“Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere” di Marco Truzzi

Cosa succede sulle frontiere? Che significato hanno oggi?
Dove sono? E dove siamo noi?
Quali fossili culturali si incontrano andando per confini?

 

Oggi voglio parlarvi di un libro che non conoscete ancora perché uscirà il 16 marzo, tra due giorni, una novità di Exòrma che si colloca nella collana Scritti traversi, dedicata alla letteratura di viaggio. Si tratta di Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere, del giornalista e scrittore Marco Truzzi, che ha deciso di percorrere i confini dello spazio Schengen e di esplorare le frontiere di un’Europa che sembra vacillare sempre di più. Lungo il suo cammino si trova a contatto con le realtà dei diversi luoghi e con le persone che stanno all’interno e al di fuori dei confini. Se nei luoghi del Nord Europa, come la Scandinavia, l’emergenza non si percepisce ai massimi livelli ma ci sono solo le testimonianze della gente che non vuole estranei nel proprio territorio, in altri posti più a Sud, quelli più soggetti all’approdo di migranti e rifugiati, come Melilla, Calais o Ventimiglia, ci sono tantissime persone che rimangono bloccate e non possono oltrepassare il confine, nemmeno per raggiungere parenti che si trovano dall’altra parte.

“Il filo spinato corre a circa un metro dalla nostra faccia. Là in fondo c’è il bosco delle betulle, esattamente dove svettavano le ciminiere dei forni.” (pag. 157)

In Ungheria, tra l’altro, esiste un muro di fil di ferro eretto per tenere lontani i siriani. L’invenzione è dell’americano Joseph Farwell Glidden, che nel 1874 la brevettò e in seguito divenne ricco. Inizialmente l’idea era di recintare i lotti di terra privati nel west, poi è andata diversamente.

È il narratore onnisciente. La voce in terza persona. L’elemento anonimo cui assegnare le colpe. Il filo spinato delle trincee, dei campi di concentramento, il filo spinato dei confini e quello dei muri. Il filo spinato delle ideologie e delle burocrazie. Il filo spinato degli egoismi.

Tutto questo per arrivare al più vasto campo profughi d’Europa, tra Grecia e Macedonia, a Idomeni, dove addirittura a difendere i confini c’è l’esercito macedone.
Marco Truzzi, insieme al fotoreporter Ivano Di Maria (autore di gran parte delle fotografie che trovate nel libro), ha intrapreso il viaggio sulle frontiere della zona Schengen tra il 2015 e il 2016 per documentare la situazione di questi “confini” e dimostrare che in fondo essi sono labili, cambiano, a volte perfino si annullano. I muri crollano, vengono abbattuti, poi eretti nuovamente. Come dichiara l’autore stesso all’Avvenire: «Mi viene il sospetto che sia più facile innalzare un muro che farlo crollare.» E in effetti è proprio così, soprattutto in quelle zone dove chi difende i confini è più proiettato verso il passato che verso il futuro e si rifiuta di abbattere quei muri più mentali che fisici – che lascerebbero entrare estranei nella propria casa, zone dove s’incontra una quiete che è solo apparente.

Devo dire che ho letto questo libro con molta attenzione e credo sia parecchio utile per farsi un’idea di quello che ci succede intorno, perché è il racconto di chi ha percorso i nostri confini e ha incontrato la gente che cerca di entrare e quella che vive all’interno. È un racconto, pieno di testimonianze orali e visive, della situazione che stiamo vivendo in questo momento e non solo. Dico non solo perché è ovvio che ciò che accade oggi è il risultato del passato.

Davvero molto interessante!

Titolo: Sui confini. Europa, un viaggio sulle frontiere
Autore: Marco Truzzi
Genere:
 Letteratura di viaggio
Data di pubblicazione:
 16 marzo 2017
Pagine: 168
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspiena


Marco Truzzi (Correggio, 1975). Giornalista, laureato in Filosofia, ha conseguito un master all’Università di Urbino in ambito editoriale. Ha pubblicato articoli e racconti in antologie, riviste, giornali, web e radio. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo, Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere (Instar), con cui ha vinto il premio Rhegium Julii, il premio Fortunato Seminara e il premio Bagutta come migliore opera prima e che attualmente è in corso di traduzione per gli Stati Uniti. Nel 2015 è stato uno degli 8 autori selezionati per Syntagma Square, progetto di romanzo corale europeo.

