Il Natale in Russia, Ded Moroz e la storia di Babushka

Quest’anno Manuela di Impressions chosen from another time mi ha chiesto se mi andasse di partecipare al suo calendario dell’avvento letterario e io, che non avevo mai fatto niente del genere, ho accettato con molto piacere. Solo che non sapendo appunto da dove partire mi sono presa il mio tempo e ho scelto di andarmi a documentare sulle tradizioni natalizie, i personaggi folkloristici e le leggende degli altri Paesi per poterli raccontare ai suoi (ma anche ai miei, poi) lettori. È così che sono venuta a sapere che in Russia i regali li porta Nonno Gelo e che più avanti c’è anche una vecchina che va in giro a distribuire doni, una sorta di equivalente della nostra Befana: Babushka.

Ecco qui il post che ho scritto per Manuela sulla casella dell’avvento aperta da me ieri 13 dicembre. Buona lettura!

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Ad essere sincera, più che l’atmosfera del Natale e delle feste in generale, a interessarmi maggiormente sono sempre state le leggende e le tradizioni dei diversi Paesi, motivo per cui ogni tanto mi metto a fare ricerche e scopro storie affascinanti. Questa volta mi sono dedicata a un posto freddissimo!

Se da noi i bambini aspettano con ansia l’arrivo di Babbo Natale, nella fredda Russia chi porta i regali? Lì esiste Nonno Gelo che con l’aiuto della nipote Sneguročka, la “fanciulla di neve” che sarebbe una personificazione dell’inverno, se ne va in giro a distribuire doni a Capodanno. È un vecchietto dalla barba lunghissima…

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Spyros. Il marinaio italiano | Rita Giammarresi

Mi chiamo Giuseppe e oggi è una gelida giornata d’inverno.
Il mio cuore ha smesso di battere da qualche minuto.
Dunque sono morto, ma stranamente credo
di non essermi mai sentito più vivo di adesso.
Mi sembra di nascere oggi.

 

Quello che vi propongo oggi è un libro di cui mi fa tanto piacere parlare perché sono siciliani sia l’autrice, sia il protagonista, sia l’editore. Spyros. Il marinaio italiano è il romanzo d’esordio di Rita Giammarresi, palermitana come me, pubblicato a novembre da Bonfirraro editore, di Barrafranca, in provincia di Enna. La storia sta a metà tra l’autobiografia (fittizia, però) e il romanzo di formazione, e comincia nel momento in cui Giuseppe anziano, protagonista e voce narrante, è appena morto ed è circondato dai parenti che lo piangono. Confessa, però, di non essersi mai sentito più vivo e, anzi, di cominciare a ricordare anche gli eventi più insignificanti, i particolari più piccoli di tutta la sua esistenza, che decide di raccontarci dal principio. Pinuzzu, come lo chiamavano nel caratteristico rione del Capo di Palermo, in cui è nato nei primi anni Venti, è figlio di donna Maria l’infermiera – che all’epoca era come essere figli di una dottoressa dalla carriera prestigiosa – e dal figlio illegittimo di un barone, il quale però morì presto lasciando Maria ad occuparsi da sola di questo bimbo. Non era facile, dato che in ospedale c’era tanto lavoro, e così spesso Giuseppe passava molto tempo con una zia e i cugini. Maria, un giorno, decide di mandare il figlio in collegio sia per tenerlo lontano dalla strada ed evitare che finisca in brutti giri, sia perché è più economico, con qualche donazione ai monaci il ragazzino riceverà un’istruzione.

È così, infatti, che dopo cinque anni tremendi in collegio, Giuseppe torna a casa “allittrato” (istruito) e per non gravare ulteriormente sulle spalle della madre decide di cercarsi un lavoro. Con uno stratagemma riesce a farsi assumere al cantiere navale, fino a quando, però, a casa non arriva la cartolina della chiamata alle armi, così è costretto a partire per la guerra a soli diciannove anni. Verrà arruolato in Marina e mandato in Grecia, a Zurza, dove passerà circa quattro anni della sua vita, anni importantissimi che lo segneranno nel profondo. È proprio lì che gli verrà dato da alcuni amici greci il soprannome di Spyros, simbolo di fortuna e abbondanza.

