“Brighton” di Michael Harvey

Quanto tempo era che non leggevo un buon thriller? Non saprei. Di norma non è il mio genere prediletto (molto spesso gli autori finiscono per allungare troppo il brodo senza motivo), ma Brighton di Michael Harvey, pubblicato di recente da Nutrimenti, mi ha incuriosito perché ho visto che se ne diceva un gran bene. Quindi mi sono messa a leggerlo, anche se purtroppo in maniera molto lenta all’inizio perché stavo facendo un lavoro che mi ha un po’ fuso il cervello (che è anche il motivo per cui era da tanto che non scrivevo qui e, soprattutto, che non scrivevo cose più serie). Fortunatamente, poi mi sono lasciata andare e mi sono concentrata molto meglio, gondendomi il romanzo per come avrei dovuto.

Brighton è un sobborgo nord occidentale di Boston ed è una zona malfamata in cui regnano violenza e criminalità e dove in tempi meno recenti erano situati i macelli; qui sono ambientate le due parti da cui è composto il libro: 1975 e 2002. Kevin Pearce incontra per la prima volta Bobby Scales sulla riva di un fiume mentre sta uccidendo un cane che ha subito maltrattamenti per evitargli altre sofferenze. I due diventano amici e sarà proprio Bobby che nel 1975 “si prenderà cura” di Kevin quando, in seguito a un omicidio nel quale entrambi rimangono coinvolti, gli dice di andare via da Brighton e non tornare mai più. E così fa, infatti, Kevin, che nel 2002 è un giornalista investigativo di tutto rispetto a Boston e ha appena ricevuto la notizia, ancora ufficiosa, di aver vinto il Premio Pulitzer. Succede, però, che a Brighton viene uccisa una donna che in realtà era un’agente sotto copertura e Lisa, la ragazza di Kevin che si occupa delle indagini, chiede aiuto al giovane giornalista perché magari conosce luoghi e persone e può facilitare il suo lavoro. Ma purtroppo lui si troverà a fare i conti col passato, perché il caso si dimostrerà parecchio difficile e potrebbe riportare a galla vecchi ricordi e questioni irrisolte.

Brighton è un thriller che non ha niente di scontato e questo è il motivo principale per cui mi è piaciuto. In nessuna pagina, tranne in quelle finali, vi riesce di capire quale possa essere la verità che si cela dietro gli omicidi e gli strani avvenimenti che coinvolgono i personaggi. Questo perché Harvey segue principalmente il personaggio di Kevin, ignaro lui stesso di tante cose, manovrato da alcuni e protetto da altri.
Ma quello di cui parlo oggi non è solo un romanzo crime, è anche una storia di legami familiari e non, nello specifico su quello tra Kevin e Bobby e quelli tra Kevin e le sorelle. Non sempre i legami di sangue si dimostrano più forti degli altri, ci sono certe famiglie con tante mele marce, come quella dei Pearce in cui, come sosteneva la vecchia nonna, Kevin era l’unico brillante, l’unico che avrebbe fatto strada, mentre gli altri erano ordinari. È Bobby che tiene veramente al protagonista; è lui che lo manda via da Brighton quando potrebbe trovarsi nei guai per assicurargli un futuro; è sempre lui che, quando torna da giornalista nei suoi luoghi natali, nonostante tutti i suoi problemi lo protegge a sua insaputa. Ma, quando toccherà a lui, Kevin sarà in grado di ricambiare la sua protezione confermando ancora una volta la loro amicizia.

Lo stesso Michael Harvey è cresciuto a Brighton e probabilmente è per questo che gli è riuscito così bene raccontare la sua storia mettendosi nei panni di Kevin Pearce. Lui “conosce” le persone di cui parla nel libro; in un video dice: «Molti dei ragazzi con cui sono cresciuto hanno combinato cose meravigliose, altri a trent’anni erano morti o in galera». E in fin dei conti la vicenda gira tutta intorno alla diversità dei percorsi intrapresi da quelli che nel 1975 erano bambini e ora sono adulti: c’è chi è diventato qualcuno e chi non è riuscito a sfuggire alla miseria, al crimine e alla malavita e, anzi, ne è stato risucchiato.
Brighton è davvero un bel libro! Me lo aspettavo un po’, visto da chi mi era arrivato il consiglio, ma per me è stato una conferma del fatto che i thriller buoni ci sono e bisogna scovarli!

