Storia della nostra scomparsa | Jing-Jing Lee

Fu allora che imparai che è possibile sparire anche senza andarsene,
e anche più di quanto aveva fatto lui.

Diventare più vuoti del vuoto.
Più neri del nero.

 

Nel contesto della seconda guerra mondiale nella Malesia britannica si svolse la campagna di Malesia, un conflitto tra le truppe britanniche e quelle dell’impero giapponese che durò dall’8 dicembre 1941 al 31 gennaio 1942. Le operazioni legate all’occupazione della Thailandia da parte del Giappone continuarono con quella della Malesia, che durò fino alla fine della seconda guerra mondiale, e aprì la strada alla conquista di Singapore. L’invasione, vicina di poche ore all’attacco di Pearl Harbor, fece sì il Giappone combattesse gli USA nella guerra del Pacifico e che quello diventasse il teatro orientale del conflitto mondiale.
È all’interno di questo scenario – più precisamente quello dell’invasione giapponese di Singapore – che è ambientato il romanzo che da oggi Fazi porta in libreria: Storia della nostra scomparsa di Jing-Jing Lee, autrice singaporiana al suo esordio narrativo.

Nella storia seguiamo due linee temporali diverse e due personaggi principali. Wang Di nel ’42 ha circa diciassette anni e vive con la sua famiglia in un piccolo villaggio di Singapore. Quando arrivano i giapponesi, gli unici modi per proteggere le ragazze sono farle sposare o farle travestire da maschi. Per questo motivo si aggira tra la gente una mezzana, la zia Tin, che raccoglie fotografie per cercare marito alle giovani donne che vogliono sottrarsi a un destino che sembra già scritto. Wang Di, però, non fa in tempo a sistemarsi, perché arrivano dei soldati a prenderla con la forza davanti agli occhi dei suoi familiari; la portano in un luogo, una comfort house, dove rimarrà ben tre anni come comfort woman, donna di conforto, cioè una schiava sessuale per i soldati giapponesi. Le viene detto che sta aiutando la sua famiglia, perché è come se stesse lavorando e guadagnando dei soldi che vengono dati ai suoi. Le viene anche dato un altro nome più giapponese, Fujiko, in cui lei sprofonderà del tutto, lasciando scomparire Wang Di. Quando qualche anno dopo tornerà a casa, ovviamente non sarà più lei, e tra la vergogna e la quasi totale mancanza di identità, sarà difficile reinserirsi nel contesto da cui è stata strappata via.

Nel 2000, invece, seguiamo una Wang Di ormai anziana – scopriamo che poi si è sposata con un brav’uomo più grande di lei, che nella guerra aveva perso moglie e figlio, ma che ora è vedova – e Kevin, un ragazzino di tredici anni a cui la nonna, in punto di morte, rivela un segreto. Kevin farà delle ricerche e scoprirà qualcosa di incredibile che era stato taciuto troppo a lungo, la verità sulla famiglia e su quella di Wang Di.

Donne di conforto dell’esercito giapponese [Fonte: Abbatto i muri]

Sembra che Jing-Jing Lee abbia attinto alla storia vera della sua famiglia per narrare una delle tante sfaccettature della seconda guerra mondiale. Quando si pensa al conflitto normalmente la mente va dritta ai combattimenti, alle deportazioni (in Occidente), alle grandi personalità che nel bene e nel male hanno cambiato la storia del mondo, ma non è detto che tutti conoscano certi fatti, ciò che succedeva in modo più nascosto, all’ombra di avvenimenti più eclatanti. Ed è stato proprio questo a far nascere il mio interesse nei confronti di Storia della nostra scomparsa, la voglia di scoprire cosa accadde a queste donne, strappate alle loro famiglie e dalle proprie case, portate chissà dove – loro non sapevano dove fossero – e costrette a far “rilassare” vari uomini in una sola giornata, uno diverso ogni mezz’ora nel caso della protagonista di questo libro. Molte, come Wang Di, erano ancora delle ragazzine che non avevano avuto alcuna esperienza sessuale; per loro quella fu la perdita terribile e improvvisa dell’innocenza, furono violate senza troppi scrupoli e preamboli e, anzi, forse rappresentavano per questo qualcosa di raro e di più prezioso per quei militari.