Grazie a Nerea e agli altri amici greci, potevo camminare dentro la vita ascoltando le regole del cuore e non più solo quelle imposte dalla razionalità.

Ma Giuseppe altri non è che Giuseppe Giammarresi, alla cui memoria l’autrice Rita dedica questo romanzo cercando di ricostruirne la vita, le peripezie, le gioie e i dolori. Ma, vista in modo più ampio questa potrebbe essere la storia di tanti altri che in quel periodo furono chiamati a combattere una guerra a cui non avevano scelto di partecipare, molti mariti, padri, figli, fratelli di qualcuno, che dovettero lasciare le proprie famiglie per andare chissà dove. Giuseppe ha la fortuna di essere mandato in un posto che lo arricchisce interiormente e forse gli dà anche il coraggio di ricostruire la propria vita una volta tornato a Palermo. E uso proprio il termine ricostruire perché la città che trova al suo ritorno è in parte distrutta dai bombardamenti, è piena di cantieri e di ruderi da demolire. Sarà da lì che deciderà di ripartire: se tutto è distrutto, allora bisogna creare.

Dalle parole di Rita Giammarresi emerge la figura di un uomo che, nato in una situazione economica non facile, intraprende un importante percorso di crescita (possiamo definirlo quindi romanzo di formazione?) e si fa letteralmente da sé: si migliora, crea il proprio futuro dal nulla contando solo sulla propria forza di volontà, non si arrende mai davanti alle difficoltà e riesce ad assicurare un avvenire solido alla sua famiglia. Quella di Giuseppe è una storia di speranza e di riscatto, che l’autrice ci narra con l’amore di una figlia fiera del proprio padre.

Curiosi? Buona lettura!

Titolo: Spyros. Il marinaio italiano
Autore: Rita Giammarresi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 240
Prezzo: 16,90 €
Editore: Bonfirraro editore


Rita Giammarresi – classe ‘73, è nata a Palermo, dove ha conseguito il diploma di maturità classica. Lavora da circa vent’anni nel settore dell’edilizia e da sempre nutre l’amore per i libri, la scrittura e la fotografia. Fin da giovanissima si è accostata alla lettura dei suoi autori preferiti, tra i quali Gabriel García Márquez, Marguerite Duras e Sergio Bambarén.
Grande appassionata di mare e di vulcani, quando può si rifugia sull’isola di Stromboli, luogo di assoluta ricerca di coscienza nel quale ama scrivere e perdersi nella contemplazione degli elementi del cosmo.Gestisce su Facebook il gruppo “I love Stromboli (Iddu)”.
Spyros è il suo romanzo d’esordio.

Amor | Eva Clesis

Lucia da quasi un anno si è separata dal marito, il grande amore della sua vita, ed è sopravvissuta a un incidente: si è schiantata con la macchina contro un muro, è rimasta con una gamba malconcia e un’andatura claudicante. Nella vita è una scrittrice e traduttrice e vive in una casa minuscola che lei stessa chiama monoloculo, perché è la parte di un appartamento più grande che è stato diviso in quattro. Non è semplice sentirsi soli e abbandonati, vivere in un posto piccolissimo e fare un lavoro in cui i pagamenti arrivano spesso in ritardo, ci sono sempre problemi e periodi di magra. Mettiamoci pure che viene bersagliata di continuo da telefonate di gente che sbaglia numero. Un giorno, però, mentre non ha niente di meglio da fare e si sta mettendo a cucinare un piatto di pasta, telefona Francesco che la cerca Marta per farle le condoglianze per la morte della madre. Chissà perché Lucia sta al gioco, si finge Marta e rimane quasi un’ora e mezza a parlare con Francesco che capisce essere l’ex fidanzato della reale destinataria della chiamata, un ragazzo che lei ha allontanato – addirittura chiamando la polizia – perché pericoloso. E in effetti lui le racconta di aver avuto un’altra donna poi, Sonia, che ha fatto a pezzi. Ma in senso letterale o no? L’ha uccisa? Lo stesso Francesco ci gioca su, non dicendo mai se parli sul serio o meno. Si capisce che è ancora innamorato di Marta, Lucia fa anche finta che sia il suo ex marito, Carlo, e si lascia trasportare.
Questa è una piccola parte della vita di Lucia, che se ne andrà in giro per Roma per risolvere tante piccole cose, ma la bugia telefonica avrà conseguenze impreviste, perché non si gioca col fuoco.