Buona lettura!

Titolo: Brighton
Autore: Michael Harvey
Traduzione: Nicola Manuppelli
Genere:
 Thriller
Anno di pubblicazione:
 maggio 2017
Pagine: 368
Prezzo: 19 €
Editore: Nutrimenti

Giudizio personale: spienaspienaspiena


Michael Harvey è autore di sette romanzi che hanno scalato le classifiche di vendita negli Stati Uniti. È anche giornalista investigativo e autore di documentari, attività per la quale ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui una nomination agli Oscar. È stato coautore e produttore della serie tv Cold Case Files, ottenendo una candidatura agli Emmy Award. Con Brighton si è consacrato come uno dei maggiori scrittori americani di thriller degli ultimi anni. I diritti cinematografici del libro sono stati acquistati dalla GK Films di Graham King, produttore di molti film di successo tra cui The Departed di Martin Scorsese, vincitore di quattro premi Oscar.

Briciole: “La più amata”, “Sconosciute”, “Pastorale americana”

Come altre volte, mi ritrovo a parlarvi brevemente di alcuni libri che per vari motivi non posso o non voglio recensire per bene. Sempre (almeno fino ad ora) a gruppi di tre, così non ci annoiamo e non lasciamo passare letture importanti senza dire almeno due parole. Vi spiego, comunque, di volta in volta, perché scelgo di dire così poco.

La più amata di Teresa Ciabatti è un libro uscito da poco per Mondadori e candidato al Premio Strega 2017. L’autrice, che è anche protagonista e io narrante, all’età di 44 anni (lo ripete fino allo sfinimento) decide di raccontare la storia di suo padre per capire chi fosse in realtà. Era un uomo ricchissimo, rispettato da tutti, un uomo che aveva contatti con gente influente e, chissà, forse anche rapporti con la criminalità, con la massoneria. Teresa ha una personalità molto fragile che sfocia in atteggiamenti aggressivi e presuntuosi e onestamente non riesco a capire (ma nemmeno m’interessa troppo) se questa sia la sua vera indole oppure se si sia creata un personaggio. Sembra voler dire di continuo: “sono una brutta persona, non posso farci niente e nemmeno m’importa”. Ad ogni modo, il libro è coinvolgente e alla fine il ritmo aumenta così tanto che ci sembra di precipitare nel vortice delle emozioni della protagonista. La Ciabatti non si sofferma mai sui grandi eventi, a lei interessa rovistare fra i ricordi privati, tra le piccole cose che possono aiutarla a trovare la verità.
Lo stile è moderno, sembra un lunghissimo sfogo scritto di getto e, sono sincera, non mi ha conquistato perché tendo a preferire una maggiore cura del linguaggio e del periodare.
Perché non voglio dire di più? Perché attorno a questo libro si è creata una polemica a cui non voglio prendere parte neanche indirettamente. Quando abbiamo smesso di parlare di libri e abbiamo iniziato ad attaccare e giudicare gli autori? Io, anzi, non volevo nemmeno parlarne ma ho pensato che due righe le meritasse comunque, giusto per dire che l’ho letto.
DETTAGLI: La più amata, Teresa Ciabatti, Romanzo, Letteratura italiana, 218 pp., Mondadori, 2017, 18 €, 2/5 stelline


Sconosciute di Patrick Modiano (Nobel 2014 per la letteratura) è il libro che abbiamo scelto come lettura del mese di aprile su #LeggoNobel. Si tratta di una raccolta di tre racconti uscita per la prima volta nel 1999 e tradotta da Paola Gallo per Einaudi. Questi testi hanno come protagoniste donne, appunto, sconosciute, che passano come meteore nelle vite altrui o di cui non importa troppo a nessuno. Avete presente quelle persone che non lasciano segni particolari durante il loro cammino? Ecco, queste donne non è che proprio si nascondano, è meglio dire che si mimetizzano. Sconosciute, perché Modiano non ce ne dice neanche il nome, queste ragazze si lasciano una parte della propria vita alle spalle e vanno alla ricerca di qualcos’altro in altri luoghi (una si trasferisce a Parigi, un’altra nel capoluogo francese nemmeno ci arriva, e la terza va a Londra). Sono racconti di solitudine, di paura di affrontare il mondo da sole, di preoccupazione, ma in me non hanno suscitato alcuna emozione. Mi sono distratta molto spesso mentre leggevo, li ho trovati abbastanza piatti.
Anche qui, come nel libro di cui ho parlato più su, linguaggio semplice e non arzigogolato, ma meno moderno e un po’ più curato, frasi semplici e molta leggerezza (in positivo) nel modo di esprimersi. Diciamo che lo stile mi è anche piaciuto, ma le storie e i loro sviluppi mi hanno un po’ annoiata.
DETTAGLI: Sconosciute, Patrick Modiano, trad. Paola Gallo, Racconti, Letteratura francese, 130 pp., Einaudi, 2000, 12 €, 3/5 stelline