L’autrice racconta con grande sensibilità, ma senza risparmiarsi sulle atrocità, la difficoltà di essere una donna durante la guerra. Wang Di ha già un nome che toglie importanza a chi lo porta: significa “in attesa di un fratello”, perché una femmina in certi contesti non poteva lavorare come un maschio e quindi dare un aiuto concreto alla famiglia. Quando viene portata via, le viene tolta anche la dignità: lei, come tante altre, scompare non solo fisicamente (dalla sua casa, dal suo villaggio, dalla sua vita), ma anche come persona. Perché perda ancor di più la propria dignità le viene dato un altro nome, Fujiko, dal suono più giapponese, meno nemico per chi andrà a trovarla nella sua camera-cella. Lì la narrazione della Lee diventa sempre più claustrofobica, come se dalla comfort house, “la casa bianca e nera”, non si dovesse più uscire, anche se la protagonista coltiva sempre la speranza in un ritorno a casa. L’unico modo per sopravvivere, mentre non si sa più neanche che giorno sia nel mondo di fuori, sembra essere il legame con un paio di altre ragazze nella stessa situazione, o il pensiero che quello che le sta accadendo sia il pegno da pagare per far arrivare qualche soldo a casa.

Jing-Jing Lee cambia spesso prospettiva, seguendo Wang Di o Kevin, per darci di volta in volta indizi nuovi, piccoli pezzetti di un puzzle che il lettore poi va a ricostruire solo alla fine, quando ha tutti gli elementi necessari.
In generale è un bel romanzo, un viaggio interessante a Singapore – complici tanti riferimenti a pietanze e usi e costumi tipici – che si lega a un punto di vista diverso sui fatti della seconda guerra mondiale.

Buona lettura!

Titolo: Storia della nostra scomparsa
Autore: Jing-Jing Lee
Traduttore: Stefano Tummolini
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 16 gennaio 2020
Pagine: 399
Prezzo: 17 €
Editore: Fazi


Jing- Jing Lee – È nata e cresciuta a Singapore. Nel 2011 ha conseguito il master in Scrittura creativa a Oxford. Alcuni suoi racconti e poesie sono apparsi in diversi giornali e antologie. Nel 2013 è stato pubblicato il suo racconto lungo If I Could Tell You (Marshall Cavendish) e nel 2015 è stata pubblicata la sua prima raccolta di poesie intitolata And Other Rivers (Math Paper Press). Attualmente vive ad Amsterdam. Storia della nostra scomparsa è il suo primo romanzo.

Doppio vetro | Halldóra Thoroddsen

Nessuno si aspetta mai che costruiamo un nido sull’orlo della fossa.
Essere innamorati alla sua età è un penoso canto del cigno.
Fingere che la vita sia in piena fioritura,
che ci troviamo nel mezzo del cammino.

 

Prima di entrare nel merito della questione libri, voglio dirvi che questo è l’ultimo di cui parliamo in questo 2019 che si appresta a finire e quindi, a chi non arrivasse in fondo al post ma anche a tutti gli altri, voglio fare tantissimi auguri di un felice anno nuovo, che sia latore di belle novità ma soprattutto di serenità, ché quella non guasta mai. Se vi va fatemi sapere anche se avete ricevuto qualche libro per Natale e quale, sono sempre contenta.

Adesso andiamo avanti. Qualche giorno fa ho pensato che era un po’ che non leggevo gli Iperborea e ne ho preso uno dai tanti libri che ho lì nella pila “in attesa”. Ho pescato Doppio vetro dell’autrice islandese Halldóra Thoroddsen, un libriccino che ho divorato in un pomeriggio e che avevo comprato lo scorso giugno a Una Marina di libri (era uscito da poco). La storia è quella di una donna ormai avanti negli anni e vedova che guarda dal doppio vetro della sua finestra la vita che scorre normalmente per tutti. Sembra rassegnata alla vecchiaia, come se avesse già vissuto quel che doveva e ora non le spetti più altro; addirittura a un certo punto mentre cammina per strada un tipo l’aggredisce e lei pensa che voglia stuprarla, ma quello le dà uno schiaffo e scappa. Alla donna viene in mente – terribile pensiero – che sia così malmessa e inutile, per la sua età, da essere rifiutata anche da un delinquente.

Una cosa positiva della vecchiaia, però, è che adesso riesce a vedere tutto in modo diverso e nuovo, come se avesse nuovi occhiali che le permettano di interpretare la realtà come non aveva mai fatto. È per questo che quando incontra Sverrir, un ex chirurgo separato e in pensione che forse moltissimi anni prima aveva già incontrato, non sa bene come comportarsi. L’uomo ha 77 anni, uno meno di lei, la corteggia, si dichiara, i due si innamorano e decidono perfino di andare a vivere insieme. Chissà quanto durerà.