Amor è l’ultimo romanzo di Eva Clesis, uscito per Miraggi edizioni ad ottobre di quest’anno. Il titolo, oltre a richiamare uno dei temi principali del romanzo, e ad essere per ammissione stessa dell’autrice il contrario di Roma, viene fuori da un passaggio del libro in cui Carlo sta per chiamare “amore” Lucia ma lei lo interrompe e non gli lascia finire la parola.
L’autrice dice in un’intervista che ha iniziato a scrivere della telefonata e poi il resto della storia è venuto da sé intorno a quel nucleo. E proprio la chiacchierata con Francesco permette alla protagonista di uscire momentaneamente dal torpore, uscire e occuparsi di questioni in sospeso – che significa incontrare gente, affrontare nuovi traumi, cacciarsi anche in situazioni problematiche. Ma Lucia è una donna che forse di quella telefonata in qualche modo aveva bisogno, perché la risveglia e le fa capire che deve muoversi: che sia per fuggire, per avere qualcosa, per parlare con qualcuno, ma deve muoversi.

Confesso che a me piace molto lo stile della Clesis (che è uno pseudonimo), perché è semplice ma allo stesso tempo ha una grande forza. Non si avverte mai la distanza tra l’autrice, la protagonista e le situazioni narrate, è come se le vicende fossero sviluppate da spunti autobiografici, ma apprendo che di autobiografico potrebbe esserci solo l’incidente che ha avuto Lucia, vago ricordo di quello di cui la Clesis non ha voluto parlare. Ciò che comunque trasmette è una forte sensazione di claustrofobia quando siamo all’interno del monoloculo, e poi una sorta di paranoia generata dalle paure di Lucia che a un certo punto non sa come muoversi e teme che ogni sua azione possa provocare effetti via via peggiori. Ma il punto principale della storia, come era stato anche ne Lo Straordinario, il penultimo romanzo di Eva Clesis, è capire se la situazione sia tutta reale o sia solo frutto delle elucubrazioni della protagonista. Esiste davvero il pericolo che Francesco si sia reso conto della bugia? Era serio quando ha detto che ha fatto a pezzi la sua ultima fidanzata? E se avesse capito di essere stato ingannato, sarebbe in grado di rintracciare Lucia, scoprire il suo indirizzo e andare a casa sua? Questo lo scoprirete alla fine, e sarà proprio una rivelazione.

Buona lettura!

Titolo: Amor
Autore: Eva Clesis
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 144
Prezzo: 15 €
Editore: Miraggi

L’Opera Galleggiante | John Barth

Una cosa che mi piace molto è quando, mentre leggi un libro, trovi uno spunto, un suggerimento per un altro titolo. Quando ho letto L’amore a vent’anni di Giorgio Biferali veniva citato L’Opera Galleggiante di John Barth, un romanzo che sono andata a cercare immediatamente su Google e che mi sono segnata in lista. Poi l’ho comprato e me lo sono letto nei giorni passati, godendomelo per bene senza fretta, e vi devo confessare che per me è stato una scoperta incredibile, cominciando dal fatto che non conoscevo l’autore, che invece in America è uno degli scrittori più importanti e, in pratica, il fondatore della narrativa postmoderna. A ispirarmi è stata la trama, una roba potenzialmente “allegra”, come al mio solito. Todd Andrews nel giugno del 1937 è un brillante avvocato, conduce una vita borghese nel Maryland e si intrattiene ogni tanto con Jane, la moglie del suo caro amico Harrison Mack (fautore del ménage à trois), erede di una grossa azienda di sottaceti. Quel particolare giorno – il 21? Non se lo ricorda bene – si alza e capisce che la risposta a tutto è il suicidio, quindi quello sarà il suo ultimo giorno sul pianeta. Però qualcosa non funziona e cambia idea, così vent’anni dopo in questa Opera ci spiega i motivi per cui quel giorno non ha messo fine alla sua vita.