Pastorale americana di Philip Roth è un libro che finalmente mi sono decisa a leggere dopo che era stato nella mia wishlist per secoli. Ve ne parlo proprio in breve perché ormai quelli che non lo hanno letto sono rimasti davvero in pochi e quello che dico potrebbero essere cose trite e ritrite. Lo scrittore Nathan Zuckerman (personaggio che ricorre in altri romanzi di Roth) si reca ad una riunione di ex alunni della sua scuola e incontra Jerry Levov che gli racconta ciò che è successo a suo fratello Seymour, detto lo Svedese, uno che da ragazzo era ammirato da tutti per la sua bellezza, per le doti sportive e per fatto che incarnasse l’ideale del giovane americano perfetto. Nel resto del romanzo, Zuckerman ricostruisce una sorta di biografia dello svedese basandosi sui racconti di Jerry e sui fatti di cronaca narrati sui giornali, specialmente quelli relativi alla figlia dell’uomo, che è ricercata per aver messo una bomba all’ufficio postale del suo paese e aver provocato la morte di un uomo.
Quello che viene fuori è il ritratto di un uomo che si è sempre comportato in modo perfetto, ha sempre fatto ciò che gli altri si aspettavano da lui e, però, non si è mai accorto della sua e dell’altrui infelicità. Lo Svedese ha vissuto nell’illusione, cade dalle nuvole appena capisce che tutto intorno a sé sembra essere falso e che ormai lui non può farci niente. In senso più ampio, quella dello Svedese potrebbe anche essere la storia dell’America, qualcosa che ci è sempre sembrato perfetto ma che al suo interno è piena di contraddizioni, di segreti, di nevrosi.
È il secondo romanzo che leggo di Philip Roth e, mentre il primo non mi era piaciuto, questo me lo sono goduto davvero. Non si riesce a mettere da parte, ci ho messo davvero pochissimo tempo a leggerlo e sono contenta di averlo fatto. Col suo stile semplice ma incisivo Roth mi ha conquistata. Devo andare a recuperare altri suoi libri!
DETTAGLI: Pastorale americana, Philip Roth, 1997, trad. Vincenzo Mantovani, Romanzo, Letteratura americana, 458 pp., Einaudi, 2016, 14 €, 5/5 stelline

Da “Pastorale americana” di Philip Roth

Oggi voglio regalarvi un brano dal libro che ho terminato proprio ieri e che mi ha fatto passare giorni bellissimi. È stata una gran lettura, questa, e beccatevi quest’assaggino, ché poi ne parleremo in maniera più approfondita.
Buon primo maggio!

Ewan McGregor (Seymour Levov, “Lo Svedese”) e Jennifer Connelly (Dawn) in una scena del film “American Pastoral” (2016, regia di Ewan McGregor)

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.

[Philip Roth, Pastorale americana, 1997,
trad. Vincenzo Mantovani, Einaudi 2016,
458 pp., 14 €]

“Le pietre” di Claudio Morandini

Qualche giorno fa mi è capitato di entrare
in una casa per la benedizione pasquale,
di esservi accolto con ogni onore,
e di esserne scacciato a sassate.
Vi chiederete come sia possibile.