La nuova sfida di Modus Legendi: mandare in classifica “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini

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Conoscete Modus Legendi? È una bella iniziativa volta a diffondere la buona letteratura, che nasce dalla comunità Billy, il vizio di leggere e dall’iniziativa di Angelo Di Liberto e Carlo Cacciatore. Spesso vediamo in cima alle classifiche di vendita libri che sono un insulto alla cultura e per i quali (citando Michela Murgia) “gli alberi si vendicheranno”. Per questo motivo, Modus Legendi si propone di mandare in classifica libri belli, che abbiano un certo valore, così nella prima e nella seconda edizione ha proposto ai lettori della comunità una cinquina di titoli tra cui scegliere quale supportare: nella prima, lo scorso aprile, ha vinto Il posto di Annie Ernaux, nella seconda (la cui votazione si è conclusa pochi giorni fa) il popolo ha scelto Neve, cane, piede di Claudio Morandini, che io ho letto un po’ di tempo fa (QUI la mia recensione). Per farlo andare in classifica non dobbiamo fare altro che acquistarlo in libreria dal 12 al 18 febbraio, ma attenzione: l’acquisto viene registrato solo se fatto in una delle librerie che fanno parte del circuito nazionale (cercate qui quella più vicina a voi).

Durante questa settimana ci saranno diverse iniziative in molte librerie. Il 15 febbraio si terrà la Maratona Modus Legendi gestita da Chiara Beretta Mazzotta (#MaratonaML): in questa giornata i librai aderenti faranno una staffetta passandosi la voce, raccontando chi sono, la propria esperienza con Modus Legendi e parlando di Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Exòrma Edizioni). A Palermo saremo particolarmente fortunati perché proprio il 15 l’autore sarà qui, alla libreria Feltrinelli, a parlare del libro insieme ai Billyni e poi parteciperà a una cena coi lettori organizzata dalla Modusvivendi (per tutte le info ecco qui l’evento).

Allora, supporterete anche voi questo bel libro? Mandiamolo in classifica, perché se lo merita davvero!

Da “Viaggiatori nel freddo” di Sparajuri

Marina [Cvetaeva] ha attraversato il secolo sempre sull’abisso con il filo a piombo, con la vertigine. E forse è sbagliato rappresentarla con sembianze umane, meglio un quadro astratto di Suetin o di Malevič. O uno spartito musicale, che sbiadisce e scompare appena diventa suono. Un susseguirsi di note e annientamento. Oppure potremmo immaginarla come una macchia luminosa, un asterisco, un punto croce. Se le avessero chiesto consiglio, avrebbe sicuramente accettato la mia interpretazione, invece l’hanno fatta così, preferendo il classico monumento naturalista e psicologico. Il suo corpo adulto, piegato e immobile. Le ginocchia e i gomiti flessi. Le mani che sorreggono la testa grave, lo sguardo in basso. La vita che le rotola addosso come il macigno di Sisifo. Quando vediamo questo monumento dobbiamo fare un lungo respiro e immaginare che tutta la gravità del metallo si possa da un momento all’altro librare in un veloce passaggio d’ombre tra cavalli in fiamme e le piroette di un valzer.

[“Viaggiatori nel freddo”, Sparajurij,
Exòrma, 2015,
237 pp., 15,90 €]

 

