di allegro (qui ce n’è ben poco!).

Buona lettura!

Titolo: Un uomo solo
Autore: Christopher Isherwood
Traduttore: Dario Villa
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1964 (2009 questa edizione)
Pagine: 148
Prezzo: 16 €
Editore: Adelphi


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Carne mia | Roberto Alajmo | #BlogNotesMaggio

– Il problema è che è tuo fratello. Sangue tuo. Carne tua.
– Carne mia un cazzo, con rispetto parlando.

 

Sempre nell’ambito del #maggiodeilibri si sta per concludere la quarta settimana, quella dedicata a questo 2018, anno del patrimonio culturale europeo. Il caso vuole che sempre quest’anno la mia città, Palermo, sia capitale della cultura italiana, per cui l’idea era quella di parlare di un autore palermitano o di un libro ambientato qui (poi spesso le due cose coincidono, perché uno scrittore tante volte sceglie come luogo delle proprie storie quello che conosce meglio, in cui è nato). La mia scelta, quindi, è caduta su Roberto Alajmo, un autore che tutti lodano ma a cui non mi ero mai dedicata; questo era il momento perfetto. Non ho scelto la sua ultima pubblicazione, bensì una del 2016, una storia che si svolge per metà a Palermo e per metà a Murcia, in Spagna. Parliamo di Carne mia, edito da Sellerio.

Siamo negli anni Novanta, Calogero Montana ha una bancarella di frutta e verdura a Borgo Vecchio, un quartiere di Palermo molto particolare, perché pur essendo quasi incastonato nel centro della città, vicino alle vie dove trovi Gucci, Prada, e una borsa ti può costare anche seimila euro, è pieno di problemi e grosse difficoltà. Un giorno però Calogero sparisce all’improvviso, nessuno sa che fine abbia fatto, la moglie Mela e i figli Enzo (un grande piccolo) e Franco (il piccolo grande) non hanno nemmeno una tomba su andare a piangerlo. È una cosa che in questi luoghi accade spesso, quindi nessuno se ne stupisce, nonostante Montana non sembrava fosse coinvolto in chissà quali giri. Mela e Franco portano avanti l’attività, mentre Enzo è un perdigiorno, non si occupa di nulla e, anzi, un giorno si porta a casa Ivana, che presenta come la sua ragazza. Ivana dorme lì il primo giorno, il secondo, il terzo e dopo un mese è ancora là. Nascono malumori in famiglia, allora Enzo sbotta e comunica che lei è incinta e devono andare a vivere altrove, pretende soldi, alcuni li ruba alla madre insieme alla ragazza, e se ne vanno. Fanno un pesante uso di droghe, diventano maneschi e nel frattempo nasce il bambino, chiamato Calò in onore del nonno, ma non è facile farlo vivere in un tale clima.

Enzo e Ivana non si occupano del piccolo, lui arriva a far male a Mela. Franco scopre sulle braccia di Calò dei lividi e non è una cosa che riesce più a tollerare, così, su consiglio del signor Pino, che ha una macelleria nel quartiere (ma è il piccolo boss della zona), “rompe le corna” al fratello e alla cognata. A quel punto bisogna fare qualcosa, e decide di partire con Mela per la Spagna, dove c’è un conoscente che tanti anni prima ha trovato fortuna e adesso ha un’attività di frutta e verdura ben avviata. Lì inizieranno una nuova vita, ma lo spettro del passato è sempre in agguato.

Devo dire che Alajmo, che non conoscevo, mi ha colpito positivamente. La storia risulta immediatamente molto molto forte. Si parla di una famiglia che viene spezzata praticamente subito e nella quale continua a crescere per anni qualcosa di negativo. È una vicenda tipicamente del Sud, come meridionali nessuno dei personaggi si stupisce alla scomparsa di Calogero, tutti sanno che cosa è successo, tutti sanno sempre tutto. I Montana sembrano brave persone, gente semplice che vive con poco inserita in un contesto di regole fatte da altri, in cui un macellaio si mette fuori dalla sua attività a “dare consigli” a chi va a chiedergli o gli sottopone i suoi “problemi”. Franco, soprattutto, è un bravo ragazzo che a un certo punto si rende conto che bisogna estirpare l’erba cattiva perché il resto cresca sano, e compie un gesto ingiustificabile ma lucido secondo una certa mentalità. La molla scatta quando viene fatto del male al bambino, perché non ha alcuna colpa e i bambini non si toccano.