L’amore tra persone anziane non è un amore coniugale sano, che ambisce a riempire la terra. La gente non lo associa mentalmente nemmeno a un’estetica, o alla celebrazione del piacere fisico, al contrario, lo respinge perché coinvolge la decadente vecchiaia. L’immaginazione stessa rifugge dall’idea di due vecchi rugosi e rinsecchiti che se la spassano con l’aiuto di lubrificanti. Il sesso è la sola cosa che viene in mente a tutti, tanto siamo posseduti da quest’unico concetto riguardo ai rapporti tra le persone.

La riflessione della protagonista – e naturalmente dell’autrice – è tutta incentrata sul tempo e sul modo che abbiamo di viverlo e sfruttarlo, che è uno dei temi che interessano tantissimo anche me. Nello specifico qui ci si chiede se dopo una certa età si smetta di vivere davvero anche se il nostro corpo è ormai troppo vecchio. Ci si può ancora innamorare anche se ci resta poco tempo? E com’è innamorarsi da vecchi? Com’è la vita quando tutto ciò che hai sempre avuto si va sgretolando davanti ai tuoi occhi, quando i tuoi amici e coetanei iniziano a morire uno dopo l’altro e il tuo mondo perde pezzi? Il tempo non lo possiamo fermare, ma possiamo riempirlo delle cose che più ci fanno star bene, possiamo scandirlo – come la protagonista del libro – appuntando su un’agenda le cose più belle che ci accadono e gli eventi più importanti a cui assistiamo.

E breve è anche il tempo che ci mettiamo a leggere la storia della Thoroddsen, raccontata con grande sensibilità ma anche con uno sguardo lucido e disincantato sui temi trattati. In un primo momento ci si potrebbe chiedere se sia così breve perché la si narra troppo velocemente, in maniera frettolosa. In realtà, mi viene da pensare che questo libro lo si legga in un soffio perché rappresenta alla perfezione ciò di cui tratta: il tempo che ci rimane “alla fine” di una vita, che può essere poco, quando pensiamo di avere qualcosa tra le mani ma dobbiamo sapere che già il giorno dopo potrebbe non esserci più. Un voler godere della propria esistenza anche quando la società ti fa pensare di essere troppo vecchio e di doverti, quindi, fare da parte (magari dietro un doppio vetro). Sicuramente è un’inno alla vita, ai sentimenti e alle emozioni che non sfioriscono insieme al corpo, ma anzi vanno coltivate sempre e comunque.

Buona lettura e ancora tanti auguri!

Titolo: Doppio vetro
Autore: Halldóra Thoroddsen
Traduttore: Silvia Cosimini
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 24 aprile 2019
Pagine: 106
Prezzo: 15 €
Editore: Iperborea


Halldóra Thoroddsen – è nata nel 1950 e vive a Reykjavík. Scrittrice e poetessa, ha lavorato come insegnante, grafica e direttore dei programmi della radio islandese. Scrive poesie, racconti, sceneggiature e romanzi. In corso di pubblicazione in dieci paesi europei, Doppio vetro è il suo primo romanzo a essere tradotto in Italia e ha ricevuto il Premio della Letteratura Europea e il Premio della letteratura femminile islandese.

Spinoza e popcorn | Rick DuFer e Daniel Cuello

Questi sono giorni frenetici in cui purtroppo non riesco a stare dietro a tutto, motivo per cui non riesco a parlar bene dei libri come vorrei. Però un consiglio al volo ve lo lascio lo stesso, in modo molto breve perché quello che leggerete adesso è riportato dalle mie pagine Facebook e Instagram. Ad ogni modo, sarebbe comunque difficile parlare di questo libro in maniera più estesa perché ogni capitolo parla di qualcosa di diverso e penso che queste poche parole saranno comunque una buona descrizione.

L’1 ottobre è uscito per De Agostini un libro che m’interessava molto leggere perché “purtroppo” la mia curiosità si estende a qualsiasi campo (ora, per dire, ne sto leggendo uno sulla mente dei corvi). Si tratta di Spinoza e Popcorn di Rick DuFer  con le illustrazioni di Daniel Cuello e ci ho messo così tanto a leggerlo perché ho scelto proprio di centellinarlo. Riccardo Dal Ferro è un divulgatore culturale, nello specifico il suo campo è la filosofia, e in questo libro ha avuto la bella idea di parlare al grande pubblico di alcuni dei concetti più noti e più studiati dai pensatori accostandoli alle storie che conosciamo dalle serie TV. È così che, per esempio, ci interroghiamo sul concetto di giustizia e legge con Hobbes/Iron Man e Locke/Capitan America o col machiavellico Frank Underwood di House of Cards; riflettiamo anche su quanto il corpo influenzi le decisioni della mente con Cartesio, Spinoza e il protagonista di Altered Carbon, o ancora cerchiamo di farci strada tra i vari modi di pensare e di agire dei personaggi di Game of Thrones o, peggio, di Lost, in cui addirittura la storia si complica perché hanno nomi di filosofi ma nessuno di loro condivide nulla con quei pensatori. Anzi!
Quello che viene da pensare – è ovvio, ma magari non ci rifletti subito – è che su tutto ciò che affrontiamo nelle nostre giornate ci ha già sbattuto la testa qualcuno nel secolo scorso o in tempi anche molto meno recenti, e che in fondo certi concetti non facciamo altro che riproporli in una salsa diversa.
Ogni capitolo è corredato da illustrazioni di Daniel Cuello, molto spesso caricature dello stesso Rick DuFer, e termina con una vignetta riassuntiva (con protagonista Daniel).
Bello davvero, da leggere un po’ alla volta se non siete del settore, per evitare di sovrapporre e confondere materiali diversi.