La storia raccontata in questo libro, che rappresenta l’esordio letterario di Barth ma anche il suo capolavoro, si articola in una sola giornata, da quando Todd si alza la mattina a quando va a dormire la sera; viene narrato tutto quello che in quel particolare giorno gli è capitato. Ma il tempo si dilata, perché ci sono sempre premesse da fare, flashback, chiarimenti, salti avanti e indietro, così spesso da far sì che le digressioni siano più dei fatti della giornata fatale. A un certo punto il lettore potrebbe aspettarsi di “sentirsi dire” dal narratore che quello che gli ha appena detto non c’entri niente con quella storia, o potrebbe temere di continuo di perdere il filo, ma non succede mai. È sempre tutto orchestrato alla perfezione.

È un’opera galleggiante, amici, piena zeppa di curiosità, di melodramma, di spettacolo, di istruzione e di divertimento, ma scorre via volente o nolente secondo la marea della mia prosa vagante: l’avvisterete, poi la perderete di vista, poi la rivedrete; e senza dubbio vi ci vorranno grandissimi sforzi di attenzione e di fantasia – insieme a non poca pazienza, se siete lettori comuni – per non perdere di vista la trama mentre vi naviga sotto gli occhi e poi vi sfugge alla vista.

Nel primo capitolo, che si intitola Accordando il mio pianoforte, Todd-Barth fa delle premesse importanti. Innanzitutto ne approfitta per presentarsi, per spiegarci chi è, perché non gli piace entrare direttamente nel vivo della situazione, ma pensa che si debba fare un piccolo passo alla volta, costruire un racconto in modo graduale. Ci dice che è un avvocato, che vive in al Dorset Hotel dove paga il conto ogni giorno, che ha una relazione con la moglie del suo migliore amico, e che ha sofferto solo di una grave prostatite anni prima e ora l’unico suo problema è un difettuccio al cuore che potrebbe ucciderlo in qualsiasi momento. Ma ci racconta anche che ha dato quel nome alla sua storia perché il 21 giugno del 1937 (è quasi sicuro che sia stato quel giorno, ma potrebbe essere il 22, chissà) perché gli è capitato di salire su uno showboat chiamato L’Unica e Inimitabile Opera Galleggiante di Adam. Ed ecco che Barth si lancia nella metanarrazione: Todd sta scrivendo un’opera che prende il nome da un’imbarcazione su cui è messo in scena uno spettacolo teatrale. Ma non è finita qui, perché nel corso del libro, Todd spiega anche che da tantissimi anni sta scrivendo un’Indagine, di cui raccoglie numerosi appunti – che mette continuamente in ordine in delle cassette da frutta – volta a capire le cause del suicidio del padre; indagine che, però, finisce per diventare una riflessione anche su sé stesso, sul rapporto col genitore e sulle ragioni per farla finita.

In partenza, L’opera Galleggiante non ha niente di speciale, non c’è un mistero da risolvere dato che già sappiamo come andrà a finire: Todd è ancora vivo, non si è suicidato, altrimenti non sarebbe qui a raccontarcelo. La bellezza di questo libro sta nel modo in cui il protagonista narratore ci parla di sé e della sua disillusione, del suo profondo cinismo che quasi spinge un altro a suicidarsi (che sia anche questo che lo fa desistere dal compiere il gesto?), di come anche lui galleggi: non c’è niente di particolarmente esaltante nella sua vita, ma quando pensa di farla finita cambia idea e continua a rimanere a galla senza andare a fondo.
È un romanzo che a circa cinquant’anni di distanza dalla pubblicazione è sempre un capolavoro e che stupisce per l’intensità. E io l’ho trovato geniale, nello stile così curato, nell’introspezione, nell’esplorazione dei conflitti interiori di Todd, nel fatto che il protagonista non sia ammantato da un’aura tragica ma che, anzi, sia perfettamente lucido e padrone di sé. E soprattutto nel modo di raccontare, ad esempio quando divide la narrazione in due colonne differenti perché a ciò che si appresta a dire vuole anteporre due premesse necessarie fatte da punti di vista differenti ma egualmente importanti, che vanno lette insieme (se ce la fate siete eroi).