Anni Novanta, Sicilia, Palermo, Borgo Vecchio. Una enclave all’interno della zona più prestigiosa della città. Duecento metri separano Napoleon, negozio di scarpe extralusso, da una sacca di sottosviluppo che si muove su ritmi e regole diversi, tutti propri. Un paesello ritagliato in pieno centro urbano, che resiste alle infiltrazioni della modernità, rinunciando ai benefici dell’integrazione in cambio dell’indipendenza morale e amministrativa.

Da quello che ho letto in giro, Alajmo si è ispirato a un fatto di cronaca letto sul giornale qualche tempo prima. Racconta le vicende di Franco, Enzo, Mela e gli altri in maniera molto semplice, senza perdere mai il filo, senza infarcirla di digressioni, ma restando sempre concentrato sui personaggi e seguendoli di continuo. Il ritmo della narrazione, infatti, è molto rapido, si resta incollati al libro e lo si legge in pochissimo tempo.
Quella che l’autore tratteggia nella prima parte è una parte della città che sembra essere rimasta indietro rispetto al resto. Siamo negli anni Novanta ma è quasi come se il tempo si fosse fermato molto prima in questo quartiere, e la stessa cosa accade quando i personaggi si trasferiscono a Murcia: non trovano la grande Spagna caotica, frenetica, rumorosa, ma sembra quasi che vadano a finire in un paesino tranquillo dove i loro luoghi di riferimento sono il bar vicino casa o la parruccheria dietro l’angolo. Però è un posto normale, Franco ha un lavoro stabile, incontra una brava ragazza, Calò cresce senza conoscere la delinquenza, Mela ritrova la serenità. Anche se portano sempre nel cuore la loro identità.

Certi clienti acquisiti più di recente nemmeno saprebbero delle sue origini, se non ci fosse un leggero accento straniero e quel soprannome che gli hanno appioppato, di cui farebbe volentieri a meno: Sicilia. Nemmeno Siciliano: Sicilia. Non quindi l’abitante di un’isola, ma l’isola stessa, nella sua interezza. Lui è la terra da cui proviene, e deve rassegnarsi perché i soprannomi sono come la carta moschicida: più cerchi di staccarteli di dosso, più ti restano appiccicati.

Lo stile che usa Alajmo è molto particolare e risulta gradevole. Innanzitutto la storia comincia dalla fine, quando Calò ormai quindicenne cammina per una strada di campagna con un ragazzino più piccolo, Kevin, che è il figlio di Franco e della moglie Helena, ungherese. E poi mi è piaciuto molto l’inserimento di alcuni brevissimi capitoli che ricordano le scene veloci di un film, costituiti da brevi frasi i cui soggetti sono i nostri personaggi e che sono dei chiari sunti veloci di quello che succede negli anni e su cui l’autore non vuole soffermarsi più di tanto: Calò che impara a gattonare. Franco che s’iscrive a un corso serale di spagnolo. Mela che si rifiuta di iscriversi al corso serale di spagnolo.

Insomma, io ve lo consiglio. Buona lettura!

Titolo: Carne mia
Autore: Roberto Alajmo
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2016
Pagine: 296
Prezzo:  16 €
Editore: Sellerio


Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, dal 2013 dirige il Teatro Biondo di Palermo. Tra i suoi libri: Notizia del disastro (2001), Cuore di madre (2003), Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo (2004), È stato il figlio (2005), da cui è stato tratto nel 2012 l’omonimo film diretto da Daniele Ciprì, Palermo è una cipolla (2005), L’arte di annacarsi (2010), Carne mia (2016), L’estate del ’78 (2018).


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Un’altra occupazione | Joshua Cohen

A quanto pare aveva fatto un errore di calcolo a pensare
che lasciando Israele avrebbe potuto evitare Israele.