Buona lettura!

[Riccardo Dal Ferro cura anche un interessante podcast che ho iniziato a seguire da un po’ su Spotify. Si chiama Daily Cogito, cercatelo!]

Titolo: Spinoza e popcorn
Autore: Rick DuFer, illustrato da Daniel Cuello
Genere: Saggistica filosofica / Graphic
Anno di pubblicazione: 1 ottobre 2019
Pagine: 256
Prezzo: 15,90 €
Editore: De Agostini


Rick DuFer  -(Thiene, 1987), pseudonimo di Riccardo Dal Ferro, è filosofo, divulgatore e performer. Parla di cose belle a decine di migliaia di persone ogni giorno attraverso YouTube e il podcast Daily Cogito che si trova su Spotify, iTunes e Spreaker. Nel 2019 pubblica per De Agostini Spinoza e popcorn. Da Game of thrones a Stranger things, capire la filosofia sparandosi un film o una serie TV.

Daniel Cuello – (Córdoba, Argentina) è illustratore e fumettista. Vive in Italia da parecchi anni, ma nonostante questo non ha mai imparato a fare la pasta al dente. Quando non fa fumetti, collabora con riviste e testate giornalistiche. Ha pubblicato con Bao Publishing (Residenza ArcadiaGuardati dal beluga magico), e ha illustrato i due Dizionari delle delle serie tv cult per Becco Giallo Editore. Ha pubblicato anche per Baldini & Castoldi.

Mattanza | Giuse Alemanno

Nessun essere umano sa resistere
alle sollecitazioni dell’odio.

 

Ad ottobre del 2018 avevamo letto Come belve feroci, un romanzo fortissimo di Giuse Alemanno pubblicato da Las Vegas edizioni. Era stato scritto da più parti che il manoscritto presentato era abbastanza lungo e che quindi era stato diviso in due parti, la prima delle quali era quella uscita in quel periodo. Ora, dopo poco più di un anno troviamo in libreria Mattanza, il seguito di quella storia sanguinosa che tanto ci aveva appassionato. Per rinfrescarci la memoria facciamo un po’ il punto della situazione: a Oppido Messapico, in provincia di Taranto, Paolo Sarmenta e la moglie vengono uccisi davanti agli occhi di Massimo, il figlio, che però è chiuso in una gabbia. Quando arriva, il fratello di Paolo, Vittorio, libera Massimo e cerca di colpire gli assassini, spara e ne atterra due, ma Costantino Ròchira riesce a fuggire. Così Vittorio fugge con la moglie, il figlio Santo e Massimo in un paesino in Val Camonica per nascondersi e capire da dove ripartire, ma anche lì ci sono nemici e le cose andranno in maniera disastrosa. Santo, il più dotato dei cugini Sarmenta, studia per diventare medico e nel frattempo con Massimo scopre la verità sulla sua famiglia.

A quanto pare i loro genitori avevano fornito del calcestruzzo scadente per la costruzione di una clinica in Calabria, un affare in cui c’è di mezzo la ‘ndrangheta che poi s’era voluta vendicare dell’affronto, mandando quel Costantino Ròchira a punire i Sarmenta senior. Ora, i due giovani cugini Santo e Massimo dopo essersi lasciati dietro una scia di morti anche in Val Camonica andranno a Milano, ma Massimo, detto Mattanza per la violenza di cui può essere capace, si organizza per tornare a Oppido Messapico per concludere il loro piano di vendetta. Si accorgeranno però che la ‘ndrangheta arriva ovunque e che in questi affari è coinvolto anche il professor Ciro Barrese, il mentore di Santo, quello per cui il ragazzo lavora in una grande clinica privata milanese.