15844693_10210554154401500_3499666303565243245_oLeggo Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura e mi accorgo quanto sia profonda la mia ignoranza per quanto riguarda la letteratura russa. Purtroppo, a parte qualche caso isolato, ho sempre avuto difficoltà con questi autori, perché li ho spesso giudicati troppo prolissi, troppo introspettivi e mi sono persa tra le loro parole. Con delle eccezioni, ripeto. Ma credo sia anche una questione di età in cui li si legge; devo riprenderne molti perché forse questo potrebbe essere il momento giusto. Chi può saperlo?
Ma nonostante queste mie difficoltà, lo scorso giugno, a Una marina di libri, ho voluto acquistare questo bel libro di Sparajurij che già dal titolo mi affascinava molto e che rappresenta un viaggio tra le vie di Mosca e sui treni notturni per esplorare i luoghi della grande letteratura russa. Il risultato è che, non solo mi sono innamorata di autori che non ho mai affrontato, ma che adesso mi è anche venuto il forte desiderio di andarci, in quei luoghi. Perché leggendo queste pagine è inevitabile che succeda, sembra quasi di incrociare questi personaggi per strada, di vederli passare mentre vivono le loro vite. Nello stralcio che ho condiviso con voi, nello specifico, si parla del monumento di Marina Cvetaeva, una grande scrittrice e poetessa russa che da tantissimo tempo mi affascina (insieme ad Anna Achmatova, anche lei “presente” nel libro) ma che purtroppo non ho affrontato se non a piccole dosi.
L’idea che Viaggiatori nel freddo è che per quanto siamo andati avanti nel tempo, per quanto gli autori citati non ci siano più, essi sono ancora presenti nella memoria e nelle vene di Mosca, anzi ne rappresentano quasi il cuore pulsante, perché ogni angolo della città sembra ricordarli e celebrarli. Ovviamente, poi, è molto più semplice “percepirli” quando si ha una cultura letteraria in quel campo come nel caso di Sparajurij, che è un nome unico che sta a rappresentare un collettivo di scrittori nato alla fine degli anni Novanta. A scrivere in questo volume sono Elisa Baglioni, che si dedica alla traduzione di narratori e poeti moscoviti contemporanei, e Francesco Ruggiero, fondatore di Sparajurij, che si occupa di letteratura russa contemporanea. Io, anche senza avere la loro esperienza, sono riuscita a seguire con grande trasporto il loro racconto di viaggio e ad appassionarmi alla lettura; questo per dirvi che non è detto che dobbiate essere dei grandi esperti per leggere Viaggiatori nel freddo.
Adesso non mi resta che andare a cercare tutto quello che di russo riesco a trovare e leggerlo!


Elisa Baglioni (1980) ha vissuto a Mosca per diversi anni. Si dedica alla traduzione di narratori e poeti moscoviti contemporanei.
Francesco Ruggiero (1977) è fondatore di sparajurij e redattore del periodico «Atti Impuri». Si occupa di letteratura russa contemporanea.
Sparajurij è un collettivo che nasce alla fine del secolo scorso per sperimentare ogni forma di “scrittura totale” integrando elementi diversi, verbali, visivi e performativi, della parola. Al video Un appunto importante è stato assegnato il primo remio al DoctorClip, Festival italiano di videoclip di poesia nato a Roma nel 2005. Dopo la raccolta di racconti .noibimbiatomici, edito da Celid nel 2001, pubblica prose e poesie su antologie e riviste letterarie.
Dal 2005 cura la collana Maledizioni, dedicata alle voci nuove della poesia italiana di ricerca e dal 2010 il luogo di scritture di Atti Impuri, proponendo testi inediti dei più originali scrittori e poeti italiani ed europei.

“Artico nero” di Matteo Meschiari

Io non cerco la verità, mi interessa l’intensità.
Ovviamente provo a dire la verità,
ma provo dirla in un modo che è già invenzione.

 

cop_artico_neroSi dice spesso che i libri rappresentano un meraviglioso modo di evadere dalla realtà quotidiana. Quando siamo stanchi e stressati leggiamo un bel romanzo, una raccolta di racconti o un bel saggio e dimentichiamo tutto quello che ci opprime. Ma se non fate come me, che ho snobbato per anni un genere molto importante non perché non mi piacesse ma perché preferivo altro, allora saprete che la letteratura di viaggio forse è quella che ci può permettere davvero di immaginarci altrove mentre siamo ancora seduti sul divano di casa nostra. Io mi sono accostata a questo genere da pochissimo – da quest’anno, precisamente – e me ne sono proprio innamorata perché, almeno con la mente, riesco a fare viaggi e percorsi che probabilmente nella vita non mi capiterà mai di fare.