 

Pochi giorni fa, il 13 aprile, è uscito per Exòrma Le Pietre il nuovo romanzo di Claudio Morandini, che avevamo già conosciuto con Neve, Cane, piede (vincitore di vari premi e della cinquina di Modus Legendi). Ero particolarmente curiosa di leggerlo perché il libro precedente mi era piaciuto proprio tanto e devo dire che questo ha soddisfatto le mie aspettative. L’ambientazione è la stessa: siamo in quelle zone di montagna care all’autore, zone che probabilmente conosce bene e in cui si trova a suo agio ad ambientare le storie che crea. Questa volta, però, i protagonisti non sono la neve, un vecchio burbero e fuori di testa o un cane parlante, bensì delle pietre che, in un’atmosfera in cui realtà e fantastico si fondono, sembrano tenere in scacco un intero paese.

La voce narrante è quella di un uomo che deve tornare indietro con la mente per spiegare perché adesso, tra Sostigno (più a valle) e Testagno (più su) la gente viva minacciata dalle pietre. Tutto comincia quando a casa di Ettore e Agnese Saponara – due professori che si sono trasferiti dalla città per cercare un ambiente più tranquillo – un giorno appare un mucchietto di polvere in soggiorno. Agnese non capisce da dove arrivi questa sporcizia, forse è caduta dal soffitto, ma non ci fa troppo caso, pulisce e si dimentica. Qualche giorno dopo quella polvere ritorna, ma in quantità maggiore; poi sempre di più, fino a quando non spuntano una, due, tre pietre, che si vanno moltiplicando. I Saponara, che hanno provato ad entrare nella stanza e sono stati malamente colpiti e feriti da queste pietre, sono costretti a chiudere a chiave il soggiorno, non possono utilizzarlo più. Le pietre colpiscono perfino il sacerdote che arriva per dare la benedizione e la gran quantità di maghi e pseudoesperti che vengono in massa per tentare di spiegare il fenomeno. Senza contare i ficcanaso.
Insomma, nel presente del narratore la gente si è ormai abituata a questa situazione, i bambini fanno addirittura le gare con le pietre che rotolano da sole e si limitano ad aspettare quella che arriverà per prima.

Ma Le pietre non è solo il racconto di due coniugi minacciati dalle pietre semoventi in un paesino sulle Alpi: Morandini ci parla anche di una piccola comunità che deve accettare due persone che vengono dalla città ma non riesce mai del tutto a farlo e si chiude. Infatti, le prime spiegazioni che vengono date (dai paesani) sul fenomeno riguardano più che altro una sorta di rivolta del territorio a questi Saponara che non appartengono a quei luoghi, come se Sostigno volesse cacciarli in modo “naturale”. Gli altri sono abituati a vivere tra le pietre (c’è chi le dipinge o chi addirittura ci fa il brodo), i due professori no e, per di più, non conosco quel legame intimo che gli abitanti hanno da sempre con la montagna, coi posti in cui vivono. Un’altra ipotesi che viene fuori, ancora contro i Saponara, è che sia una truffa messa in atto proprio da loro per attirare l’attenzione o magari apparire su qualche giornale (copiando un caso simile avvenuto tantissimi anni prima).
Ma queste pietre minacciano la casa o le persone? E chi, nello specifico? Agnese o Ettore?

Claudio Morandini, quasi mettendo in atto l’artificio della regressione, racconta questa storia calandosi nei panni di un uomo di montagna, non troppo istruito, che ogni tanto si lascia scappare un orca madosca. Come è accaduto quando ho letto Neve, cane, piede, anche qui ho provato quello spaesamento, quell’incertezza che nasce dal non trovare una spiegazione unica ai fatti e, anzi, dall’essere travolti da una miriade di interpretazioni. Se nel primo romanzo non si capiva se il vecchio Adelmo avesse visto/commesso/detto/sentito determinate cose, qui ci si trova spiazzati quando si deve immaginare il perché di questa rivolta delle pietre nei confronti dei Saponara e di chiunque si azzardi ad entrare nel loro soggiorno. Ma non solo, viene anche il dubbio che tutto ciò possa non essere reale, che sia uno scherzo del paese ai danni dei due malcapitati. Una volta entrati nella storia, però, si cominciano a trovare varie chiavi di lettura e si riesce a fare chiarezza. Non troppa però!

Mi piace molto questo senso del fantastico che aleggia sulla vita degli abitanti di Sostigno e Testagno, ma mi piace ancor di più il modo in cui l’autore spesso smette di esser serio e gioca con l’ironia, anche per alleggerire la narrazione. Le pietre è un libro che soddisfa le aspettative di chi aveva letto Neve, cane, piede e da Morandini immaginava di ricevere quanto meno una storia altrettanto bella, se non di più.