 

Tra una lettura e l’altra (veramente tante in questo periodo) sono riuscita a inserire un libro che mi aveva molto incuriosito quando ho ricevuto la newsletter di Codice. Si tratta di Un’altra occupazione di Joshua Cohen, uscito a fine aprile con una traduzione di Claudia Durastanti. La storia è quella di due ragazzi ebrei che hanno terminato i tre anni del servizio militare obbligatorio in Israele e, come fanno in tanti, hanno pensato di prendersi un anno sabbatico per cambiare aria, esplorare un po’ il mondo e disintossicarsi da un clima di disciplina ferrea. Uno dei due, Yoav, ha un parente della madre che vive a New York, David King, titolare di un’impresa di traslochi, e col suo amico Uri va in America a dare una mano allo zio che comunque è sempre in cerca di ragazzi che non abbiano grandi pretese in quanto a paga.

Il lavoro non era così diverso.
Si trattava sempre di entrare in una casa e perlustrare le stanze piano per piano. Alla ricerca di persone, di beni personali. Far evacuare le persone prima di eliminarne i beni personali.

Yoav e Uri sono convinti che lì sarà diverso, ma si renderanno conto che in fondo non è cambiato molto dalla loro esperienza nell’esercito: buttare giù porte, rubare oggetti, rompere mobili, sfrattare le persone. Qui Cohen inserisce, tra le righe, una riflessione sulla militarizzazione degli sfratti nell’America della crisi economica, ma rende la questione ancora più complicata aggiungendovi il problema dell’essere ebrei negli Stati Uniti, altra cosa per niente facile. Per loro, come per David King, le loro origini rappresentano quasi una sfida per quanto riguarda la vita in America, non riescono mai a sentirsi completamente integrati col resto della popolazione.

In Un’altra occupazione, l’autore però non racconta solo di Yoav, Uri e David King, ma approfondisce le storie di tanti altri personaggi che in un modo o nell’altro gravitano attorno a loro, inserendo anche moltissimi flashback che aiutano, pezzo per pezzo, a ricostruire una sorta di puzzle che alla fine ci porta alla domanda: quello del traslocatore è davvero un’altra occupazione rispetto a quello che abbiamo vissuto nell’esercito in Israele? Ma lo spunto di riflessione non è solo questo, bensì siamo portati a chiederci come, più in generale, chi è abituato a servire l’esercito, a sottostare a ordini e comandi, quasi, direi, a non avere una propria volontà, riesca a sperimentare la libertà. Come si reagisce? Come si fa a capire cosa si può fare e cosa no, soprattutto in un paese totalmente diverso dal tuo?

Alcuni ragazzi ci andavano giù pesante, irrompevano nelle case degli sconosciuti, smantellavano i mobili, portavano via i mobili, rompevano oggetti a caso per sbaglio, e anche non per sbaglio, facevano dei furtarelli insignificanti per caso, e anche non per caso, o sempre in maniera superficiale, scorticando i linoleum, lasciando tutto vuoto, lasciando tutto un casino: chi avrebbe detto che la vita sotto l’esercito lo avrebbe preparato per fare traslochi?
Il che significava che fare traslochi era… cosa? Un dovere? Una vocazione superiore? Un lavoro? Un’altra occupazione?

Cohen ha uno stile giovane, fresco e scorrevole, ma devo confessarvi che – per quanto giudichi positivamente il libro – non sono riuscita ad appassionarmi troppo alla lettura. Probabilmente è a causa dei tanti approfondimenti sui personaggi o per i flashback sparsi qua e là che, nei fatti, mi hanno un po’ fatto confondere e a volte fatto perdere il filo del discorso. Detto questo, è un libro che non può essere letto se non con molta attenzione, perché si rischia di non cogliere i collegamenti o, ad esempio, le similitudini tra le esperienze dei due ragazzi come soldati e traslocatori.

Buona lettura!

Titolo: Un’altra occupazione
Autore: Joshua Cohen
Traduttore: Claudia Durastanti
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 256
Prezzo: 18 €
Editore: Codice

Troppo amore | Almudena Grandes | #BlogNotesMaggio

Era troppo amore e non sapevamo gestirlo,
potevamo solo sorbirne il veleno fino all’ultima goccia.