Alemanno racconta la storia dei Sarmenta e della loro vendetta con quello stile incisivo e forte che avevamo già conosciuto nel volume precedente, e ci regala brevi momenti di ironia per allentare la tensione. Uno dei loro obiettivi è quello di stare sempre almeno dieci passi avanti rispetto al nemico, di essere più furbi per poter mettere a punto il loro piano senza che nessuno se ne accorga, anche se a volte dare nell’occhio è inevitabile. Massimo però qui appare meno sanguinario che in Come belve feroci, probabilmente perché viene portato alla riflessione da suo cugino e non ha la possibilità di compiere gesti troppo impulsivi.
Anche qui troviamo scene di violenza raccontate con un linguaggio crudo, senza mezzi termini, e stupisce il fatto che il lettore sia portato a legittimare il progetto di Massimo e Santo anche se i loro sono atti criminali.

Se la “puntata” precedente era ambientata in paesini del sud Italia e della Val Camonica, qui ci troviamo nella grande Milano, col traffico, i ristoranti, le feste e l’alta società dietro i cui soldi spesso si celano loschi affari e nessuno scrupolo. È così che professori e medici di un certo livello nascondono un traffico illecito di protesi mediche in  combutta con la ‘ndrangheta, che per uno scambio di favori si possa uccidere qualcuno senza battere ciglio, che sia così semplice rimuovere un “ostacolo” o un “problema” dal proprio cammino con la moralità che va a farsi benedire.
Senza dubbio Mattanza è un seguito che non delude le aspettative, ma lo si può leggere anche senza conoscere la parte precedente (tutto risulta comunque comprensibile). Ma è davvero il capitolo conclusivo del piano di vendetta dei cugini Sarmenta? Io credo e spero di no.

Buona lettura!

Titolo: Mattanza
Autore: Giuse Alemanno
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 14 novembre 2019
Pagine: 299
Prezzo: 16 €
Editore: Las Vegas


Giuse Alemanno è nato nel 1962 a Copertino (LE) e vive tra Taranto e Manduria. Ha pubblicato diversi libri, tra cui il romanzo “Terra Nera” (Stampa Alternativa, 2005), i due romanzi su Don Fefé e Ciccillo e due testi sull’Ilva di Taranto.
Per Las Vegas edizioni ha pubblicato “Come belve feroci” e il seguito “Mattanza”.

La superba gioventù | Pablo Simonetti

Ognuno ha un suo rapporto particolare con l’età.
Io mi sentii vecchio per la prima volta a cinquantadue anni.
E non a causa dei piccoli fastidi ai polmoni
o alla pelle di cui talvolta soffrivo,
ma in seguito al mio incontro con Felipe Selden,
quella sera d’inizio novembre 2008, in una galleria d’arte.

 

Un anno fa ho conosciuto Pablo Simonetti perché in tanti mi avevano consigliato di leggere Vite vulnerabili, una raccolta di racconti, suo esordio letterario, che mi era piaciuta moltissimo. Di recente, a fine novembre, è uscito, sempre per Lindau, il suo nuovo romanzo, La superba gioventù, che ho voluto fortemente leggere perché credo che questo autore meriti davvero tanta attenzione. Ritroviamo qui alcuni dei temi presenti anche nel libro precedente, l’omosessualità (ma Simonetti, oltre che in ambito culturale, è impegnato come attivista per i diritti degli omosessuali), la famiglia e la difficoltà di portare avanti determinati rapporti e l’ipocrisia di un certo tipo di società tutta fatta di apparenze, e li ritroviamo tutti in un’unica storia profonda e coinvolgente.

Voce narrante del romanzo è lo scrittore Tomás Vergara, un uomo sulla cinquantina, che ci narra le vicissitudini di Felipe Selden, un ragazzo che proviene da una famiglia benestante e cattolica da cui, però, è costretto a prendere un po’ le distanze per via della sua omosessualità che non viene accettata, soprattutto dalla madre Tana. Felipe, oltre ad essere un giovane brillante, ha quel fascino che non lascia scampo a nessuno, nemmeno allo scrittore, che diventa suo grande amico e, in qualche modo, anche una guida nella vita, una persona con più esperienza data dagli anni che lo consiglia e che gli offre un confronto maturo. A un certo punto Alicia, una zia molto ricca del giovane, muore e si scopre che nel testamento ha lasciato tutto a lui. Felipe si ritrova così in mano una grande fortuna e il rischio è che qualcuno possa manovrarlo per entrare in possesso di tutti quei soldi e beni materiali (Alicia aveva anche una collezione di quadri e oggetti d’arte). Ma nella vita del giovane ci saranno moltissimi cambiamenti che lo porteranno a crescere e maturare: da ragazzo che non sa che strada prendere nella vita diventerà un uomo che sa prendersi responsabilità – spesso non sue – e che riesce a mettere davanti a tutti la sua realizzazione personale.