Oggi vi ho parlato di un gran libro, segnatevelo.
Buona lettura!

Titolo: L’Opera Galleggiante
Autore: John Barth
Traduttore: Martina Testa / Henry Furst
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1967 (2018 questa edizione)
Pagine: 368
Prezzo: 15 €
Editore: minimum fax

La scelta di Lilian | Marcella Spinozzi Tarducci

Lei sarebbe riuscita a trasformare la sua vita grigia
in una sfera luminosa.

 

Lilian è tornata da Firenze nel piccolo paese umbro in cui è nata in occasione della morte della madre Agnese. Vede una foto di quando era piccola, in braccio a un bell’uomo biondo vestito da soldato, e parlando con la zia, sorella di Agnese, viene fuori che quello era suo padre. A questo punto inizia un lungo flashback in cui una piccola Lilian vive con la madre e con quello che crede suo padre, Tonio, un uomo rozzo che approfitta dell’assenza della moglie per intrufolarsi nel letto della bambina e metterle le mani addosso. Agnese sapeva? Forse sì, dato che un giorno decide di mandare la figlia a Firenze, dal fratello di Tonio e dalla moglie, per imparare un mestiere e – ma non lo dice – allontanarsi da casa. Lì Lilian s’iscrive a un corso per parrucchieri e diventa una delle migliori acconciatrici in città, ma maledizione vuole che anche lo zio si approfitti di lei, anche se questa volta la zia Wanda lo scopre e gli equilibri familiari s’incrinano. La ragazza, nel frattempo, conosce Alberto, che dopo averle fatto il filo per un po’ se la sposa; i due si trasferiscono in un’altra casa in periferia dove lei, nel garage, ricaverà una nuova bottega da parrucchiera, tutta per sé ma lontana dal centro vero della città.

Torniamo, più avanti, al momento in cui Lilian scopre che Tonio non era il suo vero padre e così il dubbio sulle sue origini a inizia a farsi sempre più strada nel suo cuore, fino a quando la donna capisce che deve fare qualcosa per scoprire chi è quell’uomo, perché Agnese non le abbia mai detto nulla, ma soprattutto, se quello è suo padre, perché se ne sia andato.
Leggermente meno gravi – ma mai giustificabili – iniziano a sembrarle gli abusi di Tonio e dello zio, dato che non sono sangue del suo sangue; comincia a prendere le distanze da quella che credeva la sua vera vita, dal momento che tutte le sue certezze crollano. Deve iniziare a ricostruire il proprio passato per capire chi è, da dove viene, qual è la sua storia familiare e, fatto questo, sembrerà quasi naturale trovarsi a fare una scelta importante per dare forma al futuro.

La scelta di Lilian è un romanzo di Marcella Spinozzi Tarducci, edito da Bonfirraro qualche mese fa, che, scopro leggendo la sinossi, è ispirato a una storia realmente accaduta in Toscana nel secolo scorso. È una vicenda delicata, quella di Lilian, abituata alle violenze in casa, agli abusi, a una verità che lei crede reale, ma che è solo un’invenzione creata ad hoc per evitare scandali. Tutto quello che ha vissuto potrebbe annichilire chiunque, ma non la protagonista di questo libro che, a dispetto del fatto che per tutta la vita è stata schiva, riservata e arrendevole, tira fuori coraggio e determinazione e decide di dare una svolta alla propria esistenza. Non ha più paura, è abbastanza forte da far fronte a qualsiasi cosa ormai.
L’autrice narra questa storia con grande delicatezza e sempre dal punto di vista di una donna che è cresciuta in fretta perché la vita l’ha messa di fronte a situazioni per niente normali, ma a cui si è dovuta abituare. Trovo che sia un libro molto interessante e anche attuale, perché no. In fondo quella di Lilian potrebbe essere la storia di tante altre ragazze vittime di abusi fisici e psicologici, se vogliamo vederla in maniera più ampia.
È stata una lettura molto gradevole, ve la consiglio!