Oggi vi voglio parlare di un libro che grazie ad Exòrma ho letto in anteprima ma che deve uscire la settimana prossima, il 17 novembre: Artico nero, di Matteo Meschiari. Non è semplice incasellare questo testo in un genere ben preciso perché, anche se potrebbe sembrare un saggio, in realtà vi si raccontano sette storie – inventate, immaginate, ma verosimili e sicuramente accadute a qualcuno in un tempo passato – ambientate tra i ghiacci in Siberia, in Groenlandia, in Norvegia o comunque all’estremo nord del mondo. Un genere che si definisce antropofiction.  Artico nero, del resto, si colloca nella collana Scritti traversi, nella quale il viaggio rappresenta allo stesso tempo il tema principale dei libri ma anche un pretesto da cui partire per raccontare storie, raccogliere fotografie, parlare d’arte, di storia o di antropologia. Ed è proprio di antropologia che parla Meschiari nelle storie contenute nel suo libro, storie di popolazioni che vivono nell’artico e che nel tempo vengono minacciate e spesso annientate da chi è più forte e più organizzato o semplicemente dai cambiamenti climatici.

A tratti sembra di trovarsi nelle abitazioni di questi popoli, dimore fredde ma estremamente resistenti se pensiamo alle condizioni in cui vengono costruite e all’uso che se ne deve fare, abitazioni che spesso consistono in un’unico locale in cui si fa tutto. Si parla di donne, magari di quelle che fanno parte di piccole tribù che devono fare i conti con l’enorme macchina dell’impero russo.

Dato che le donne europee scarseggiavano, ci si accontentava di quelle locali. I clan pagavano tributi ai Russi in grano, pellicce e donne. Queste, letteralmente mercificate, venivano acquistate, vendute, possedute, cedute e scambiate da coloni, mercanti e soldati. Gli ufficiali le usavano come concubine, gli uomini ordinari come schiave in casa. Questo accelerò la dissoluzione dei clan nativi perché l’economia domestica si reggeva su ruoli complementari. Cucina, cucito, cura dei figli, raccolta. La partenza delle donne lasciò il deserto. Ostaggi, schiave, concubine.

Donne di cui è semplicistico parlare al plurale, perché ognuna ha avuto la sua storia (di cui magari non sappiamo nulla) e perché non è possibile capire la drammaticità di cosa è stato se non le si affronta singolarmente. Per questo motivo Meschiari inventa – come fa anche in altri capitoli e per altri argomenti – una storia su una ragazza X e le cuce tutto intorno situazioni e vicende che con certezza sono accadute ad altre come lei.
Ma quello che in Artico nero mi ha colpito di più riguarda i segreti nascosti tra i ghiacci e, più precisamente, i segreti pericolosi. Noi profani non abbiamo alcuna idea di ciò che potrebbe essere nascosto nel ghiaccio, di quello che in questo momento potrebbe trovarsi in uno stato di vita sospesa e che a causa del surriscaldamento globale potrebbe tornare fuori. Nel 2016, dopo 75 anni di letargo, in Siberia centrale è tornato a colpire l’antrace, il carbonchio, un batterio che produce endospore che possono sopravvivere nel terreno, infetta gli erbivori e sopravvive fino a quando ha materiale biologico sufficiente da aggredire. Basta bere dell’acqua che adesso è liquida ma che per tanti anni è stata congelata col batterio dentro, o magari basta che una tribù di passaggio affamata si cibi di una renna congelata nel permafrost e riemersa con lo scioglimento del ghiaccio. E questo è solo uno degli esempi che l’autore ci fornisce nel libro perché possiamo farci un’idea di quello a cui piano piano stiamo andando incontro. Se ci pensate è inquietante.

Come ho detto prima, Artico nero non è un volume di saggistica, almeno non in senso stretto. Per questo motivo non c’è alcuna possibilità di annoiarsi, un po’ perché ogni argomento viene affrontato con una storia che funge da esempio e dimostrazione, e un po’ perché Matteo Meschiari ci parla con uno stile veloce e semplice che ci fa entrare completamente nell’atmosfera ghiacciata che il libro racconta.

Vi va di fare un viaggio nell’artico? Sì? Buona lettura, allora!

Titolo: Artico nero
Autore: Matteo Meschiari
Genere:
 Romanzo-saggio, antropofiction
Anno di pubblicazione:
 17 novembre 2016
Pagine: 168
Prezzo: 14,50 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Matteo Meschiari (Modena, 1968) insegna antropologia e geografia all’Università di Palermo. Studia il paesaggio in letteratura, la wilderness, il camminare, lo spazio percepito e vissuto presso varie culture di interesse etnografico. Ha pubblicato le sue ricerche con Sellerio, Liguori e Quodlibet. Nel 1997 ha fondato lo Studio Italiano di Geopoetica, affiliato all’Institut International de Géopoétique, creato dal poeta scozzese Kenneth White. Scrive testi di saggistica, narrativa e poesia.