Attraverso le parole del narratore Tomás – così bravo a dipingere il ritratto di un’altra persona forse per la sua sensibilità di scrittore – è inevitabile mettersi nei panni di Felipe e comprendere appieno ciò che lo turba. Se quando entra in scena è ancora un ragazzo che pensa di dover provare tante cose diverse per capire che scelta fare, col tempo acquisisce consapevolezza, commette errori (sbaglia nel non seguire i consigli che gli vengono dati) e si ritrova immerso nelle macchinazioni altrui, cose che contribuiscono a formarlo come individuo. Potremmo dire che anche quella di Felipe Selden è una vita vulnerabile, come siamo vulnerabili tutti noi quando i nostri desideri e le nostre aspirazioni cozzano con quelli che il mondo esterno indirettamente ci impone di seguire e fare nostri, quasi fosse una recita in cui ognuno deve fare la sua parte.

Ma è anche un romanzo sull’amore e su tutte le sfumature di questo sentimento che confliggono tra loro. L’amore per la propria famiglia, quello per la persona del cuore, quello per chi poi diventa la tua famiglia, quello per gli amici che ti sono sempre stati vicini. Felipe deve fare i conti con ognuno di questi e la difficoltà sta nel capire a quale dare la precedenza, nel decidere quale porre in cima alla sue priorità: un ragazzo che strada preferisce seguire? E un uomo, poi, con più esperienza, può decidere di mettere da parte le proprie aspirazioni per una responsabilità più grande? Questo è il grande cruccio di uno come Felipe Selden che, però, potrebbe essere uno qualunque di noi in un momento difficile della propria vita.

Buona lettura!

Titolo: La superba gioventù
Autore: Pablo Simonetti
Traduttore: Francesco Verde, Davide Platzer Ferrero e Marta Signorile
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 28 novembre 2019
Pagine: 376
Prezzo: 24 €
Editore: Lindau


Pablo Simonetti – è nato a Santiago del Cile nel 1961. Si è laureato in Ingegneria Civile presso l’Universidad Católica della capitale cilena e poi ha conseguito un Master in Ingegneria Economica presso la Stanford University in California.
Dal 1996 ha deciso di dedicarsi completamente alla letteratura e nel 1999 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti Vite vulnerabili, che ha ottenuto la Mención Especial al Premio Municipal de Literatura di Santiago. Nel 2004 è la volta del primo romanzo, Madre que estás en los cielos, cui seguiranno La razón de los amantes (La ragione degli amanti, Corbaccio 2009), La barrera del pudor, La soberbia juventudJardín e Desastres naturales. Oltre alla scrittura e ad altre attività culturali, Simonetti è impegnato anche come attivista per i diritti degli omosessuali.

In breve | Il diavolo innamorato | Davide Carnevali

Tutti sanno che il diavolo ama visitare
di tanto in tanto la casa dello scrittore
e lo scrittore è per natura predisposto
all’attesa del diavolo.

 

Negli ultimi tempi ho letto molto, anche se in maniera più discontinua, e scritto pochissimo, lo so. Di alcuni dei libri che ho affrontato (tra cui l’ultimo della Ferrante e una raccolta di poesie) penso che non parlerò nemmeno perché non riesco a star dietro a tutto e penso che sia più utile rivolgere la mia attenzione solo verso alcune cose, togliendola, ahimè, ad altre.
Oggi voglio segnalarvi un libro che è uscito il 7 novembre – già da un po’ – e che ho trovato molto particolare. Si tratta de Il diavolo innamorato di Davide Carnevali, edito dalla casa editrice Fandango. Ho avuto qualche difficoltà a incasellarlo in un genere letterario preciso perché per quanto sembri di trovarsi tra le mani una raccolta di racconti, tutti abbastanza brevi, di poche pagine, viene per il dubbio che siano tutti capitoli di un’unica storia o, meglio, di un’unica conversazione.