Titolo: La scelta di Lilian
Autore: Marcella Spinozzi Tarducci
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 177
Prezzo: 16,90 €
Editore: Bonfirraro


Marcella Spinozzi Tarducci – È nata in Umbria e ha vissuto prevalentemente in Toscana. Laureata in Lingue e Letterature straniere all’Università di Firenze, ha insegnato negli Istituti statali in questa stessa città. Pittrice autodidatta, ha esposto in importanti gallerie fiorentine e ha collaborato con la casa editrice Valmartina di Firenze come compilatrice e illustratrice di testi scolastici. Ha studiato, inoltre, pianoforte al Conservatorio Cherubini di Firenze. Amante della scrittura da sempre, ha ricevuto importanti riconoscimenti per la poesia a Chiavari e a Firenze e, nel 2010, ha vinto il Fiorino d’Oro per la narrativa inedita al Premio Firenze Europa con il racconto Giulia. Nel 2010 ha esordito con il suo primo romanzo autobiografico, Sono ancora io. Il successo arriva col suo secondo libro, edito da Bonfirraro, Racconti da spiaggia, che la farà conoscere al grande pubblico, e col suo secondo romanzo Solitudini Parallele, edito anche da Bonfirraro, che ha ricevuto, nel 2015, il Premio del presidente della giuria al Premio Firenze Europa.
La scelta di Lilian è il suo ultimo romanzo.

Vite vulnerabili | Pablo Simonetti

Niente lasciava trasparire la mia agitazione interiore,
L’ansia, la paura, il delirio di ciò che stava per accadere:
tutto era lì, contenuto nello stesso corpo
che procedeva tranquillo sotto la pioggia.

 

Quello di cui vi voglio parlare oggi è forse il libro che mi è stato consigliato di più negli ultimi tempi. Ora, io sono una che ha già abbastanza da leggere di suo e che quindi i consigli può seguirli proprio di rado, ma spesso considero anche da chi mi arrivano: se si tratta di persone per cui nutro una stima più profonda, allora cedo. Complice un buono Feltrinelli che mi è stato regalato per il compleanno qualche mese fa, ne ho approfittato e mi sono andata a comprare un Roth (di cui adesso non vi dico nulla, ma prima o poi lo leggerò) e Vite vulnerabili, una raccolta di racconti di Pablo Simonetti del 2005 edita in Italia da Lindau nel 2018. Leggendo qua e là, scopro che Simonetti è probabilmente il più grande scrittore cileno contemporaneo e che questo rappresenta il suo esordio letterario, quindi l’ho anche affrontato con parecchia curiosità.

I protagonisti di questi racconti sono persone normali, non hanno praticamente nulla di speciale, sono uomini e donne molto diversi tra loro socialmente, per età, per lavoro, eppure hanno qualcosa in comune, quel qualcosa di cui lo stesso Simonetti non si era accorto fino a quando non ha preso queste storie, che credeva slegate fra loro, per metterle insieme. I personaggi sono tutti uniti nella loro vulnerabilità (da cui deriva il titolo). C’è chi si è allontanato dai parenti da molti anni per aver sottratto denaro all’azienda di famiglia e decide di presentarsi all’anniversario di matrimonio dei genitori, chi basa la propria intera vita sul gioco del bridge e sarà costretto a barare a una finale molto importante, due sposini in luna di miele in Italia i cui desideri sembra non s’incontrino mai, o ancora un uomo che sperimenta l’omosessualità e ne rimane (forse) turbato, e una persona che pensa che la sua ossessione per i numeri dispari possa determinare il corso degli eventi.
Nelle vite di questi personaggi improvvisamente si apre uno squarcio, generato da desideri inconfessati, paure nascoste o questioni irrisolte, che li porta a fare i conti con se stessi. Sono situazioni particolari – spesso drammatiche – che causano una sorta di cortocircuito tra il mondo che hanno dentro di sé e il modo in cui la gente li vede da fuori. Iniziano a percepire estraneità nei confronti di se stessi e anche di chi li circonda, ma nonostante questo prendono delle decisioni importanti e affrontano consapevolmente le loro fragilità.