 

Anni fa nel mio percorso di studi, oltre ai normali corsi di letteratura spagnola, mi sono trovata a seguire un seminario sul romanzo spagnolo contemporaneo. Come esame finale era prevista la scelta di un autore e la discussione critica di un suo romanzo inserito all’interno del suo genere particolare. Io scelsi un giallo di Manuel Vásquez Montalbán con protagonista Pepe Carvalho, ma misi da parte vari nomi di autori che avevo deciso di affrontare più avanti. Una di questi è Almudena Grandes, il cui momento è arrivato proprio adesso all’interno di #BlogNotesMaggio e del #maggiodeilibri. Il tema di questa settimana è quello degli anniversari e qualche tempo fa, cercando qualcosa di carino da proporre ai lettori, mi sono fatta una bella ricerca su quali autori fossero nati nello specifico nella settimana tra il 7 e il 13 maggio. E chi ti viene fuori proprio oggi 7 maggio? Almudena Grandes (Madrid, 1960). Il romanzo che ho letto è Troppo amore e risale al 2004; io ho letto la traduzione di I. Carmignani pubblicata nel 2011 da Guanda.

Si tratta di una storia molto particolare che s’inserisce nella letteratura erotica dato che non parla solo d’amore ma anche di sessualità. Inizia tutto quando a Maria José arriva una telefonata; non sentiva Jaime da moltissimo tempo, e ora lui è lì, dall’altra parte della cornetta, che le chiede se ha letto che Marcos è morto. Da qui parte il racconto di quando José (si fa chiamare così) aveva conosciuto i due ragazzi, nel lontano 1984, e aveva trascorso con loro un periodo bellissimo della propria vita. Erano così diversi, Marcos bellissimo e timido (il più talentuoso dei tre, che infatti raggiungerà il successo), Jaime meno bello ma più spigliato e travolgente. Avevano frequentato insieme l’accademia d’arte e poi si erano scoperti innamorati, tutti e tre, creando un triangolo amoroso che non sarebbe potuto esistere se fosse venuto a mancare uno di loro. Avevano sfidato la morale comune, le convenzioni sociali e vissuto quell’amore che era troppo per due persone e quindi si era esteso a tre. Ma il tre è un numero dispari e quindi qualcosa è destinato a perdersi.

Era troppo amore. Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso, e azzardato e fecondo e doloroso. Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convenisse. Per questo s’infranse. Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente s’infranse, crollò come una torre troppo alta, come una scommessa troppo alta, come un’aspettativa troppo ambiziosa.

Troppo amore è un romanzo che parla di tre ragazzi all’inizio del loro percorso di crescita. José, Marcos e Jaime scoprono insieme l’arte, l’amore, la sperimentazione, ma soprattutto la libertà di essere ciò che vogliono. S’influenzano l’uno con l’altro, si sostengono, si aiutano. Anche se il triangolo non è mai una figura perfetta, prima o poi tende a sbilanciarsi. Quindi, se il tre è un numero perfetto, nel libro della Grandes, finisce per diventare imperfetto e far crollare tutto.
L’autrice racconta questa storia senza mai diventare volgare, perché si concentra molto sullo stupore delle scoperte che i protagonisti fanno, sulla loro giovinezza. Almudena Grandes segue le varie tappe dell’amore dei tre ragazzi senza mai prendere altre strade o infarcire la narrazione di racconti paralleli o digressioni che potrebbero distogliere l’attenzione.

Ho trovato questo libro parecchio intenso e interessante. Mi sono lasciata trasportare anch’io dalle parole di José (è lei che narra in prima persona) e ho seguito prima con entusiasmo e poi con delusione la nascita, la crescita e infine la morte di un sentimento che in altri contesti potremmo considerare in modo negativo. E invece, qui, la Grandes ce lo propone come qualcosa di pulito e lontano da giudizi. Sta in questo la bravura di un autore, no?