Davide Carnevali è un drammaturgo italiano famoso e rappresentato in tutta Europa e lavora come regista, autore e traduttore. In questa, che è la sua prima opera di narrativa, immagina una sorta di dialogo tra i lettori, il diavolo e il dio dei cristiani, una figura che qui viene molto umanizzata, portata giù al nostro livello nelle sue debolezze e nei suoi sfizi (come creare le stelle solo per diletto, per guardarle di notte seduto nel suo giardino). E questa distanza non la accorcia solo con gli umani, ma anche con il dio dei musulmani, pensando a una matematica diversa, o con quello degli ebrei.
Ogni capitolo appare, così, come una versione diversa del diavolo ai fatti che da sempre conosciamo, anche se non vengono fornite spiegazioni o leggi universali. Anzi, per tutti gli argomenti toccati (e dato il numero dei raccontini, sono davvero tanti) possiamo trovare spunti di riflessione, interrogativi che ci vengono posti o che nascono spontaneamente nella nostra testa.
In questo moderno vangelo apocrifo la pesantezza non è contemplata, Carnevali utilizza uno stile divertente, ironico e frizzante che rende la lettura un’esperienza molto piacevole.

Durante il giorno, l’uomo che attende l’angelo dell’amore non si allontana mai troppo dal telefono, casomai l’angelo chiamasse, e anche durante la notte non abbassa la suoneria, casomai l’angelo, sicuramente indaffarato tutto il dì, non avesse tempo per lui che a ore intempestive. D’altra parte non è forse vero che possiamo svegliarci di soprassalto nel cuore della notte e di soprassalto scoprirci innamorati?

Buona lettura!

Titolo: Il diavolo innamorato
Autore: Davide Carnevali
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 7 novembre 2019
Pagine: 132
Prezzo: 13 €
Editore: Fandango


Davide Carnevali (Milano, 1981), uno dei drammaturghi italiani più rappresentati sulla scena europea, vive e lavora tra l’Italia, Berlino e Barcellona come autore, regista e traduttore. Artista associato a ERT Emilia Romagna Teatro, è professore di drammaturgia in diverse accademie di teatro internazionali. Ha scritto, tra gli altri: Variazioni sul modello di Kraepelin (Actes Sud, 2012; Einaudi, 2017), con cui si è aggiudicato il Premio Theatertreffen Stückemarkt 2009, il Premio Marisa Fabbri 2009 e il Premio delle Journées des auteurs de Lyon nel 2012; Sweet Home Europa (CUE Press, 2015); Ritratto di donna araba che guarda il mare (Actes Sud, 2015), con cui ha vinto il Premio Riccione per il Teatro nel 2013. Tra i suoi ultimi lavori: Actes obscens en espai públic (Teatre Nacional de Catalunya, 2017), Maleducazione transiberiana (Teatro Franco Parenti, 2018), Ein Porträt des Künstlers als Toter (Staatsoper Unter den Linden, 2018) e Menelao (ERT, 2018). I suoi testi, tradotti in tredici lingue, sono stati presentati e pubblicati in diversi paesi. Per la sua carriera teatrale, gli è stato conferito nel 2018 il Premio Hystrio alla Drammaturgia. Il diavolo innamorato è la sua prima opera di narrativa.

Svegliami a mezzanotte | Fuani Marino

All’esterno tutto procedeva senza battute d’arresto,
ma io non potevo prendervi parte.
Era come se la calamità naturale fossi io.

 

Inizio questo post (non voglio chiamarlo recensione perché non credo lo sarà) senza sapere bene cosa dire o come procedere. Il libro di cui sto per parlarvi è uno dei più forti che mi sia capitato di leggere negli ultimi giorni e, credo, anche negli ultimi anni, pensate che a un certo punto ho dovuto perfino metterlo da parte perché mi sentivo così frastornata e sofferente da non riuscire a continuare. E io coi libri non ho mai paura di farmi male, anzi cerco sempre testi che in qualche modo mi colpiscano il più forte possibile. Questa volta è successo con Svegliami a mezzanotte, un memoir di Fuani Marino uscito l’1 ottobre per Einaudi. Tra l’altro devo dire anche che il memoir è un genere che mi attrae moltissimo; anche se non ne leggo tanti, trovo che entrare nelle vite di determinati personaggi, conoscerli attraverso la testimonianza diretta di quello che hanno attraversato – e magari stanno ancora attraversando – sia utile a scoprire punti di vista nuovi, a calarci in situazioni possibilmente lontane da noi. Lo si può fare anche con un romanzo, certo, ma sai sempre che la maggior parte delle volte è una storia inventata, mentre il fatto stesso che qualcosa sia realmente accaduto a qualcuno rende il racconto (e la sua ricezione) più forte.

Allora ho preso coraggio e mi sono buttata.

(…)

E poi sono caduta, ma non sono morta.