Buona lettura!

Titolo: Le pietre
Autore: Claudio Morandini
Genere:
 Romanzo 
Anno di pubblicazione:
 13 aprile 2017
Pagine: 192
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspiena

“Giulia Tofana. Gli amori, i veleni” di Adriana Assini

Che c’è di male nel fare il bene?
Io sono la speranza di tante sventurate
che nessun giudice difende,
che nessun santo protegge.

 

Giulia Tofana è un personaggio storico realmente esistito. Era una meretrice palermitana che ha scoperto la formula di un veleno molto potente a base di arsenico e antimonio che, somministrato a piccole dosi regolari, uccideva senza lasciare traccia. Il malcapitato che lo ingeriva, infatti, non mostrava segni di avvelenamento ma una volta morto, anzi, aveva un colorito roseo. La creatrice di quella che veniva definita acqua tofana, vendeva questo intruglio insapore e inodore alle donne che volevano sbarazzarsi dei mariti, alcune perché venivano maltrattate, altre perché costrette ad un matrimonio forzato. E per tanti altri motivi che possiamo immaginare. Le notizie biografiche su questa donna sono pochissime, ma si pensa che sua madre avesse avvelenato il marito e ciò potrebbe spiegare l’abilità di Giulia che nel 1659 venne giustiziata a Campo de’ Fiori insieme alla figlia e a diversi apprendisti.

Da questa figura prende spunto Adriana Assini nel suo romanzo Giulia Tofana. Gli amori, i veleni edito il mese scorso da Scrittura & Scritture. L’autrice ci racconta una Giulia diversa da quella che ci si potrebbe aspettare: non una killer sui generis, non, cioè, una donna che vendeva veleni e che quindi non era direttamente responsabile degli omicidi che poi altre commettevano, ma una ragazza senza mezzi di sostentamento, che per vivere deve prostituirsi, che è innamorata di un uomo che mai potrà sposarla e deve inventarsi qualcosa per tirare avanti. E sulla storia dei veleni, lei è convinta solo di aiutare le donne a liberarsi da situazioni incresciose, quindi ciò che fa non è poi così sbagliato. Dubbia morale, ma niente sensi di colpa. Si racconta, infatti, che tra il 1633  il 1651 siano morti circa seicento uomini grazie all’acqua tofana.
Giulia ha una tresca con un barone, Manfredi Ballo, che mai potrebbe amarla alla luce del sole, e per varie ragioni a un certo punto decide di trasferirsi a Roma insieme a frate Nicodemo (innamorato a sua volta di lei) e alla sua amica Girolama. Sperando di lasciarsi alle spalle le sue antiche pratiche e di cominciare una nuova vita nell’Urbe, la ragazza ci mette poco a rifare i vecchi errori e a cacciarsi nei guai, senza mai dimenticare Manfredi.

Ci sono tanti elementi in questo libro che ne fanno un romanzo storico godibile. Innanzitutto, il fatto che la Assini cerchi di approfondire l’interiorità di un personaggio storico estremamente negativo (e come potrebbe non esserlo una che vendeva veleni per uccidere la gente?) per mostrarne l’animo schietto e farne una paladina di giustizia tutta al femminile. L’amore, quello impossibile col bel Manfredi che deve difendere l’onore del suo casato e del suo rango, ma anche quello di Nicodemo nei confronti della ragazza, un amore che lei non riesce a ricambiare.
Infine un contesto storico ben delineato e di cui io stessa ho scoperto tante cose che non sapevo, come ad esempio il fatto che Santa Rosalia sia la patrona di Palermo (lo so, è la mia città e avrei dovuto saperlo) dal 27 luglio 1624, e che prima della santuzza a proteggere la popolazione ci fossero Agata, Ninfa, Oliva e Cristina. Un’altra cosa molto interessante che ho scoperto leggendo questo romanzo è quella sulla corsa delle bagasce, che il viceré di Sicilia Marcantonio Colonna organizzava lungo il Cassaro (all’epoca la strada più elegante di Palermo). E a cui, nel romanzo, Giulia Tofana partecipava.