Cercavo un libro con della sostanza e l’ho trovato, e lo dimostra il fatto che non sono riuscita a leggere i racconti in modo continuativo uno dopo l’altro. Mi sono dovuta prendere una bella pausa finito uno, prima di cominciare il successivo, avevo bisogno di rifletterci su e soprattutto di metabolizzarlo. Simonetti ha la capacità di farci calare davvero nei panni dei suoi personaggi, non ci dà solamente un’idea del loro mondo interiore, ma per qualche pagina noi diventiamo loro, ne percepiamo i turbamenti, le paure, il coraggio. Tramite loro, forse, iniziamo anche noi a riflettere su noi stessi e a pensare se quello che abbiamo dentro corrisponde a ciò che gli altri avvertono all’esterno. Perché comunque è vero che nessuno è avulso dalla società, tutti noi, per quanto particolari, siamo immersi in un mondo comune in cui spesso i nostri desideri e i nostri impulsi cozzano con quelli degli altri o con quelli che gli altri considerano normali e si aspettano da noi.
Questo è tutto ciò che – con uno stile pacato ma deciso – l’autore cileno ci comunica e sui cui ci invita a meditare attraverso le sue storie. Devo davvero ringraziare chi mi ha segnalato questa lettura, perché ne è valsa proprio la pena. Non occorre dire che ve lo consiglio, qualora cerchiate qualcosa di diverso e di più introspettivo.

Buona lettura!

Titolo: Vite vulnerabili
Autore: Pablo Simonetti
Traduttore: Francesco Verde
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 177
Prezzo: 18 €
Editore: Lindau


Pablo Simonetti è nato a Santiago del Cile nel 1961. Si è laureato in Ingegneria Civile presso l’Universidad Católica della capitale cilena e poi ha conseguito un Master in Ingegneria Economica presso la Stanford University in California.
Dal 1996 ha deciso di dedicarsi completamente alla letteratura e nel 1999 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti Vidas vulnerables, che ha ottenuto la Mención Especial al Premio Municipal de Literatura di Santiago. Nel 2004 è la volta del primo romanzo, Madre que estás en los cielos, cui seguiranno La razón de los amantes (La ragione degli amanti, Corbaccio 2009), La barrera del pudor, La soberbia juventudJardín e Desastres naturales, uscito nel 2017. Oltre alla scrittura e ad altre attività culturali, Pablo Simonetti è impegnato anche come attivista per i diritti degli omosessuali.

Vincoli | Kent Haruf

Certo che non è giusto. Niente in questa faccenda è giusto.
La vita non lo è.  E tutti i nostri pensieri su come
dovrebbe essere non servono a un cavolo, a quanto pare.
Tanto vale che tu lo sappia subito.

 

Kent Haruf è un autore che mi ha conquistata subito, fin dal primo libro che NN editore ha pubblicato con la traduzione di Fabio Cremonesi. Quando ho saputo che sarebbe uscito Vincoliin libreria proprio da oggi – ho deciso che ovviamente l’avrei letto, ma questa volta ho avuto la possibilità di farlo in anteprima ed essendomi ripromessa di non parlarne prima di oggi non immaginate quanto è stato difficile tenere la bocca chiusa e non dire quanto me lo sono gustato. Come nei romanzi che abbiamo già conosciuto, anche questa storia è ambientata nel fittizio villaggio rurale di Holt, in Colorado, in quel posto che conosciamo già bene e nel quale ci orientiamo già come fossimo a casa nostra. Non appaiono personaggi citati nella trilogia della pianura o ne Le nostre anime di notte, ma l’aria che si respira, le terre brulle e i campi difficili da coltivare, perfino l’Holt Cafè, ci risultano familiari. Anche se dobbiamo vedere tutto esattamente al contrario, dato che questo è il primo dei libri pubblicati da Haruf (per questo il sottotitolo è Alle origini di Holt) e, come scrive il traduttore nelle note finali, qui troviamo moltissime descrizioni che nei romanzi successivi diventeranno sempre più scarne, come se l’autore sapesse che ormai abbiamo una tale dimestichezza col suo microcosmo da non averne più bisogno.