Fuani Marino (sicuramente non ne può più di spiegarlo a chi glielo chiede, ma il suo nome è una crasi di quelli dei genitori, Furio e Anita) qualche anno fa, dopo aver partorito la figlia da nemmeno quattro mesi ha tentato il suicidio lanciandosi da un balcone e facendo un volo di dodici metri. Ma il tentativo fallisce e lei sopravvive. Da lì allora bisogna ricominciare o tentare di continuare da dove si era rimasti.
L’autrice quindi ci racconta parti della sua vita per cercare di capire da dove sia nato quel malessere che l’ha portata al tragico gesto, va a ritroso per rintracciare nel suo vissuto elementi particolari o segni di cedimento che possono essere in ambito lavorativo, negli studi, nei rapporti con la famiglia o anche semplicemente in un parente con disturbi mentali. Dopo aver rielaborato il momento della caduta, allora, passa a spiegarci il futuro, quello che è stato dopo il suo tentativo di mettere un punto. I vari interventi chirurgici, la fisioterapia, il supporto psicologico, le diagnosi e le cure sbagliate (uno psichiatra che nega antidepressivi perché possono interferire con l’allattamento), il sostegno del marito. In una bella pagina alla fine ribadisce alla figlia che lei non ha alcuna responsabilità, non dovrà mai pensare che non l’abbia amata o che potrà mai capitare anche a lei.

Non ho voluto fare della mia vita una farsa. E me ne assumo la responsabilità. Quando quest’ultima mi sembrava troppo pesante, dicevo a me stessa che in ogni caso la verità, prima o poi, sarebbe venuta a galla.
E allora, tanto valeva che a raccontarla fossi io.

L’autrice, che confessa di soffrire di disturbo bipolare, ha scritto questo libro per vari motivi, uno fra tutti: cercare un effetto catartico. Mettere nero su bianco qualcosa significa dargli una concretezza nel mondo, renderlo reale e quindi più facile da elaborare e in qualche maniera accettare. Poi è anche una sorta di atto politico. Se la malattia fisica, nel 2019, per molte persone è qualcosa di cui vergognarsi – gente che magari si sottopone a chemioterapia e non si fa vedere in giro o non dice a nessuno di essere malata – sappiamo tutti che per quanto riguarda la malattia mentale è ancora peggio. Perché è un tabù? Perché c’è questo stigma nei confronti di un disturbo mentale? Perché viene trattato spesso alla stregua di un capriccio? Allora Fuani Marino ne parla, racconta la sua storia drammatica (di certo più di altre perché è arrivata a tentare un gesto estremo) e lo fa senza addolcire la pillola, senza infiocchettarla. Uno degli scopi di questo libro, infatti, è chiamare le cose col proprio nome.

La malattia non è una prova di forza. Lei ha già vinto in partenza, tanto più se la si nega o si minimizza.

Chiamare le cose col proprio nome per non usare termini a sproposito, per non ironizzare né banalizzare: chi soffre di disturbo bipolare non è una persona che ogni tanto è allegra e gioiosa e ogni tanto è triste, come chi soffre d’ansia non è preoccupato per un esame universitario e un depresso non è solo malinconico. Nello specifico, una persona bipolare alterna periodi (più o meno lunghi) di depressione a periodi di eccitazione, dunque periodi di mancanza di senso, di forze, di volontà a periodi opposti, in cui si hanno molte più forze, più intraprendenza, autostima e spesso anche comportamenti ossessivi. Possiamo immaginare – ma non comprendere, se non lo patiamo – che convivere con questo sia parecchio difficile. Fuani Marino ce lo racconta un’onestà che, com’è successo a me, fa male e che fa ancora più male se pensiamo a quelle persone che resistono ai farmaci, che fanno sempre tentativi diversi con nuove cure o trovano medici che non le aiutano nel modo giusto.

Sono sicura che la lettura di questo libro possa essere d’aiuto a chi si trova a vivere un disturbo mentale simile, ma penso anche che arricchisca a prescindere da quello. Sono del parere che, per quanto possano far male (soprattutto a chi da un libro si lascia travolgere del tutto), certe storie vadano raccontate e conosciute.
Buona lettura.

Titolo: Svegliami a mezzanotte
Autore: Fuani Marino
Genere: Memoir
Anno di pubblicazione: 1 ottobre 2019
Pagine: 150
Prezzo: 17 €
Editore: Einaudi


Fuani Marino è nata a Napoli nel 1980. Dopo gli studi in psicologia, è diventata giornalista collaborando a lungo con il «Corriere del Mezzogiorno ». Nel 2017 ha pubblicato il romanzo Il panorama alle spalle (Scatole Parlanti). Suoi articoli e racconti sono usciti su «Rivista Studio», «il Tascabile» e altre riviste. Per Einaudi ha pubblicato Svegliami a mezzanotte (2019).