Titolo: Troppo amore
Autore: Almudena Grandes
Traduttore: I. Carmignani
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 166
Prezzo: 10 €
Editore: Guanda


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Tu l’hai detto | Connie Palmen

Uno di noi era spacciato fin dall’inizio. Era o lei o io.
Nella furia divoratrice chiamata amore,
avevo trovato la mia pari.

 

Sono sempre stata attratta dagli animi tormentati, specialmente in letteratura, e non saprei dire per quale motivo. Forse perché penso che questo tormento derivi da quello che Pessoa definiva “il peso del sentire, il peso del dover sentire”, cioè dal fatto che – ne sono sicura – quando si percepisce troppo, quando si sente ciò che molti altri non arrivano neanche a immaginare, irrimediabilmente si finisce per soffrire. Una figura per cui provo una grande curiosità, infatti, è Sylvia Plath, di cui ho davvero letto pochissimo, ma quel poco che è bastato a farmi innamorare di lei. Quindi, quando ho saputo che Iperborea avrebbe pubblicato un volume che parlava di lei, mi sono subito messa in testa che dovevo leggerlo a tutti i costi.

Il 12 aprile è uscito, con una traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, Tu l’hai detto di Connie Palmen, vincitore nel 2016 del Premio Libris, il più importante riconoscimento letterario olandese. Si tratta di un’autobiografia fittizia in cui Ted Hughes racconta il suo difficile rapporto con la Plath, una cosa che nella realtà Hughes non ha mai fatto, dato che l’unica biografia su di lui l’ha scritta Elaine Feinstein nel 2001. E forse è proprio per il fatto che il poeta inglese non ha mai parlato del suicidio di Sylvia a soli trent’anni che è stato considerato il carnefice della giovane martire. La Palmen, però, dà voce a quest’uomo che sembra non abbia mai smesso di interrogarsi sulle sue colpe e che, anzi, vuole raccontare di com’è stata magnifica e allo stesso tempo dura la vita con la bellissima, esuberante, tormentata moglie americana.

Hughes compie un viaggio a ritroso nella memoria, partendo dal primo incontro con Sylvia, quando erano poco più che ventenni. Rimane affascinato da questa ragazza così arguta, spumeggiante ma a volte tetra e problematica. Si rende conto che dietro questo carattere che sembra così forte e aggressivo si cela una bambina dall’anima di vetro che è piena di paure, incubi, che sente continuamente su di sé il peso delle aspettative (il dover essere importante e famosa), di una madre asfissiante e di un padre, morto da tempo, che la aspetta nell’aldilà. La Plath aveva già tentato una volta il suicidio, più avanti ha consultato psichiatri, ma non è mai uscita dalla spirale di dolore nella quale era caduta. Hughes l’ha amata moltissimo, ha avuto due figli da lei, le ha dato tutto se stesso ma alla fine non è più riuscito a sostenere questo legame incredibile e insieme distruttivo, quindi si è lasciato trasportare dall’attrazione nei confronti di Assia Wevill.

Il blu cobalto della sua aura era sommerso dal rosso furibondo del suo sangue. Durante gli ultimi mesi la sua vita fu governata da tiranni di un fondamentalismo in cui avevano valore solo gli estremi assoluti: nero o bianco, tutto o niente. Il destino che spettava a ogni personaggio del suo dramma toccò anche a me: non appena non poteva più adorare una persona, doveva – con la stessa fervente passione con cui la venerava – odiarla. Non conosceva altra maniera di tenere in vita l’amore. Tra le righe di tutte le spietate malignità, l’unico vero messaggio del diario era che non voleva più vivere se non fossi tornato da lei.