E ritroviamo anche quella polvere che non sta solo sulle strade o su pavimenti e oggetti, ma che avvolge e penetra l’animo dei personaggi stessi, soprattutto quello della protagonista, Edith Goodnough. Il narratore della storia è Sanders Roscoe che viene raggiunto in casa da un giornalista venuto da Denver a fargli domande su ciò che è accaduto ai Goodnough; non gli racconterà nulla, ma in compenso dirà tutto a noi lettori, fin dal principio. Roy Goodnough era partito ottantadue anni prima dall’Iowa con la moglie Ada e si era stabilito a Holt, forse con l’idea di trovare della buona terra su cui coltivare qualcosa; lui era un uomo meschino, cattivo, insensibile, mentre lei una donna più debole e minuta. Dopo aver avuto Edith e poi, dopo due anni, Lyman, Ada morì e lasciò i bambini in balìa di un padre terribile. Crebbero insieme al figlio della vicina, John Roscoe (il padre del narratore), di sette anni più grande di Edith. Sempre a contatto tra loro, John s’innamorò di Edith e le propose di sposarlo, ma Roy deciso com’era a dominare sulle vite dei figli – come già faceva, dato che per un incidente col trattore gli erano state mozzate quasi tutte le dita delle mani – si amputa l’ultimo dito rimastogli perché la ragazza si sottometta del tutto e rimanga chiusa in casa ad accudirlo a vita. Cosa che farà sempre, fino alla morte del padre tantissimi anni più tardi.

Ecco, sono passati quasi cinquantacinque anni, una vita intera, e lei ancora non ha imparato a dire a se stessa qualcosa che assomigli a un infinito sì.

Sandy racconta la vita sprecata di una donna che avrebbe potuto avere molto di più e che, forse per un eccessivo senso del dovere, si è sacrificata, anche per il fratello che per un lungo periodo riesce a stare lontano da un padre così cattivo. È una storia di solitudine, quella di Edith, di rinuncia a qualsiasi cosa di positivo si possa aspirare: l’amore, una famiglia, la felicità, affetti, realizzazione personale. Non esce mai dai binari che il padre le ha creato e imposto, ma anche questo probabilmente rappresenta un atto di coraggio, non è per forza sintomo di arrendevolezza. È una donna dalla smisurata forza interiore, quella che decide di rinunciare a se stessa per qualcuno che ogni giorno della sua vita la fa pentire di averlo fatto; eppure lei va avanti senza nemmeno sperare che questa tortura finisca il più presto possibile. Vede che tutto scorre senza la sua partecipazione: John sposa un’altra donna e ha un figlio, Lyman va a conoscere il mondo fuori da Holt (da cui lei fino alla vecchiaia non uscirà). E tutto questo Haruf, attraverso Sanders Roscoe, lo racconta con grande delicatezza ma senza cadere mai nel patetico. Non si lascia mai andare a pietismi perché il suo scopo non è suscitare nel lettore quel sentimento di compassione per Edith che pure sarebbe spontaneo, bensì mostrarci la dignità con cui questa donna ha affrontato ogni giorno della sua vita imprigionata nei “vincoli” familiari e non solo.

Fino all’atto di coraggio più grande che compie, quello che nessuno di noi conosce fino alla fine del romanzo. Perché sì, nelle prime pagine Sandy rifiuta di parlare col giornalista di Edith e di ciò che è successo, ma non lo dice subito nemmeno a noi: si prende tutto il tempo necessario, perché prima di spiegarci le motivazioni della sua amica vuole prima spiegarci chi è, che cosa l’ha portata, ormai ottantenne ricoverata in ospedale e controllata a vista da un agente di polizia, a quel punto. E per farlo ha bisogno di raccontarci tutta la sua storia per intero, senza tralasciare nulla (questo può farlo perché in un bellissimo momento padre-figlio John Roscoe gli rivela la giovinezza di Edith).
Si crea, dunque, questa attesa spasmodica di sapere che cosa sia successo, capendo già dall’inizio, però, che l’ultimo pezzo del puzzle, il più importante, lo troveremo solo alla fine.

Buona lettura!

Titolo: Vincoli
Autore: Kent Haruf
Traduttore: Fabio Cremonesi
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 5 novembre 2018
Pagine: 264
Prezzo: 18 €
Editore: NN editore


Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize. NN Editore ha pubblicato tutti i libri della trilogia ambientata nella cittadina di Holt, compreso Le nostre anime di notte, uscito postumo nel 2017.