“Neve, cane, piede” di Claudio Morandini

Curioso, si dice l’uomo quando si scopre abbandonato.
A lui la solitudine piace – di più, gli è vitale, 
e non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo.
Ma a quel bastardo si è legato, 
e quando quello va via sente morirgli qualcosa dentro.

 

Cop_NEVE_CANE1Avete mai sentito parlare del premio letterario “Procida – Isola di Arturo – Elsa Morante”? È un premio dedicato alla grande autrice, organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Procida con il patronato del Presidente della Repubblica e della Regione Campania. Per quanto riguarda la “sezione Narrativa”, lo scorso 2 luglio sono stati comunicati dalla giuria tecnica i tre libri (e i relativi autori) che hanno raggiunto la finale: Il grande animale (Nottetempo, 2016) di Gabriele Di Fronzo, Il cinghiale che uccise Liberty Valance (Minimum fax, 2016) di Giordano Meacci e Neve, cane, piede (Exòrma, 2015) di Claudio Morandini. E il vincitore verrà decretato il 24 settembre. Il primo non l’ho ancora letto, il secondo, vi giuro, ci ho provato ma non sono riuscita ad andare oltre il trenta per cento e il terzo l’ho praticamente divorato, quindi ve ne parlo oggi.

Protagonista della nostra storia è Adelmo Farandola, un uomo avanti negli anni, burbero e un po’ fuori di testa che vive in una baita sulle Alpi, isolato da tutto e da tutti. Un giorno incontra un cane che sembra voler stare con lui e se in un primo momento cerca di proteggere la sua solitudine, poi lo accoglie in casa e i due diventano praticamente inseparabili. La vita scorre più o meno tranquilla, a parte un guardiacaccia che sembra volerli infastidire abbastanza spesso, fino a quando un giorno Adelmo e il suo cane vedono un piede che sbuca fuori dalla neve e non sanno che fare: l’animale (con cui Adelmo ha frequenti e grotteschi scambi di battute) gli consiglia di chiamare qualcuno per denunciarne il ritrovamento, ma il padrone lo copre per nasconderlo, lo sposta di qua e di là per poi decidere di dirlo alla signora che gestisce l’unico negozio del luogo senza concludere poi tanto. Ma di chi è quel piede? O meglio, chi è il cadavere a cui appartiene il piede? Chi lo ha ucciso? E perché?

Morandini fa sì che noi lettori ci immedesimiamo molto facilmente in Adelmo ed entriamo nella sua mente: né noi né il protagonista riusciamo più a distinguere la realtà dall’immaginazione. Il cadavere è di quel guardiacaccia così fastidioso e ficcanaso? Forse sì, forse no. L’ha ucciso Adelmo? Forse, ma chi se lo ricorda? E il cane? Parla davvero (e così tanto)? Ma com’è possibile? Neve, cane, piede è la storia di un uomo che ha scelto di isolarsi in una baita di montagna rompendo i ponti perfino con suo fratello, di un uomo che vuole stare da solo e ha difficoltà perfino a reggere una semplice conversazione con la donna del negozio dove va a fare provviste. Adelmo è una sorta di eremita che non vuole avere a che fare col mondo e con il quale il mondo stesso non vuole avere niente a che fare, solo il guardiacaccia si preoccupa che possa avere un arma e combinare qualche guaio.

L’autore, in una nota finale intitolata Storia di questa storia, ci spiega proprio da cosa è nato il suo libro. Morandini dice di aver incontrato davvero un uomo simile al suo Adelmo, un signore, con un cane sporco accanto, che appena lo ha visto stanco su un sentiero ha cominciato a tirargli addosso pigne e sassi per poi lasciarlo passare osservandolo ma senza dirgli una parola.