L’11 febbraio del 1963 la Plath, ormai allo stremo delle forze, cerca una liberazione definitiva e si sacrifica: lascia sui comodini dei suoi figli un bicchiere di latte e un piatto con dei biscotti, si barrica in cucina, mette la testa nel forno e apre la valvola del gas. Sei anni dopo, nel marzo del ’69, la Wevill metterà fine alla sua vita nello stesso modo (ispirata da Sylvia?) uccidendo anche la figlia Shura di quattro anni avuta nel frattempo da Ted. E se questo non sembra abbastanza, anche Nicholas Farrar Hughes, il secondogenito di Ted e Sylvia, ha messo fine alla sua vita nel 2009 (la primogenita, Frieda, invece oggi è una poetessa e pittrice). Sembra una vera e propria maledizione, interpretazione non del tutto fuori luogo perché tutta la vita della coppia «maledetta» pare segnata dall’esoterismo e dal simbolismo: sogni ricorrenti, la volpe e la lepre (che vedete in copertina, perché hanno un significato particolare all’interno del romanzo), eventi e date che si ripetono, premonizioni. Insomma, il racconto di Hughes, attraverso le parole di Connie Palmen, sembra qualcosa di magico.

Ne viene fuori l’immagine di un uomo a pezzi, che ha condiviso moltissimo con una donna molto diversa da lui (come diverse erano le loro opere, lei più legata all’esperienza, di forte stampo autobiografico), e che ha perso altrettanto. La Palmen, per ricostruire questa autobiografia, si è basata sulla produzione di entrambi i poeti, lettere, biografie – sulla Plath ce ne sono a bizzeffe, molte delle quali con interventi di amici della coppia che dopo il suicidio sono piombati come avvoltoi per dire la loro – e soprattutto poesie, ma anche ad esempio le introduzioni che Hughes faceva alle opere della Plath. Insomma, il materiale da cui l’autrice ha preso spunto è davvero corposo e si capisce perché il libro risulti così bello e coinvolgente.

Io ve ne consiglio proprio la lettura, non ve ne pentirete!

Titolo: Tu l’hai detto
Autore: Connie Palmen
Traduttore: C. Cozzi e C. Di Palermo
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 12 aprile 2018
Pagine: 288
Prezzo: 17,50 €
Editore: Iperborea


Connie Palmen – Nome di spicco del panorama letterario olandese contemporaneo, è nota soprattutto per il suo romanzo d’esordio, Le leggi (Feltrinelli, 1993), con cui si è subito imposta all’attenzione di pubblico e critica, in patria e all’estero. I suoi libri traggono spesso ispirazione da fatti e persone reali e indagano con fine sensibilità il rapporto tra identità individuale e mondo esterno, tra la verità sempre sfuggente e il peso che hanno lo sguardo e le parole di chi la interpreta. Con Tu l’hai detto ha vinto nel 2016 il Premio Libris, il più prestigioso riconoscimento letterario olandese.

Le assaggiatrici | Rosella Postorino | #BlogNotesMaggio

Fra le pareti bianche della mensa,
quel giorno diventai un’assaggiatrice di Hitler.
Era l’autunno del ’43, avevo ventisei anni,
cinquanta ore di viaggio, settecento chilometri addosso.

 

Il tema di questa seconda settimana del #maggiodeilibri in collaborazione con #BlogNotesMaggio è #LettureLibertà. Ho riflettuto molto sul libro di cui parlare, perché comunque preferisco sempre parlarvi di un libro nello specifico piuttosto che trattare un argomento in maniera troppo libera e dispersiva. Alla fine ho fatto cadere la mia scelta su un romanzo uscito qualche mese fa e che ha riscosso un buon successo. Si tratta di una storia ambientata in un periodo in cui di libertà ce n’era ben poca; siamo nella Germania della Seconda Guerra Mondiale e la nostra protagonista è una donna molto vicina a Hitler, una che pur essendo berlinese e non ebrea si è trovata in trappola, a rischiare quotidianamente la vita: un’assaggiatrice.

Ne Le assaggiatrici di Rosella Postorino, uscito a gennaio per Feltrinelli, viene raccontata la storia di alcune donne che sono costrette tutti i giorni ad assaggiare i pasti destinati al Führer per evitare che venga avvelenato. Rosa Sauer è una ragazza che nell’autunno del ’43 è fuggita da Berlino e dai bombardamenti, e si è rifugiata a Gross-Partsch a casa dei suoceri, i genitori del marito Gregor che nel frattempo è dovuto andare a combattere. Rosa si trova a compiere la sua missione insieme ad altre donne, tutte molto diverse tra loro ma con lo stesso timore che ogni pasto per loro sarà l’ultimo. Ci sono le Invasate, che amano follemente Hitler e sono quasi orgogliose del ruolo che ricoprono, e quelle che invece capiscono la situazione e pensano chi ai figli, chi alla famiglia lasciata alle spalle, chi a salvarsi la pelle perché è un’ebrea che si spaccia per ariana, e chi al marito che è stato dato per disperso e chissà se tornerà (è proprio il caso di Gregor). Controllate continuamente dalle guardie – soprattutto il tenente Ziegler che intreccerà una relazione con Rosa – queste ragazze condivideranno molto più che un compito pericolosissimo.

Questo era l’amore, una bocca che non morde. O la possibilità di azzannare a tradimento, come un cane che si ribella al padrone.

Sono sempre molto attratta dai libri che trattano temi relativi alla Seconda Guerra Mondiale, quindi era inevitabile che prima o poi finissi a leggere questo. La particolarità di questo romanzo è che la figura di Hitler, pur essendo importante e storicamente centrale, viene un po’ messa da parte facendo sì che i riflettori restino puntati su chi rischia la vita per lui. In primo piano c’è Rosa, con la sua paura di non rivedere mai più Gregor e la scoperta del sentimento per Albert Ziegler; c’è Elfriede, che combatte una battaglia segreta e solitaria quasi nella tana del lupo; c’è Leni, giovane e ingenua, che crede di innamorarsi di un soldato e invece ne esce a pezzi. Ma soprattutto c’è la consapevolezza di non poter sfuggire a questa realtà: nessuna di loro può ritrovare la libertà, a meno che la guerra non finisca. Tutti sembrano coscienti che Hitler perderà, ma non possono sottrarsi ai loro compiti. Quando Rosa un giorno non si presenta, arrivano le guardie a casa per prelevarla e portarla ad assaggiare.

Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.

L’atmosfera che si respira nel romanzo è di oppressione, c’è una sensazione di claustrofobia che è difficile da superare per il lettore. Nonostante la paura, il dolore, l’assenza di libertà, però, emergono sentimenti, si creano legami di amicizia, di amore, di solidarietà che danno luce alla situazione in cui si muovono i personaggi. Situazione che rappresenta solo un piccolo tassello di qualcosa di enormemente più grande e spaventoso. Ma certe grandi storie, per essere comprese appieno, devono essere quasi vivisezionate e raccontate approfondendo ogni loro aspetto. Credo sia il modo migliore per vederne il marcio.

La Postorino, nelle note finali, dichiara di essersi imbattuta nel 2014 nella storia di Margot Wölk, l’ultima assaggiatrice di Hitler ancora in vita. L’autrice si appassiona alla figura di questa donna che non aveva mai parlato della sua esperienza, ma che a novantasei anni aveva deciso di tirar fuori tutto e raccontare al mondo qual era stato il suo ruolo in quella vicenda. La Postorino si documenta, indaga, qualche mese dopo riesce ad avere il suo indirizzo di Berlino, ma arriva troppo tardi perché è morta da poco. A quel punto si chiede perché Margot l’abbia colpita così tanto, immagina cosa avrebbe fatto lei (Rosella) al suo posto e lo fa raccontare a Rosa. E direi che ci riesce proprio bene perché Le assaggiatrici si fa leggere con grande trasporto.

Buona lettura!

Titolo: Le assaggiatrici
Autore: Rosella Postorino
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 gennaio 2018
Pagine: 285
Prezzo:  17 €
Editore: Feltrinelli


Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978) è cresciuta in provincia di Imperia, vive e lavora a Roma. Ha esordito con il racconto In una capsula, incluso nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere(Einaudi Stile Libero, 2004). Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007; Feltrinelli, 2018; Premio Rapallo Carige Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero, 2009; Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis) e Il corpo docile (Einaudi Stile Libero, 2013; Premio Penne), la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (in Working for Paradise, Bompiani, 2009), Il mare in salita (Laterza, 2011) e Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018). È fra gli autori di Undici per la Liguria (Einaudi, 2015).


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