Non ho le competenze di tipo storico per dire se la ricostruzione dell’epoca sia accurata, ma mi sono documentata man mano che andavo avanti col romanzo e, come ho già detto, ho scoperto tante cose. Naturalmente, la vita della protagonista nella realtà deve essere stata parecchio più dura di quella narrata dalla Assini che, mettendo da parte qualche punto in cui la narrazione rallenta, ha cucito addosso a questa donnaccia un libro interessante che credo sia più adatto a un pubblico femminile.
Giulia è una donna ignorante, non sa leggere né scrivere, ma fa sua quella saggezza popolare e quel desiderio di riscatto delle donne che la porteranno a voler difendere il gentil sesso dal predominio maschile che, col passare degli anni, non è diminuito poi troppo. Con uno stile fresco e molto scorrevole, Adriana Assini, dà voce (e la fa anche scoprire a chi non la conosce ancora) a una Giulia Tofana che, secondo lei, non era solo una fattucchiera, ma una donna prima di tutto.

Buona lettura!

Titolo: Giulia Tofana. Gli amori, i veleni
Autore: Adriana Assini
Genere:
 Romanzo storico
Anno di pubblicazione:
 marzo 2017
Pagine: 235
Prezzo: 14 €
Editore: Scrittura & Scritture

Giudizio personale: spienaspienaspiena


Adriana Assini vive e lavora a Roma. Sulla scia di passioni perdute, gesta dimenticate, vite fuori dal comune, guarda al passato per capire meglio il presente e con quel che vede ci costruisce un romanzo, una piccola finestra aperta sul mondo di ieri. Dipinge. Soltanto acquarelli. E anche quando scrive si ha l’impressione che dalla sua penna, oltre alle parole, escano le ocre rosse, gli azzurri oltremare, i luccicanti vermigli in cui intinge i suoi pennelli. Ha pubblicato diversi libri, tutti a sfondo storico, tra cui i romanzi Giulia Tofana. Gli amori, i veleni (2017), Un caffè con Robespierre (2016) La Riva Verde (2014) e Le rose di Cordova che dalla sua prima edizione del 2007 ha visto la fortuna di due edizioni successive e tre ristampe.

Da “La luna e i falò” di Cesare Pavese

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

[Cesare Pavese, La luna e i falò]

Con sgomento, poco tempo fa mi sono resa conto di non aver mai letto nulla di Cesare Pavese, un autore che mi ha sempre attirato molto. Così ho riesumato dai miei scaffali La luna e i falò (non specifico un’edizione in particolare perché ho quella de La biblioteca di Repubblica – Novecento e non saprei quale consigliarvi) e l’ho letto piano piano, un capitolo ogni tanto per assaporarlo bene. Si tratta dell’ultima (consapevolmente) opera di Pavese, uscita nel 1950, pochi mesi prima che lo scrittore si togliesse la vita. Come egli stesso ha scritto in una lettera: «La luna e i falò è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo, forse sempre, non farò più altro.»
La storia è quella di Anguilla, un ragazzo che narra in prima persona il suo ritorno in un paesino delle Langhe nel dopoguerra dopo essere stato in America a cercar fortuna. Il protagonista incontra persone che conosceva e torna nei luoghi che tempo prima ha lasciato, ma non può fare altro che constatare come tutto sia cambiato da quando è partito. La storia è stata più forte della civiltà, il corso degli eventi ha completamente stravolto territori e persone e nessuno ha potuto farci nulla.
Il viaggio verso le proprie radici che compie Anguilla non sembra essere altro che la metafora del disagio dell’intellettuale che fa i conti con la letteratura del dopoguerra e che si rende conto del cambiamento che è in atto tra il primo e il secondo Novecento (il libro è proprio del ’50). Certo, spesso il linguaggio può sembrare un po’ datato, ma va comunque inserito nel suo contesto e nella sua epoca. Devo dire che non mi aspettavo un libro così bello, mi sono lasciata trasportare dalle parole e anch’io, come Anguilla, mi sono sentita delusa e disincantata mentre con lui facevo quel viaggio nei suoi luoghi natali.
Ma non vi dico altro per alcuni semplici motivi: l’ho letto da tempo e l’ho lasciato così tanto a decantare che alcuni dettagli li ho rimossi dalla mente (colpa mia che non ho preso più appunti); è uno di quei romanzi che bisogna leggere per apprezzare davvero, nessuno te lo può raccontare e fartelo amare così dal nulla; ho deciso di dedicargli un post con uno stralcio, quindi non prendetelo come una recensione, ma solo come un brevissimo esempio di una prosa perfetta. Adesso non mi resta altro da fare che approfondire Pavese e andare a leggere tutto ciò che mi sono persa negli anni.