Mentre mi allontanavo, mi chiedevo: ma come vive questo? Come arriva alla fine della giornata, in questo valloncello senza neppure un torrente, sdegnato perfino da uccelli e marmotte? Conoscerà valichi nascosti, passerà da una conca all’altra, caccerà bestie con le nude mani, ne imiterà perfettamente i versi, si sentirà uno di loro? E come passa l’inverno, quando quassù c’è solo neve, neve, neve?

Da queste domande è nato Neve, cane, piede, romanzo del 2015 di Claudio Morandini, edito da Exòrma, che ha concorso anche per il premio letterario Città di Lugnano, che però è stato vinto poi da Anna Luisa Pignatelli col suo Ruggine, di cui ho parlato tempo fa e la cui protagonista (Gina, la vecchietta burbera e sola) ha diversi punti in comune con Adelmo Farandola.
Il romanzo di cui vi ho parlato oggi è una lettura parecchio piacevole che consiglio vivamente e poi a me le storie di questi personaggi solitari piacciono molto.
Buona lettura!

Titolo: Neve, cane, piede
Autore: Claudio Morandini
Genere:
 Romanzo
Anno di pubblicazione:
 2015
Pagine: 144
Prezzo: 13 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Claudio Morandini, «uno dei romanzieri più competenti e spiazzanti nel nostro panorama letterario» secondo la rivista «Pulp», è nato ad Aosta nel 1960. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Le larve (2008), Rapsodia su un solo tema (2010), A gran giornate (2012). A proposito di quest’ultimo, Paolo Morelli ha scritto su «Il Manifesto»: «Bisogna scovare negli anfratti i libri che affermano il potere conoscitivo della fantasia, libri innamorati che portano con sé le parole del mondo e ne propongono una lettura. Ogni volta è una contentezza trovarli, come nel caso di Claudio Morandini». Suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste o sono disponibili in rete. Collabora con il blog Letteratitudine e con le riviste online «Fuori Asse», «Diacritica» e «Zibaldoni e altre meraviglie». Il suo sito è http://claudiomorandini.com.

“Come ti scopro l’America” di Emanuela Crosetti

Ma io l’America la volevo scoprire dentro le parole degli stessi americani,
quelle che ti arrivano senza domande, incapaci di prendersi sul serio;
quelle abbandonate sui banconi appiccicaticci di qualche diner
o scivolate durante un interminabile e sperduto pieno di benzina.

 

Layout 1Ultimamente mi sono trovata per diversi motivi ad affrontare un genere letterario che prima ho un po’ messo da parte, non per snobismo, ma perché sono sempre stata più appassionata di romanzi. Sto parlando della letteratura di viaggio, che siamo soliti considerare il mero racconto dello spostamento da un luogo all’altro di colui o colei che decide di scrivere un libro o un diario. In un racconto di viaggio, però, c’è molto di più e spesso ce lo dimentichiamo: c’è l’incontro con l’altro, c’è la scoperta di luoghi che sono geograficamente ma anche fisicamente lontanissimi da quelli a cui siamo abituati, c’è la conoscenza di usi, tradizioni e anche cibi nuovi, ma soprattutto c’è tutto un processo di crescita dell’autore (o del narratore) che non va mai sottovalutato.

Poco tempo fa ho letto Come ti scopro l’America di Emanuela Crosetti, uscito il 30 giugno nella collana Scritti traversi di Exòrma Edizioni, una collana che si occupa appunto di questo genere letterario molto importante. L’autrice nel 2014 è partita da sola per ripercorrere il cammino che tra il 1804 e il 1806 Meriwether Lewis e William Clark intrapresero, inviati dal presidente Thomas Jefferson, alla ricerca del famoso Passaggio a Nord Ovest, superando le Montagne Rocciose per arrivare alle coste del Pacifico. Emanuela Crosetti, fotografa e appassionata di storia americana, porta con sé i diari di Lewis e Clark per scoprire un nuovo Ovest, a distanza di circa duecento anni da quella spedizione che viene considerata una delle più grandi esplorazioni del Nord America. Così la narrazione dell’autrice che, in modo sempre molto ordinato e puntiglioso ci parla di tutte le sue tappe non tralasciando nemmeno i piccoli paesi in cui non c’è nulla a parte qualche vecchio palazzone e una stazione ferroviaria, è spesso inframmezzata da stralci dei diari dei due famosi predecessori, cosicché assistiamo non solo ad un confronto tra le descrizioni di territori, persone e usanze di ieri e di oggi, ma anche tra lo stato d’animo di Lewis e Clark e quello di Emanuela, che sicuramente ha vita più facile, dati i tempi più moderni, ma è pur sempre sola in dei luoghi che spesso si rivelano inospitali.

mappa

Da Saint Louis al Pacifico, il tragitto che Lewis e Clark percorsero tra il 1804 e il 1806.

«È pericoloso girare da sola», mi dice. «Non hai paura?».
Se le rispondessi di sì, penserebbe di avere ragione, di poter in qualche modo influenzare la mia decisione e farmi cambiare idea. Le rispondo di no, che non ho paura e che non capisco perché dovrei averne.
«Dove andrai domani?», mi chiede.
«New Town e Willinston», le rispondo.
Silenzio. Sembra ancora più preoccupata.
Mi prende la mano: «Potrei essere tua madre… non potrei dormire stanotte nel saperti laggiù, in quella terra di cani senza casa».

A questo proposito bisogna dire che l’idea che ci facciamo spesso di un’America amichevole e libera stride molto con l’esperienza della Crosetti, che in qualche cittadina – specialmente in quelle più desolate – viene guarda con sospetto, qualcuno le chiede addirittura cosa ci faccia una ragazza da sola in un luogo del genere o le consiglia di andare via e di non spostarsi sola quando fa buio. Questo, certo, è uno degli svantaggi di viaggiare da soli, uno svantaggio non trascurabile.

«Mi stai simpatica anche se non voglio sapere cosa ci fai qui a Billings da sola alle nove di sera. Come mai sei qui? No, non importa, non me lo dire. Piuttosto, avrai fame. Ma non metterti a cercare un posto dove mangiare perché non c’è nulla di aperto a quest’ora. Ti conviene chiuderti in camera, andare a letto e aspettare domattina. Ma lo so, non sono affari miei!».
Una raffica di considerazioni per un trionfo di ottimismo.

Per fortuna, l’autrice fa anche diversi incontri più tranquilli e produttivi, conosce tantissime persone disposte a raccontarle delle storie, ad aiutarla nel suo viaggio e a darle consigli.
Ma uno degli aspetti sicuramente più interessanti di Come ti scopro l’America, comunque, al di là degli incontri con gli abitanti dei vari luoghi o delle pietanze tipiche (spesso pesantissime e difficilmente digeribili), è il grande numero di fotografie inserite tra le pagine. Emanuela Crosetti è anche una fotografa, ed è una garanzia per la bellezza degli scatti presenti nel libro, che ci permettono di immaginare ciò che ci racconta di aver visto anche senza viverlo di persona e di percepire perfino, con la nostra fantasia, profumi e atmosfere tipicamente americani, lontani anni luce da quello a cui siamo abituati.
Non solo, ma alla fine del libro troverete anche una lista di canzoni che fanno da colonna sonora al viaggio della Crosetti, tra cui i Pearl Jam, Johnny Cash e Bruce Springsteen.

Ad ogni modo, la letteratura di viaggio va affrontata, non penso di riuscire a trasmettervi come vorrei la bellezza di questo libro, solo leggendolo si riescono a vivere insieme all’autrice le emozioni di un percorso fatto di nuove scoperte. Quindi, se vi va di fare un viaggio in America, non dovete assolutamente lasciarvi scappare Come ti scopro l’America.

Titolo: Come ti scopro l’America
Autore: Emanuela Crosetti
Genere:
 Letteratura di viaggio
Anno di pubblicazione:
 30 giugno 2016
Pagine: 360
Prezzo: 17,50 €
Editore: Exòrma
Prenota il libro su GoodBook.it e scegli in quale libreria ritirarlo!

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienasmezza


Emanuela Crosetti è giornalista e fotografa. Ha collaborato con riviste nazionali musicali quali Buscadero, Jam, Chitarre e alla realizzazione di fotografie per libri come Summer Of Love del produttore dei Beatles George Martin (Coniglio Editore), Nessuna Resa Mai, biografia di Massimo Priviero (Meridiano Zero), Happy, biografia di Keith Richards (Meridiano Zero), Figli dei Fiori Figli di Satana, Delitti Rock (Arcana Editore), Psycho Killer (Edizioni Ultra) e La storia del rock (Hoepli) di Ezio Guaitamacchi.
Presente come fotoreporter a Oslo nel 2009 per il conferimento del Premio Nobel per la Pace a Barack Obama. Ha condotto interviste ad artisti di fama internazionale: Lou Reed, Patty Smith, Jethro Tull, Hot Tuna, Steve Hackett, Skunk Anansie, Willy DeVille, Hevia, Dream Theater, PFM, Negrita, Fiorella Mannoia e molti altri.
Oltre 400 gli artisti fotografati, tra cui: U2, Paul McCartney, Rolling Stones, Bruce Springsteen, Bob Dylan, David Gilmour, The Who, Sting, Muse, Oasis. Ha esposto alla Mostra del Cinema di Venezia e allo Jesolo Music Festival.

In breve: “Riassunto di fine giornata” di Luciano Del Sette

Il dolore e la felicità dettano gesti
che nelle loro opposte ragioni si somigliano.

 

13406762_1743638502516402_8753135748411350305_nOggi vi parlo in breve di un libro uscito con Exòrma nel 2012, Riassunto di fine giornata di Luciano Del Sette, e non posso dirvi troppo perché la struttura stessa del libro non me lo permette, non perché non mi sia piaciuto, anzi! Si tratta di una raccolta di racconti atipica, perché i ventotto brani che leggerete sono narrati da altrettante voci, tutte differenti per sesso, età, lavoro e chi più ne ha più ne metta. L’io parlante può essere un uomo o una donna, un bambino, un adulto o un anziano, una persona felice o una che è stata illusa dalla vita. E a rendere affascinante questa raccolta è il fatto che nonostante i narratori (tutti in prima persona) siano diversi, tutti questi quadri si vanno incastrando quasi a formare la vita di un singolo individuo che racconta delle sue gioie, dei suoi dolori e dei momenti più o meno significativi della sua vita.

Quasi tutti i brani terminano con una parte in corsivo e Del Sette, alla fine del libro, nel capitoletto Corsivi, ci spiega perché. Nella sua vita gli è capitato di scrivere pagine che non è riuscito ad usare ma che non ha nemmeno avuto il coraggio di buttare via, così le ha conservate; da queste pagine ha preso alcuni frammenti e da ognuno di essi si sono sviluppati i racconti che fanno parte di Riassunto di fine giornata. L’autore, con un linguaggio asciutto, ci presenta delle schegge di tempo, come se fossero istantanee di una vita che potrebbe essere quella di chiunque, fornendo al lettore moltissimi spunti di riflessione.

A un certo punto, si smette di sprecare. Si smette di investire a vanvera sulle persone. Si smette di sprecare la disponibilità del tempo nel conoscere qualcuno senza averne qualcosa, anche un minimo, in cambio. Si smette per una sensazione di inutilità e di età che si affaccia senza preavviso. Si smette per via di una saggezza cinica che ha dalla sua un migliaio di ragioni. Capisci, ti fermi, non sprechi più.

È uno di quei libri che devono essere letti per essere compresi, parlarne così è riduttivo. Assaporatelo, centellinatelo, perché è davvero affascinante.
Buona lettura!

Titolo: Riassunto di fine giornata
Autore: Luciano Del Sette
Genere:
 Racconti
Anno di pubblicazione:
 2012
Pagine: 180
Prezzo: 12,90 €
Editore: Exòrma

Giudizio personale: spienaspienaspienaspienaspiena


Luciano Del Sette – Giornalista. Scrive da Torino per il quotidiano «il manifesto» e il suo supplemento settimanale «Alias». Per l’etichetta musicale del manifesto ha ideato, coordinato e realizzato I viaggi perduti: cd, libro e dvd cui hanno partecipato attori, musicisti e la redazione della trasmissione televisiva Fuori Orario. Per Radio2 Rai è stato autore e conduttore del contenitore pomeridiano Atlantis. Per Radio3 Rai ha scritto e condotto In viaggio con Kerouac e Figli di un dio minore, e sempre su Radio3 è una delle voci di File Urbani. Per il mensile «E» di Emergency realizza reportage dall’Italia e dall’estero. Sempre per «E», sul sito del mensile, ha un blog, Nota Bene, dedicato alla musica indipendente in Italia e nel mondo.