In breve: “Perdersi” di Charles D’Ambrosio

In un certo senso abbiamo davvero una storia
solo nel momento in cui è condivisa,

e di fatto troppa unicità conduce dall’individualità all’anonimato,
all’enorme mare dei dimenticati.

 

Perdersi è un libro che volevo acquistare fin da quando è uscito e non vi nascondo che la sua grande parte l’aveva fatta la copertina, che secondo me è bellissima. Poi ho saputo che Charles D’Ambrosio, nel suo tour italiano, sarebbe venuto proprio qui a Palermo alla libreria Modusvivendi a presentarlo e quindi ho colto la palla al balzo: l’ho comprato e divorato perché volevo farcela in tempo per l’incontro.
Si tratta di una raccolta di saggi che però hanno qualcosa anche del racconto, sono testi che secondo me stanno a metà tra questi due generi. D’Ambrosio scrive di vari argomenti e lo fa senza la rigidità tipica del saggio: ha uno stile fluido, leggero, molto personale, che ti fa venire in mente che quel testo sia un dialogo tra l’autore e te che stai leggendo. Non si preoccupa di essere accademico o di mantenere un certo tipo di linguaggio, vuole raccontarti la realtà per come la vede lui, vuole farti sapere quello che lui stesso ha visto, sentito e provato. E a questo proposito – è emerso anche durante l’incontro in libreria – ciò che emerge è anche l’importanza dei suoni: descrive ciò che sente per darci la possibilità di entrare completamente nella storia, per permetterci di ricreare nella nostra mente quella determinata situazione in cui lui si è trovato precedentemente. Ma non solo suoni; anche odori, cose viste, toccate. L’importanza dei dettagli in generale. Details matter, ha detto. L’importante è parlare di cose verosimili e dare al lettore l’idea giusta, mettersi nei panni di chi sta leggendo per capire se quel pezzo suona bene, perché in caso contrario bisogna tagliare e rielaborare.

Scoprii in fretta che la miglior fonte di consigli senza la morale era la buona letteratura. Capii subito che certe storie osservavano le vite umane in maniera diretta e coraggiosa, senza criticarle o condannarle.

D’Ambrosio, durante l’incontro, ha parlato in generale della sua produzione e degli altri racconti pubblicati da minimum fax, nello specifico Il museo dei pesci morti, che mi procurerò quanto prima. Ma per quanto riguarda i saggi, raccolti in Perdersi, ha detto che è un genere perfetto per esprimere più idee, anche se in contraddizione fra loro, dal momento che non dovendo seguire una trama, una storia, puoi esporre più punti di vista su una stessa questione.
Fra questi saggi, quello che mi ha emozionato di più è stato Salinger e Singhiozzi, il primo della terza parte, in cui tra le altre cose parla de Il giovane Holden, dell’accostamento fra questo romanzo e il tema del suicidio (che poi lo collega a questioni familiari) e della perdita di identità più in generale. Forse devo questa preferenza al mio amore spassionato per questo libro, che ho già letto tre volte a tre età diverse provando sempre sensazioni nuove, motivo per cui tre non mi basteranno, ci saranno nuove riletture.

In generale, Charles D’Ambrosio ha uno stile che coinvolge chiunque stia leggendo perché è come se portasse sul piano personale ogni argomento di cui parla. Dentro ogni saggio, prima di tutto il resto, c’è lui, c’è la sua esperienza, ci sono i suoi ricordi.
Da centellinare. Buona lettura!

Io mentre D’Ambrosio mi firma la dedica (foto di Fabrizio Piazza della Modusvivendi)

Titolo: Perdersi
Autore: Charles D’Ambrosio
Traduttore: Martina Testa
Genere:
 Saggistica
Anno di pubblicazione:
 2014 (2016 con questo editore)
Pagine: 312
Prezzo: 18 €
Editore: minimum fax

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena